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Jeppo59
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MessaggioInviato: 13 Feb 2008 01:49    Oggetto: Rispondi citando

Evil or Very Mad

Visto che era già finito in seconda pagina, rischiava di sparire!!!
Ma considerando che è tornato Gray Wolf, è meglio riportarlo in evidenza!!!
Non vorrete mica lasciarci col dubbio di come andrà a finire!!! TapTap

Una birrozza e si ricomincia!
CinCin
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 15 Feb 2008 12:02    Oggetto: Rispondi citando

Jeppo59 ha scritto:
Evil or Very Mad
Non vorrete mica lasciarci col dubbio di come andrà a finire!!! TapTap


Tranqui... fra un po' si ricomincia, troppe sono le avventure ancora da raccontare...

Jeppo59 ha scritto:
Una birrozza e si ricomincia!
CinCin

Eh! mi sa sa che ci vorrà più di una birra...
senza dimenticare litri e litri di caffè... Wink
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 03 Mar 2008 21:14    Oggetto: Rispondi citando

Cercando di non farsi notare, salì sul treno: per essere sicuro di non perdere "il suo uomo", quando lo vide entrare in uno scompartimento s'intrufolò in quello adiacente. Il sole era tramontato, l'oscurità della sera si era riempita delle luci che tipicamente si vedono dal finestrino mentre si viaggia.
Le file di lampioni e le finestre illuminate gli servivano per immaginare scene fantastiche o di ordinaria vita quotidiana, era il suo modo per scacciare la noia. Il chiacchiericcio delle persone che gli sedevano accanto, unito al caratteristico ritmo creato dalle ruote sulla strada ferrata, erano ipnotici; solo il lungo allenamento gli permetteva di resistere anche alle palpebre che tendevano ad appesantirsi.
A Ungheni la sosta per il passaggio della frontiera.
Il passaporto falso che lo classificava come cittadino rumeno e le risposte, circa la natura del viaggio, fornite senza incertezze e in modo fluente, fecero sì che il controllo fosse una pura e semplice formalità.
Il tempo di percorrenza fino a Tecuci, lo impiegò arrovellandosi per trovare il modo di non farsi notare e di non insospettire l'altro. La prima cosa da fare era confondersi con la folla di passeggeri che scendeva dal treno: pur cercando di stare alle costole del suo sorvegliato, doveva rimanere abbastanza distante da sembrare un qualsiasi passeggero. Aveva già notato la diffidenza dell'uomo e le precauzioni adottate per evitare intralci, aveva percepito la pericolosità che emanava sia nelle movenze che nello sguardo, non ci teneva a finir male per mano sua. Il compito di seguirlo gli sembrò estremamente arduo e per un momento pensò di desistere. Non poteva farlo, non doveva farlo.
«In fondo è una stazione e, come in tutte, le strutture non possono cambiare di tanto, troverò il modo di tenerlo d'occhio, anche se è notte fonda posso sempre essere uno di quelli che aspetta la coincidenza come lui, un marciapiede, una pensilina, una sala d'aspetto, abbastanza lontani da non essere visto, ma non così tanto da perderlo, mi aiuteranno» Il pensiero lo sostenne e servì a scacciare il momento di debolezza che poco prima gli aveva fatto considerare l'idea di lasciar perdere «Non è nel mio stile mollare, non avrei nessuna giustificazione per averlo fatto!» quest'altro pensiero gli fece piegare le labbra in un ghigno beffardo.
Quando il treno si fermò, attese di essere l'ultimo a uscire dallo scompartimento e senza sorpresa notò che anche l'altro aveva seguito la stessa tattica: ringraziò la precauzione adottata.
Erano divisi solo dalle persone che occupavano i posti accanto a lui e si erano messe in fila, in paziente attesa di poter scendere. Senza che ci fosse una ragione apparente, lo vide sgomitare per arrivare più velocemente allo sportello, subito si allarmò: «Mi avrà visto, si è insospettito?» L'impulso primo fu quello di tornare nello scompartimento oppure di dirigersi verso lo sportello che gli stava alle spalle, entrambe le azioni gli erano impedite dalle persone che, uscendo dagli scompartimenti più indietro, si erano posizionate a loro volta in fila per scendere; non poteva creare trambusto, avrebbe attirato l'attenzione, eventualità più controproducente del probabile sospetto dell'altro.
Cercò di imitarlo per non lasciare troppa distanza fra loro e possibilmente senza causare le rimostranze di quelli che lo precedevano; si rilassò quando lo vide aiutare una donna a scaricare la valigia e a offrirsi di portarla. Le cose andavano per il meglio, quel comportamento gli confermò che l'altro non aveva nessun sospetto di essere seguito.
«In fondo non sei così bravo come avevo creduto, bene, bene... tutto questo gioca a mio favore».
Appena fu sul marciapiede, si accorse subito dei due che, con fare indifferente, stavano controllando il flusso dei passeggeri che si stavano dirigendo verso l'uscita. «Oh oh, abbiamo degli amici...» La situazione si stava complicando, non ce l'avrebbe fatta contro tre; i due non degnarono di uno sguardo la coppia che passò loro davanti.
Cercò di riflettere: «Se lo stavano aspettando, può darsi che gli abbia fatto un cenno d'intesa - non ho visto se lo ha fatto con la mano coperta dalla valigia che ha sulla spalla - può sempre darsi che, pur avendolo riconosciuto, facciano gli indifferenti per controllare se qualcuno lo segue, in questo caso sono fregato».
Trovò il modo più naturale per passare inosservato: estrasse un foglio di carta dal giubbotto, alzò il bavero per nascondere almeno metà del volto, guardandosi in giro e borbottando fra sé. Finse di cercare il tabellone generale degli orari, alternando lo sguardo dal foglio alla pensilina d'ingresso e al binario del treno con cui era arrivato, passò davanti a loro, sempre brontolando in rumeno, ma con tono abbastanza alto da essere sentito: l'occhiata distratta che gli rivolsero, confermò che la piccola recita era riuscita.
Svelto, per recuperare il tempo perduto, uscì sul piazzale e dovette rendersi conto di una triste realtà: il suo uomo era sparito.
«Ora che faccio?» si domandò rientrando nell'edificio e incrociando i due che ne stavano uscendo, li vide salire su una macchina e andare via; con loro vide sfumare la possibilità di continuare il suo compito.
Non c'era nient'altro da fare se non aspettare il treno che l'avrebbe portato a Suceava, da lì avrebbe deciso se sparire o darsi da fare in qualche modo; un pensiero consolatorio lo sostenne: l'altro, non sospettando di essere pedinato - gli sembrava di averne avuto le prove - a Chisinau aveva chiesto un biglietto per Suceava, ciò gli fece ben sperare di ritrovarlo.
Rassegnato, entrò in sala d'aspetto e si accomodò in attesa della coincidenza; chiuse gli occhi dando l'impressione di essere addormentato, ma era ben sveglio e dalla fessura sottilissima degli occhi semichiusi, controllava che non ci fossero segnali di pericolo.
Quasi sobbalzò quando lo vide rientrare, niente era perduto: «La caccia ricomincia».
Le domande non mancarono: «Chi erano quei due, dove accidenti è stato, cosa ha combinato nel tempo che è stato via, è forse andato a chiamare altri suoi amici?»
Con tutti i sensi all'erta come un animale che fiuta il pericolo, in un déjà-vu tornò a seguirlo, si posizionò dietro un'edicola chiusa e, senza perderlo di vista, rimase in attesa del treno che li avrebbe portati a Suceava.
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anabasi
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MessaggioInviato: 08 Mar 2008 12:00    Oggetto: Rispondi citando

Hansi al primo suono prolungato di clacson si era voltato di scatto, e la sua nuca gli aveva ricordato ciò che era accaduto un paio di giorni prima. Gli occhi avevano esaminato solo per un istante i pochi passanti che in quel momento stavano camminando nella sua direzione, e si erano subito concentrati sull'origine del rumore. Praga non era una città particolarmente silenziosa, ma il concerto rabbioso di trombe bitonali e vecchi clacson esploso in pochi secondi era inconsueto. I praghesi non erano noti per la loro flemma, ed erano abituati a incitare rumorosamente chi avesse commesso l'imprudenza di lasciar spegnere il motore al semaforo. Ma quella sembrava essere una situazione differente: decine di automezzi, camion e autobus compresi, si stavano dedicando con zelo a saturare l'aria di decibel. Hansi non comprendeva la ragione di tanto accanimento, loro sì. Avevano visto l'uomo abbandonare l'auto pochi istanti prima che scattasse il verde, e sapevano che non si trattava semplicemente di un automobilista inesperto nell'uso della frizione; l'auto sarebbe rimasta lì a lungo ad intasare il traffico, caotico anche senza il contributo di quello scriteriato. Avrebbero perso molto di più di un semaforo verde, finché qualcuno non avesse rimosso l'ostacolo, e avrebbero ritardato l'appuntamento serale con il tradizionale polpettone affumicato e il solito boccale di birra da un litro.
Gli occhi di Hansi fissarono per qualche secondo la piccola auto ferma all'incrocio: era un modello prodotto nell'Europa occidentale, venduto in pochi esemplari a causa del suo prezzo, superiore a quello dei prodotti locali. Aveva visto in altre circostanze quel modello e gli sembrava che qualcuno di sua conoscenza ne avesse acquistata una, in tempi recenti. Non ricordava chi fosse: un amico, un collega...forse un parente? Il trauma non era stato assorbito completamente, la testa gli faceva male, e i ricordi non erano ancora tutti riaffiorati. Sapeva quanto fosse necessario per lui riuscire a concentrarsi: aveva una montagna di problemi da risolvere, e certo ricordare quale dei suoi amici avesse acquistato un'auto simile non aveva la priorità.
Distolse lo sguardo dall'ingorgo e lo fece ruotare in tondo; non vide nulla di sospetto, si voltò e riprese a camminare. Si accorse di essere in uno stato di estrema tensione, e impose a se stesso di calmarsi. Il suo collega di servizio all'ospedale non aveva potuto seguirlo fin lì. Non gliene aveva lasciato il tempo: quando era già uscito dall'edificio, l'agente stava ancora terminando di controllare i bagni e decidendo cosa fare. Avrebbe cercato il medico o quell'infermiera carina e avrebbe accertato che nel frattempo il paziente non fosse stato spostato per qualche visita o analisi. Soltanto a quel punto, avrebbe avuto la certezza della sua fuga. Anche allora, non avendo elementi che potessero ricondurre a Hansi, si sarebbe limitato a redigere un verbale sullo sconosciuto fuggiasco e lo avrebbe inoltrato ai suoi superiori. Il sovrintendente Cŏster non sarebbe mai venuto a conoscenza del suo ricovero in ospedale e, pertanto, non avrebbe mai sospettato che lui fosse ancora vivo.
Rinfrancato dal ragionamento, rallentò l'andatura per non affaticarsi e per non destare sospetti. Decise di allontanarsi dalla strada principale, l'arteria che conduceva all'ospedale: voleva ridurre il rischio che qualcuno lo riconoscesse, per esempio un collega delle pattuglie. Una decina di passi più avanti si apriva un vicolo, sulla destra: era ciò che faceva al suo caso. Senza voltarsi indietro, scantonò e si addentrò nella stradina. Il vicolo separava due edifici ottocenteschi, piuttosto trasandati. L'ospedale era situato nella zona vecchia della città, ma era l'unico edificio ad aver beneficiato di una ristrutturazione radicale. Le case circostanti conservavano soltanto tracce dell'antico splendore, in attesa che il processo di riqualificazione dei quartieri storici, voluto dall'amministrazione comunale, raggiungesse anche loro. Il vicolo era talmente stretto da non permettere il passaggio di un'auto ma, nonostante la prima impressione che il giovane agente aveva avuto, non era cieco: in fondo ad esso si intravvedeva il traffico scorrere lungo la strada parallela a quella che aveva appena abbandonato.
Il giovane proseguì, evitando le biciclette realizzate con pezzi di recupero e le malandate motociclette parcheggiate lungo i due muri. Qualcuno aveva aperto per pochi istanti uno dei portoncini che si affacciavano sul vicolo, il tempo necessario per vuotare sull'asfalto irregolare il contenuto di un grosso secchiello: l'acqua insaponata e sporca iniziò a seguire la pendenza della strada, avviandosi in direzione di Hansi. Il ragazzo istintivamente si concentrò nel tentativo di mettere i piedi nei pochi punti rimasti asciutti, spostandosi ora a destra ora a sinistra. Sorrise, per la prima volta in quella giornata: il suo abbigliamento, reduce da un bagno nella Moldova e un pernottamento sul greto del fiume, non aveva bisogno di simili premure. Arrivò all'altezza del portoncino, rimasto socchiuso. Attraverso lo spiraglio si intravvedevano le forme abbondanti della portinaia dello stabile, impegnata nelle pulizie: non assomigliava per nulla all'infermiera che lo aveva assistito al suo risveglio. Si sorprese a pensare alla possibilità di incontrarla nuovamente, una volta superate le difficoltà in cui si trovava, e comprese che iniziava a stare meglio: i suoi vent'anni stavano prendendo il sopravvento su tutto il resto. Avrebbe potuto portarla in un locale notturno, pensò vedendo a una cinquantina di passi un'insegna colorata. Sembrava indicare la presenza di una birreria o di una locanda di poche pretese, ma gli elementi al neon che la componevano si erano in parte bruciati e il nome era indecifrabile. Non avrebbe mai portato una donna in un posto simile, anzi era disposto a scommettere che i clienti di quel locale ci andassero più per trovare compagnia che per la cucina o la varietà delle birre.
Superò l'asfalto bagnato e proseguì, verso l'insegna e la fine del vicolo. Il rumore del traffico alle sue spalle e davanti a sé lo riportò alla realtà, l'eco di un clacson gli ricordò l'episodio curioso di pochi minuti prima. Quell'auto abbandonata al centro dell'incrocio...sapeva che qualcuno di sua conoscenza ne aveva una uguale, e gli sembrava addirittura che il colore fosse lo stesso, ma non riusciva a ricordarne il nome. Provò ad abbinare il volto dei suoi amici all'auto, immaginandoli uno per volta in piedi accanto a essa. No, i suoi amici di Vy??i Brod non avrebbero potuto permettersela. Non era un'auto di lusso, ma costava abbastanza ed offriva poco spazio per trasportare i parenti o per utilizzarla come furgoncino. Forse qualcuno che aveva conosciuto nei mesi trascorsi a Praga?
L'immagine penetrò nel suo cervello come un proiettile sparato a bruciapelo: un sobbalzo percorse tutto il suo corpo, mentre gli occhi vedevano il cortile interno del palazzo di piazza Středočen e il sovrintendente Cŏster armeggiare con le chiavi nella serratura della sua bella auto nuova. In un istante comprese di essere perso: Cŏster era lì, lo aveva raggiunto ed aveva proseguito l'inseguimento a piedi.
Iniziò a voltarsi, per verificare che il suo nemico non fosse nelle vicinanze, ma non gli riuscì: un braccio poderoso lo afferrò al collo, in una stretta mortale. L'aggressore era più alto e molto più robusto di lui: sentì la pressione esercitata sulla trachea aumentare fino ad impedirgli la respirazione e perse conoscenza in pochi secondi.
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 23 Mar 2008 20:36    Oggetto: Rispondi citando

Il brusio, provocato dalle chiacchiere dei compagni di viaggio, non lo distolse dalla sua concentrazione. L'immancabile taccuino e brossures fecero la loro ricomparsa.
Benché le soste e la velocità di trasferimento non dipendessero da lui, non riusciva a fare a meno di calcolare tempi e distanze.
Nel vederlo alle prese con tutte quelle carte, il capo comitiva, che evidentemente si sentiva in debito con lui per averlo tolto dai guai, gli si avvicinò e gli chiese se poteva essergli utile.
«Oh, una cosa da niente, una piccola mania: amo tenere il diario dei miei viaggi» mentendo spudoratamente e continuò: «Mi piace tenere memoria delle tappe e dei chilometri percorsi, per poterlo raccontare un giorno ai miei nipoti, se ne avrò» altra panzana grossa come una casa: non aveva nessuna intenzione di avere nipoti, figli e tanto meno moglie.
L'altro, grato di poter ricambiare, iniziò a snocciolare cifre e luoghi, rallentando di tanto in tanto così che lui potesse annotare sul taccuino le informazioni.
«Abbiamo settecentocinquanta chilometri da percorrere, fra circa quattrocento entreremo in Romania, subito dopo la frontiera ci fermeremo a Oradea, dove pernotteremo; l'indomani mattina partiremo molto presto per essere a Suceava nel primo pomeriggio, lì stabiliremo la base e finalmente potremo iniziare il nostro pellegrinaggio» assumendo un'aria fra l'ansioso e il dubbioso domandò: «Contrariamente a questa tratta, non ci sarà la sosta per il pranzo, spero non le dispiaccia mangiare panini mentre viaggiamo. »
«Ma si figuri, va benissimo, lei è stato molto gentile.»
«Era il minimo che potessi fare» allontanadosi per dedicarsi agli altri viaggiatori.
La precisione dell'uomo, oltre che fargli piacere, gli aveva risparmiato un bel po' di lavoro: nell'ansia di rendersi utile, gli aveva addirittura elencato gli orari e la durata delle soste intermedie.
Scorrendo le colonne con cifre e luoghi, si compiacque nel constatare che lui non avrebbe saputo far di meglio; ciononostante Gèrard era ben conscio di andare verso l'ignoto, non sapeva cosa lo aspettava e nemmeno quale fosse il monastero da cercare.
Le brossures che aveva in grembo fornivano solo le descrizioni generali dei monasteri. Nessuna faceva riferimento a uno in particolare con la caratteristica di un arco gotico con una scritta incisa.
Per aumentare la sua confusione, le fotografie riportavano più di un monastero la cui porta si apriva sotto quel tipo di arco. La definizione delle foto non era sufficiente a indicargli qual era quello da lui cercato. Lo sconforto lo assalì, ma la sua parte razionale prese il sopravvento e iniziò a riportare sul taccuino le possibilità che aveva.
Noleggiare un'auto all'arrivo e organizzare un giro di esplorazione? Il calcolo delle distanze fra i luoghi in cui si ergevano i monasteri iniziò a scoraggiarlo, non tanto per la lunghezza del percorso quanto per l'alto numero di edifici da controllare; inoltre, non tutti erano descritti minuziosamente nella documentazione in suo possesso in modo da poterne scartare alcuni a priori.
Secondo i calcoli, avrebbe dovuto impiegare almeno tre giorni per compiere il giro completo: decisamente troppo tempo.
Stizzito tracciò una croce sulla prima ipotesi, che sembrava sbeffeggiarlo dalle pagine.
La seconda ipotesi, appena abbozzata, fu quella di seguire i pellegrini, ma la scartò immediatamente: per ogni edificio, la sosta sarebbe stata di almeno mezza giornata e lui non aveva tutto quel tempo!
Frustrato e innervosito, iniziò a guardare dal finestrino il paesaggio che scorreva davanti ai suoi occhi, pensando fosse un buon modo per calmarsi.
«Sono preparato, non ho ancora commesso uno sbaglio, la fortuna mi ha aiutato a scapito del raziocinio, maledizione! Perché padre Simon non mi ha indicato la meta? Nessun indizio più concreto di quella frase. Padre mio, vi siete fidato del vostro allievo e ora quest'incapace sta fallendo la sua missione, arrivando troppo tardi!»
Per esprimere la rabbia cocente, alimentata da questi pensieri, si dette una pacca sulle ginocchia, con il risultato di far sobbalzare il vicino di posto, che si era appisolato grazie al cullante rollio dell'automezzo. Con gli occhi sbarrati l'uomo lo guardò sbalordito: «C'è qualcosa che non va? Cosa le è successo? Ha dimenticato qualcosa di importante?»
L'aria stralunata dell'uomo lo fece sorridere e l'ansia sparì. Inventò la prima scusa che gli venne in mente, ringraziando in silenzio l'uomo che, inconsapevolmente, gli aveva fornito lo spunto.
«Ma sì, accidenti, mi ero appuntato un indirizzo e ora mi sono accorto di averlo lasciato in albergo. Era molto importante, devo fare un presente a un ecclesiastico, fratello di un mio amico. Il religioso si trova in uno dei monasteri che dovremmo visitare e ora non so più qual è; in più, non ho mai visto questa persona, quindi...»
«Ma se è fratello di un suo amico avrà lo stesso cognome, dovrebbe essere facile...» S'interruppe, ricordando che gli ecclesiastici di solito non sono distinti dal cognome ma dal nome, addirittura diverso da quello di battesimo, scelto al momento dei voti.
«Eh già, così non è possibile, ma il suo amico non le ha detto niente di specifico riguardo a dove... ehm... opera questo prete?»
«Indicazioni molto vaghe, una però è molto caratteristica...» Si fermò, portandosi una mano al mento per dare l'impressione di pensarci; non era sicuro della persona che gli sedeva a fianco, non voleva far sapere cosa stesse cercando di preciso.
Si maledisse mentalmente per aver iniziato quella frase: l'altro poteva benissimo essere un nemico travestito, il fargli sapere, implicitamente, che lui era latore della busta, la cui importanza era fondamentale per l'Ordine delle Aquile della Libertà, non avrebbe solo messo in pericolo la sua vita, di cui poco gli importava, ma la sua missione sarebbe fallita e questo non poteva, non doveva permetterlo.
«Uhm, mi faccia pensare, forse si trattava di un dipinto.»
«Ahi, ahi, allora siamo fritti, sono tutti pieni di dipinti e di affreschi.»
Gerard si sentì perso, si era cacciato proprio in un bel guaio. Cercò di sviare l'attenzione dell'altro: «Mi scusi, lei dove ha preso tutte queste informazioni? Se sono in qualche guida turistica e me la indica, potrei...»
L'altro non lo lasciò finire: «Ma che guida e guida! Io questo pellegrinaggio è già la terza volta che lo faccio e non ci vado certo per vedere dipinti o architetture, ci vado perché là si sente l'energia della fede.»
Il fervorino dell'uomo e la sua aria ispirata fece decidere Gerard di rischiare, qualunque cosa poi fosse successa, sarebbe stato compito suo renderne conto anche al Padreterno.
«Ah ecco! E' un particolare architettonico, un arco molto antico di forma gotica, sa di quelli un po' a punta», mentre con le mani mimava un arco.
«Eh, ma allora è facile, signor mio, di archi fatti così ce ne sono solo a Patrauti e a Dragomirna; considerando che Patrauti è un po' piccola, un ecclesiastico importante può essere solo a Dragomirna.»
Gèrard era al colmo dell'eccitazione: aveva due nomi, di cui uno più probabile dell'altro.
Con il sorriso stampato sul volto, strinse la mano al suo zelante informatore: «Grazie, lei non sa quanto mi sia stato utile!»
Detto questo, appoggiò la testa allo schienale e si appisolò. L'ultimo pensiero prima di addormentarsi fu: «Chissà come mai il buon uomo ha stabilito che l'ecclesiastico inesistente fosse una persona importante.»
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 11 Ott 2008 20:14    Oggetto: Rispondi citando

La rabbia, che cresceva sempre più, gli faceva tremare le mani e, su per i polsi, le braccia.
Aveva pregustato il trionfo e, anche se mancava la seconda lettera, gli era sembrato di essere un passo più avanti dei suoi nemici.
Non lo aveva nemmeno sfiorato l'idea di un fallimento, con le sue conoscenza ed esperienza avrebbe sicuramente decifrato e capito il contenuto:
sarebbe stato più vicino di tutti alla soluzione e alla conseguente salvezza.
Iniziò a camminare avanti e indietro cercando di riacquistare il solito equilibrio.
Dalla cucina giungevano i rumori della cena dei due scagnozzi.
La sua irritazione aumentò: «Incapaci!» sbottò a voce alta, dimenticando che i due avevano avuto il preciso ordine di non aprire la busta.
All'unisono con i passi nervosi, la sua mente si stava arrovellando per trovare una via d'uscita: era al punto di partenza, l'unico motivo che gl'impediva di esplodere era che presto sarebbe entrato in possesso della seconda busta e ciò avrebbe creato una situazione di stallo con i suoi nemici.
Dalla cucina non proveniva più alcun rumore, nel silenzio la sua concentrazione era al massimo: lo stallo, anche se non lo poneva in una posizione di vantaggio, avrebbe comunque permesso che i giorni rimanenti - solo otto! - trascorressero con un nulla di fatto, poi tutto si sarebbe risolto per il meglio.
La situazione gli sembrò accettabile: non doveva far altro che frenare l'impazienza e aspettare i due da Tecuci.
La rabbia sbollì e riprese il completo controllo di sé mentre un ghigno sardonico gli stirava le labbra: avrebbe vinto e, una volta per tutte, il suo valore e potere si sarebbero affermati in pieno, schiacciando tutti i suoi nemici.
Il ghigno si trasformò in sorriso che si allargò ancora di più quando, dal giardino, giunsero due sbuffi ovattati, come se qualcuno avesse stappato due bottiglie di champagne.
Appallottolò il foglio che teneva ancora in mano e lo lanciò in un angolo del salone poi, rilassato e soddisfatto, si avviò alla sua camera per godersi quello che lui riteneva il sonno del giusto.
Da lì a poco, il grosso maggiordomo entrò nel salone: il suo passaggio era segnato da tracce di terra che cadevano sia dalle scarpe che dagli abiti.
Lo specchio, accanto al camino, gli rimandò l'immagine del viso attraversato da uno sbaffo della stessa sostanza che aveva addosso.
Benché non ci fosse nessuno, con preoccupazione si pulì con il dorso della mano, poi costernato osservò le macchie che imbrattavano il pavimento di marmo; si rallegrò che il suo padrone non fosse presente, altrimenti... sai che lavata di capo si sarebbe preso!
Svelto andò in cucina per tornare subito dopo con una scopa.
Mentre raccoglieva i rimasugli del "lavoro" appena compiuto, si accorse del foglio appallottolato che giaceva vicino al camino.
Lo raccolse e, cedendo alla curiosità, lo svolse, prima di buttarlo tra le fiamme che stavano languendo.
Dal foglio vecchio e scricchiolante, la faccia di un jolly beffardo e ghignante lo stava guardando: il piano di riserva di Jean Pierre aveva funzionato alla perfezione!

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ZapoTeX
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MessaggioInviato: 19 Nov 2011 14:29    Oggetto: Rispondi citando

Ho riesumato questo post perché sono curioso di sapere come va a finire...

Ricordo che qualcuno aveva raccolto in un documento word tutta la storia (e anche il "materiale ausiliario", ricordo che c'erano delle mappe, etc...)

Chi ce l'ha?

Grazie e a presto!
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anabasi
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MessaggioInviato: 19 Nov 2011 16:53    Oggetto: Rispondi citando

Ciao ZapoTeX! Smile

Ripescando questo thread mi hai fatto venire un attacco di nostalgia.
Il racconto si è interrotto a causa della progressiva diminuzione del numero di coloro che se occupavano (se ricordo bene, anche tu hai fatto qualche intervento) e, alla fine, a causa della cronica mancanza di tempo dei due che nell'ultimo periodo l'avevano mantenuto in vita.

Sei curioso di conoscere la fine del racconto? Piacerebbe anche me! Wink
Il racconto per ora è concluso con l'ultimo post di GrayWolf; sia lui che io abbiamo scritto ancora qualcosa, ma per riprenderlo in modo accettabilmente "serio" occorre avere la certezza di potervi dedicare un discreto numero di ore e nel breve periodo non credo che questo sia probabile.
Ad ogni modo, tutto è possibile... Wink

Per quanto riguarda il documento, anch'esso si ferma con l'ultimo post pubblicato nel thread e ne è la copia esatta, senza correzioni o aggiunte.
Comprende anche le immagini che, man mano, sono state inserite in alcuni post ma, se ricordo bene, non ha materiali aggiuntivi.
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 19 Nov 2011 18:40    Oggetto: Rispondi citando

Zapo tu uccidi un uomo morto Sad

altro che nostalgia...

purtroppo è passato troppo tempo e l'unica cosa che rimane da fare
è il copia/incolla di tutti i post;
per altro il documento, come giustamente ha sottolineato Anabasi,
non è altro che la copia esatta della sequenza dei post.

Certo, occorrerebbe "riprendere" in mano tutto quanto e rivedere con occhio critico ciò che è stato scritto per proseguire in modo coerente, ma ahimè il tempo è tiranno e per ora non è possibile proseguire, anche se le sorprese non mancherebbero:

I quattro s'incontrano [ma in realtà sono nove: due vecchie conoscenze e tre nuovi personaggi] .

L'ordine riesce a interferire in modo pesante, ma non tutte le ciambelle riescono con il buco...
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MessaggioInviato: 20 Set 2013 02:33    Oggetto: Rispondi citando

Ebbene

Dopo un lustro, con la passione mai sopita, eccoci qua, abbiamo deciso di riprendere.

Periodo sabbatico un po' lungo, direte.
echeccivoletefa' Wink

Grazie per la pazienza.
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MessaggioInviato: 20 Set 2013 02:47    Oggetto: Rispondi citando

Il mattino successivo, nella villa regnava un silenzio quasi innaturale.
Rudolph, alzatosi come al solito molto prima del padrone, stava preparando la colazione e sentiva l'oppressione della mancanza di suoni.
La nona sinfonia, che di solito era la sveglia del sovrintendente, non diffondeva le sue note per i locali.
Significava una cosa sola: l'umore nero dell'uomo terribile di cui era alle dipendenze, quando era così... era bene tenersi alla larga.
Controllò il vassoio per assicurarsi che fosse tutto in ordine: il caffè e il succo d'arancia alla giusta temperatura, pancetta croccante, uovo alla coque cotto a dovere e per ultimo il giornale del mattino, ben piegato e appoggiato al bordo, di fianco alla tazza.
Un po' esitante si diresse verso la camera di Auguste.
Quando, dopo aver bussato, ricevette l'invito a entrare, trovò l'uomo seduto sul letto: il viso solcato da profonde rughe di preoccupazione, borse scure e pesanti facevano risaltare gli occhi sbarrati.
Era il risultato di una notte insonne e agitata - altro che sonno del giusto - l'ansia attanagliò lo stomaco del maggiordomo: non aveva mai visto il padrone in quelle condizioni, per cause anche di lieve entità, lo aveva visto prendere decisioni che alcune volte comportavano la morte di uomini o donne, ma sempre senza perdere l'impassibilità, il controllo di sé.
Di solito era il destinatario dell'ira e degli improperi - il capro espiatorio sempre a portata di mano - quando nessuno spettatore era presente; era abituato quel comportamento, anzi pensava che per Auguste fosse propedeutico inveire contro di lui anche per cose in cui non c'entrava per niente, lo riteneva il dovere di un fedele servitore e accettava di buon grado quelle sfuriate; certo, se fosse stato un altro, sarebbe bastata solo una mezza frase, un piccolo accenno di offesa per farlo scatenare e, grosso com'era, per il malcapitato non ci sarebbe stato scampo; con Auguste era diverso.
Non riuscì a trattenersi - ben sapendo che avrebbe dovuto stare zitto - deglutendo domandò: «Tutto bene, signor Rondel?».
La reazione dell'altro lo investì al punto di farlo indietreggiare di un passo: «No, non va tutto bene, stupido bestione! Dove sono i due di Tecuci? Quello scalzacani di investigatore che TU hai ingaggiato, quanto ci mette a fornirci le notizie che abbiamo chiesto? Siete tutti degli incapaci, tu in testa, è mai possibile che nessuno sia in grado di svolgere anche il più semplice lavoro? Devo sempre essere io a organizzare tutto e sempre io devo preoccuparmi che tutto sia a posto perché le cose funzionino come devono, come IO voglio che funzionino!»
«Forse perché lei è il capo» nonostante la totale mancanza di sarcasmo, dovette scansarsi per evitare la ciabatta che l'avrebbe colto in pieno viso.
«Fuori di qui, bestia buono a nulla!».
Così redarguito, il maggiordomo si guardò bene dall'accennare alla lettera trovata la sera prima, pur intuendo che fosse l'origine del malumore del suo padrone.
Un'ora più tardi, Rondel - riacquistato il suo solito atteggiamento - scese l'ampio scalone per farsi portare la macchina all'ingresso.
Rudolph non era ancora andato nel garage, stava attendendo il sovrintendente con il telefono in mano.
Allo sguardo interrogativo e infastidito del padrone disse: «E' Cŏster» con il tono di scusa, come fosse colpa sua che l'altro avesse telefonato.
Mentre Rondel rispondeva, il maggiordomo si affrettò per andare a prendere l'auto, con l'aria che tirava anche un secondo di ritardo sarebbe stata un'ulteriore occasione di improperi.
Avuta la notizia dell'ubicazione dell'ispettore Perutz si permise una parola di lode; la smorfia di rabbia che fino a quel momento gli alterava i lineamenti si trasformò in un ghigno.
Rudolph scese dalla grossa berlina lasciando il motore acceso e, senza dire una parola, rimase in attesa di ordini.
«Appena hai notizie, telefonami al museo, sarò là tutto il giorno; fai in modo che siano buone, altrimenti...»
«Si signore!» l'ansia fece tremare un po' la voce, provocando un sottile piacere nel sovrintendente.
Appena giunto al museo, Auguste si chiuse nello studio, rimuginando ancora una volta sugli eventi che gli avevano fatto perdere il sonno: doveva ricreare una situazione in cui fosse di nuovo in vantaggio, lo stallo - contrariamente a quanto pensato in precedenza - non lo soddisfaceva: troppe variabili in gioco, troppi rischi, troppa incapacità dei suoi sottoposti; quest'ultimo pensiero gli fece digrignare i denti.
Il trillo del telefono diretto lo distolse dai pensieri che gli arrovellavano la mente.
«Dimmi Rudolph, dammi qualche buona notizia!».
«Sì signore, Eva Zecovic è a Praga, al 18 di Senovazne Namesti»
«Ah, magari sai dirmi anche quanti chili pesa o quanto è alta oppure ancora come è vestita!»
«Ehm, no signore».
«Certo che no, stupido gorilla! Pensi forse che per me abbia importanza sapere dove abita?»
«Io credevo che... pensavo...»
«Ecco la parolina magica: tu non devi pensare, IO penso, tu devi eseguire, hai capito?»
«Si signore» l'ansia traspariva dalla voce del grosso maggiordomo.
«Ecco, bravo! Appena quei due ubriaconi di Tecuci si fanno sentire, prima di sistemarli come avevo ordinato, spediscili a Praga e fai riservare alla donna lo stesso trattamento che hanno adottato con il corriere».
Deglutendo rumorosamente l'uomo rispose: «Questo non è possibile, signore».
L'ira fece salire di un tono la voce di Rondel: «Cosa, osi discutere i miei ordini?»
Sempre più a disagio l'altro rispose: «No signore, non è possibile perché sono... morti».
«Morti?» esterrefatto e con uno sforzo erculeo per non strozzarsi con la sua stessa saliva, il sovrintendente cercò di riprendere la calma «Mi avevi detto che erano solo spariti, che la loro macchina era piena di sangue del corriere!»
«Sì, ma era il loro; il nostro uomo nella polizia mi ha informato che li hanno trovati in una roggia, con la gola tagliata e che il sangue era il loro, hanno fatto le analisi» dal gorgoglio che accompagnava le parole si percepiva che il pomo d'adamo del maggiordomo era più agitato di lui.
«Allora il corriere...»
«Si è vol... è sparito».
«Vedo che le cose importanti te le ricordi, prova a pronunciare quella parola per intero e un bel bagno nell'acido non te lo toglie nessuno!»
Il silenzio nel microfono gli garantì che la minaccia aveva colto nel segno, questo gli fece riprendere il controllo della situazione pervadendolo di una calma glaciale.
«Bene, quello è l'unico modo in cui devono finire gli inetti! Ora scegli qulcuno di fidato e mandalo a Praga, quella donna deve cessare di esistere!»
«Si signore, manderò Ion Mocanu, è il romeno che sta a Bratislava, lui è bravo in questo genere di affari e non ha mai fallito».
«Manda chi vuoi e speriamo una buona volta di ottenere un risultato positivo».
«Sì signore» ora la voce si era fatta deferente e piena di sollievo: il momento di tensione era passato.
«Un'altra cosa Rudolph, è un peccato che quella signora vada all'inferno da sola, fai in modo che questo Ion provveda a farla accompagnare dall'investigatore che ti ha dato l'informazione».
«Ci avevo già pensato, signore».
«Ancora! Te lo devo ripetere? Se c'è uno che pensa quello sono io, hai capito?»
«Sì signore».
Cercando di fermare il tremito delle mani troncò la comunicazione, il ricevitore fu sbattuto nel suo alloggiamento per essere rialzato subito dopo; compose il numero e rimase in attesa mentre i suoi pensieri prendevano un corso diverso, forse non tutto era perduto.
A collegamento avvenuto, dall'altra parte della linea una voce rispose: "Import export, in cosa posso esserle utile?» «Mi faccia parlare con il suo superiore» «Chi lo desidera?» «Rondel» «Subito signore».
La deferenza con cui veniva trattato ebbe il potere di calmarlo ancora di più.
«Agli ordini, Maestro!»
«Marcel, puoi ancora disporre di quel tale con l'aereo?»
«Mitica Rotanu, sì Maestro».
«Bene, ordinagli una ricognizione area a partire dal monastero di Suceviţa, deve avvistare un uomo, gli incapaci che non sono riusciti a fermarlo hanno avvisato che guida una motocicletta, una Java; quando lo ha avvistato deve segnalarti subito la sua posizione e tu personalmente, ripeto: personalmente, ti dovrai occupare di lui, hai capito?"
«Si Maestro, sarà fatto!» «Ne sono convinto, vedi di non deludermi!»
«Obbedienza sempre!» a conclusione del dialogo.
Gli mancava un'ultima telefonata per pianificare le azioni che avrebbero impedito il fallimento e di raggiungere l'obiettivo tanto agognato: la presa del potere, il dominio su tutto e tutti.
Compose un ulteriore numero, gli rispose la voce di una segretaria che pronunciò la solita frase di rito: «Ufficio del vice-ambasciatore, cosa desidera?» «Voglio parlare con lui» «Chi lo desidera?» «Rondel» «Un attimo, prego» allo scatto che segnalava il trasferimento della comunicazione una voce maschile rispose con il tono riverente di sempre: «Eccomi Maestro».
«Karl,se non mi sbaglio sei bloccato ancora per tre giorni» impedendo all'altro di accampare la stessa giustificazione della volta precedente, proseguì: «Lo so, non ti preoccupare, devi sostituire l'ambasciatore, quando ti liberi devi partire per Putna e quando sei là mi avvisi, ti dirò in quel momento cosa fare, è un compito della massima importanza che ti affido, ne va della stabilità dell'Ordine e... la Regola va rispettata» l'attimo di silenzio sottolineò il rituale compiuto alla pronuncia della parola sacra.
«Maestro, mi devo preparare in qualche modo particolare?» «No, le solite armi, devi solo proteggere una persona per qualche giorno» «Maestro, non sono abituato a fare la bambinaia».
L'ira lo stava di nuovo assalendo e la sua voce divenne tagliente.
«Anche tu discuti i miei ordini?»
«No, Maestro è che...».
«Bene, allora farai quello che ti ho detto!»
«Obbedienza sempre!» l'ultima frase fu pronunciata con un tremore della voce.
Chiusa la comunicazione, prese un profondo respiro, si rilassò appoggiandosi allo schienale della poltrona e si congratulò con se stesso: era ancora padrone della situazione.
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MessaggioInviato: 24 Set 2013 21:28    Oggetto: Rispondi citando

Il treno arrivò puntuale, per fortuna la sala d'aspetto era abbastanza affollata da quelli che come lui erano diretti a Suceava; questo rendeva le cose più facili: in mezzo a quella piccola folla sarebbe stato quasi invisibile.
Si mantenne celato dietro l'edicola scelta come posto di osservazione, non doveva farsi vedere dall'altro: si erano incontrati faccia a faccia all'aeroporto di Chisinau durante lo scambio della busta, avendo osservato quanto fosse guardingo l'uomo che stava seguendo non poteva permettersi di essere riconosciuto e anche se potevano considerarsi se non fratelli, almeno commilitoni, la faccenda poteva finire male, molto male.
Supponeva che l'altro avesse ricevuto il suo stesso addestramento, sapeva benissimo che pur essendo possessore del fregio, poteva essere considerato un nemico; quell'uomo era circondato da un alone di violenza, lo si percepiva da come camminava, aveva percepito il suo coraggio nell'inseguimento subito a Chisinau, aveva visto l'ombra di un sorriso quando c'era stata l'esplosione alla stazione, lo stesso sorriso appena accennato quando era rientrato dopo la breve assenza in cui temeva di averlo perso, decisamente era una persona da avere come amica, ma la Missione era troppo importante e lui aveva terminato il suo compito, non c'era nessuna ragione perché fosse lì, era contro le regole, ma lui non era mai riuscito a stare alle regole.
Il pensiero, oltre a farlo sorridere, gli procurò un lieve attacco di nostalgia per il suo mentore e amico Egdar Stomp, per la disperazione di questi quando con un sorriso di orgoglio diceva: «Non ho mai incontrato qualcuno che sia più scapestrato di te, coltiva questa dote, non abusarne mai, servi i giusti ideali e il buon Dio chiuderà un occhio o forse dovrebbe chiuderli tutti e due per non vedere le tue prodezze, ma se sono fatte a fin di bene saranno considerate migliori delle azioni di tutti i baciapile di questo mondo».
Il suo uomo stava salendo sul treno, uscì dal suo nascondiglio e si accodò alla fila di persone che dovevano ancora salire, non aveva speranza di trovare posto in uno scompartimento adiacente ma ormai non aveva più molta importanza, la destinazione era comune, ci avrebbe pensato all'arrivo a stargli alle costole.
Con la coda dell'occhio mentre passava nel corridoio, notò che l'altro aveva trovato uno scompartimento vuoto e si accomodava per riposare; i passeggeri erano meno di quello che si aspettava e comunque troppo pochi rispetto ai posti disponibili, quasi tutti cercavano di non affollare gli scompartimenti per potersi accomodare meglio e poter schiacciare un pisolino.
Seguì l'esempio, trovò sullo stesso vagone uno scompartimento occupato da una sola persona, entrò, fece un cenno di saluto e si accomodò come se si apprestasse a dormire, non aveva nessuna intenzione di farlo; nonostante sapesse che non sarebbe cambiato nulla fino a Suceava non gli riusciva proprio di addormentarsi; grazie al suo addestramento era in grado di "dormire con un occhio solo" però quello non era il momento, doveva stare sveglio e ben all'erta: aveva messo in preventivo che l'altro avesse sì chiesto un biglietto per Suceava, ma per depistare eventuali inseguitori poteva anche scendere a una fermata precedente a quella di arrivo, per cui doveva tenersi pronto e ben sveglio, a dormire ci avrebbe pensato quando si sarebbe presentata l'occasione. «Dormi quando puoi» gli dicevano i suoi istruttori e continuavano: «Perché non sai quando potrai dormire ancora, nel frattempo non perdere mai l'attenzione, potrebbe andarne della tua vita». Per lui questa regola era diventata naturale, l'adrenalina scatenatasi per l'eccitazione che provava gli era di grande aiuto e lui sapeva bene come sfruttarla.
A ogni fermata, facendo ben attenzione a non essere individuato, si affacciava al corridoio per controllare che l'altro non scendesse; non successe e tutto filò liscio fino al mattino; quando sentì l'altoparlante della stazione annunciare la località tirò un sospiro di sollievo «Ti starò appiccicato più della tua ombra fratello, finalmente saprò a cosa sono serviti gli ultimi sette anni di sudore e fatica».
Dopo una sosta nella caffetteria della stazione lo vide uscire e dirigersi verso il centro della città, erano le otto, il fiume di persone che si recavano al lavoro, gli permise di mimetizzarsi e di seguire abbastanza da vicino la sua preda fino a quando lo vide entrare nel tourist information.
Una ridda di pensieri lo sopraffece: la città non era un punto di arrivo ma solo di transito, quindi la ricerca di informazioni era per un hotel, una sistemazione per la notte? Contrariamente, l'altro s'informava per sapere la locazione di uno specifico quartiere o di una via o di un palazzo? Si era accorto di essere seguito e voleva scoraggiare il suo inseguitore? Era entrato dall'ingresso principale e avrebbe chiesto di poter uscire da un'uscita secondaria e poi prenderlo alle spalle?
Imponendosi la calma si allontanò dal suo punto di osservazione spostandosi più indietro, l'ufficio informazioni occupava l'angolo di un palazzo, da più lontano poteva vedere entrambe le vie sulle quali davano le vetrine, non avrebbe avuto sorprese.
Tirò un sospiro di sollievo vedendo l'uomo uscire, con passo elastico e rilassato si stava dirigendo verso la piazza poco distante; lo seguì cautamente fino a quando non lo vide accomodarsi a uno dei tavolini che un bar aveva disposto all'aperto; con ammirazione e un po' di orgoglio notò la posizione scelta, la stessa che avrebbe scelto lui: lontano da tutti gli altri avventori, con la visuale completa della piazza e con le spalle protette dal muro del palazzo.
Quando vide che gli fu servita la colazione prese una decisione improvvisa: doveva noleggiare una macchina, sarebbe stato meno visibile e sicuramente più comodo che stare fermo in piedi come un cartello stradale.
Si diresse all'agenzia di noleggio che faceva bella mostra di sé poco distante dal tourist information «Servizio completo, prendo informazioni, esco e noleggio una macchina, ottima organizzazione, i turisti non possono non apprezzare tale comodità» con questo pensiero anche lui riconoscente, ringraziò sentitamente l'amministrazione cittadina.
Il suo rumeno fluido e il passaporto falso gli permisero di sbrigare velocemente le pratiche per ottenere una macchina che non desse nell'occhio: gli consegnarono una Dacia station wagon, macchina comune, poco appariscente e molto diffusa in Romania, si poteva scambiare per l'auto di un padre di famiglia, il motore da 1300 cm³ gli avrebbe fornito la sufficiente potenza per effettuare qualsiasi inseguimento automobilistico.
Parcheggiò in una viuzza che dava sulla piazza, aveva una buona visuale del suo obiettivo che, per altro, non si era spostato; la sua innata sfrontatezza gli avrebbe permesso di giustificarsi con un rappresentante delle forze dell'ordine, eventualità che poteva accadere qualora questi si fosse rivelato troppo curioso riguardo alla persona in un'auto ferma per parecchio tempo.
Stette tutto il pomeriggio seduto in macchina, l'altro se la stava prendendo comoda, lo vide alzarsi e prendere la stessa strada da cui era venuto, con tranquillità attraversò la piazza e vedendolo dirigersi di nuovo verso il tourist information, ancora una volta fu assalito dai dubbi: «Ma cosa diavolo sta facendo?». Poco dopo lo vide rivolgersi alla graziosa ragazza che aveva appena chiuso l'ufficio.
Dopo uno scambio di battute vide lei dirigersi verso il portone che sembrava quello di un garage e lui fermo sul marciapiede in attesa, quando lo vide salire in macchina con lei, si congratulò con se stesso per l'intuizione avuta.
Appena li vide muoversi si staccò dal marciapiede, inserendosi nel flusso del traffico riprese il pedinamento avendo l'accortezza di lasciare almeno due veicoli fra il suo e il loro.
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MessaggioInviato: 06 Ott 2013 02:21    Oggetto: Rispondi citando

Con la mente in subbuglio cercò di razionalizzare tutte le informazioni ricevute da Eva.
Finalmente le si era svelato il mistero di quella notte atroce, un fatto che aveva segnato tutta la sua vita e che le aveva procurato gli incubi notturni così ricorrenti.
La frase ripetuta nel sonno e alla quale non era mai riuscita a dare un significato, ora le riaffiorava alla memoria riconoscendone la fonte: l'aveva sentita pronunciare da uno dei suoi rapitori; ora sperò sapeva che non erano tali, bensì i suoi salvatori.
Aveva rimosso tutti gli eventi di quella notte, ma solo nella parte cosciente di sé, nell'inconscio era rimasto tutto lo svolgersi della tragedia vissuta da piccina; quella frase a lei così estranea ora assumeva una diversa connotazione: erano parole di salvezza, di speranza, di fede così profonda che solo nel ripeterle con un mormorio le facevano salire le lacrime agli occhi.
Inspirando con il naso, tentando di ricacciare le perle che si stavano affacciando alle ciglia, guardò l'uomo che al suo fianco stava guidando sicuro e rilassato, verificava se si fosse accorto dell'attimo di commozione e scoramento che l'aveva afferrata.
Nonostante avesse gli occhi fissi sulla strada e fosse intento alla guida, sul volto di Ignàc apparve lo stesso sorriso enigmatico che gli aveva visto rivolgere a Eva prima di salire in macchina.
Stranamente, le parole in ceco che aveva iniziato a riconoscere attingendo ai ricordi, le salivano alle labbra anche se stentate e con la costruzione verbale di una bimbetta.
Cercò di conversare con il suo poco loquace autista: «Siete molto amico di Eva?» «Sì» «E' la mia tata» «Lo so» «Avete sempre fatto il commesso?» altro sorriso enigmatico: «No».
Marta iniziava a sentirsi frustrata dai monosillabi che riceveva in risposta, la sua curiosità bramava molto di più ma con quell'uomo così coriaceo non c'era verso; cercò di blandirlo: «Vi siete mantenuto in forma per la vostra età, da giovane dovevate essere molto bello, oh anche ora, non volevo dire che...» si accorse che si stava infilando in un ginepraio e arrossì violentemente.
Due occhi azzurri la fissarono e una ragnatela di rughe ci creò intorno a quelle iridi che ricordavano il mare in burrasca: «Militare, maggiore» «Ah, eravate nell'esercito» si pentì subito del pleonasmo, era logico che dichiarando di essere stato un militare e un maggiore era nell'esercito. «Sì, forze speciali» un brivido la percorse: anche il "suo" Giacomo era stato nelle forze speciali, un lagunare.
Al pensiero del suo fidanzato le lacrime, prima ricacciate indietro, ora presero a sgorgarle dagli occhi. Travisando il suo pensiero l'altro, con il sorriso che si allargava, aggiunse: «Non brutto, solo pericoloso e... divertente». «Oh no, non stavo piangendo per lei, ma per...» s'interruppe: altra gaffe che cercò subito di correggere: «Cioè, volevo dire...« l'uomo la interruppe con un gesto della mano «Capisco, l'uomo di cui è innamorata è uno di noi!» La frase la lasciò esterrefatta, conteneva forza, comprensione, un legame di fratellanza impossibile da troncare.
«Ma come ha fatto a...» «Militare, maggiore» la risposta laconica spiegava tutto: quello che passava per uno scialbo garzone di negozio, in realtà era un uomo attento a ogni particolare e con una perspicacia fuori dal comune, una personalità magnetica che sapeva valutare le persone alla prima occhiata, sapeva se poteva fidarsi o meno, con quegli occhi che ricordavano il mare ti frugava dentro, estraeva il meglio o il peggio e agiva di conseguenza, in lei aveva visto qualcosa che travalicava il legame che la univa alla sua tata e della quale lui era probabilmente innamorato; non era il sentimento per la donna a guidarlo ma ben altro, cosa fosse Marta non riusciva a capirlo.
Il viaggio proseguì in silenzio, ognuno dei due immerso nei propri pensieri, così come alla mente della ragazza si affacciavano mille domande che accavallandosi le une alle altre la mettevano in agitazione procurandole delle smorfie, l'espressione del suo autista era distesa, con la coda dell'occhio lei vedeva quello strano sorriso apparire a tratti e la ragnatela di rughe accentuarsi per poi scomparire lasciando il posto all'attenzione per la guida. Non le erano sfuggite le frequenti occhiate che lui lanciava al retrovisore, se prima le aveva imputate alla normale conduzione del veicolo ora capiva che erano frutto del suo passato addestramento: controllava se erano seguiti.
Arrivati all'aeroporto Ignàc arrestò la macchina vicino all'entrata, lei aveva già impugnato la maniglia ma lui le pose una mano sul braccio per impedirle di scendere: «No, prima io» scese dalla macchina, aprì il baule per ritirare la borsa, nel retrovisore lei lo vide guardarsi intorno per assicurarsi che non ci fossero pericoli, dopo di che si accostò al suo lato, aprì la portiera e la invitò a scendere porgendole una mano da perfetto gentiluomo.
Le sue precauzioni e quel gesto gentile la rassicurarono, avrebbe voluto che le stesse vicino, la sua presenza le infondeva forza, ma ora che doveva affrontare il viaggio da sola si sentiva smarrita.
Prima di salire in macchina le rivolse uno dei suoi sorrisi e le disse: «Tutto andrà bene, anche senza di me» ancora una volta si stupì: leggeva i suoi pensieri come fossero un un libro aperto, aveva capito perfettamente quel piccolo attacco d'ansia «Grazie Ignàc» «Dovere» fu la risposta, salì in macchina e si confuse nel traffico.
Rimasta sul marciapiede guardandolo andare via alzò una mano per salutarlo pur sapendo che lui non poteva vederla, sbagliato: vide il suo braccio sporgere dal finestrino e agitarsi per salutarla prima di affrontare la curva che lo fece sparire alla sua vista.
Il ronzio dei motori e la tranquillità degli altri passeggeri l'aiutarono a rilassarsi, un lieve profumo aleggiava nella carlinga, le ricordava quello dei fiori, colta da un lieve torpore s'immaginò di essere sul prato di fronte alla casa del nonno, di sentire Roska abbaiare e le voci dei due fratelli che aleggiavano nell'aria mentre le correvano incontro.
La voce dell'altoparlante la scosse da quel sogno a occhi aperti: erano arrivati a Bucarest.
Il trasbordo sull'aereo che doveva condurla a Iasi risultò molto facile grazie all'intervento delle hostess che la indirizzarono alla corsia d'imbarco, anche quella seconda tratta fu tranquilla e rilassante.
A Iasi ebbe qualche difficoltà a farsi indicare l'indirizzo dell'hotel Moldova, non conosceva una parola di rumeno, la fortuna l'assistette nell'incontrare un uomo in divisa che lei suppose essere un vigile o una guardia, con le poche parole in cecoslovacco che conosceva chiese informazioni e l'altro le rispose nella stessa lingua ma in modo sciolto, scorrevole e veloce, dovette fermarlo per farsi ripetere lentamente le indicazioni: l'albergo si trovava in str. Anastasie Panu nr.31 situato nel centro di Iasi distante circa tre chilometri dall'aeroporto, visto lo smarrimento della fanciulla il poliziotto le fece cenno di aspettare, alzò un braccio e con un gesto attirò l'attenzione di un tassista che appoggiato alla sua macchina era in attesa, subito l'uomo salì in macchina e fatta inversione si avvicinò alla coppia, dopo uno scambio di battute con l'uomo in divisa, si sporse dal sedile aprendo la portiera posteriore invitandola a salire, mentre lei si accomodava chiudendo la portiera il poliziotto la salutò con un sorriso e portando la mano alla tesa del copricapo le fece il saluto militare.
Alla reception le cose furono più facili, il concierge, nonostante lei parlasse in cecoslovacco stentato, comprese benissimo le sue esigenze: una camera, la sveglia che le permettesse di raggiungere la stazione e una cartina sulla quale segnò il percorso da effettuare a piedi o in alternativa il numero del tram e a quale fermata si trovava la stazione.
Dopo la doccia, s'infilò sotto le coperte sentendosi euforica, lo smarrimento e l'ansia erano sfumate, aveva trovato tutte persone gentili che in un modo o nell'altro l'avevano "coccolata", si addormentò con il pensiero che se le cose stavano così, non poteva succederle niente di male.
Sul treno per Putna in sintonia con lo sferragliare delle ruote le tornava ricorrente la domanda sulla persona che doveva incontrare, Eva non aveva voluto dirle niente e ora la curiosità la consumava.
All'arrivo individuò l'ufficio informazioni, dall'impiegata riuscì ad ottenere le informazioni necessarie per raggiungere il monastero: il flusso di pellegrini e di turisti che volevano visitarlo era così elevato che erano stati istituiti dei servizi di navetta per il trasporto al monastero.
Una volta arrivata si accodò al gruppo di persone che erano con lei sulla navetta, mentre gli altri si avviavano all'interno della chiesa per ammirare la tomba di Stefano il grande, lei cercò di intercettare uno dei religiosi che si aggiravano nei giardini a controllare che i turisti non facessero danni.
Un frate piuttosto anziano la vide avvicinarsi e le andò incontro con un'espressione arcigna: era uscita dal percorso prestabilito e lui aveva tutta l'intenzione di farla rientrare nei ranghi, ma quando le fu vicino il suo viso assunse un'espressione attonita, le fece cenno di fermarsi e poi con la voce stentorea, in contrasto con la sua struttura fisica, chiamò una suora che passava lì vicino; la donna si avvicinò e anche sul suo viso apparve la stessa espressione assunta dal religioso.
Senza dire una parola la donna si girò e con passo svelto si diresse verso una costruzione adiacente alla chiesa, ne uscì accompagnata da una giovane anche lei vestita nello stesso modo, entrambe raggiunsero il frate che nel frattempo non si era mosso.
La giovane si avvicinò a due passi da Marta, le loro espressioni furono di sgomento: se pur vestite in modo differente, entrambe ebbero la sensazione di trovarsi davanti a uno specchio.
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MessaggioInviato: 12 Nov 2013 19:45    Oggetto: Rispondi citando

Aspirando la fragranza della Leves, la caratteristica zuppa di funghi in cui sono affogati piccoli pezzi di maiale affumicato, percepì il sentore della paprika, spezia onnipresente nei piatti ungheresi.
Si erano fermati per la sosta pranzo in una locanda situata nella campagna circostante Debrecen.
Per l'ennesima volta riesaminò sul taccuino gli appunti arricchiti delle informazioni fornite dal suo occasionale compagno di viaggio.
L'uomo, nel tentativo di rendersi ancora più utile, si era piazzato al suo stesso tavolo proprio di fronte a lui; a gran voce decantava i piatti tradizionali e ne elencava il contenuto pensando che Gèrard fosse del tutto privo delle informazioni culinarie del paese in cui si trovavano.
Gèrard ascoltava con un solo orecchio lo sproloquiare continuo, avendo già fatto la sua scelta aspettava il momento che l'altro giungesse a descrivere il cibo che era deciso a ordinare per indicarlo, dando così soddisfazione al suo ciarliero interlocutore.
Era il minimo che potesse fare per ripagarlo delle indicazioni fornitegli durante il viaggio, queste gli avevano permesso di restringere il campo delle possibilità per trovare il monastero voluto.
La sua mente stava funzionando in un'unica direzione: doveva trovare il modo di rendersi indipendente sganciandosi dal gruppo di pellegrini che al momento costituivano la sua temporanea compagnia, "temporanea" continuava a ripetersi, aveva il brutto presentimento che l'avessero eletto loro interprete ufficiale grazie al suo intervento del mattino per dirimere la diatriba fra il capo comitiva e l'autista della corriera che li stava trasportando, presentimento che si faceva sempre più forte notando l'estrema cortesia con cui era trattato e avendo notato che alcuni, pensando di non essere visti, parlottando lo indicavano.
Nonostante avesse ancora tutto il tempo, tre quarti di viaggio più la sosta notturna a Oradea, per definire ciò che gli serviva, il pensiero lo assillava, quella vocina interiore lo incitava a trovare, subito! una soluzione prima di trovarsi invischiato in qualcosa da cui sarebbe stato difficoltoso uscirne: lui aveva un obiettivo, niente doveva fermarlo, la Missione non doveva fallire a causa sua!
Non era mai stato capace di diplomazia, si era sempre considerato un pragmatico, un razionale. Padre Simon lo ripeteva spesso: "Non affidarti solo alla logica, fai tacere quella vocina che tu chiami ragione, lascia che il tuo cuore parli, usa quelle parole per trovare la strada più adatta".
Pensando al suo mentore il viso si distese in un sorriso, accadde proprio nel momento in cui il suo interlocutore stava descrivendo la halàszlé, la zuppa del pescatore ovvero carpa cotta in brodo di pesce con pomodori e l'immancabile paprika; l'altro, interpretando il sorriso come un assenso esultò esclamando: "Non potevate fare scelta migliore signor mio, nonostante siamo in campagna in questa locanda il piatto è preparato con così tanta cura che non ho mai mangiato niente di più squisito, inoltre visto il lungo viaggio che ci aspetta, tenersi leggeri è quasi un obbligo".
Senza smettere di sorridere Gèrard si sentì stranito, perso com'era nei suoi pensieri aveva completamente dimenticato di ascoltare le declamazioni dell'altro.
Aspettando che la cameriera gli servisse il piatto indicato, si concentrò sulla piccola concatenazione di eventi appena accaduti: il ricordo di padre Simon, il conseguente sorriso, l'elencazione giunta al piatto che in anticipo aveva deciso di ordinare.
Silenziosamente rispose al suo maestro: "Avevate ragione padre, si devono sempre ascoltare le parole del cuore".
Il resto del viaggio fu solo routine, l'attraversamento della frontiera con il controllo dei passaporti, l'arrivo a Oradea e il raggiungimento dell'hotel.
Il nome dell'imponente edificio, che presentava sul fronte una serie di finestre sporgenti e affiancate fino a fornire l'immagine di un'ampia vetrata, era estremamente indicativo: Hotel Transit, situato in strada Orgolui al numero 62, era posizionato sulla "Centura" il raccordo che circondava Oradea ed era la meta di chi viaggiava per affari o come loro, dei gruppi di pellegrini diretti ai monasteri della Bucovina.
Svolte le formalità di registrazione e consumata una frugale cena a base di Sarmale, gli involtini di carne e riso avvolti in foglia di vite, Gèrard si ritrovò nella sua stanza alle prese con il solito problema: la programmazione del resto del viaggio; fino a Suceava non ci sarebbero stati problemi se non quello di sopportare il suo compagno di sedile auto-proclamatosi sua guida personale che nell'ansia di rendersi utile, si stava dimostrando un po' soffocante; d'altra parte fra tutte quelle chiacchiere, fatte anche per sconfiggere la noia del viaggio, poteva scaturire qualche altra preziosa informazione.
Cercò di imporsi la calma, dette retta alla sua vocina interiore che gli stava suggerendo di riposare, fare il resto del viaggio insonnolito e poco attento non corrispondeva alla sua natura.
Decise di ascoltare il suggerimento, delegando al domani la soluzione del suo problema, chiuse gli occhi e si addormentò.
Dopo cinque minuti li spalancò nuovamente: se si fosse sbagliato? Se il servilismo dimostrato dall'uomo che nella corriera sedeva al suo fianco, fosse una manovra per stargli alle costole e controllarlo? Il dubbio che si trattasse di un nemico lo attanagliò; con gli occhi sbarrati considerò l'eventualità di dover sopprimere l'uomo, una considerazione terribile che lo riempiva di angoscia, non era stato preparato a questo, non sapeva nemmeno come avrebbe potuto fare, padre Simon l'aveva messo in guardia dei pericoli che poteva correre e della spietatezza che avrebbe incontrato, ma un omicidio... Si pentì di averlo perfino pensato, d'altra parte per il momento non poteva fare nulla, richiuse gli occhi e si preparò a un sonno agitato, molto agitato.
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MessaggioInviato: 03 Dic 2013 01:02    Oggetto: Rispondi citando

Percorsero le strade cittadine in mezzo all'intenso traffico serale del rientro.
Quando imboccarono la E85 il numero di macchine diminuì notevolmente.
Mentre Iasmina guidava Jorge la stava studiando di sottecchi.
Sempre tenendo gli occhi sulla strada e senza rivolgergli lo sguardo lo interpellò: "Le gusta ciò che sta vedendo señor?"; la tipica sensibilità femminile le aveva permesso di interpretare le pause che lui faceva mentre stavano discorrendo.
Jorge preso un po' alla sprovvista - senza però darlo a vedere - le elargì un sorriso accattivante e con la voce bassa rispose: "Ho visto i suoi occhi signorina, ora stavo constatando che la sua bellezza interiore è ben rispecchiata da quella esteriore" poi, dimenticandosi che lei capiva lo spagnolo, esclamò: "Es una chica hermosa, muy linda!".
Arrossendo al complimento e rallentando involontariamente ribatté: "Lei è molto galante, pensi che io non mi ritengo affatto bella, anzi ho sempre avuto l'impressione che i complimenti fattimi avessero un solo scopo, detto da lei però..."
Continuando con lo spagnolo: "Es la verdad, la pura verdad!" e riprendendosi: "Solo verità, la pura verità!".
Scoppiando in una risata - che a Jorge ricordò una cascatella - lei lo redarguì: "Dimentica che conosco lo spagnolo".
Un Jorge sempre più sulle spine rispose: "Ah già!"

Nel frattempo erano entrati in Patrauti ed erano arrivati nello spiazzo prospiciente la chiesa, Jorge si accorse subito che l'arco soprastante l'entrata non era quello che cercava, gli venne il muso lungo.
Iasmina, male interpretando la sua espressione disse: "Si lo so è chiusa, ma se chiamiamo il sagrestano, che abita lì a fianco lui ci farà entrare e potremo chiedere tutte le informazioni che le servono".
La frustrazione gli fece esclamare: "No es esto, es demasiado pequeño" e ancora una volta riprendendosi: "Troppo piccola, la vecchia zia mi ha descritto una chiesa molto più grande".
"Ah, ma allora deve essere il monastero di Dragomirna, non si preoccupi sono solo diciannove chilometri, arriveremo in un attimo".
"Lei non è solo molto bella è anche molto gentile, non so come farò a ricambiare".
"Diciamo che la sua galanteria è più che sufficiente a ripagarmi" rivolgendogli un sorriso radioso.
Iasmina non voleva confessarlo neppure a se stessa, ma quell'uomo le piaceva, le piaceva il contrasto fra l'aura che emanava e la gentilezza delle sue parole, l'aveva paragonato a un lupo per le movenze e il modo di fare, si aspettava un comportamento ruvido, invece la sua voce, il modo in cui la guardava, l'uso di complimenti che - lo capiva - non avevano un secondo fine, non erano da "lumacone", ma erano semplice ammirazione espressa in quel modo modo genuino che solo chi è molto sicuro di sé sa tenere, le arrossavano le guance e provava un languore nello stomaco che la confondeva.
Jorge dal canto suo stava pensando a come "sganciarsi", aveva il sospetto che la ragazza potesse essere d'intralcio per la missione che doveva compiere, ma quello che più lo preoccupava era la possibilità di metterla in pericolo e questo lo fece fremere tanto che, per un riflesso condizionato al pensiero del possibile pericolo, sfiorò l'impugnatura della navaja nel fodero appeso alla cintura all'altezza dei reni.
Ancora una volta, fraintendo la sua agitazione, Iasmina cercò di tranquillizzarlo: "Non si preoccupi, qualora non fosse nemmeno il monastero di Dragomirna quello che stiamo cercando, torneremo a Sueceava, lì potrò trovarle un posto in hotel e domattina in ufficio potremo fare delle ricerche, in modo da allargare il raggio di esplorazione".
Entrambi si accorsero che aveva usato il plurale, ma nessuno dei due disse niente.
Percorsa la distanza che li separava dal monastero, Iasmina imboccò il viale che portava di fronte alla costruzione; il complesso era imponente, circondato da un alto muro di cinta nel quale si apriva l'ingresso principale, ora chiuso al pubblico.
Jorge scese dalla macchina e ammirò la frase incisa sull'arco, la scritta gli fece venire i brividi: era giunto alla fine del suo percorso nella missione, con un gesto di affetto accarezzò il fregio celato all'interno della sahariana. "Maestro, ce l'ho fatta, non vi ho deluso!" la commozione gli appannò la vista, si accorse di avere gli occhi lucidi e si riprese immediatamente, non poteva permettersi di perdere l'attenzione, c'era una forte probabilità che lì intorno ci fossero dei nemici, se fosse stato solo non ci sarebbero stati problemi, ma c'era lei e questo lo faceva sentire vulnerabile, sensazione che non gli piaceva affatto, emise un suono gutturale che sembrava un ringhio.
Iasmina che si era fermata qualche passo indietro, intuendo di essere arrivati proprio dove lui voleva, interpretò il suono come la delusione di trovare il portone chiuso.
"Non si preoccupi, se il monastero è questo, a cinquecento metri da qui c'è la pensione Anca, un bel posto, un po' piccolo ma per passare la notte va bene, inoltre è l'ora giusta, visto che accettano ingressi dalle 18 alle 21, potrà riposare lì e domattina, quando il monastero aprirà, potrà fare visita a sua zia".
Senza volerlo gli aveva dato la possibilità che lui cercava senza che dovesse inventarsi una scusa.
"Sì signorina, il posto è proprio questo, così come mi è stato descritto, seguirò il suo consiglio, se volesse farmi l'ultimo favore di indicarmi la strada per la pensione...".
Lei non lo lasciò finire: "Ma che dice, su salga che l'accompagno poi tornerò a Suceava, domattina devo aprire l'ufficio".
"Io non so come ringraziarla, signorina".
"La smetta di chiamarmi signorina, sono Iasmina."
"Io sono Jorge" tendendole la mano.
La sua stretta lo rappresentava completamente, robusta ma non prepotente, salda senza tremori asciutta e muscolosa, Iasmina pensò che fosse la mano capace di accarezzare dolcemente e contemporaneamente altrettanto dura da infliggere la morte; il pensiero la spaventò non poco, ma riuscì a nascondere l'emozione celandola in un sorriso.
Se Jorge si accorse del suo imbarazzo, non lo diede a vedere e sorridendo le disse: "Bien vamos a esta casa de huéspedes".
La pensione era una piccola costruzione immersa nel verde, con il tetto molto spiovente e con un solo piano sopra l'ingresso, la scritta in corsivo 'Pensiunea Anca' faceva bella mostra di sé sulla facciata; a Jorge piacque subito tanto che esclamò: "Di sicuro qui dormirò benissimo!" poi si rivolse alla ragazza, fece per parlare e lei lo fermò con un gesto della mano: "Altolà Jorge, nessun ringraziamento, per me è stato un piacere, quando avrà terminato la sua visita, sarei contenta se volesse passare a salutarmi prima di ripartire" dentro di sé si sentiva una sfacciata ed ebbe il timore che lui la fraintendesse, il suo sguardo le fece capire che non era così.
"Arrivederci Iasmina, tutti dovrebbero essere come lei, il mondo sarebbe migliore".
La guardò risalire in macchina e stette sul sentiero finché non sparì alla vista.
Dopo la registrazione, salì nella camera assegnatagli e stravaccandosi sul letto esclamò: "He llegado, ahora tengo que terminar mi misión".
"Sono arrivato Maestro, ora devo solo terminare la mia missione e guai a chi me lo impedirà!"
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MessaggioInviato: 19 Gen 2014 02:39    Oggetto: Rispondi citando

"Ora che facciamo?"
Dal sedile del passeggero arrivò la risposta: "Cerchiamo informazioni".
"Dove le troviamo queste informazioni?"
"Nel posto dove le forniscono, semplice!"
"Già tutto semplice secondo te, non conosco la città!"
"Io si, ma non so dove è l'ufficio informazioni, seguiamo i cartelli che ci indichino dove trovarlo".
Il traffico cittadino era abbastanza rado: ormai quasi tutti erano sul posto di lavoro, in giro c'erano solo gli ultimi ritardatari ed era ancora presto per le massaie -le poche che avevano la macchina- che si sarebbero messe in strada per gli acquisti mattutini; la grossa macchina percorreva agevolmente le strade semivuote seguendo i cartelli che riportavano la I maiuscola, icona internazionale per indicare la direzione per il luogo ove i turisti potevano reperire le informazioni loro necessarie.
Il tourist information occupava le vetrine d'angolo del palazzo di fronte all'incrocio presso il quale avevano trovato parcheggio.
"Allora siamo d'accordo, noi due andiamo a cercare ciò che ci serve mentre tu stai tranquillo in macchina ad aspettarci".
"Umpf, fate un po' come volete, ma vorrei ricordarvi che sono io quello che deve compiere una missione!".
"Noi siamo i tuoi validi aiutanti e, in quanto tali, svolgeremo il nostro compito al meglio" il sorriso che accompagnò la frase ebbe lo scopo di rabbonire, anche se di poco, il recalcitrante interlocutore.

I due che entrarono nell'ufficio diedero a Iasmina l'impressione di essere fidanzati. La donna, alta poco più del compagno, si muoveva in modo flessuoso nonostante fosse di corporatura robusta pur non essendo giunonica; l'uomo sembrava un ragazzo delicato -forse per contrasto con l'altezza della sua accompagnatrice- ma era solo un'impressione, in realtà restituiva l'immagine di una molla compressa, la parvenza di fragilità scompariva con la determinazione della sua camminata, i passi erano nervosi e i tacchi schioccavano a ogni passo, sembrava stesse marciando come un militare, a completare il quadro, i pettorali che disegnavano la maglietta e i bicipiti sviluppati negavano completamente l'impressione iniziale dell'impiegata.
Gli occhi della donna brillavano di una luce interiore così intensa che a Iasmina -solo una donna riesce a riconoscere in un'altra il fuoco dell'amore- avevano fatto pensare che i due fossero fidanzati.
La professionalità e il suo ruolo le imposero di accantonare le sue valutazioni e di rivolgersi ai due con la consueta cortesia: "Buon giorno signori, in cosa possa esservi utile?"
Fu la donna a parlare, il suo rumeno non era particolarmente fluido e si riconosceva, dal modo di pronunciare le vocali, l'ungherese come lingua natale.
"Vorremmo organizzarci per un giro dei monasteri, se lei fosse così gentile da fornirci della documentazione, potremo stabilire l'ordine di importanza e il percorso da seguire."
"Avete delle esigenze specifiche oppure pensate di ottenere una panoramica? In questa parte della regione i monasteri sono tanti, alcuni molto vicini, altri più lontani ma ugualmente interessanti. Il percorso più consigliato -ma ci vuole parecchio tempo per completarlo- è a cerchi concentrici, partendo dal più piccolo e poi via via all'esterno, per esempio: il monastero di Patrauti è appena a dieci chilometri da qui e..." non fece in tempo a concludere l'elencazione che la donna la fermò con un gesto della mano.
"Vede signorina..." notando la fede al dito di Iasmina -deterrente che la ragazza utilizzava per tenere lontani i 'lumaconi'- Mirtha si corresse: "Vede signora, il tempo a nostra disposizione è poco e il mio amico qui, che viene dall'Italia, è un laureando in architettura, sta preparando una tesi sull'arte gotica e vorrebbe ammirare qualcosa che sia inerente alle sue ricerche."
Giacomo seguiva il dialogo fra le sue donne e, pur non capendo una parola, comprese che stavano parlando di lui perché entrambe lo stavano guardando; la smorfia d'imbarazzo che assunse il suo volto fece sì che i sorrisi delle due si allargassero ancora di più ottenendo solo di aumentare la sua confusione.
Il buffetto di Mirtha sulla sua spalla lo tranquillizzò, il significato era palese: "Tranquillo, non stiamo ridendo di te!"
Le due ripresero a dialogare e fu Iasmina a iniziare: "Qui ci sono i depliants con le fotografie e le cartine, ma se volete immediatamente valutare qualcosa di gotico, il mio consiglio è di visitare prima Patrauti e poi Dragomirna."
L'accenno ai due monasteri visitati appena la sera prima, fece fremere Iasmina che, ripensando a Jorge, sentì di nuovo uno scombussolamento nello stomaco; quell'uomo le aveva fatto un'impressione incredibile e il solo pensare a lui le faceva rivedere tutte le sue ritrosie nei confronti dell'altro sesso, portava la fede della nonna per evitare le immancabili advances propinatele da tutti i giovanotti che transitavano dal suo ufficio. Quando lo aveva visto la prima volta, di nascosto l'aveva tolta e anche ora, che la portava nuovamente, non si era pentita di quel gesto; pur considerandolo il vezzo di un'adolescente la cosa non le dispiaceva affatto.
Il sorriso di Iasmina era mutato minimamente, ma non così tanto da sfuggire a Mirtha che comprese subito i suoi sentimenti segreti -solo una donna riesce a riconoscere in un'altra il fuoco dell'amore- ma facendo finta di niente e imputando il fatto che la ragazza pensasse al marito, le sorrise dicendo: "La ringrazio signora, nel caso il mio amico sia d'accordo seguiremo senz'altro il suo consiglio, ma è lui che deve decidere e sa, gli italiani sono fantasiosi, non si può mai sapere cosa pensino; in ogni caso utilizzeremo la documentazione che ci ha fornito per organizzarci al meglio." Mentre parlava, tese la mano per rafforzare il ringraziamento convinta di aver sviato qualsiasi sospetto che la sua interlocutrice potesse aver avuto. Anche Giacomo allungò la mano per stringere quella di Iasmina, alla ragazza parve di vivere un dejà vu, la stessa stretta, possente e nello stesso tempo senza prepotenza, una mano in grado di accarezzare dolcemente e contemporaneamente di dare la morte; con un brivido le venne da pensare a una strana coincidenza: due persone così diverse nel giro di una giornata, si chiese se per caso ci fosse un collegamento e un'ombra scura le appannò per un momento lo sguardo.

"Hai visto l'espressione che ha avuto quando le ho stretto la mano?" chiese Giacomo quando furono sul marciapiede.
"Beh, sei un bel ragazzo!"
"No, non è quello! Era più uno sguardo preoccupato, ha ragione Giorgio, i nemici possono essere ovunque!"
"Sempre a pensare al peggio, voi uomini non sapete fare altro che vivere per i combattimenti, le risse, sempre sospettosi."
"A sospettare non si rimane mai delusi, al massimo ci si può sorprendere quando i sospetti sono infondati!"
"Questa è una logica del tutto maschile; però ti prego non farne parola con lui, il mio caro bestione è già così preoccupato di suo che un motivo in più non gioverebbe affatto alla sua lucidità."
"Tranquilla, io gli copro le spalle!"
Lo sguardo di Mirtha si addolcì: "Ha ragione Pier, sei un cucciolo che morde, sono contenta che tu e Giorgio siate amici, penso che con te sia in buone mani".
"Mai quanto lo sia nelle tue!" l'affermazione fece arrossire la donna procurando a Giacomo un guizzo di piacere: "La pantera sa anche arrossire, un bel connubio di artigli e tenerezza".
Subito piccoli lampi apparvero nelle verdi iridi di lei e Giacomo pensò bene di tenere la bocca chiusa finché non giunsero alla macchina.
Un Giorgio impaziente li stava aspettando, la sua agitazione si poteva intuire dal piccolo ondeggiamento dell'auto sugli ammortizzatori che pur robusti, poco gradivano i continui movimenti dell'uomo che con la sua stazza occupava completamente la parte dell'abitacolo destinata al passeggero.
La solita flemma lo aveva abbandonato, non era affatto tranquillo vedendo la donna che amava e il suo nuovo amico allo scoperto sulla strada.
"Poi sarei io quello che ha ingoiato le molle?!" disse Giacomo mentre si accomodava sul sedile posteriore.
"Allora, che ci vuole per prendere un paio di depliants? Non potevate fare più in fretta? Non è divertente vedervi passeggiare allo scoperto pronti a essere impallinati come due beccacce!"
"Tranquillo caro, non c'era nessun pericolo, chi può sospettare di una coppia di fidanzati che entrano ed escono dall'ufficio informazioni?" Le parole e la carezza che Mirtha fece all'uomo ebbero un effetto rabbonente e Giorgio si rilassò riassumendo la solita espressione serafica: "Cosa avete saputo?"
Fu lei a rispondere: "Che qui vicino ci sono due monasteri con archi gotici, possiamo andare subito a vedere, se nessuno dei due corrisponde alle caratteristiche che hai indicato, con questi..." mentre mostrava la documentazione fornitale "Possiamo organizzare un giro di perlustrazione finché non troviamo quello che cerchiamo."
"Bene! Ora però fai guidare me e tu mi farai da navigatrice."
"Si caro!" entrambi scesero per effettuare il cambio.
Dopo che Giorgio si fu sistemato al posto di guida, Giacomo disse all'omone: "Mi raccomando! Non siamo su una pista, ricordi? Siamo una tranquilla e devota famigliola che vuole visitare i centri di culto rumeni." I loro sguardi s'incrociarono attraverso lo specchietto e Giorgio con un sorriso rispose: "Ehi per chi mi hai preso, so benissimo che questa è una zona pericolosa, sarò una lumaca! A proposito cosa avete detto per ottenere il materiale?"
Ancora una volta fu Mirtha a rispondere: "Che lui è un laureando in architettura e che per la sua tesi è in cerca di arte gotica."
"Molto bene! Secondo voi ha avuto il sospetto che non fosse vero? Non ti sarai tradito per caso?" rivolgendosi al ragazzo, sempre tramite lo specchietto.
"Chi, io? Ma se non ho detto nemmeno una parola, non conosco il rumeno!" poi fece per aggiungere qualcosa ma lo sguardo della donna lo fulminò e lui chiuse la bocca dando l'impressione di essersi offeso.
"Non credo proprio caro, anzi mi è sembrato che quella bella ragazza, benché sposata, stesse ammirando il nostro amico, ." Alle parole di lei ora fu Giacomo ad arrossire: "Ma cosa dici!" e fissandola negli occhi silenziosamente le comunicò: "Ok, mi hai reso la stoccata."
La macchina si scostò dal marciapiede e si avviò per uscire dalla città mentre Mirtha, cartina alla mano, indicava la direzione.
A Patrauti non ci fu nemmeno la necessità di fermarsi: dopo uno sguardo veloce Giorgio comunicò ai compagni di viaggio: "Non è questa, procediamo!" Prima che Mirtha potesse indicare la nuova meta, Giacomo con il naso appiccicato al finestrino posteriore esclamò: "Ma se non ci siamo nemmeno fermati, come fai a essere così sicuro?" la risposta fu secca: "Nessuna scritta sull'arco dell'ingesso, non è questa; poi ricorda, sono un'Aquila e come tutte le aquile..." "Hai la vista acuta" completò mesto il ragazzo.
La 'navigatrice' interruppe il dialogo: "Poco male, a dieci chilometri da qui c'è l'altro monastero indicatoci, si chiama Dragomirna, prendi a sinistra e torna sulla E85".
Dopo poco furono sulla laterale che permetteva l'accesso al monastero; Giorgio guidava piano, sembrava intimorito: il cuore gli batteva forte, erano arrivati. Aveva visto prima degli altri che l'arco di ingresso all'imponente struttura recava una scritta incisa. Proseguì lentamente come se cercasse un posto per parcheggiare il più vicino possibile alle mura; quasi con affanno scrutava la scritta e quando gli fu chiara strinse il volante così forte da farlo scricchiolare pericolosamente.
"Che c'è caro, non è nemmeno questa?" Mirtha e Giacomo non erano ancora riusciti a leggere l'incisione.
"No, è proprio questa!" nella voce si percepiva un'incrinatura "Dopo tanto tempo!" furono le uniche parole che l'uomo riuscì a dire tanto gli mancava il fiato per l'emozione; Giacomo, contagiato dall'atteggiamento dell'amico, si sporse dal sedile posteriore inserendo la testa fra i due passeggeri che gli stavano davanti: "Sei sicuro?" mentre si avvicinavano, con il dito Giorgio segui il disegno dell'arco e pronunciò: "Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam".
"Allora siamo arrivati, dai ferma la macchina, scendiamo e andiamo a vedere!" l'eccitazione di Giacomo fu delusa dalla manovra dell'amico: la macchina compì l'inversione passando vicino all'arco e si diresse di nuovo alla statale.
"Ehi, ma che fai? Hai detto che è quella la chiesa che stiamo cercando!" "Non è una chiesa, è un monastero" rispose la voce tornata placida e continuò: "Proprio perché è quella che non ci fermeremo ora, troviamo un posto dove alloggiare che sia abbastanza lontano da qui, vi lascio alla prima locanda o albergo che troveremo e poi tornerò indietro per vedere se riesco a incontrare i fratelli, non voglio che corriate pericoli, in più devo presentarmi da solo, non posso avere un seguito."
"Te lo scordi caro mio, noi veniamo con te!" Mirtha stava sfoderando gli artigli.
"Già, non ti liberai di me così facilmente!" esclamò Giacomo rincarando la dose.
Come il capitano di una nave che assiste a un ammutinamento Giorgio alzò una mano per tacitare i due ribelli, non fece nemmeno in tempo ad aprire bocca che la ragazza lo bloccò: "Ragiona, l'ansia di proteggerci ti fa perdere la lucidità, noi siamo la migliore copertura che puoi avere, quando sarà il momento ti lasceremo solo, ma fino a quel momento dobbiamo dare nell'occhio il meno possibile, siamo la devota famigliola, ricordi?" L'ultima parte la pronunciò rifacendogli il verso per la frase che lui aveva detto poco tempo prima alla caffetteria.
"Inoltre potrò guardarti le spalle, nel caso ci fossero pericoli! Stando lontano non potrei fare niente e poi ora anch'io sono un'Aquila" Giacomo mentre parlava stava esibendo il fregio che una volta era stato di Amedeo.
"Quando si ha a che fare con le teste dure..." fu lo sconsolato commento dell'uomo mentre riportava l'auto a imboccare di nuovo la E85.
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MessaggioInviato: 03 Ott 2014 04:48    Oggetto: Rispondi citando

Sempre più scombussolato sia per il sonno intermittente che per i cupi pensieri che gli affollavano la mente, si presentò a colazione.
Da uno dei tavolini il suo 'persecutore' si stava sbracciando indicandogli il posto vuoto di fronte a sé: "Venga, venga amico mio, le ho tenuto il posto."
Con un sospiro di rassegnazione fece un cenno con la mano per indicare all'uomo di attendere, si avvicinò al ricco buffet che presentava tutte le possibilità di colazioni internazionali, invece di optare per la classica colazione alla francese: caffè, succo d'arancia e croissant scelse un'invitante 'poale in brau' la sfogliata a base di formaggio.
Si sedette al posto indicatogli e alla cameriera ordinò un tè forte.
Appena ebbe preso posto il suo dirimpettaio iniziò a sommergerlo di parole, con la mente oscurata dal sospetto iniziò a scrutarlo per capire se fosse effettivamente solo fastidioso o se un gesto, un'espressione involontaria lo indicassero come un nemico.
L'altro prese il suo silenzio e lo sguardo indagatore come sintomo di un malessere e gli si rivolse con l'aria preoccupata: "Ha dormito bene? Ha una faccia! Magari la sto infastidendo..." lasciando la frase in sospeso e trattenendo un poco il fiato aspettandosi una risposta affermativa.
Riscuotendosi dai suoi pensieri cercò di tranquillizzarlo: "No, non si preoccupi, non sono abituato a cambiare letto e ho bisogno di almeno due notti per..." pensando di riuscire così sviare l'altro e non dargli modo di capire che lo sospettava.
"Eh già, capisco! E' successo anche a me nel primo viaggio, ma non si preoccupi dopo un po' ci si fa l'abitudine, piuttosto si è fatta un'idea precisa di dove andare, oggi pomeriggio saremo a Suceava e..."
Il sospetto tornò più forte che mai, la tensione gli fece stringere con maggiore forza il manico della tazza con la quale stava bevendo, cercò di calmarsi e di rispondere in modo indifferente: "No, non ancora, non sono abituato a fare programmi quando devo andare in un posto che non conosco, di solito cerco di orientarmi quando sono sul luogo e ho scoperto le sue caratteristiche, confrontandole con le informazioni che ho estratto dalla documentazione raccolta nel frattempo." - Bugia grossa come una casa, ma voleva andare sul sicuro e non lasciare trasparire le sue intenzioni - e continuò: "Cercherò un tourist information che mi possa fornire una documentazione più aggiornata di questa" concluse indicando il pacco di opuscoli che nascondevano l'onnipresente taccuino.
"Ah, non c'è problema! Non dovrà neppure affaticarsi a trovarlo, quando arriveremo a Suceava il nostro autobus si fermerà al centro di raccolta, è quasi al centro della città, di sicuro raggiungere l'ufficio informazioni sarà una passeggiata di poche centinaia di metri, tutto è organizzato per far fluire più rapidamente possibile la massa di persone, siano essi turisti o pellegrini, e indirizzarli verso le località che vogliono visitare, poi visto che il fratello del suo amico è una persona importante, c'è anche il caso che sia così conosciuto che la potrebbero indirizzare direttamente da lui al monastero che gestisce.
La convinzione a cui era giunto il suo interlocutore scaturiva dalla bugia che Gerard gli aveva propinato quando si erano conosciuti: il fratello di un amico al quale doveva fare un presente e che risiedeva in un monastero; da quel momento l'altro si era convinto che se una persona così a modo si scomodava così tanto per fare un piacere all'amico, il destinatario del presente doveva essere per forza una persona importante. Gerard iniziò a pensare all'altro come un sempliciotto un po' fastidioso che, nel cercare di rendersi utile a tutti i costi, era convinto di guadagnarsi qualche punto in più per il paradiso.
Questo fece sì che la tensione si allentasse, la voce della ragione gli diceva che poteva essere tutta una messinscena, quella del cuore il contrario, mentre l'altro continuava a blaterare cercò una soluzione che mettesse d'accordo le due voci contrastanti che gli creavano quell'incertezza.
Riportò l'attenzione alle parole dell'altro sentendo la fine della frase: "... di sicuro il nostro capo comitiva saprà indirizzarla al meglio..." con un sorriso - la soluzione era arrivata - lo interruppe: "La ringrazio caro amico, i suoi consigli sono stati veramente preziosi, mi farò indicare un albergo e poi con comodo farò le mie ricerche, magari il maître potrà darmi le stesse informazioni che mi darebbero al tourist information e forse anche di più".
Gonfiando il petto come un tacchino l'altro sorrise di rimando: "Ho compiuto la mia buona azione" gli si leggeva sul viso; la colazione terminò in silenzio, ognuno dei due immerso nei propri pensieri, entrambi avevano avuto la propria soddisfazione.
Il tedio del viaggio della durata di quasi sette ore fu rotto dal frugale pasto servito a bordo e composto da panini e bibite assolutamente analcoliche.
Alle quindici finalmente arrivarono; i pellegrini vollero stringergli la mano - tutti quanti! - per ultimo il capo comitiva che messo al corrente dal buon samaritano delle sue intenzioni di trovare un albergo, lo indirizzò all'albergo Rezidenz che distava appena duecento metri dalla stazione ferroviaria, punto di raccolta e smistamento turisti.
Ringraziando calorosamente e con la mano un po' indolenzita si avviò nella direzione indicatagli, non aveva nessuna intenzione di andare in albergo e appena fu fuori vista, imboccò una laterale.
Trovato un edificio che presentava il portone con una rientranza, vi si appoggiò con l'aria di essere in attesa di qualcuno, nascosto nell'ombra della colonna controllò che nessuno lo seguisse, trascorsi dieci minuti si avviò con passo sicuro verso il turist information il cui indirizzo era segnato sul suo prezioso taccuino.
Jasmina vide entrare un bell'uomo, molto distinto che le si rivolse in un rumeno quasi perfetto: "Buon giorno signorina, sto cercando informazioni sui monasteri di questa zona così famosi in tutto il mondo, potrebbe fornirmi della documentazione per organizzare il mio giro?"
Stupefatta dalla compostezza, così diversa dalle richieste arroganti dei turisti, rimase per un attimo interdetta, ma la professionalità ebbe il sopravvento: "Ma certo, se mi volesse indicare delle preferenze potrei fornirle la documentazione più ridotta, ma adeguata alle sue esigenze" "Oh, certo!" fu la risposta "Mi interessano monasteri la cui architettura presenta degli archi, possibilmente gotici".
A quella richiesta Jasmina sentì un piccolo brivido: nel giro di due giorni era la terza persona che le faceva la stessa richiesta anche se con motivazioni diverse, l'ombra del sospetto le attraversò lo sguardo, fu solo un piccolo lampo che non sfuggì a Gerard, allarmato e per fugare ogni dubbio si affrettò ad aggiungere: "Me ne hanno parlato così in tanti che la mia curiosità è stata stimolata, ma non è importante, infatti sono più interessato ai dipinti, agli affreschi, mi interessano le tecniche di pittura adottate per la loro conservazione e so che alcune raffigurazioni hanno quasi cinquecento anni, il periodo era quello degli archi gotici, un po' tardo a dire la verità, ecco il perché della mia richiesta".
Fugato ogni dubbio, Jasmina si rilassò: era uno studioso e dandosi della sciocca iniziò a elencare le località più importanti che potessero servire ai suoi studi: "Ma certo, i più importanti monasteri sono quelli di Arbore, Humor, Moldovita, Rasca, Sucevita, Voronet, Patrauti; ah, dimenticavo Dragomirna, ma gli affreschi sono solo dietro l'altare maggiore" nel menzionare i monasteri visitati quando aveva accompagnato Jorge sentì di nuovo 'le farfalle nello stomaco' riuscendo con uno sforzo a non far trapelare quell'emozione così languida.
"Esistono delle cartine, degli opuscoli, itinerari?" "Oh sì, ecco qua" e dai vari contenitori specifici estrasse ciò che le era stato richiesto: illustrazioni, una cartina e l'elenco degli alberghi vicini a ognuna delle località menzionate.
"Che servizio impeccabile e che gentilezza, lei sprigiona - mi permetta di dirlo - un calore insolito che agevola la predisposizione d'animo e ricorda i veri valori, soprattutto quello dell'ospitalità, non arrossisca la prego, le assicuro che sto dicendo la verità."
Con il viso color porpora Jasmina aprì la bocca ma non emise alcun suono, la salivazione le si era di colpo interrotta e non riuscendo a profferire parola si limitò a sorridere.
Gerard le sorrise a sua volta e avviandosi verso l'uscita la salutò con: "Non cambi mai signorina, si mantenga sempre così e avrà una vita felice".
Quando si ritrovò in strada si dette da fare per trovare un mezzo di trasporto, non aveva volutamente chiesto nessuna informazione all'impiegata per evitare di lasciare tracce.
Poco distante vide un noleggiatore e congratulandosi con l'organizzazione cittadina si apprestò a fornirsi di ciò che gli serviva.
A bordo della Dacia Supernova che gli avevano fornito, ebbe un piccolo attacco di nostalgia: quello era il primo modello prodotto dopo che la casa automobilistica rumena fu acquistata dalla Renault, il pensiero del suo paese di origine gli fece tremare i polsi, ma la missione e la sua importanza ebbero il sopravvento, scuotendo la testa e consultando la cartina si avviò per uscire dalla città.
Nella piazzola in cui si era fermato si apprestò a organizzarsi, consultando cartina e illustrazioni scoprì che i due monasteri più vicini erano quelli di Patrauti e Dragomirna, il primo, piccolo, aveva un bell'arco gotico che ne costituiva l'entrata, il secondo era molto più imponente, un complesso circondato da alte mura il cui perimetro era intervallato da torrioni, quello più grande costituiva l'ingresso principale con l'entrata a forma di arco più tondeggiate che gotico finemente alleggerito dell'apice acuto tipico di quell'architettura era sormontato da un affresco che rappresentava tre figure; decise che quelle sarebbero state le prime due tappe, l'indomani se la ricerca non avesse dato i suoi frutti, avrebbe organizzato le visite agli altri citati nell'elenco fornitogli.
Con il cuore più leggero si avviò sulla E85.
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GrayWolf
Dio maturo
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MessaggioInviato: 20 Ott 2014 03:12    Oggetto: Rispondi

Dormire in macchina non era mai stato un problema.
L'allenamento e gli istruttori glielo avevano insegnato: "Dormi quando puoi, dove puoi, non sai quando ti ricapiterà l'occasione".
La station vagon noleggiata con i sedili reclinati si era rivelata un ottimo e quasi comodo giaciglio.
Ora, dopo aver occultato la vettura in una macchia di alberi poco distante, stava accovacciato dietro la siepe della pensione; l'intento era quello di capire le mosse del suo obiettivo, doveva rimanere invisibile se voleva raggiungere il suo scopo. La rugiada gli infradiciava i pantaloni alle ginocchia, ma questo non gl'importava, l'erba bagnata gli aveva permesso di avvicinarsi nel più assoluto silenzio e dal suo punto di osservazione poteva vedere l'ingresso principale, sicuramente il suo uomo sarebbe uscito dal lì.
Sentì la fronte imperlarsi di sudore quando qualcosa di gelido si appoggiò alla sua gola, il disagio - generato da un timore che non aveva mai provato - s'impossessò di lui quando sentì una frase bisbigliatagli all'orecchio: "Cabron dime ¿que estás haciendo aquí?" un disagio che gl'impediva di rispondere pur capendo il senso della domanda.
Si alzò lentamente evitando qualsiasi mossa brusca, nonostante il cauto movimento ciò che gli premeva sulla gola non allentò minimamente la sua pressione.
Sempre molto lentamente alzò le mani all'altezza delle spalle dicendo: "Calma, amico! non è come pensi" pronunciando la frase in un rumeno fluido.

Si era accorto che qualcosa non andava fin da quando era sceso dal treno; una vita vissuta costantemente nel pericolo gli aveva acuito i sensi fino a crearne uno ulteriore: la sua mente era in grado di registrare, ormai in modo automatico, anche la più piccola variazione in ciò che lo circondava; una capacità acquisita che più di una volta gli aveva salvato la vita, lo avvertiva facendo scattare un 'campanello' e anche se non riusciva a coglierne immediatamente il significato, l'allerta diventava più forte rimanendo in attesa del prossimo indizio o scartando la prima impressione se non si verificava un seguito.
Erano stati dei flash: un'immagine riflessa in una vetrina, un viso tra tutte le persone che transitavano in una piazza, una macchina ferma per parecchio tempo con un occupante e per ultimo, una macchina che li aveva seguiti con discrezione. Mentre viaggiavano, senza darlo a vedere alla sua accompagnatrice, periodicamente aveva cercato di intravvedere attraverso lo specchietto il viso del guidatore della macchina inseguitrice, per quanto fosse vago nei riflessi del crepuscolo che colpivano il parabrezza corrispondeva ai flash precedenti, ma nonostante questo non era riuscito a collocarlo in un luogo e tempo precedenti la mattina del giorno prima, era certo del suo sospetto e questo gli bastava: sicuramente sarebbe stato un nemico in meno.
Non era ancora l'alba quando era uscito dalla sua camera e confondendosi con le ombre della notte, aveva iniziato a esplorare i dintorni, in un viottolo oltre una roggia aveva visto e riconosciuto la macchina, era parcheggiata a ridosso degli alberi, i finestrini appannati non fornivano l'informazione se fosse occupata o fossero imperlati a causa dell'umidità notturna. La pazienza non gli mancava, poco lontano una massa di arbusti faceva al caso suo, si era accomodato incurante dell'erba fradicia e in attesa, sicuro che l'altro, avendo visto che la sera precedente era rimasto appiedato perché la macchina con cui era stato accompagnato se ne era andata, si sarebbe messo in movimento in tempo per intercettarlo all'uscita della pensione; se poi si fosse trattato di un falso allarme poco male, una sveglia e una passeggiata nel pieno della notte era ben poca cosa rispetto alla 'fatica' di eliminare un nemico.
Alla prima luce l'occupante era uscito dal mezzo, qualche esercizio con movimenti fluidi per sciogliere i muscoli e poi si era avvicinato di soppiatto alla siepe dalla quale poteva controllare l'ingresso dell'edificio; i denti scoperti in un ghigno feroce, la presa salda sulla navaja che si era materializzata nella mano, camminando in silenzio come il suo avversario, era arrivato alle spalle della figura accovacciata.

"Ah, sì! E cosa penso?" passando dallo spagnolo al rumeno.
"Che io sia un nemico, ma ti sbagli, siamo dalla stessa parte, dovremmo essere amici".
"In questo momento l'unico amico che ho è quello che ti taglierà la gola" la pressione che accompagnò le ultime parole si accentuò e un rivolo di sangue iniziò a infradiciare il colletto del ragazzo.
"Hei!"
"Dì addio al mondo, cabron!"
"Aspetta, voglio farti farti vedere una cosa..." cercando di abbassare la destra scossa da un tremito.
La pressione della lama non diminuì "Cosa puoi avere che mi faccia cambiare idea?"
"Posso muovermi?" mentre sentiva il sangue che continuava a scorrere.
"Molto lentamente e solo con la sinistra".
"Non sai se sono mancino"
"Ho buoni occhi, non avresti abbassato la destra"
"Potrei aver finto".
"In questo caso saresti morto" la pressione sulla gola non accennava a diminuire.
Con la sinistra e con la fatica dovuta dalla situazione, armeggiando sul risvolto interno del giubbotto riuscì a staccare il fregio d'argento che emise un barbaglio riflettendo i raggi del primo mattino.
Alla vista di quell'oggetto che riteneva sacro, ma senza diminuire la pressione del coltello sulla gola dell'altro esclamò: "Come hai fatto ad averlo?"
"È mio!"
"Tuo? Fatti vedere!" così dicendo gli permise di girarsi ruotando la navaja in modo che fosse puntata alla carotide.
Il vederlo in viso - ora chiaramente - lo colse di sorpresa, tutti i pezzi andarono a posto: era il ragazzo dell'aeroporto, quello che gli aveva passato la busta, erano davvero dalla stessa parte, erano commilitoni nella stessa missione.
La navaja si chiuse con uno scatto secco e come era apparsa sparì nel fodero speciale.
"Ehi, che aggeggino!"
"Non è l'unico!" il ghigno ora era un sorriso quasi amichevole ma a Roberto sembrava sempre quello pericoloso di un lupo, gli occhi dell'altro non lo lasciavano un istante e al ragazzo parve che fossero ancora velati dall'ombra del sospetto.
"Cosa ci fai qui? Il tuo compito è finito all'aeroporto, perché mi hai seguito?"
"Curiosità, non mi va di essere un semplice fattorino, mi hanno fatto una testa così - e non solo quella - voglio capire cosa c'è sotto".
"Il mio maestro mi ha detto che siamo parte di un disegno più grande di noi, anch'io sono un fattorino, devo consegnare la busta e il mio compito finisce lì, il lavoro è fatto, poi spetterà ad altri concludere la faccenda che nemmeno conosco, se non so non posso dire!" ancora quel sorriso feroce all'idea che eventuali torturatori non potessero cavargli niente di bocca e lui sarebbe morto con la soddisfazione di lasciarli a becco asciutto, ma prima di effettuare la consegna guai a chi gli avesse attraversato la strada, sarebbe stato capace di farsi saltare in aria con busta e nemici se le cose si fossero messe davvero male; dopo la consegna niente avrebbe più avuto più importanza, con lama o esplosivo avrebbe risolto qualsiasi problema che si fosse frapposto tra lui e la sua famiglia.
La tensione si era allentata, Jorge porse un fazzoletto così che il ragazzo potesse tamponarsi la ferita, Roberto capì che quello era il massimo delle scuse che avrebbe ricevuto, quell'uomo lo affascinava e lo impauriva contemporaneamente.
"Come ti chiami?"
"Jorge"
"Io sono Roberto" alzando la destra.
"Bien!" ignorando completamente il gesto di amicizia, non l'aveva ucciso e questo bastava.
"Andiamo a fare colazione" avviandosi verso la pensione.
Roberto lo seguì come un cucciolo adorante.
Stavano consumavano la colazione, Roberto con dolci e caffè mentre Jorge, che con la sua solita ordinazione aveva stupito la cameriera, si stava rifocillando con un sostanzioso piatto a base di maiale, uova, birra e caffè, un'abitudine inveterata: mangia quando puoi, non sai quando ti ricapiterà, ma la sua non era il frutto di un allenamento, a differenza del ragazzo nessuno istruttore glielo aveva mai imposto, era il risultato dell'aver vissuto - per buona parte della vita - alla macchia, il suo passato di militante nell'organizzazione terroristica spagnola aveva contribuito ad allenarlo.
All'improvviso con una nota beffarda nella voce esclamò: "Non sei un grande pedinatore!"
L'altro arrossendo lievemente si strinse nelle spalle: "Che vuoi, la mia specialità è un'altra".
"Quale sarebbe?"
"Il furto, alcune volte improvvisando, altre con la ricognizione per come agire in sicurezza, ma nonostante tutte le mie cautele il caro Edgar Stomp mi ha pizzicato, era un grand'uomo, mi ha tolto dalla strada, mi ha fatto istruire, mi ha fatto allenare con il solo scopo di andare dal punto A al punto B cioè all'aeroporto dove ti ho incontrato e consegnato la busta, a quel punto dovevo sparire il mio compito era finito, come hai detto tu, il lavoro era stato fatto; non mi bastava, dopo averti consegnato la busta ricordo di aver pensato che forse da qualche parte e scritto in piccolo fosse stabilito che io disobbedissi agli ordini, per cui eccomi qua".
"E qua resti, la mia missione la concludo da solo!" come al solito Jorge si preoccupava dell'incolumità di chi gli stava vicino e quel ragazzo snello, ormai inquadrato come testardo e scavezzacollo anche se pieno di coraggio poteva rimetterci la vita: un 'danno collaterale' se lui avesse dovuto ingaggiare un'azione come quella di Tecuci, i nemici non scherzavano e l'agilità da gatto che aveva notato nei movimenti di Roberto di certo non l'avrebbero salvato da spietati assassini.
"Hei, amico! Non puoi farmi questo, non puoi lasciarmi qui, potresti aver bisogno di me!" lo smarrimento gli aveva offuscato gli occhi.
A quell'uscita Jorge scoppiò in una risata: "Non ho mai avuto bisogno di nessuno e qui c'è la pelle in gioco, lascia perdere ragazzo, la tua missione è finita, vattene finché sei ancora in tempo!"
"No, non me ne vado! Ti seguirò anche in capo al mondo" nei suoi occhi allo smarrimento si era sostituita una determinazione ferrea e lampi di rabbia gli attraversavano le iridi.
C'era forza in quell'esclamazione e Jorge riconobbe in lui il proprio ardore, a malincuore dovette ammettere che quel ragazzo gli piaceva.
"Va bene! ma te ne starai lontano e al primo accenno di pericolo ti dilegui, siamo intesi?"
"Promesso!"
"Allora qua la mano amigo, estamos en la misma empresa".
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