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GrayWolf
Dio maturo
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Residenza: ... come frontiera i confini del mondo...

MessaggioInviato: 09 Lug 2006 01:57    Oggetto: Rispondi citando

La forzata attesa nel cambio di treno e il viaggio in uno scompartimento vuoto l'avevano rinvigorito; pur con i sensi sempre all'erta, aveva potuto dormire: sia l'attesa che il sonno, avevano permesso che il flusso di adrenalina, innalzatosi vertiginosamente per l'avventura con i due a Tecuci, tornasse a livelli normali.
«¡Dos cabrones en menos sobre la cara de la tierra!» disse fra se sentendosi rinfrescato dall'aria frizzante del primo mattino che percepì sul viso scendendo dal treno. Per un attimo il suo sguardo si oscurò: stava pensando al nuovo nemico, al mandante dei due sicari che aveva eliminato a Tecuci: «¡Señor Rondel tienes los días contados, palabra de Jorge!». Quest'ultimo pensiero lo rallegrò e sul suo volto tornò il sorriso, uno di quei sorrisi che, per chi lo conosceva bene, non promettevano niente di buono. L'orologio della stazione segnava le sette e trenta: troppo presto per iniziare le sue ricerche ma non per fare colazione. Entrò nel buffet della stazione e ordinò un piatto sostanzioso a base di maiale, uova, birra e caffè; il barista lo guardò stralunato, si aspettava un'ordinazione a base di dolci e caffè ma, avendolo inquadrato come turista, non sollevò nessuna obiezione, l'ordinazione era stata fatta in un romeno stentato, con un forte accento straniero, si allontanò borbottando sulle strane abitudini della gente che non sapeva distinguere la colazione da un pranzo. Jorge che capiva benissimo ogni parola, ridacchiò sotto i baffi, avendo un'ulteriore prova che la sua finzione aveva avuto ancora successo. In un attimo di nostalgia pensò alle parole del suo maestro: «Un lupo che si veste da agnello può stare nel gregge, senza avere problemi dai pastori o dai cani, l'importante è che non perda i denti e il cuore: un lupo è sempre un lupo e tale deve rimanere».
Consumò la colazione con soddisfazione, certo, avrebbe preferito un piatto di leche frita, preparatogli da Katrina con tanto amore, però andava bene lo stesso: ora si sentiva veramente pronto a portare a termine la sua missione.
Uscito dalla stazione, si fermò a riflettere a come doveva iniziare la sua ricerca senza dare eccessivamente nell'occhio. Il barista del buffet gli aveva dato un'idea: doveva comportarsi come un turista che si trovava per la prima volta in quella città.

Come tutte le mattine alle otto e trenta, Iasmina, aprì la porta dell'ufficio informazioni per turisti, le si prospettava un'altra giornata noiosa, fatta di indicazioni delle strade,dei negozi e dei monumenti da visitare, di distribuzione delle brochures di alberghi o pensioni, di consigli per trattorie e ristoranti.
Pochi, ricevute le informazioni, ringraziavano, lei era lì per quello no?! e allora perché ringraziare, in fondo loro portavano contante e di conseguenza benessere, una calorosa accoglienza e un servizio informazioni efficiente era quello che si aspettavano. Mai che avesse visto negli occhi di qualcuno comprensione per lei, per la fatica che faceva ad essere sempre sorridente, sempre gentile, sempre disponibile a capire le loro esigenze anche se espresse in una lingua straniera. A venticinque anni, una bella ragazza - così veniva definita da molti suoi coetanei - sentiva la necessità di apprezzamento, di riconoscimento per quello che faceva, invece era considerata alla stregua di un'appendice del bancone, al quale si appoggiavano per chiederle questo e quello. Qualcuno, fra i giovani, faceva "il lumacone" cercando di strapparle un appuntamento ma le loro intenzioni erano così chiare che la nauseavano; lei rifiutava regolarmente ma sempre con un sorriso e mostrando la fede che portava all'anulare sinistro, non era sposata quello era l'anello di sua nonna, lei lo portava come se fosse suo e costituiva un ottimo deterrente per quelli più insistenti; si avviò con un sospiro al suo posto dietro il bancone in attesa del primo "questuante" - così lei si divertiva a definire tutti quelli che entravano per chiedere informazioni -.

«Señorita por favor, avrei bisogno di alcune informazioni» la voce calda e gentile la distolse dalla lettura del documento che stava esaminando, alzò gli occhi e incrociò uno sguardo penetrante fatto di due occhi neri come il carbone.
«Ma certo, mi dica di cosa ha bisogno» cercando di nascondere dietro un sorriso il momento d'imbarazzo per aver pensato: «Che bell'uomo!» contemporaneamente, non vista, si sfilò la fede della nonna.
«Ho un piccolo problema, devo visitare una vecchia zia che è suora in un convento, ma de mmm... estúpido ho perso el papel con la direcciòn, si insomma, la carta con..."
«L'indirizzo?» terminando la frase per lui
«Si, ecco proprio così!», rivolgendole un sorriso cordiale.
«Ma certo, se si ricorda il nome del convento saprò indicarle la strada».
«Il problema è proprio questo: non ricordo il nome...».
«Ahi ahi, allora è proprio un problema, non sarà facile: in questa zona ce ne sono parecchie di costruzioni che ospitano ordini religiosi».
Jorge non voleva demordere, qualsiasi altro tipo di ricerca avrebbe potuto insospettire qualcuno, doveva continuare a sostenere la parte del turista un po' imbranato che non sa che pesci pigliare.
«Allora proprio lei non può proprio aiutarmi?» assumendo un'aria scoraggiata e delusa.
Le veniva da ridere vedendo l'aria smarrita e la conseguente grattata di testa, si trattenne dal farlo e rispose: «Se potesse darmi qualche indicazione, forse riusciamo a individuare di quale convento si tratta; ah! detto per inciso: qui si chiamano monasteri»
«Ah ecco, monasteri... mmm è vecchio»
«Ah, se è per questo sono tutti vecchi, tutti costruiti nell'arco di più o meno duecento anni: dai primi del quindicesimo secolo ai primi del diciasettesimo»
«E' vicino alla città, a questa città»
«Dunque vediamo, qui intorno ci sono: a sud Rasca e Probota; a nord Patrauti e Dragomirna, a ovest Humor e Voronet»
Jorge scuoteva la testa confuso, quei nomi non gli dicevano niente, il suo viso faceva delle smorfie comiche di incomprensione.
Iasmina cercava in tutti i modi di cancellare quell'aria perplessa dal viso di questo gentile visitatore, si stava appassionando e provava un po' di tenerezza nel vedere la sua confusione.
«Qualche altra informazione?»
«C'è un grande arco» mimando con le mani un arco in stile gotico, non voleva nemmeno accennare all'iscrizione incisa sull'arco, memore delle parole del suo maestro: «Anche la persona più innocua può essere un pericolo per la tua missione»
«Mmm... potrebbe essere l'ingresso di Patrauti o quello del muro di cinta di Dragomirna»
«¿cuántas están lejanas?, quanto sono lontane?»
«Non si preoccupi di tradurre, conosco lo spagnolo. Non molto una quindicina di chilometri»
«¿Ay bien, por favor, dónde puedo alquilar un coche o una bicicleta?»
A Iasmina, l'uomo era simpatico, sembrava perso e le faceva sempre più tenerezza, la frase uscì dalle sue labbra in modo totalmente indipendente dalla sua volontà e dalle ferree regole che s'era imposta:
«Se può aspettare che finisca l'orario di lavoro, dopo le diciassette se vuole, l'accompagno io»
La guardò con quello sguardo penetrante che la imbarazzava un po'; subito dopo aver pronunciato la frase si pentì di averlo fatto e fece per aggiungere qualcosa quando lui, sorridendo come un fanciullo, le disse:
«Davvero lei farebbe questo per me, davvero non le costa accompagnarmi? La sua gentilezza è pari solo alla sua bellezza, dovrebbero esserci più persone come lei!»
Arrossendo imbarazzata dal complimento lei si schermì dicendo: «A dopo le diciassette allora, l'aspetto qui davanti!»
«¡A esta tarde, hasta luego!» e si avviò all'uscita.
Lei lo guardò uscire con quel passo elastico che chissà perché, le ricordava una volpe.

Il sole del mattino, gli parve più caldo di quello che era, una copertura magnifica: chi poteva sospettare di una coppia che in macchina andava in visita a un monastero? Mentre faceva questa considerazione, istintivamente accarezzò il fregio appuntato all'interno della sua sahariana di panno e poi si assicurò che la busta fosse ben protetta nella tasca interna.
Tutto filava liscio: avrebbe trovato una locanda, si sarebbe "sganciato" dalla ragazza con la scusa di far visita alla vecchia zia il mattino dopo, con la possibilità di muoversi in tutta libertà per l'incontro che avrebbe terminato la sua missione.
Con questi pensieri si accinse a scoprire la città.
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MessaggioInviato: 13 Lug 2006 07:04    Oggetto: Rispondi citando

Il telefono continuava a squillare, senza interruzione. Era un vecchio apparecchio di bachelite nera, installato a muro, nel corridoio al primo piano di un'isolata casa di campagna. Il proprietario l'aveva collegato ad una suoneria supplementare, posizionata sul muro esterno della casa, poco al di sopra della porta d'ingresso. Il suono era molto penetrante, e poteva essere udito ad un discreta distanza. Un'altra suoneria era stata sistemata all'interno del grosso capannone di lamiera, in gran parte arrugginito, che delimitava un lato dell'ampio cortile. Gli altri lati erano segnati dalla casa, dalla stalla e dalla rimessa degli attrezzi. Questi ultimi edifici erano stati edificati in muratura, ma il loro stato di conservazione non era migliore di quello in cui si trovava il capannone.
La seconda suoneria supplementare, aiutata nel suo compito da un lampeggiante rosso, fu quella che attrasse l'attenzione di uno degli abitanti della casa.
Dopo una ventina di secondi, il rumore di passi affrettati che salivano i gradini di legno della scala interna riempì il silenzio della casa. Pochi istanti dopo, una massa di lunghi e lisci capelli biondi raggiunse il livello del pavimento del primo piano; l'istante successivo, la snella figura della giovane donna percorse la prima parte del corridoio e sollevò la cornetta del telefono.
?Non ne posso più di fare queste corse ogni volta che squilla il telefono? pensò la donna, mentre portava la cornetta al viso.
Fino a qualche anno prima, ai tempi dell'economia pianificata, nessuno poteva permettersi due apparecchi telefonici: i costi e soprattutto le tasse sarebbero stati troppo alti. L'unica soluzione praticabile era disporre suonerie supplementari nei punti più distanti della fattoria, ma ciò comportava veloci corse verso la casa. Negli ultimi anni, con la caduta del regime e l'avvento dell'economia di mercato, molte cose erano cambiate: quasi tutti avevano i telefoni cellulari, ed anche un secondo telefono fisso non era più considerato un lusso. D'altronde, tutte le persone che avevano interesse a contattarli erano a conoscenza della situazione, ancora molto comune nelle case in campagna, e facevano squillare il telefono a lungo.
«Gabriela» disse, con voce rotta dall'affanno.
«Devo parlare con suo padre» esordì una voce dura e scortese, che non si presentò. Non sembrava una richiesta, ma un ordine.
«Non c'è: è in ospedale, ieri si è lussato una spalla. Ne avrà per qualche giorno» Gabriela aveva riconosciuto l'interlocutore, ed ogni volta che aveva necessità di scambiare qualche parola con quell'uomo provava un senso di disagio. Decise di non dirgli niente di più del necessario, ed attese.
«E' indispensabile che faccia un lavoro per noi. Lo vada a prendere e lo riporti a casa immediatamente»
«Volete che piloti?»
«Si, certamente»
«E' impossibile» rispose d'istinto, poi si accorse di aver parlato in modo troppo repentino ed addolcì il diniego con le necessarie spiegazioni. Era gente pericolosa, e lei lo sapeva tanto quanto suo padre. Non si poteva disobbedire, né dire loro di no senza subirne le conseguenze. «Lo stanno ingessando, e non sarà in grado di muovere il braccio destro. D'altra parte, anche senza ingessatura non potrebbe fare sforzi di alcun tipo»
«E' indispensabile che piloti, oggi. Non me lo faccia ripetere»
La donna sentì un brivido correrle lungo la schiena. Non voleva spingere quell'uomo a fare delle minacce e, tutto sommato, quell'ultima frase lo era, anche se velata.
«Deve fare un trasporto?»
«No, questa volta no. Deve fare una...perlustrazione»
«Cioè...deve cercare qualcosa?»
«Deve cercare qualcuno, individuarlo ed avvertirci»
«Deve superare il confine?»
«No»
«Posso farlo io; lei sa che sono in grado di pilotare tanto quanto mio padre» Disse quelle parole malvolentieri; fino ad allora era sempre riuscita a tenersi al di fuori dei rapporti tra suo padre e quell'uomo, ma quella era una situazione d'emergenza. A quanto pareva, avevano assolutamente bisogno di loro, ed un rifiuto avrebbe causato delle conseguenze molto più spiacevoli dell'accettare di aiutarli.
«Va bene. Deve decollare immediatamente, e dirigersi nella zona di Suceviţa. Utilizzerà il monastero come fulcro delle sue ricerche, postandosi verso tutte le direzioni e controllando tutte le strade, tranne quella che porta a Campulung Moldovenesc»
«Cosa devo cercare?»
«Un uomo, da solo, alla guida di una motocicletta. Non è un turista, ma potrebbe comportarsi come tale, per mimetizzarsi; la moto è una vecchia Java con targa della provincia. Ha qualcosa per appuntarsi il numero?»
«Si, un attimo» Gabriela allungò il braccio verso il tavolino appoggiato alla parete del corridoio, e scrisse su un taccuino i dati che l'uomo le stava dettando.
«Se lo individuerò, cosa dovrò fare?»
«?Quando? lo troverà» replicò la voce, sottolineando leggermente il termine. L'ordine era fin troppo chiaro: un fallimento non era previsto. «Ci chiamerà immediatamente dal cellulare e ci darà la sua posizione. Continuerà a seguirlo e ad aggiornarci sui suoi spostamenti, finché non saremo intervenuti noi»
«Va bene. Decollerò tra pochi minuti»
«Controlli sia le strade principali sia quelle secondarie. Se non lo trova nelle altre direzioni, lo cerchi anche sulla strada che porta a Campulung Moldovenesc: un quarto d'ora fa era nel monastero di Suceviţa, e potrebbe aver deciso di tornare indietro.»
«Si, faro' come ha detto»
«E' l'incarico più importante tra tutti quelli che abbiamo affidato a suo padre: cerchi di non deluderci. Attendiamo sue notizie» fu la frase di commiato, e la comunicazione venne interrotta.
Gabriela rimase per alcuni secondi a fissare la parete di fronte a sé, ancora incredula del dialogo che era appena terminato. Aveva sempre disapprovato i rapporti illeciti che univano suo padre a quella gente, ed in un paio di minuti si era legata a loro, probabilmente per il resto della vita. Non era gente che si potesse abbandonare, dicendo loro semplicemente «Ho deciso di smettere: cercatevi qualcun altro».

Mitica Rotanu era una brava persona, e non avrebbe mai fatto del male a nessuno. In realtà, si chiamava Mihail, nome che a Bucureşti, la loro città di origine, veniva tuttora trasformato nel diminutivo ?Mitica?. Si era trasferito, giovane e squattrinato, con la moglie appena sposata, in una delle zone più a nord della Romania, tra le più belle e suggestive, nei pressi di Suceava. Aveva iniziato con i lavori più vari, ed era stato anche un buon meccanico. Nei pressi della città era situato un piccolo aeroporto, e lui aveva iniziato a frequentarlo. In breve tempo era diventato il meccanico più apprezzato per la manutenzione e la riparazione dei pochi piccoli aerei che operavano nella zona. Il passaggio da meccanico a pilota non fu breve, ne' semplice: impiegò un discreto numero di anni, dapprima prendendo improvvisate lezioni di volo dai piloti ai quali riparava l'aereo, in seguito seguendo i necessari corsi per ottenere il brevetto. Era finalmente diventato pilota, ma non era abilitato al trasporto di passeggeri: avrebbe dovuto seguire altri corsi, superare altri esami e non avrebbe potuto sostenerne i costi. Si era accontentato del brevetto che gli permetteva di trasportare materiali, ed in seguito si era specializzato nell'irrorazione dei campi con antiparassitari.
Era, tutto sommato, un buon lavoro dal quale attualmente otteneva un reddito soddisfacente. Ma non era sempre stato così: durante i primi anni di attività, i clienti erano pochissimi. La gente di campagna non aveva una mentalità aperta alle nuove tecnologie, e preferiva continuare ad irrorare le colture con i vecchi metodi: un nebulizzatore portato a spalla oppure, nelle piantagioni più estese, montato su un carro trainato da un cavallo. Erano metodi più lenti e meno efficienti, ma anche meno costosi. Inoltre, nella scelta molto contava l'atmosfera di rivalità esistente tra confinanti: nessuno avrebbe mai speso per contribuire al trattamento delle colture del vicino, e l'irrorazione dall'aereo non poteva garantire il rispetto dei confini. Mitica aveva investito tutti i suoi risparmi nell'acquisto di un vecchio rottame, un biplano di età indefinita, e lo aveva amorevolmente rimesso a nuovo, dedicandogli ogni momento libero ed anche le ore destinate al sonno. Aveva eliminato il posto del passeggero, ed aveva installato i serbatoi per gli antiparassitari, necessari per il lavoro che intendeva intraprendere. Aveva anche modificato il serbatoio del carburante, in modo da dare al mezzo una maggiore autonomia di volo.
Alla fine del suo impegno, si era trovato con un aereo in buone condizioni, ma utilizzabile soltanto in quel contesto, e con il portafogli desolatamente vuoto. I clienti scarseggiavano, e lui aveva dovuto rassegnarsi ad accettare anche incarichi di altro genere, affidatigli da persone poco raccomandabili, alle quali era utile avere saltuariamente a disposizione un aereo ed un pilota poco curioso. Si trattava soprattutto di contrabbando: piccoli pacchi dal contenuto sconosciuto che dovevano oltrepassare la frontiera con l'Unione Sovietica, talvolta in una direzione, talvolta nell'altra. In alcune occasioni aveva dovuto spingersi in territorio turco, per recuperare un carico da portare oltre il confine ungherese; in tali occasioni gli furono utili i miglioramenti all'autonomia del velivolo, e in tutte gli fu utile l'abitudine a pilotare con qualsiasi tempo atmosferico, di giorno o di notte, e ad atterrare in qualunque spiazzo di terreno, anche non preparato.
Dovette apportare altre modifiche all'aereo, che non avevano nulla a che fare con l'irrorazione dei campi: creò un piccolo ma capiente vano dietro i serbatoi supplementari, raggiungibile con difficoltà e praticamente invisibile anche ad un controllo approfondito. I doganieri avrebbero dovuto smontare i serbatoi per individuare la merce trasportata.
In questo modo, Mitica Rotanu divenne noto nell'ambiente dei contrabbandieri, e la sua famiglia acquistò in prosperità. Un giorno, venne contattato dall'emissario di un'organizzazione, che gli chiese di svolgere alcuni viaggi, molto simili a quelli che era già solito effettuare. Comprese immediatamente che non si trattava dei soliti piccoli contrabbandieri, ma non volle essere curioso: non lo era mai stato, fino ad allora. Fu così che si legò, e legò il destino della sua famiglia, all'Ordine; non sapeva chi fossero, quale fosse il loro nome né le loro finalità, ma ben presto comprese che non avrebbe più potuto interrompere il legame con loro. Diradò gli impegni con i contrabbandieri, i suoi primi clienti, e limitò la sua attività clandestina quasi esclusivamente agli incarichi che gli venivano conferiti dall'Ordine, e che erano molto ben remunerati.
In un paio di occasioni, gli fu chiesto di trasportare una persona. Il suo passeggero non poteva assolutamente correre il rischio di essere identificato dalle autorità locali; venne utilizzato l'angusto vano segreto, le cui dimensioni permettevano di ospitare un uomo di corporatura normale, a condizione che rimanesse per l'intera durata del volo in posizione rannicchiata. Il pilota dovette smontare un pannello della carlinga, per permettergli di accedere al vano, e dovette ripetere l'operazione quando giunsero a destinazione. Una volta gli fu chiesto di atterrare oltre confine, di notte, per prelevare un carico ingombrante. Quando arrivò, smontò il pannello e lasciò che gli uomini al rendez-vous stivassero il carico; con preoccupazione intuì che il pesante sacco di iuta conteneva una persona, in stato di incoscienza, probabilmente rapita. In quell'occasione, ebbe l'esatta percezione della pericolosità dell'organizzazione con la quale era entrato in affari. Non ne parlò mai in famiglia, ma fece in modo che moglie e figlia, che negli anni era cresciuta ed aveva iniziato ad aiutare il padre nelle attività legali, fossero consapevoli della delicatezza dei rapporti con le persone che saltuariamente telefonavano per affidargli un incarico.
Non abbandonò mai l'attività di irrorazione delle colture: nel frattempo era divenuto un lavoro redditizio, ed era anche un'ottima copertura per tutti quei viaggi che altrimenti non avrebbe potuto giustificare.
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MessaggioInviato: 16 Lug 2006 14:49    Oggetto: Rispondi citando

I mobili, la loro disposizione, perfino il profumo, che aleggiavano in quel salotto fecero riemergere in Marta tutti i suoi ricordi di bambina.
Eva come una matrona, con gli occhi ancora lucidi dall'emozione, si sedette sulla sua poltrona lasciando che la ragazza si guardasse in giro, che aspirasse l'aria della sua fanciullezza, quando tutto era bello, divertente e pieno di amore.
Finito il momento di raccoglimento, Marta, senza essere invitata si sedette sulla sedia di fronte all'anziana donna, senza dire una parola la fissava come si fissa un tesoro ritrovato dopo tanto tempo, quando oramai lo si è dato come definitivamente perduto.
«Ma che sciocca che sono, non ti ho ancora offerto qualcosa, dimmi: vuoi mangiare? Vuoi che ti prepari qualcosa di buono? mmm... se non ricordo male ti piaceva tanto il maiale fritto e la mia torta di mirtilli; ora preparo tutto»
«No tata, aspetta, ci sono cose più importanti che devo sapere, di cui dobbiamo parlare»
Un'improvviso pallore si diffuse sul viso, solitamente rubizzo, dell'anziana signora.
«Dimmi piccola, cosa vuoi sapere, e soprattutto, come hai fatto a trovarmi?» le parole uscirono a fatica dalle labbra di Eva.
Pur notando il cambiamento di espressione, Marta fece finta di non accorgersene, negli occhi dell'anziana vedeva un'ombra, una sorta di paura indefinita, delle nuvole scure attraversavano quelle iridi solitamente limpide e ridenti.
«Una strana sequenza di eventi, coincidenze concatenate fra loro, mi hanno portata qui, tre giorni fa ero nel mio appartamento e ora mi ritrovo qui, in un paese straniero che ho scoperto tanto straniero non è, la mia famiglia e le mie origini sono tornate prepotentemente nella mia vita e io non so più cosa pensare».
Brevemente seguì il racconto dell'impulso improvviso di prendere un treno, la caccia da parte di persone sconosciute e sicuramente malevole, l'aquila, il ritrovamento della lettera del nonno, i due pastorelli che vivevano nella casa dove era cresciuta, il ritrovamento dell'indirizzo e per finire, il viaggio fino a Praga.
Durante il racconto, l'agitazione di Eva cresceva, benché cercasse di nasconderlo si vedeva l'irrequietezza espressa dal linguaggio del corpo e da quelle nuvole che scurivano sempre di più i suoi occhi.
«Dimmi di quelle persone che ti cercavano sul treno, hai per caso l'impressione che ti abbiano seguita?»
La domanda colse completamente impreparata Marta, con tutto quello che aveva spiegato, sembrava che l'unica cosa importante per la donna fosse quella di non aver condotto lì i suoi inseguitori.
«Ma tata, cosa c'è, hai forse qualcosa da nascondere, di cosa hai paura?»
«Paura io? Figurati! Piuttosto mi preoccupa il fatto che qualcuno voglia farti del male, io non potrei far niente per difenderti, sono una povera e grassa vecchia che ben poco potrebbe fare contro quelli»
«Quelli? Ma allora tu li conosci, sai chi sono e cosa vogliono da me!» il tono accusatorio di quelle parole fece agitare ancora di più l'anziana donna che oramai non riusciva a stare più ferma sulla sua poltrona.
«Ma no, piccola cosa ti viene in mente, che stramberie sono mai queste? Sei stanca, affamata, ora ti preparo da mangiare, vedrai che con lo stomaco pieno si ragiona meglio e con più calma; poi... guarda come sei magra, devi mettere un po' di ciccia su quegli ossicini , Ah, ci penserà la tua tata a farti diventare un fiore!»
«Prima hai detto che sono una donna fatta!»
«Si, ma troppo magra, così conciata non ti guarderà mai nessun ragazzo!» si alzò dalla poltrona e, a passo di carica, si avviò verso la cucina.
Scuotendo la testa con un sorriso, Marta la vide scomparire dal salotto, la sua tata non si smentiva mai, nemmeno ora che erano passati degli anni: sempre preoccupata di farla diventare un maialino; come dirle che i canoni erano cambiati? L'essere sovrappeso, una volta segno di opulenza e di conseguente bellezza, oggi era considerato in altro modo, soprattutto per una ragazza: i ragazzi guardavano le silfidi, non preoccupandosi affatto di quali fossero le capacità di interlocuzione e intellettuali di chi stava a centro delle loro attenzioni.
Mentre dalla cucina proveniva l'acciottolio delle stoviglie e delle pentole iniziò a fare il punto della sua situazione.
Il fatti appena esposti a Eva, le avevano mostrato l'effettiva realtà della sua situazione: fino ad allora non ci si era soffermata, si accorse di non aver avuto nemmeno un attimo per riflettere su tutto ciò che le stava succedendo, gli eventi l'avevano travolta, in quel turbine l'unico pensiero era sempre stato come uscire dal momento contingente, senza fare mai mente locale sulla situazione globale.
Approfittando dell'attesa per il pranzo iniziò mentalmente a elencare le domande che voleva rivolgere alla donna.
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MessaggioInviato: 20 Lug 2006 19:11    Oggetto: Rispondi citando

Gabriela attraversò a passo deciso lo spiazzo aperto, delimitato dalle quattro costruzioni, e raggiunse il capannone di lamiera. Era molto grande, con una pianta quadrata; il lato che si affacciava sul cortile aveva un'ampia porta scorrevole, nel cui perimetro era stata ricavata una piccola porta a battente. La giovane donna aprì quest'ultima, ed entrò nell'oscurità dell'edificio. Rimosse i fermi della porta scorrevole e fece ricorso a tutte le sue forze per spingerla fino alla completa apertura.
Come aveva detto al misterioso interlocutore, era in grado di pilotare tanto quanto suo padre e, più in generale, sapeva fare un po' tutto: era cresciuta, unica figlia, in una fattoria nascosta nella campagna, a venti chilometri da Suceava e a quasi una decina dal villaggio più vicino. Da bambina, i suoi compagni di giochi erano stati i complicati macchinari che il padre usava per il lavoro e per lei era stato quasi naturale imparare ad usarli: era ancora una ragazzina ed aveva già l'esperienza di un discreto meccanico, oltre ad aver assimilato le basi della tecnica di volo. Non era stata un'infanzia triste, né solitaria: soltanto un po' differente da quella delle altre bambine. Era l'unica ad arrivare a scuola, al mattino, in aereo; seduta in braccio a suo padre, nell'unico posto del velivolo, era invidiata da tutti i bambini. Il padre atterrava in uno spiazzo dietro l'edificio che ospitava le scuole, e tornava a prenderla nel tardo pomeriggio, quando i compagni di Gabriela avevano già raggiunto le proprie abitazioni e lui aveva terminato di svolgere la sua attività ufficiale. Quando sapeva di dover svolgere un incarico speciale, il giorno precedente affidava la figlia alla famiglia di una sua compagna di classe, che abitava a poca distanza dalla scuola: per le due bambine quelle erano occasioni di festa. In questo modo, la particolare attività professionale del padre e la distanza della fattoria dai centri abitati non avevano impedito alla bambina di seguire regolarmente le lezioni. D'altra parte, la scelta di quella fattoria isolata era stata fatta dalla famiglia Rotanu in modo molto razionale: era abbastanza vicina all'aeroporto di Suceava ed era sufficientemente lontana da villaggi o case isolate, in modo che nessuno potesse incuriosirsi per i frequenti decolli notturni, difficilmente spiegabili con le esigenze della disinfestazione dei campi. Inoltre, aveva un'estensione tale da potervi costruire un hangar con adiacente pista d'atterraggio, ed il suo prezzo, a causa della lontananza dai centri abitati e del cattivo stato di conservazione, era abbordabile anche dalle loro dissanguate risorse familiari.
Crescendo, un'estate Gabriela ebbe in regalo dal padre una vecchia motocicletta che poteva essere guidata senza patente, in pessime condizioni. Con il suo aiuto, e qualche indispensabile ricambio, venne rimessa in condizione di funzionare, in tempo per l'inizio del nuovo anno scolastico. Smise, perciò, di essere accompagnata dal padre in aereo, ma fu la prima, tra tutti i ragazzini della scuola, a possedere una motocicletta.

?Si, sono in grado di fare tutto quello che fa mio padre? disse tra sé, mentre, ansimando per lo sforzo, spingeva il portone scorrevole per gli ultimi metri ?ma se questa maledetta porta fosse meno pesante!?
Abitualmente, non era lei ad occuparsi dell'apertura e della chiusura dell'hangar, e le poche volte in cui doveva farlo si riprometteva di escogitare qualcosa per ridurre lo sforzo necessario: sarebbe stato utile non solo per lei, ma anche per suo padre, ed a maggior ragione dopo l'incidente che gli era accaduto.
L'infanzia vissuta in modo un po' particolare da Gabriela, la vicinanza con motori ed aerei, attrezzi e carburanti non avevano sminuito la sua femminilità. Sia l'aspetto fisico, sia il suo modo di comportarsi e di vestirsi erano quelli comuni a tutte le giovani donne. Al contrario, le sue capacità, inusuali anche per la maggior parte dei coetanei maschi, le avevano donato una particolare padronanza di sé, che si rifletteva in atteggiamenti per nulla ostentati, ma molto naturali. Con il tempo, era diventata, secondo l'opinione comune, una donna molto bella. La statura leggermente superiore a quella del padre, la corporatura snella, il viso dai tratti delicati incorniciato da lunghi capelli biondi, eredità lasciatale dalla madre, scomparsa alcuni anni prima: tutto ciò la rendeva molto attraente, ma anche molto cauta e selettiva nelle scelte. Viveva ancora con il padre, nonostante tutte le sue coetanee avessero già formato una famiglia, perché non voleva lasciarlo solo, dopo la morte della madre, e soprattutto perché non aveva ancora trovato un motivo valido per farlo.

Il pesante portone arrivò a fondo corsa, e la donna vi si appoggiò per qualche secondo, recuperando il fiato. Guardò verso l'interno dell'hangar: in linea con l'apertura nella parete, la luce del sole illuminò l'aereo, rivolto verso l'uscita, come in attesa di ordini.
Gabriela si avvicinò, e si sorprese ancora una volta ad ammirare il paziente lavoro del padre, iniziato molti anni prima e mai terminato completamente: il velivolo era in ottimo stato, e nessuno avrebbe potuto immaginare le condizioni pietose in cui si trovava quando venne acquistato da Mitica Rotanu. Ogni componente era stato riparato o sostituito con elementi originali, recuperati con pazienti ricerche sui mercati della domenica, tenuti da appassionati, nei quali era possibile trovare pezzi di ricambio usati di qualunque veicolo a motore, soprattutto auto e moto. D'altronde, fino ad alcuni anni prima, quello era l'unico modo cui la popolazione poteva affidarsi per recuperare pezzi di ricambio: esemplari nuovi erano introvabili, oltre che troppo costosi. In numerose occasioni, Mitica aveva dovuto recarsi in Ungheria, dove quel velivolo era stato commercializzato in un maggior numero di esemplari, alla ricerca del pezzo necessario, ma alla fine l'opera di restauro poteva dirsi compiuta.

Gabriela avrebbe potuto decollare in breve tempo: quella mattina, prima della telefonata, si era alzata di buon'ora ed aveva iniziato a preparare il velivolo per i lavori previsti in giornata. Avrebbe dovuto irrorare alcuni grossi appezzamenti, ed altri il giorno successivo; aveva completato i controlli preliminari, ed aveva quasi riempito il serbatoio del carburante, quando il lampeggiante rosso e la suoneria avevano attratto la sua attenzione.
Avviò nuovamente la pompa ed in pochi minuti terminò l'operazione. Quel giorno aveva infranto una delle regole di sicurezza dettate dal padre, riempiendo il serbatoio del carburante prima di quelli destinati agli antiparassitari: l'aveva sempre ritenuta una regola eccessivamente prudente, ed in questo caso ciò le fece guadagnare quasi un'ora. Infatti, se vi si fosse attenuta, avrebbe dovuto svuotare i serbatoi degli antiparassitari, per evitare di volare a pieno carico, con un'autonomia ridotta, e riempire quello del carburante.
Andò nell'ufficio, ricavato in un angolo dell'hangar, e si sedette alla scrivania del padre. Estrasse da un cassetto una mappa stradale della zona circostante Suceviţa e ripassò mentalmente la disposizione delle principali strade; le conosceva bene, avendole percorse in moltissime occasioni, ma voleva averne una chiara visione d'insieme. Ripiegò la carta, e la infilò in una tasca anteriore del giubbotto del padre, appeso vicino alla scrivania. Lo indossò, e tornò in casa per telefonare ai coltivatori che la attendevano: avrebbe raccontato una scusa, accompagnata da qualche incomprensibile dettaglio tecnico, ed avrebbe rinviato il lavoro per il giorno seguente.
Pochi minuti dopo aver terminato le telefonate, l'aereo era nell'ampio spiazzo tra le costruzioni, pronto per avviarsi verso la pista. Gabriela fece gli ultimi necessari controlli, infine verificò di avere con sé un piccolo binocolo ed il telefono cellulare: non avrebbe potuto fermarsi ad una cabina telefonica per avvisare l'Ordine.
Il velivolo raggiunse la corta pista e la donna verificò la direzione e l'intensità del vento; le condizioni atmosferiche erano ideali, la giornata era ottima e la buona visibilità le avrebbe permesso di individuare l'obiettivo della sua ricerca senza essere costretta a scendere troppo di quota.
Pochi istanti dopo, il piccolo aereo si era sollevato nel cielo terso, e si stava dirigendo verso il monastero di Suceviţa.
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MessaggioInviato: 31 Ago 2006 06:00    Oggetto: Rispondi citando

Conclusa la telefonata, Perutz accettò di buon grado l'offerta di consumare con le monache la prima colazione: non poteva prevedere dove si sarebbe trovato all'ora di pranzo e comunque era probabile che non avrebbe avuto un pasto regolare fino a sera. Infatti, la sua priorità era farsi notare il meno possibile, evitando i centri abitati ed anche le piccole trattorie di campagna o gli empori isolati. Sapeva che lo stavano cercando, e che possedevano molte risorse in uomini e mezzi: per il momento, li aveva battuti, aggirando il posto di blocco all'ingresso di Campulung Moldovenesc senza che se ne accorgessero. Probabilmente, credevano che lui non vi fosse ancora arrivato e stavano intensificando le ricerche nel tratto tra il paese ed il luogo dell'agguato con la motrice.
L'ispettore però sapeva di non potersi basare esclusivamente su quelle tranquillizzanti considerazioni: colui che coordinava le ricerche aveva dimostrato di essere competente. Aveva utilizzato gli uomini a sua disposizione nel modo più efficiente, evitando di concentrarli nella stessa area ma anche di diradare eccessivamente le maglie della rete. Con il passare delle ore, il personale di cui avrebbe potuto disporre sarebbe aumentato, forse raddoppiato o triplicato, ed avrebbe potuto allargare l'area di ricerca anche alle zone in cui la presenza dell'obiettivo era meno probabile.
La preda, per qualche istante, si trasformò in cacciatore: Perutz conosceva le tecniche che stava utilizzando il suo avversario. Il suo lavoro lo aveva portato ad applicarle più volte, nel passato ed immaginò come si sarebbe comportato, a ruoli invertiti, in una situazione analoga. Appena fossero giunti i rinforzi, avrebbe esteso i posti di blocco in tutte le direzioni, tranne quella di provenienza della preda, per un raggio di cinquanta chilometri. Avrebbe inoltre incaricato alcuni uomini di interrogare i gestori delle trattorie di campagna, dei piccoli negozi dove si vende di tutto e dei distributori di carburante: con una mancia adeguata, chiunque avrebbe riferito di un forestiero in transito. Inoltre, Perutz doveva dare per certo che il suo mezzo di trasporto fosse ormai conosciuto dai suoi inseguitori; l'autonomia della Java era molto inferiore a quella di un'auto, e sarebbe stato facile prevedere, con un margine di approssimazione, a quale distanza dalla fattoria dell'allevatore il fuggiasco avrebbe dovuto rifornirsi di carburante.
A questo particolare l'ispettore non aveva pensato, fino a quel momento. Sorrise tra sé, mentre terminava la frugale colazione nell'ampio refettorio, in compagnia delle suore: la vecchia abitudine di immedesimarsi nel suo avversario, prevedendone le mosse ed adottando, di conseguenza, le necessarie contromisure, aveva dato ancora una volta i suoi frutti. In passato, tra i due antagonisti era sempre stato lui quello in posizione di superiorità, il cacciatore, ed il suo avversario la preda. In quell'occasione, i ruoli erano invertiti; era una situazione per lui inconsueta, e si sorprese a riflettere che iniziava a piacergli. Stava diventando una sfida, un gioco pericoloso con un avversario sconosciuto e molto più potente di lui, dalle conseguenze mortali per il perdente. I rapporti di forza erano indubbiamente a favore del suo antagonista, ma la probabile conclusione in caso di sconfitta sarebbe stata la medesima per entrambi: per l'ispettore si sarebbe consumata ai margini di una strada polverosa della provincia romena, per il membro dell'Ordine avrebbe assunto le sembianze di una punizione capitale per non aver saputo portare a termine un'operazione essenziale per la sopravvivenza dell'Ordine.
Perutz non era abituato al ruolo della preda, ma si accorse che il suo approccio mentale funzionava anche in quella situazione, dovendosi districare tra scarsità di risorse, di mezzi e di persone fidate a cui appoggiarsi.
Terminò il pasto, e cercò con lo sguardo la monaca che lo aveva accolto la sera precedente, e con la quale aveva fatto ingresso nel refettorio. La religiosa, dopo avergli indicato un posto libero, si era avviata al tavolo della superiora e tutti avevano consumato la prima colazione in silenzio. Vide che aveva terminato e che stava per allontanarsi dalla sala; si alzò, e misurò la sua andatura per raggiungere la suora nel corridoio, appena superata la porta del refettorio.
«Ho necessità di chiederle ancora una cortesia»
«Mi dica. Se possiamo aiutarla, ben volentieri»
«Dovrò riprendere il viaggio con la motocicletta, per raggiungere Padre Mihail» riprese l'ispettore «Il serbatoio è quasi vuoto, ma non posso permettermi di fare rifornimento da un benzinaio: è estremamente importante che io non venga riconosciuto da nessuno, e questo comporta la necessità di evitare le soste»
«Si, Padre Mihail mi ha accennato alla pericolosità della sua missione, ed alla sua esigenza di mantenere l'incognito» la religiosa fece una breve pausa, mentre rifletteva «Purtroppo nel monastero non vi sono né automobili né motociclette, oltre la sua. Abbiamo un gruppo elettrogeno: non me ne occupo io, ma so che il nostro fornitore di tanto in tanto ci porta qualche tanica di gasolio. Potrebbe andare bene?»
«No, purtroppo» replicò Perutz. Le conoscenze motoristiche della religiosa non erano molto sviluppate e l'idea che la fedele Java, pur essendo un mezzo ormai superato ed in condizioni mediocri, potesse consumare gasolio ebbe l'effetto di sollevare il morale dell'ispettore. «Le motociclette ed il gasolio non vanno molto d'accordo»
Accompagnò la battuta con un sorriso, che la suora ricambiò, comprendendo di aver involontariamente detto qualcosa di sbagliato. L'ispettore notò il suo sorriso, sincero ed aperto; non l'aveva mai vista sorridere, e si stupì che dietro la barriera rappresentata dall'abito si nascondesse una persona più simile a lui di quanto avesse pensato in occasione del loro primo incontro. Si soffermò per un istante ad immaginare quale percorso l'avesse portata a dedicare la sua esistenza al monastero di Suceviţa, quando sentì la sua voce, sempre pacata e controllata, esclamare «Ho trovato!»
Dopo un istante, ripreso l'abituale tono di voce, proseguì «Fra poco arriverà l'uomo che porta le provviste al convento. Di solito utilizza un vecchio furgone bianco; speriamo che non vada a gasolio!» concluse.
«Speriamo» confermò Perutz, poco ottimista. La benzina in Romania costava meno che in molti altri Paesi europei, e questo, aggiunto alla difficoltà per i produttori locali di progettare nuovi motori, aveva frenato la diffusione dei veicoli diesel, ma ciò valeva soprattutto per le normali automobili. I veicoli commerciali rappresentavano una situazione a parte: molti erano alimentati a gasolio, tranne i più vecchi e quelli derivati da un autoveicolo. Chiedere alla monaca di descrivergli il furgone del fornitore sarebbe stato inutile: probabilmente non avrebbe saputo cosa rispondere e, comunque, sarebbe stato sufficiente attendere per avere la risposta definitiva. Infatti, il fornitore era solito presentarsi al portone del monastero di prima mattina, aveva detto la suora, appena dopo la colazione.

Non dovette attendere molto: si era seduto da non più di mezz'ora su una panchina del curatissimo giardino interno, di fronte alla facciata principale della chiesa, quando sentì un breve suono di clackson, ripetuto dopo un istante. Si alzò, mentre la monaca addetta al portone d'ingresso stava già iniziando a fare scorrere i grossi chiavistelli; prima che potesse raggiungerla ed aiutarla, la donna aveva aperto quasi completamente il pesante portone . Nella viva luce del mattino, ritagliato nello spazio delimitato dal passo carraio apparve la sagoma di un vecchio e malandato furgone bianco. A giudicare dalle condizioni esterne del mezzo, non sembrava che fosse in grado di effettuare il trasporto periodico di vettovaglie e beni di prima necessità per il convento, quanto piuttosto fosse in procinto di esalare l'ultimo respiro.
Ma tutto ciò a Perutz non interessava: era concentrato sul rumore del motore, tenuto al minimo ed ancora troppo lontano per essere udibile. L'uomo alla guida inserì il primo rapporto, costringendo il cambio a lamentarsi rumorosamente per le pessime condizioni dei sincronizzatori, ed accelerò. Mentre le ruote iniziarono a compiere il primo giro, il rumore del motore giunse alle orecchie tese dell'ispettore: era il brontolio tipico di un diesel.
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MessaggioInviato: 05 Set 2006 04:01    Oggetto: Rispondi citando

Come dichiarato da Sebastian, giunse in perfetto orario: lo scalo a Francoforte si era svolto senza nessun tipo di inconveniente.
Si sentiva rilassato: durante il volo una hostess l'aveva un po' coccolato: nonostante la mancanza di cena a bordo - non prevista in viaggi così brevi - gli aveva portato degli snacks e degli stuzzichini con il risultato di fargli svanire quel leggero senso di ebbrezza, dovuto alle birre bevute, insieme all'amico, prima di partire.
Ora la cosa più importante era trovare un albergo in cui riposare, alla definizione dell'itinerario ci avrebbe pensato l'indomani.

L'insistenza di Padre Simon prima, il suo lavoro poi, avevano fatto si che imparasse e parlasse fluentemente le lingue dei paesi balcanici. Uscito dall'areoporto salì su un taxi per farsi portare all'albergo più vicino. Dovette contrattare con l'autista che, credendolo un turista sprovveduto, voleva approfittare della situazione per ottenere una lucrosa corsa e forse anche la percentuale dall'albergo in cui. ostinatamente, voleva portarlo. Il parlato fluido e qualche colorita imprecazione in ungherese che Gèrard, ad arte, introdusse nella discussione, fecero desistere il tassista dal continuare. Dopo appena cinque minuti si fermarono davanti allo Stáció Airport Alliance, un basso complesso di medie dimensioni formato da diverse casette, unite fra loro che davano un piacevole senso di ospitalità. Pagò l'imbronciato conducente e si avviò alla reception con la speranza di trovare una camera libera ove passare la notte. Le cose fino a quel momento erano andate bene, si sentiva protetto, niente poteva andare storto. La sua educazione scientifica e l'innata razionalità, reclamavano per l'eccesso di ottimismo, non diede retta a nessuna delle due; ciò che stava facendo era troppo importante: doveva esserci una camera libera.
La cordialità del portiere, anche se solo professionale, confermò la sensazione di ospitalità avuta scendendo dal taxi. Alla sua ovvia richiesta, l'uomo al di là dal banco, con un gran sorriso rispose: «Ma certo, lei è proprio fortunato, quest'albergo non conta tante stanze e fino a oggi pomeriggio, tutte e trentuno erano occupate da una comitiva di turisti; quando però son arrivati erano soltanto trenta, è rimasta una camera libera, l'ultima».
Svolte le formalità della registrazione, trionfante si avviò verso il meritato riposo, non senza aver rimproverato quelle parti del suo essere, che un momento prima avevano reclamato per la mancanza di programmazione e pianificazione.

Il mattino seguente, davanti a un'abbondante colazione, all'immancabile taccuino e alla serie di mappe e brochures turistiche, stava cercando di programmare come raggiungere la sua destinazione. La sala da pranzo era affollata dai componenti la comitiva di cui gli aveva parlato il portiere la sera prima. Erano tutti francesi, a Gèrard per un attimo sembrò di essere ancora nel suo paese. Mentre cercava di concentrarsi sul calcolo dei chilometri e su quale mezzo utilizzare per non destare sospetti, fu distratto da un alterco che stava avvenendo in fondo alla sala. I due che stavano discutendo erano un francese, il capo comitiva, che con molte difficoltà ad esprimersi in magiaro, stava cercando di esporre le proprie ragioni a un ungherese che rispondeva in parte nella propria lingua e in parte con un francese altrettanto stentato. Il motivo del contendere era il turista mancante. Allungando l'orecchio a Gèrard sembrò di capire che all'ungherese, autista di una corriera, non interessavano le motivazioni dell'assenza; l'accordo iniziale era di portare trentun persone nella zona dei monasteri di Suceava e per trentuno voleva essere pagato. Il capo comitiva, naturalmente, riteneva la richiesta pretenziosa e senza nessun fondamento logico.
Non si era mai fidato delle intuizioni e ancor meno le aveva seguite d'impulso, nel suo lavoro sarebbe stata pura incoscienza ma... questo non era il suo lavoro, era una missione, decise che l'eccezionalità della situazione meritava l'improvvisazione. Tacitando ancora una volta le vocine che reclamavano, Gèrard si avvicinò ai due, la cui discussione stava assumendo toni molto accesi. S'intromise dicendo, in entrambe le lingue: «Scusate, sono francese e conosco molto bene l'ungherese, forse potrei fare da tramite cosicché possiate chiarirvi e smettere di litigare» i due lo guardarono con riconoscenza e iniziarono a parlare, contemporaneamente, ognuno nella propria lingua, esponendo il proprio punto di vista. Gèrard si portò le palme delle mani a coprire le orecchie poi le rivolse ai due, agitandole per interrompere il fiume di parole con cui stavano cercando di sommergerlo; la smorfia di finta disperazione che accompagnava il gesto ebbe un effetto comico e rilassante: l'atmosfera si distese. Con calma, parlando prima con uno e poi con l'altro, ebbe la conferma delle sue ipotesi, l'autista voleva essere pagato per trentuno e il capo comitiva non lo riteneva giusto. Sentendosi un po' Salomone, in cuor suo esultando per la possibilità che gli veniva offerta su un piatto d'argento, disse: «Mi sembra un problema semplice da risolvere, se posso aggregarmi, sarò ben felice di essere il trentunesimo passeggero, pagando la mia parte di viaggio, avevo altri programmi ma può essere interessante vedere una zona che richiama persone da così tanto lontano e che per di più sono miei connazionali».
I due lo guardarono a bocca aperta: in un attimo aveva risolto il problema, non c'era più motivo di discussione e tutti erano contenti, lo ringraziarono calorosamente, stringendogli la mano.
Quando pose il piede sul primo scalino per salire sulla corriera, alzò gli occhi al cielo e silenziosamente, formulò un ringraziamento.
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MessaggioInviato: 24 Set 2006 05:59    Oggetto: Rispondi citando

Immerso com'era nel suo lavoro, quasi non si accorse che il telefono stava squillando.
L'insistenza del trillo lo infastidì, guardò il visore e vide che la chiamata proveniva dalla villa.
Quasi con rabbia, sollevò il ricevitore: «Che c'è ?» più che una risposta fu un latrato.
«Signore, sono arrivati gli emissari che aspettava dalla Francia» la voce del maggiordomo non ne rappresentava la corporatura, la brusca risposta, come al solito, gli scatenava l'ansia e la voce di conseguenza diventava quasi tremolante.
Rondel ebbe un moto di piacere perverso: il timore che riusciva ad incutere in quell'uomo che lo superava in altezza di almeno trenta centimetri ed era quasi il doppio del suo peso, gli dava una magnifica sensazione di potere.
Mentre parlava vide che si era fatto l'imbrunire. «Bene, fra poco arrivo!!»
«Va bene, signore...». Massima deferenza.
«E... l'informazione che ti ho chiesto oggi pomeriggio, sei riuscito ad ottenerla, stupido gorilla?».
«Ehm... no signore, ci vuole del tempo per fare la ricerca».
«Sei un incapace! Il tempo è una cosa preziosa, non si deve sprecare, datti da fare anziché bighellonare per la casa, senza fare nulla tutto il giorno». Sapeva benissimo che non era vero, senza quell'uomo la sua villa non sarebbe stata così ordinata e pulita, gli piaceva mantenerlo in uno stato di sudditanza; Rudolph non era solo un maggiordomo, non c'è niente di meglio di un assassino devoto, per raggiungere i propri scopi.
Chiuse le cartellette contenenti gli antichi e preziosi documenti che stava esaminando e si preparò per uscire; prima di chiudere la porta, dette una frettolosa occhiata allo studio, l'urgenza che sentiva insorgere, lo spingeva ad avviarsi il più velocemente possibile.
Mentre guidava sulla strada del ritorno, si rilassò un poco e gli venne da sorridere: senza il plico che i due, Petr e il suo scagnozzo, avevano estorto al vescovo francese, le Aquile non potevano fare niente, non sarebbero mai risaliti al nascondiglio dei documenti che avrebbero vanificato tutto il suo lavoro.
Si sentiva soddisfatto: con il secondo plico, in arrivo con gli altri due da Tecuci, - chissà quando si sarebbero fatti vivi quei due ubriaconi - aveva la possibilità di scovare quel nascondiglio, distruggere quegli scritti compromettenti e trionfare.
Nessuno era a conoscenza della sua arma segreta: una pedina sacrificabile per il bene dell'Ordine; ancora non sapeva come questa avrebbe dovuto essere impiegata; il suo istinto, molti anni prima, gli aveva detto che quella era la chiave, la risposta per come usarla, l'avrebbe avuta unendo il contenuto delle due lettere di cui stava entrando in possesso.
Il dubbio di non riuscire a decifrare gli indizi, non lo sfiorò nemmeno: la sua intelligenza gli avrebbe permesso di interpretare correttamente le indicazioni che, sicuramente, sarebbero state celate in allegorie, similitudini e versi apparentemente innocenti.

All'ingresso della villa, Rudolph era in attesa di parcheggiargli la macchina.
Rondel scese dall'autovettura lasciando il motore acceso: «Mi raccomando, cerca di non andare a sbattere contro il muro della rimessa» era il suo modo di dimostrare il buonumore di cui si sentiva pervaso.
«Ma... non è mai successo» fu il commento dello stralunato maggiordomo.
«C'è sempre una prima volta, vedi di fare attenzione» la totale mancanza di humor del servitore lo fece sogghignare.
Nel salone, vicino al camino, Petr e il suo compagno erano in attesa, a disagio.
«Buona sera Maestro, ci scusi del ritardo ma...»
Con un cenno della mano, interruppe la sequela di scuse che non aveva voglia di sentire.
«Siete in ritardo, come al solito» poi con magnanimità: «L'importante è che abbiate ciò di cui ho bisogno»
«Certo, ecco qui!» una busta ingiallita dal tempo cambiò di mano.
Imperturbabile, senza lasciar trasparire l'emozione che lo agitava, Auguste, delicatamente sollevò il lembo che chiudeva il plico, la colla, oramai secca e cristallizzata non oppose nessuna resistenza, con reverenza estrasse il foglio contenuto, gli occhi cercavano di leggerne il contenuto ancora prima che il foglio fosse spiegato.
I due di fronte a lui, in silenzio lo osservavano con il fiato sospeso, non conoscevano l'importanza di quel foglio; vedendo il comportamento del sovrintendente, si capiva che quella doveva essere una cosa molto preziosa, il fatto che l'avessero consegnata, eseguendo gli ordini, li rassicurava, la preoccupazione, per il ritardo con cui avevano portato a termine il loro compito, cresceva ad ogni mossa di Rondel: sapevano, soprattutto Petr, cosa voleva dire non eseguire alla perfezione gli ordini del Maestro; averlo fatto aspettare oltre il limite da lui concesso era grave quasi quanto fallire la missione e, chi falliva...

Il silenzio della sala era rotto solo dal crepitare delle fiamme nel camino, il rumore del foglio secco che si dispiegava, parve per un attimo sovrastare anche l'allegro scoppiettio, la tensione era palpabile in tutti e tre i presenti, anche se con motivazioni diverse.
Tenendo il foglio in verticale, per celarne il contenuto ai due che gli stavano di fronte, Auguste stirò le labbra in quello che pareva un sorriso, apostrofò Rudolph che nel frattempo era rientrato: «Hai dato da mangiare e bere a questi signori?»
«Ehm... no, non ancora, stavamo aspettando il suo ritorno»
«Quante volte ti ho detto come vanno trattati i nostri ospiti? Non imparerai mai!»
Rassicurati dalla benevola ospitalità del loro anfitrione, Petr e il compagno si rilassarono: il ritardo non aveva influito più di tanto sull'esito della missione e il Maestro si stava dimostrando compiacente, addirittura premuroso, il compenso era assicurato e magari, visto il suo umore, anche una gratifica per aver assolto il proprio compito.
«Vol... vado subito a preparare qualcosa in cucina» con una leggerezza contrastante la sua stazza il maggiordomo fece per avviarsi , si fermò sentendo che Auguste stava aggiungendo: «Non solo qualcosa, cerca di preparare un pasto come si deve e che sia annaffiato con uno dei migliori vini che abbiamo in cantina».
Sia il maggiordomo che gli altri due erano completamente stupefatti: non avevano mai visto tanta disponibilità in quello che consideravano un uomo austero, terribile e poco incline a far trasparire le proprie emozioni; il contenuto di quella lettera doveva essere davvero importante e prezioso per innescare una trasformazione di quel genere.
Ancora una volta il sovrintendente fermò l'uomo che ormai si trovava in una posizione che lo faceva sembrare un burattino: gli dava le spalle ma la testa era ruotata per non perdere una singola parola degli ordini che gli venivano impartiti.
«Quando si sono rifocillati, porta questi due egregi in giardino, vorrei che ammirassero il nostro roseto, ne vale davvero la pena di vedere come siamo riusciti a far crescere le nostre rose»
Gli occhi di Rudolph galleggiavano nell'incomprensione più totale: «Ma... è notte» indicando con il grosso dito il buio che si vedeva oltre i vetri.
«Che importa? il nostro giardino è bello anche alla luce della luna! Mi raccomando fai loro vedere le piante molto da vicino, solo così potranno rendersi conto di che bellezza siamo i fautori»
L'enfasi con cui fu sottolineata la frase "molto da vicino" sfuggì ai due che se ne stavano lì a bocca aperta, così come non notarono il lampo di comprensione negli occhi del maggiordomo.
«Prego signori, accomodatevi in sala da pranzo, quando Rudolph vuole, sa essere un ottimo cuoco, spero che apprezziate la sua cucina»
Quasi senza fiato risposero all'unisono e rilassati: «Ma certo, signore e... grazie Maestro»
«Andate, andate» congedandoli con un gesto della mano.
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MessaggioInviato: 15 Ott 2006 06:12    Oggetto: Rispondi citando

L'ispettore Perutz non era abituato ad affidarsi al caso ma, in quell'occasione, avrebbe volentieri gradito che la sorte gli fosse stata favorevole, per una volta. Voltò le spalle al rumoroso furgone e tornò a sedersi sulla panchina di pietra che lo aveva accolto durante l'attesa. La suora uscì da una porta poco distante e si avvicinò, con l'andatura leggera ma decisa che ormai l'ispettore aveva imparato a riconoscere. La religiosa arrivò alla panchina nell'istante in cui il malandato furgone , arrancando lungo il viale centrale, percorreva il tratto a loro più vicino. Pur non essendo un'esperta di motori, le fu sufficiente un'occhiata all'espressione priva di interesse dell'ospite ed un'altra alla nuvola grigia che avvolgeva il veicolo per comprendere che la sua idea non si era rivelata utile.
«Gasolio» disse, con il tono di chi non era in attesa di conferma.
«Gasolio» ripeté pacato Perutz, accennando un sorriso di cortesia.
La religiosa si avvicinò alla panchina e fece l'atto di sedersi; l'ispettore si alzò, attese che la suora si fosse seduta all'altra estremità della corta panchina priva di schienale, e riprese la sua posizione precedente.
«Non conosco il suo nome» disse d'un tratto la religiosa.
«Gustav.... Gustav Perutz» fu la risposta; mentre pronunciava il suo nome, si voltò, lentamente, verso l'interlocutrice e vide sul suo volto uno sguardo vivo, penetrante ed un sorriso dietro il quale sembrava nascondersi un lampo di complicità.
«In un lontano passato, molti anni fa, il mio nome era Andrada» riprese la religiosa «Ho trascorso l'infanzia, prima di entrare in convento, nei sobborghi di Tulcea, poco distante dal delta del Danubio» Un'ombra oscurò per un momento lo sguardo vivo della donna «La mia famiglia, come tutte le altre, aveva sovente difficoltà a trovare il necessario per sfamarci e noi bambini cercavamo di collaborare, ?recuperando? qualche litro di benzina per rivenderla al mercato nero»
«Sorella» la interruppe Perutz, sorridendo «lei sa che sono un poliziotto. Cosa sta proponendo che faccia?»
«E' vero, non è un'azione corretta. Però, se la sua missione è tanto importante quanto Padre Mihail mi ha fatto intuire, e se il suo esito favorevole dipende anche da questo, credo che uno dei nostri pellegrini possa contribuire con qualche litro di benzina» Il suo viso stava arrossendo per l'imbarazzo: probabilmente non aveva mai parlato con nessuno del suo passato e tanto meno dei furtarelli che lei ed i suoi coetanei commettevano. Perutz si pentì di averla involontariamente messa a disagio; la religiosa stava cercando disinteressatamente di aiutarlo, e gli aveva fornito una soluzione semplice ed efficace al suo problema.
«Ha ragione; è l'unica soluzione. Non posso andare dal benzinaio del paese, e neppure da qualunque altro lungo la strada per Dragomirna: mi noterebbero in troppi.»
«Non possiamo neppure chiederla o acquistarla da uno dei pellegrini: sarebbe un comportamento inconsueto, essendoci una stazione di servizio in paese, e verrebbe notato ancora di più » aggiunse la religiosa, felice che il suo suggerimento fosse stato accettato.
Perutz guardò il volto della donna: il rossore si stava attenuando e lasciava riaffiorare il colorito abituale. Un sorriso reciproco suggellò l'intesa, e dopo un istante si alzarono e si avviarono verso l'edificio che ospitava il magazzino.

Pochi minuti dopo il dialogo avvenuto sulla panchina, Perutz uscì da una porta laterale, indicatagli dalla religiosa. Era un'uscita di servizio, che permetteva di lasciare il monastero senza passare per il portone principale, e che si affacciava su un sentiero diretto al paese. L'ispettore non imboccò il sentiero, ma percorse con circospezione il terreno, accidentato e ricoperto da uno spesso strato di vegetazione, che circondava le mura esterne del monastero. In pochi minuti arrivò al piccolo piazzale antistante il portone; da lì iniziava il viale che conduceva alla strada statale, al di là della quale vi era un'area molto più ampia, adibita a parcheggio ed utilizzata quasi esclusivamente dai pellegrini in visita. Nel secondo piazzale avrebbe avuto molte più opportunità di scelta ma, a quell'ora del mattino, il flusso dei visitatori era in costante aumento ed era quasi impossibile eseguire senza scomodi testimoni la delicata operazione che Perutz si accingeva a compiere. Inoltre, avrebbe dovuto percorrere l'intero viale, all'andata ed al ritorno, portando con sé i materiali che aveva preso dal magazzino del monastero: sarebbe stato notato da più di un turista. Decise di concentrare la sua scelta sulle automobili parcheggiate nel piazzale più piccolo, in prossimità del portone.
Nascose i materiali nell'erba, appena oltre il margine asfaltato, assunse l'aria più innocente che la stanchezza e la tensione gli permettevano, e fece un rapido sopralluogo. Le targhe dei veicoli parcheggiati confermarono ciò che aveva immaginato: erano quasi tutte auto di pellegrini. Coloro che arrivavano al monastero per primi si spingevano fino al piazzale antistante il portone, gli altri si dovevano accontentare del parcheggio più lontano. Avrebbe voluto scegliere un'auto recente e possibilmente un modello di lusso, per non danneggiare qualcuno con scarsa disponibilità di denaro, ma purtroppo la sua scelta doveva privilegiare altri aspetti, tecnici e logistici. L'auto che stava cercando doveva essere sufficientemente anziana da essere alimentata ancora con benzina addizionata con piombo, perché la Java non avrebbe accettato benzina verde. Dovunque, in Romania, sarebbe stata una ricerca facile: una Dacia qualunque, un po' malridotta, avrebbe fatto al caso suo. Inoltre, occorreva che l'auto fosse parcheggiata sul limitare del piazzale, e che il lato che ospitava il bocchettone del serbatoio fosse nascosto agli sguardi dei passanti.
Dopo un paio di minuti aveva trovato l'auto ideale: una vecchia Dacia Berlina, con la carrozzeria rossa stinta dagli anni e dal sole, parcheggiata sul margine sinistro del piazzale e con il bocchettone rivolto verso la campagna. Tornò velocemente al nascondiglio e recuperò i materiali forniti dalla suora: una tanica ed un semplice tubo di gomma. Avendo ormai identificato l'obiettivo, doveva essere il più veloce possibile, per minimizzare il rischio che la famigliola in vacanza, terminata la visita al monastero, lo sorprendesse in un'attività poco consona al suo ruolo nelle forze di polizia della Repubblica Ceca.
Non era la prima occasione in cui era stato costretto a commettere un'irregolarità o un'illegalità nell'esercizio delle sue funzioni; questo gli aveva sempre dato fastidio, ma lo aveva accettato come una condizione inevitabile per fare bene il proprio lavoro, consapevole che il danno che arrecava al singolo era molto più che compensato dal beneficio di cui la collettività avrebbe goduto. In questa situazione, però, si trovava fuori della sua area di competenza: in Romania era un semplice civile, e per di più uno straniero. Era indispensabile non farsi sorprendere: avrebbe avuto notevoli difficoltà a spiegare le motivazioni del suo comportamento ai colleghi romeni, probabilmente avrebbe perso l'appuntamento con Padre Mihail ed infine la segretezza sulla destinazione del suo viaggio e sulla sua attuale posizione sarebbe svanita.
Anche per lui erano trascorsi molti anni dall'adolescenza, e non era più abituato a commettere quelli che per un ragazzino della provincia ceca erano soltanto scherzi: non fu tempestivo e si riempì la bocca di benzina prima di riuscire a spostare l'estremità del tubo nell'imboccatura della tanica. Nei due minuti successivi un fiotto di benzina si trasferì dal serbatoio della vecchia Dacia al recipiente, mentre Perutz, con un'espressione disgustata, controllava il portone d'ingresso ed il viale: nessuno apparve in quel breve intervallo di tempo, la tanica ed il bocchettone del serbatoio vennero richiusi e l'ispettore si spostò dei pochi metri necessari per posare il ?corpo del reato? nell'erba, dietro al tronco di un albero. Tornò sui suoi passi: aveva in precedenza notato che il finestrino del guidatore non era completamente chiuso. Estrasse dalla tasca una banconota che avrebbe più che compensato il proprietario dell'auto, e la fece scivolare attraverso la sottile fessura: il denaro cadde sul sedile, in attesa di essere visto con stupore e recuperato dall'ignaro turista.

L'asfalto scorreva veloce sotto i suoi piedi: era nuovamente in viaggio. La sosta al monastero di Suceviţa gli era parsa molto più lunga di quanto fosse stata in realtà. Tutto sommato, era arrivato in tarda serata ed era ripartito il giorno successivo, a metà mattina. Era comunque in ritardo: ne aveva la percezione, pur non conoscendone il motivo. L'appuntamento con Padre Mihail era stato deciso di sua iniziativa; avrebbe potuto proporlo la settimana precedente oppure quella successiva, eppure una persistente sensazione lo spronava ad accorciare i tempi. D'altra parte, in quegli ultimi giorni gli eventi si erano susseguiti con un ritmo molto più intenso che nei mesi precedenti, a partire dalla scomparsa di Padre Jacob. Inoltre, gli agguati volti ad impedirgli di completare il viaggio erano la conferma della necessità di arrivare il più rapidamente possibile a Dragomirna.
Aprì completamente la manopola dell'acceleratore e lasciò che la Java prendesse velocità: la strada in quel tratto era in buone condizioni e permetteva di lanciare la vecchia motocicletta al massimo delle sue possibilità. Rallentò per attraversare un villaggio, quindi riprese la sua veloce andatura: sapeva che per alcuni chilometri avrebbe potuto procedere senza incontrare incroci o villaggi, attraversando un'alternanza di campi coltivati e boschi rigogliosi.
Non si accorse che un piccolo biplano, proveniente da Suceviţa, lo aveva raggiunto alle spalle ed aveva rallentato per adeguare la sua velocità a quella della motocicletta: il velivolo era rimasto in quota, ed il rumore che produceva era attutito dalla distanza e coperto dal rombo del vecchio motore della Java.
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MessaggioInviato: 22 Ott 2006 06:01    Oggetto: Rispondi citando

Il borbottio del donnone in cucina, il rumore delle stoviglie, sembravano cullare i suoi pensieri.
Suoni e profumi familiari, la riportarono indietro a quando era bambina; quando con trepidazione aspettava che le fossero servite quelle leccornie che le piacevano tanto e che, ogni volta, accoglieva battendo le mani, scatenando sorrisi di tenerezza e soddisfazione.
Ora la trepidazione era ben altra: doveva sapere, capire cosa stesse succedendo, far ordine nella confusione che aveva nella testa.
Le risposte, ne era sicura, si trovavano tutte lì, doveva solo riuscire a porre con ordine le domande giuste; non le era sfuggita la tensione, mal simulata di Eva, quando le aveva raccontato le sue peripezie; come se non bastasse, l'agitazione, con cui donna le aveva chiesto se avesse il sospetto di essere stata seguita, le si era appiccicata addosso, come un pezzo di nastro adesivo, che si cerca di staccare da una mano e inevitabilmente si attacca all'altra, in un perfido moto perpetuo.
Reggendo un vassoio di legno, di quelli con i supporti che permettono di fare colazione a letto, Eva rientrò in salotto, il suo viso era sorridente ma gli occhi e quel piccolo tremore del mento, tradivano l'agitazione interiore che aveva contagiato Marta.
«Ecco qua, bambina mia, maiale fritto, pane fresco, del vino leggero e per finire: la mia torta di mirtilli, è di ieri ma ti assicuro che è buona come quelle che mangiavi da bambina, l'ho scaldata così è ancora più buona».
Quel rinforzo di nostalgia, fece dimenticare a Marta le preoccupazioni e il turbinio che aveva nella testa; trattenne a stento l'impulso di applaudire, considerandolo un gesto troppo infantile e letteralmente si gettò sul cibo che le fu posto davanti.
Eva le si sedette di fronte, occupando interamente la poltrona, per l'occasione, spostata dal suo posto abituale di osservazione davanti alla finestra e rivolta all'interno del salotto.
L'anziana donna guardava compiaciuta la giovane che sgranocchiava il cibo e i suoi occhi si riempirono di tenerezza: le sembrava che il tempo non fosse trascorso, si vedeva ancora quarantenne, accaldata dalla temperatura della cucina, attenta che la "sua" bambina non s'ingozzasse e le venne spontaneo esclamare: «Piano, piano bambina mia, nessuno te lo porta via, mastica bene, altrimenti poi ti farà male il pancino e la tua Eva dovrà curarti».
Marta alzò gli occhi e a quelle parole due lacrime le scivolarono sulle guance: "Oh, tata, quanto mi sei mancata!!» la commozione le chiuse la gola e non riuscì più a deglutire, rimase lì, con la bocca piena a guardare Eva che, a quelle parole, scoppiò anche lei in un pianto dirotto.
Nei cinque minuti seguenti, gli unici suoni che si sentirono nella stanza, furono i singhiozzi liberatori, interrotti, a tratti, dal brusio e dai suoni che provenivano dall'esterno.
Passato il momento di commozione, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano, Marta esclamò: «Che stupida, anziché ridere di gioia per averti ritrovato, sono qui a fare il piagnisteo e a far piangere anche te!».
«Ma cosa dici, queste lacrime sono benedette, perché sono di gioia!» fu il rimbrotto brusco ma accompagnato da un sorriso che creò una ragnatela di rughe intorno agli occhi e alla bocca di Eva.
«Ora finisci di mangiare, altrimenti il maiale si raffredda e si fredda anche la torta»
«Tata, non cambierai mai!»
«Mangia!» fu l'ordine.
Quando anche l'ultima briciola di torta, raccolta con meticolosa attenzione, fu scomparsa, sorseggiando il caffè che Eva, nel frattempo, aveva preparato, Marta, scrutando la donna da sopra il bordo della tazzina, disse: «Ora devi dirmi tutto, devi raccontare quello che è successo»
Non seppe definire la natura del lampo che attraversò gli occhi di Eva, se fosse timore, durezza, o fosse pronta a mentire.
«Cosa vuoi sapere, bambina mia? Non c'è molto da dire»
«Eh no! Ci sono molte cose che devo sapere, a partire da quella notte infernale, il cui ricordo è riaffiorato proprio ieri, mentre ero là nella vecchia casa sulla collina».
«Sei stata là!?!» lo sbigottimento di Eva era reale.
«Sì, mi sono ricordata della notte in cui siamo stati rapiti, il nonno, la nonna e io!»
«Ma cosa dici? Non è stato un rapimento!»
«Ah no, e cosa allora?» la voce le si era fatta molto dura.
«Un salvataggio!»
«Una salvataggio!?! E da cosa??» non era preparata a una simile risposta, decise che Eva stava dicendo la verità.
«Non da cosa ma da chi!» ora anche la voce di Eva aveva assunto dei toni duri.
Totalmente confusa, Marta non riusciva a profferire parola, Eva vedeva le mille domande agitare le pupille della giovane e le paragonò alle onde di un mare molto agitato; sentendosi sopraffare dall'ansia, procuratale dall'amore che sentiva per quella ragazzina che vedeva così sperduta, cercando di ammorbidire la propria voce il più possibile, con un sospiro iniziò a raccontare.
«Devi sapere che tuo nonno era uno scienziato»
«Il nonno?»
«Sì, era un genetista, studiava il dna ed era riuscito a raggiungere risultati eccezionali, in anticipo di vent'anni, diceva»
«Il nonno?» la domanda si ripeté mentre l'incredulità prendeva il posto dello sgomento.
«Sì, era un grand'uomo e... era un'Aquila!» la maiuscola si percepiva nella definizione.
Nella confusione più totale, Marta, con un mezzo sorriso, non avendo percepito l'enfasi, chiese: «Intendi dire che aveva molto acume?»
«No, apparteneva all'Ordine delle Aquile per la Libertà»
«Una setta?» il sospetto traspariva da quelle parole.
«Non una setta, sciocchina! Una congrega di persone degne, oneste, corrette, generose, onorate e onorabili e buon Dio, non ti permetto di usare una definizione sminuente e volgare, che solo una mente limitata può concepire!» la veemenza, con cui erano state pronunciate le ultime parole, aveva arrossato le guance dell'anziana e ora i suoi occhi stavano lanciando lampi di indignazione.
Marta, per nulla spaventata dalla reazione ma intimorita come se fosse stata coperta a fare una marachella, pronunciò sottovoce uno «Scusa, tata, non volevo!» che ebbe il potere di far sbollire quell'attimo di rabbia ed Eva continuò a raccontare.
«Quella notte, foste portati in salvo dai compagni del nonno; avevano ricevuto informazioni sul pericolo che stavate correndo, pericolo di morte; dovettero agire molto in fretta perché quei maledetti si stavano muovendo per massacrarvi, l'avrebbero fatto mentre dormivate, proprio come serpenti velenosi che strisciano, colpiscono e poi si ritirano nell'ombra!». L'odio stillava dalle parole, le labbra tirate sembrarono sputare quelle frasi.
«Ma chi sono questi maledetti, perché volevano la nostra morte? Io poi, ero piccola, cosa c'entravo? I miei genitori anche loro dovevano essere le vittime di quelle orribili persone?»
Le domande scaturirono tutte insieme - un fiume che rompe gli argini - lo stesso fiume di lacrime che le inondò gli occhi mentre si afflosciava come un sacco vuoto contro lo schienale del divano.
«Una risposta alla volta, ricomponiti e sii la degna nipote di un grande!» l'esperienza di governante nel trattare una bambina capricciosa diede i suoi frutti.
«Quei maledetti, sono gli appartenenti all'Ordine della Rinascita, un gruppo con idee diverse da quelle che animano il gruppo di cui tuo nonno faceva parte; volevano la vostra morte, soprattutto la tua, perché sono spietati e quello è l'unico modo che conoscono per risolvere o eliminare i problemi»
«Ma avevo cinque anni!! Che pericolo può costituire una bimba di quell'età?»
«A quell'età non costituivi nessun pericolo, sei pericolosa per tutti i fattori concomitanti la tua nascita: sei nata la notte di San Giovanni a Praga da due persone, i tuoi genitori, anch'essi due Aquile».
Al sentire nominare i propri genitori, che non aveva mai conosciuto, Marta si fece attenta: «E...»
Imperturbabile ma con il viso distorto dal dolore Eva proseguì: «E morirono, quando quelle serpi tentarono di ucciderti la prima volta; da allora fosti affidata ai tuoi nonni paterni».
«Ancora non capisco cosa c'entri la mia nascita e perché è stata la causa di tanti guai» scuotendo la testa per scacciare quelle orribili verità.
«Profezia, un antico scritto, calcoli fatti e rifatti per secoli, indicavano che una nascitura, partorita la notte fra il 23 e il 24 di giugno, a Praga e frutto dell'amore di due Aquile, sarebbe stata l'artefice della rovina dei falchi"
«Allora quei bastardi vogliono farmi fuori per uno scritto vecchio di secoli, frutto forse della fantasia malata di qualche fuori di testa!?!»
«Ragazzina! Non essere irriverente!» il rossore si stava di nuovo diffondendo sulle guance di Eva.
«Irriverente? E' la mia vita che ci va di mezzo!»
«Non solo la tua!»
«Cosa vorresti dire, avanti, parla!»
«Niente, non dirò più niente, ho già detto troppo! piuttosto pensiamo a cosa fare per evitare che le cose vadano peggio!»
L'espressione ferma e decisa della sua governante, convinse Marta che non avrebbe saputo niente di più di ciò che aveva sentito fino allora.
Eva si diresse nella stanza adiacente, tornando poco dopo e borbottando: «E' un po' vecchio ma dovrebbe essere ancora valido»
«Cos'è?»
«Dobbiamo organizzarti un viaggio, vediamo, mmm... si, l'aereo domattina, riposi un po' a Iasi, poi prendi il treno per Putna, ecco fatto!»
«Fatto cosa?, cosa stai combinando, tata? Che viaggio e perché, io non mi muovo di qui!»
«Oh, sì che ti muovi, devi andare a conoscere una persona speciale! Tutto questo da domani, ora vai a riposarti, ti fai un bel sonno e vedi di essere in forma perché nel giro di un giorno e mezzo, ti "macinerai" quasi millequattrocento chilometri fra aereo e treno».
Con un tono che non ammetteva repliche concluse: «Ora muoviti ragazzina, sono sempre la tua tata, io so cosa è meglio per te!»

edit:
errori di battitura --- nemmeno a rileggerlo tre volte si riescono a beccare Crying or Very sad --- grazie Ana Smile
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MessaggioInviato: 01 Nov 2006 04:44    Oggetto: Rispondi citando

«Amedeo è mio fratello» esordì Giorgio quando ebbero terminato la colazione.
L'avevano consumata con la tranquillità che sempre segue i momenti di tensione.
Le battute sulle scelte del cibo e delle bevande avevano stemperato il nervosismo creatosi nel parcheggio.
Sedevano nella caffetteria rilassati e tranquilli; Mirtha, nonostante il lungo viaggio notturno, non dava segno di stanchezza e ora stava fissando il gigante con un misto di tenerezza e inquisizione, benché desse segno di voler ascoltare, non seppe resistere alla tentazione di esclamare: «Tu hai un fratello? Non me ne hai mai parlato!»
«Lo credevo morto» fu la lapidaria risposta.
Giacomo pendeva dalle labbra dell'amico: sperava di apprendere qualcosa di più delle ermetiche spiegazioni fornitegli fino a quel momento; con le labbra atteggiate a un sorriso, ringraziò silenziosamente Amedeo di non essere morto.
«Ah, la complicità maschile, tutti uguali voi! Non a caso sei il suo degno amico!» Mirtha non aveva potuto fare a meno di notare il sorriso del ragazzo e la sua esclamazione aveva la tipica intonazione della rassegnazione femminile.
Giacomo aprì la bocca per replicare ma s'interruppe fermato da un gesto della mano di Giorgio.
«Vuoi smetterla d'interrompere e mi fai continuare? Se vuoi sapere come stanno le cose frena la tua impazienza, per favore!» le parole erano pacate ma il tono era quello di un ordine.
Il ragazzo non poté fare a meno di rilevare la morbidezza con la quale il gigante si rivolgeva alla ragazza e pensò tra sé: «Ma tu guarda l'amore cosa riesce a fare: anche quando deve redarguirla lo fa con lo stesso tono con cui direbbe "ti amo"; il bello è che cerca di nasconderlo in tutti i modi».
Mirtha ammutolì come una scolaretta che sta apprendendo un grande mistero.
«Facciamo parte di un gruppo molto antico, il nostro scopo è quello di arginare azioni che potrebbero rivelarsi disastrose per tutti; eravamo preparati per bloccare eventi che avrebbero dovuto accadere fra un anno, invece, per calcoli sbagliati o situazioni precipitate, abbiamo solo dieci giorni».
«Ehmm... sette, compreso oggi» fu il commento di Giacomo.
«Già, solo sette!» lo sguardo che Giorgio rivolse all'amico era pieno di costernazione, poi proseguì: «Dobbiamo muoverci in fretta, i pericoli sono tanti; tutti quelli che incontreremo potrebbero essere nemici che intendono fermarci. Se tu non fossi così testona e mi avessi dato retta, te ne saresti stata a casa e al sicuro!» dal tono di rimprovero, mentre puntava il grosso indice verso la ragazza, traspariva tutta la preoccupazione che lo agitava.
I lampi che Giacomo aveva imparato a riconoscere, iniziarono ad accendere lo sguardo di Mirtha.
«Secondo te, io dovrei stare a casa a fare la calza mentre il mio uomo corre il rischio di morire? Sarei io la testona che non vuole capire? Forza dimmelo Giorgio Beaugio, ecco a voi signori, il grand'uomo che sa tutto! Non si accorge nemmeno quanto una persona può tenere a lui, sei proprio un brutto idiota!»
Detto questo scoppiò in un pianto rabbioso e liberatorio, assestando un pugno sul petto dell'uomo che la guardava con occhi sgranati.
«Ma tu... io... no tu... non mi hai mai fatto capire... no! Io non ho mai capito... credevo che...»
Giacomo se la ridacchiava, ben attento a non farsi vedere e pensando: «Guardalo lì, grande e grosso, potrebbe rompere il tavolo con una manata e ora balbetta ed è più confuso di uno che è stato beccato a non fare il proprio dovere»
«Tu! non ridacchiare sotto i baffi altrimenti ti cancello quel ghigno dalla faccia» fu la minaccia per aver intuito cosa stava passando per la mente al ragazzo e per aver scorto il sorriso mal celato di Giacomo.
«In quanto a te, ragazza, ti sembra il momento per dire certe cose? Ora non abbiamo tempo per risolvere questo tipo di problema»
«Eh, certo! Il signorino sta pensando a una certa Marta, non ha tempo da perdere con una campagnola e per di più così stupida da dirgli che lo ama!» La rabbia di Mirtha stava facendo assumere alla sua voce un tono pericolosamente isterico.
«Ma cosa dici! Marta è la sua ragazza» indicando Giacomo «Corre un serio pericolo, pericolo di morte, non abbiamo tempo e non sappiamo nemmeno dov'è! Devo incontrarmi con i fratelli, gli altri del gruppo, perché così è scritto; dobbiamo salvarla, lei è la chiave di tutto; solo con le nostre forze unite possiamo sperare di fare in tempo a proteggerla, dobbiamo arrivare al risultato che ci permetterà di arginare la catastrofe che fra dieci, no! sette! giorni farà sprofondare il mondo civile nel baratro!»
L'espressione di Mirtha si trasformò da rabbia a stupore: «La sua ragazza? io credevo che tu... che io...» ora era lei a essere confusa.
«Ma non ti sei accorta che per me esisti solo tu? Se non ci fosse la mia missione...»
Giorgio non poté continuare: Mirtha lo stava abbracciando continuando a ripetere: «Oh caro, caro il mio bestione!»
Al colmo dell'imbarazzo e più delicatamente possibile, si divincolò dall'abbraccio dicendo: «Siamo seri, non diamo spettacolo» si vedeva benissimo quanto era raggiante: il litigio gli aveva permesso di esternare i suoi sentimenti e, cosa molto più importante, aveva avuto la conferma che erano ricambiati.
«Continua caro» per niente offesa di essere stata allontanata; ora che i suoi dubbi e le sue incertezze erano stati fugati, continuava a sembrare una pantera, non per difendere sé stessa bensì ciò che le stava più a cuore: il suo compagno e il cucciolo che l'accompagnava.
«Dobbiamo trovare un monastero in cui ci sia un ingresso sormontato da un arco gotico, su tale arco deve essere incisa la frase che sovente mi hai sentito pronunciare; quello è il luogo dell'appuntamento con i miei compagni, ci sarà un enigma da risolvere ma non ho la minima idea di quale sia la sua natura e cosa riguardi, la sua soluzione ci dovrebbe fornire delle indicazioni, Marta è indicata come ?la chiave? quindi presuppongo ci sarà una porta che solo lei può aprire. Il tesoro da trovare è molto prezioso, è lo scopo dell'esistenza del nostro gruppo, grazie a ciò che troveremo avremo una possibilità in più di far fronte al pericolo che incombe».
Sentendo quelle parole, Giacomo pensò che aveva un ulteriore motivo per combattere: fino ad allora si era sentito solidale con il suo nuovo amico, i pericoli corsi insieme, l'ammirazione per gli ideali di quell'uomo, divennero secondari rispetto alla necessità di difendere la sua amata dal pericolo di morte che correva e, contemporaneamente si sentiva inorgoglito dall'importanza di lei, una ragione in più per proteggerla.
«Allora, che si fa?» pronunciò a voce alta nascondendo la tensione che accumulandosi, lo stava caricando d'energia. Il suo addestramento militare stava riemergendo completamente e lui come in passato, si sentiva pronto ad affrontare la missione, incurante del pericolo di perdere la vita.
«Facciamo i turisti: una bella e devota famigliola che va per monasteri, dobbiamo fare attenzione a dare nell'occhio il meno possibile e... Cosa hai da ridere tu?» l'ultima domanda era rivolta a Giacomo che alle sue affermazioni era scoppiato in una risata.
«Secondo te, due persone "normali" che girano per la città, accompagnate da una montagna ambulante, non danno nell'occhio?»
Mirtha, sorridendo al dire del ragazzo, rincarò la dose: «E' vero caro, forse è meglio che tu stia in macchina mentre noi raccogliamo le informazioni necessarie»
"Umpf!» fu la risposta di Giorgio mentre guardava di traverso l'amico, «"Normali" eh?!?»

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idem [ari]grazie Ana
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MessaggioInviato: 18 Nov 2006 01:45    Oggetto: Rispondi citando

Le vibrazioni ed il rumore del vecchio motore, amorevolmente mantenuto in perfette condizioni da Mitica Rotanu, invadevano l'angusto abitacolo del biplano, rendendo difficile la conversazione con un eventuale compagno di volo. Di questo, naturalmente, Gabriela non si preoccupava: lo spazio era appena sufficiente per il pilota. Uno dei suoi ricordi più belli, legato a quell'aereo, risaliva a quando il padre la accompagnava a scuola: sebbene fosse una bambina, lo spazio esiguo li costringeva ad un viaggio che sarebbe stato molto scomodo, se fosse durato più dei pochi minuti necessari a raggiungere il paese. Pochi minuti, ma stretta a suo padre, in un'avventura che ai suoi compagni di scuola appariva straordinaria. Per lei, quell'aereo aveva segnato, accompagnandola, i momenti più importanti della vita; si era trasformato, anno dopo anno, da giocattolo proibito a passione smisurata ed infine a strumento di lavoro.
Decollata dalla piccola pista privata, la giovane donna aveva portato l'aereo in quota ed aveva fatto rotta verso Suceviţa. Sapeva che il viaggio di trasferimento sarebbe stato molto veloce; in poco più di quindici minuti sarebbe arrivata al centro dell'area da controllare, ed avrebbe dovuto avere le idee chiare su come procedere. Si concentrò sul compito che le era stato assegnato; suo malgrado, lo avrebbe portato a termine nel migliore dei modi, consapevole che un fallimento avrebbe causato molti problemi a lei ed a suo padre.
?Non sono persone che io possa scontentare? pensò, mentre aggiustava con la cloche la rotta, deviata dal vento proveniente da Est, che sovente in quella stagione le rendeva difficile l'irrorazione dei campi.
Non era mai stata impegnata in una ricerca aerea: mentre si avvicinava a Suceviţa si accorse di non sapere come comportarsi. Naturalmente avrebbe utilizzato il monastero come fulcro della sua ricerca, allontanandosene progressivamente. Se fossero stati utilizzati più aerei, probabilmente sarebbe stato assegnato a ciascuno un settore; in pratica, una porzione di territorio più o meno ampia, ottenuta disegnando un'area circolare del raggio di circa un centinaio di chilometri e dividendola per il numero di mezzi impegnati. Conoscendo le condizioni delle strade, sapeva che il fuggiasco difficilmente avrebbe potuto percorrere una distanza maggiore, nel poco tempo trascorso da quando aveva lasciato il monastero. Da Suceviţa tre erano le strade principali che avrebbe potuto percorrere: quella in direzione di Radauţi, quella per Suceava oppure l'ultima, per Campulung Moldovenesc. Questa, a quanto le aveva riferito il misterioso interlocutore, era la meno probabile. L'uomo era arrivato al monastero da Campulung Moldovenesc ed aveva urgenza di completare il viaggio: non sarebbe tornato indietro, se non per depistare eventuali inseguitori.
Gabriela pensò alle alternative che aveva: poteva effettuare una sorta di spirale, composta da cerchi concentrici sempre più ampi, oppure dividere l'area in settori ed iniziare da quello in cui la presenza del fuggitivo era più probabile.
Il primo metodo le avrebbe permesso di controllare in modo accurato sia le strade principali sia quelle secondarie, ma presentava un inconveniente: se l'uomo avesse imboccato una delle tre strade più veloci, si sarebbe allontanato a sufficienza da essere sempre al di là del suo campo visivo; inoltre, la circonferenza dei cerchi si sarebbe ampliata sempre di più, rallentando la sua ricerca.
Il secondo metodo avrebbe privilegiato la ricerca lungo le tre strade principali, e le avrebbe permesso di esaminarle tutte in un tempo relativamente ristretto, ma l'avrebbe costretta a trascurare le strade minori.
La bontà della sua scelta dipendeva dalla decisione presa poco tempo prima dal fuggiasco: aveva deciso di correre il rischio, ed interporre la maggior distanza possibile tra sé ed i suoi inseguitori, oppure aveva preferito una tattica più prudente e stava percorrendo le strette strade di campagna, lente ma meno frequentate?
Decidere in base al comportamento di altre persone, senza essere a conoscenza di tutti gli elementi: era proprio il tipo di decisione che Gabriela odiava prendere. Stava ancora oscillando tra una scelta e l'altra, quando arrivò in vista del monastero di Suceviţa; in pochi istanti fu sulla sua verticale e dovette fare una scelta. Si concesse un paio di secondi per ammirarne l'imponente struttura e la cinta muraria, quindi si diresse verso Radauţi: aveva deciso. Il metodo dei cerchi concentrici le avrebbe fatto perdere troppo tempo, e confidò che la fretta avesse spinto il fuggitivo a percorrere una delle strade principali. Scartò quella per Campulung Moldovenesc e decise d'istinto: prima Radauţi, poi Suceava.
Si abbassò di quota, per ottenere il giusto compromesso tra la necessità di controllare un'area ampia e non farsi notare e quella di mantenere un sufficiente dettaglio della strada e dei mezzi che la percorrevano.
Vide il solito traffico di carretti trainati da cavalli, carichi di fieno, che procedevano lentamente ed un sorriso le affiorò sul viso, ricordando un cliente straniero che, anni prima, si era stupito della particolare conformazione delle strade principali. Era, infatti, una caratteristica delle strade romene: sul margine destro della carreggiata, per ogni senso di marcia, era stata ricavata una stretta corsia, riservata al lento procedere dei carretti. Sulle strade mantenute in buone condizioni la corsia era delimitata, sulle altre la vernice bianca non era stata mai applicata, ma vigeva da decenni una convenzione non scritta che riservava un paio di metri di asfalto all'unico mezzo di locomozione che i contadini potevano permettersi. Non era insolito vedere una decina di carretti procedere in fila, ed ogni tanto si assisteva ad un sorpasso: uno di essi, senza carico, tentava per lunghi minuti di risalire la fila, occupando parte della carreggiata riservata ai mezzi a motore, con conseguente disappunto di automobilisti e camionisti. Più rischiosa era la circolazione sulle strade minori: lo spazio per la corsia riservata non esisteva, ed il rischio di trovare, al di là di una curva, la strada occupata da un carretto era sempre presente. La situazione, con il trascorrere degli anni, si stava lentamente modificando: il numero di carretti si riduceva, a favore dell'utilizzo di mezzi più moderni ma, nelle zone di campagna meno sviluppate, era ancora il mezzo di trasporto più utilizzato.
Gabriela notò che, nella corsia centrale, le vecchie Dacia rappresentavano ancora la maggior parte delle automobili. Anche a questo proposito le cose stavano cambiando: molti suoi conterranei potevano permettersi un'auto recente, una Dacia nuovo modello, oppure addirittura una straniera.
Automobili, camion, vecchie corriere dalla carrozzeria arrugginita: niente che potesse attirare l'attenzione della giovane donna. Proseguì verso Radauţi, lasciandosi alle spalle i mezzi appena controllati, ed esaminò un'altra fila di veicoli.
Improvvisamente, dal ciglio della strada si staccò una motocicletta e si avviò; i battiti del cuore di Gabriela accelerarono all'istante, quasi fosse certa di aver trovato ciò che stava cercando. Scese progressivamente di quota e, quando ritenne fosse sufficiente, riallineò l'aereo. Iniziò ad armeggiare con la custodia di pelle del piccolo binocolo da teatro che aveva portato con sé, tentando di aprirla con la sola mano destra, mentre con l'altra impugnava la cloche per smorzare gli effetti del vento. Doveva superare la poca resistenza che offriva il bottone a pressione, e la custodia si sarebbe aperta. Appoggiò il contenitore su una gamba e, tenendolo aderente al proprio corpo con il palmo della mano, fece forza con due dita per aprirlo. Non vi riuscì, e dovette aumentare la pressione sul bottone, finché improvvisamente questo si staccò: la custodia si aprì e le scappò di mano per una frazione di secondo. Prima che cadesse, Gabriela allontanò la mano sinistra dalla cloche e tentò di raggiungere la custodia ed il suo prezioso contenuto: riuscì a trattenere il contenitore, ma il binocolo le scivolò tra le dita.
«Maledizione! Ed adesso come faccio?» domandò a se stessa ad alta voce mentre, ormai con entrambe le mani libere, riprendeva il controllo del velivolo. Guardò verso il basso, nell'abitacolo: non riuscì a distinguere l'oggetto che le era scivolato. Lo spazio, già angusto in origine, era stato ulteriormente ridotto dalle tante modifiche che aveva apportato suo padre, alcune necessarie per il lavoro di irrorazione, ed altre indispensabili all'attività clandestina. Riprese quota, attese qualche secondo per tranquillizzarsi, quindi tentò di raggiungere e riconoscere il binocolo al tatto, utilizzando ora una mano ora l'altra. Si accorse ben presto che non riusciva a raggiungere, nemmeno con la punta delle dita, l'estremità più lontana del piano inferiore dell'abitacolo e che tutti gli oggetti che era riuscita a toccare erano saldamente fissati al velivolo. Si drizzò, slacciò le cinture e ripeté il tentativo: riuscì a spingersi oltre al punto raggiunto in precedenza, ma il risultato non fu differente. Dovette rassegnarsi: neppure atterrare l'avrebbe aiutata a recuperare l'oggetto. Probabilmente sarebbe stato necessario rimuovere un pannello, e non era un'operazione che potesse eseguire immediatamente.
Comprese che avrebbe dovuto avvicinarsi all'obiettivo più di quanto aveva previsto, tanto da riuscire a riconoscere la Java anche senza binocolo; non sapeva se le sarebbe stato possibile anche leggerne la targa, ma almeno ne avrebbe distinto una locale da una straniera.
Maledicendo in cuor suo quanto le era accaduto, riportò il velivolo alle spalle del motociclista ed abbassò la velocità, mantenendola poco al di sopra del limite di stallo; nonostante ciò, avrebbe comunque superato in pochi secondi il suo obiettivo, e sarebbe stato impossibile non farsi notare. Iniziò una discesa molto graduale, imponendosi di evitare brusche variazioni del regime di giri del motore per non mettere troppo presto in allarme il motociclista. Si accorse che era necessario scendere di quota molto più di quanto avrebbe voluto e, nonostante la bassa velocità, superò in un paio di secondi la motocicletta e le poche auto che stavano percorrendo quel tratto di strada.
Si voltò, e comprese che tutti l'avevano notata: il motociclista gesticolava, agitando il pugno sinistro verso di lei, ed alcuni passeggeri delle auto si erano sporti con la testa fuori dal finestrino per vedere il temerario che li aveva sfiorati. Ovviamente ciò non era accaduto, ma il rumore e lo spostamento d'aria davano certamente quell'impressione. Ebbe così la conferma della sua previsione: non sarebbe mai passata inosservata.
Ebbe anche un'altra conferma: quel motociclista non era il fuggiasco. Aveva fatto in tempo a riconoscere i cilindri contrapposti di una grossa BMW, e le ingombranti borse laterali: era indubbiamente un turista occidentale.
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MessaggioInviato: 20 Dic 2006 00:01    Oggetto: Rispondi citando

Gabriela concentrò la propria attenzione sul velivolo: diede potenza e, intervenendo sulla cloche, riportò l'aereo in quota. Non poteva certo attendersi di individuare il fuggiasco al primo avvistamento: al contrario, ebbe la percezione che quella sarebbe stata una lunga giornata. Decise di proseguire verso Radauţi: non aveva ancora controllato l'intera distanza che un uomo in fuga su una motocicletta avrebbe potuto percorrere in quel lasso di tempo. Anzi, per evitare errori di valutazione, si sarebbe spinta anche un po' oltre: probabilmente avrebbe perso tempo, ma almeno sarebbe stata certa di non dover tornare sui suoi passi.
La quota a cui aveva riportato il velivolo era quella ideale per proseguire il controllo della statale: poteva distinguere con sufficiente chiarezza i veicoli che la percorrevano, ed individuare tra le auto ed i mezzi pesanti una motocicletta. Si sentiva più tranquilla ed a suo agio, dopo aver interposto una discreta distanza tra sé ed il suolo: i problemi, come le automobili sulla statale, le apparivano rimpiccioliti, e tornò a pensare che avrebbe comunque trovato una soluzione. I muscoli contratti a causa dei precedenti minuti di tensione si rilassarono, si accorse che stava stringendo la cloche con eccessiva forza e diminuì la pressione, pur continuando a controllarla con l'abituale fermezza; anche l'espressione del viso si rasserenò.
La giovane donna iniziò a riflettere: quali elementi aveva per credere che il fuggitivo fosse effettivamente diretto a Radauţi? Nessuno.
Anche accettando l'ipotesi che da Suceviţa avesse scelto la statale per Radauţi, i suoi inseguitori non avevano elementi per supporre che volesse proseguire fino alla piccola città moldava. Se la sua meta fosse stata uno dei tanti villaggi sparsi tra i due centri, avrebbe percorso la strada principale per dieci, venti o più chilometri, ed avrebbe svoltato in una delle numerose stradine polverose che la intersecavano, scomparendo dalla vista di Gabriela.
Inoltre, il misterioso interlocutore le aveva detto che l'uomo era stato avvistato quella mattina al monastero di Suceviţa: la sua era stata una sosta casuale, dettata dall'esigenza di trovare un'accoglienza per la notte, oppure il monastero era una delle sue tappe? Nella seconda ipotesi, sarebbe stato utile controllare con maggior attenzione le strade che portavano agli altri monasteri della regione. Era un buon ragionamento, si complimentò la donna con se stessa, ma non avrebbe aiutato di molto le ricerche: in tutta la Romania, quella era la regione che poteva vantare il maggior numero di monasteri, disseminati in un'area molto ampia. Lei non li conosceva tutti, e ciò probabilmente valeva anche per gli altri abitanti della regione. Molti di essi erano eccezionalmente belli e ben conservati, ed erano i più famosi e frequentati da pellegrini e turisti. Erano stati costruiti nel medioevo, nel XV e XVI secolo, da Stefano il Grande e dai suoi condottieri, per celebrare le vittorie militari contro le popolazioni provenienti da Est. Riccamente decorati ed affrescati, erano arrivati ai giorni nostri in buone condizioni.
Altri, la maggioranza, erano più poveri e privi di attrattive architettoniche o artistiche, ed ospitavano pochi monaci: i turisti non li visitavano, ed anche i pellegrini erano rari. Se uno di quei monasteri era la meta del fuggitivo, sarebbe stato praticamente impossibile individuarlo: ormai, a quell'ora della mattina, la sua moto stava percorrendo una stretta strada di campagna, oppure era già stata ricoverata nel cortile interno del convento, al riparo dagli sguardi di tutti, anche da quelli di Gabriela.
La giovane donna decise per una soluzione intermedia, consapevole che un controllo completo avrebbe richiesto molte più risorse: avrebbe proseguito ancora per alcuni chilometri sulla strada diretta a Radauţi, quindi avrebbe invertito la rotta; tornando a Suceviţa, avrebbe effettuato alcune deviazioni ed avrebbe percorso qualcuna delle strade minori, dando la priorità a quelle che sapeva conducevano ad un monastero.
Si chiese perché la misteriosa organizzazione stesse cercando quell'uomo: era un membro di un'organizzazione concorrente, era anch'esso una persona pericolosa, da evitare come sarebbe stato opportuno fare con gli altri con cui suo padre aveva saltuari rapporti? Decise che non aveva necessità di saperlo, e che sarebbe stato molto più sicuro rimanere al di fuori della questione, per quanto possibile. D'altra parte, era già molto coinvolta: il suo ruolo, da quello di semplice osservatore, si era trasformato. Non poteva più sperare di passare inosservata: molti avrebbero notato le sue evoluzioni aeree e si sarebbero ricordati della presenza di quel velivolo.

Ad un certo punto, si distolse dalle sue riflessioni: osservando il susseguirsi dei villaggi lungo la strada, si era accorta di aver superato abbondantemente la distanza che l'uomo sulla moto avrebbe potuto percorrere. Modificò la rotta, eseguendo una manovra molto ampia, e riprese a costeggiare la statale, ma nella direzione opposta.
Non percorse tutte le strade che intersecavano la principale, ma soltanto quelle che conosceva e che portavano ad un monastero o ad un convento; era consapevole che una simile ricerca non era completa, ma avrebbe dovuto ritornare a Suceviţa in tempo per controllare, prima che fosse troppo tardi, la statale per Suceava. Esaminò molte strade bianche, pressoché deserte, e sorvolò alcuni piccoli monasteri, desolatamente abbandonati. In altri, il rumore di un aereo a bassa quota spinse i monaci a interrompere il lavoro nei campi adiacenti ed a sollevare il viso al cielo, incuriositi dalla novità. I chiostri ed i cortili interni dei monasteri apparivano vuoti; non notò nessuna motocicletta né un uomo che non indossasse il caratteristico abbigliamento dei religiosi ortodossi.
Man mano che, lungo l'asse Radauţi-Suceviţa, si avvicinava a quest'ultima, effettuava deviazioni più lunghe, considerando che il fuggitivo, avendo percorso un tratto via via minore della statale, avrebbe avuto più tempo per procedere nella strada secondaria.
Si spinse fino al monastero di Putna, uno dei gioielli più belli della Moldavia. Situato ad una decina di chilometri dal confine con l'Ucraina, in una stretta valle boscosa che improvvisamente si apriva nel piccolo altipiano che ospitava il paese ed il monastero, era intensamente frequentato. Gabriela ricordò di averlo visitato con i suoi genitori, alcuni anni prima, e che già allora il turismo era talmente sviluppato da trasformare molti abitanti del villaggio in albergatori. L'accoglienza era rustica, quasi spartana, ma genuina. La donna ricordò che, all'epoca, anche il monastero era solito accogliere ospiti; per lo più pellegrini, avevano a loro disposizione una specie di foresteria all'interno dell'edificio. Il fuggiasco avrebbe potuto essere lì, in quel preciso istante, invisibile alle sue ricerche. L'aereo sorvolò un paio di volte il piccolo monastero, e Gabriela si concentrò sull'ampio parcheggio antistante l'ingresso. Le automobili erano numerose, c'era anche un paio di pullman ma, in quel momento, nessuna motocicletta. Dubbiosa, si allontanò dopo aver dato uno sguardo carico di ricordi alla chiesa racchiusa dalle mura fortificate.
Dopo alcuni altri tentativi, tutti conclusi senza risultato, ritornò sulla statale e ne percorse gli ultimi chilometri, fino ad arrivare in prossimità di Suceviţa. A quel punto, deviò per la strada che conduceva a Suceava, scelse la quota più opportuna per controllare gli automezzi, ed iniziò la seconda parte del suo compito.
Dopo pochi minuti, il primo avvistamento: una motocicletta percorreva la statale ad andatura normale. Chi guidava non si stava comportando come un fuggiasco, o almeno come avrebbe dovuto agire secondo l'idea che se ne era fatta Gabriela. La sua guida era regolare, addirittura tranquilla: procedeva senza fretta, dietro ad un pesante autocarro, e non sembrava avesse intenzione di superarlo. L'aereo modificò la traiettoria, in modo da portarsi alle spalle dell'obiettivo, ed iniziò la manovra di avvicinamento. Abbassò la velocità, come aveva fatto la volta precedente, mantenendola poco al di sopra del limite di stallo, ed iniziò una graduale discesa. Non ebbe bisogno di completarla: l'uomo che guidava la motocicletta aveva con sé un passeggero. Un bambino era seduto sul sellino posteriore della vecchia moto, e si stringeva a colui che probabilmente era suo padre. La giovane donna diede potenza al motore e riprese quota, senza che il motociclista o altri si accorgessero della sua presenza.
Ricordò che verso Sud, a meno di una trentina di chilometri, si trovava un altro dei più famosi monasteri della Moldavia: Voroneţ. Avrebbe potuto essere una meta più che plausibile: uno dei più piccoli, ed uno dei più belli, forse l'unico ad aver conservato soltanto in parte la cinta muraria. Gabriela l'aveva visitato, anni prima, durante una gita scolastica, ed erano rimasti impressi nella sua memoria gli affreschi esterni: avevano mantenuto un brillante colore blu, pur essendo stati realizzati alcuni secoli prima, per rievocare le vittorie contro i turchi. La composizione chimica di quei colori era ancora oggi in parte sconosciuta, e quella tonalità di blu era nota come ?blu di Voroneţ?. Neppure quella deviazione diede risultati: nessuna motocicletta apparve sulla strada che conduceva al monastero, né nel parcheggio.
Tornata sulla statale, proseguì per alcuni chilometri, fino ad arrivare al bivio per Arbore: la distanza da percorrere era ridotta, in un paio di minuti sarebbe stata sulla verticale del monastero. Decise di controllare, e vide soltanto un vecchio monastero, abbandonato all'incuria, invaso da cespugli ed erbacce. Notando con dispiacere che neppure l'essere stato inserito dall'Unesco tra i patrimoni dell'umanità era servito a preservarlo dall'abbandono, ritornò sulla strada principale per Suceava.
Proseguì il volo verso il capoluogo, ed il dubbio di aver sbagliato qualcosa nell'impostare i criteri della ricerca si fece sempre più evidente: aveva effettuato soltanto due avvistamenti, e nessuno era stato confermato. Iniziò a pensare cosa avrebbe potuto dire al suo mandante, lo sconosciuto che le incuteva soggezione e timore, e di cui intuiva la pericolosità. Non si sentiva responsabile del fallimento di un'operazione condotta con mezzi insufficienti, ma sapeva che avrebbe dovuto esporre delle spiegazioni molto convincenti per evitare ritorsioni.
Il velivolo giunse all'altezza di Ilişeşti, un paesino insignificante; l'unico suo merito era dato dal trovarsi ad una distanza da Suceviţa all'incirca pari al percorso che, secondo i calcoli della ragazza, il fuggitivo avrebbe potuto fare in quell'intervallo di tempo. Raggiunto il paese, Gabriela avrebbe dovuto fare ritorno al punto di partenza, ed indirizzare le ricerche verso un'altra direzione, valutando per esempio l'ipotesi che il fuggitivo avesse deciso di tornare verso Campulung Moldovenesc. Decise di proseguire ancora per qualche chilometro; tutto sommato, percorrendo molte diramazioni secondarie aveva ritardato il controllo della strada per Suceava, e di conseguenza avrebbe dovuto spostare il punto di riferimento un po' più avanti. Subito dopo Ilişeşti la strada si faceva più movimentata, introducendosi in un susseguirsi di boschetti e campi coltivati. Per alcuni chilometri non avrebbe incontrato altri villaggi, ed il traffico lungo la strada era quasi inesistente: salì di quota, per osservare una zona più ampia, e le parve di intravvedere un luccichio in movimento, seminascosto dalle fronde degli alberi. Rimanendo in quota, arrivò all'estremità del bosco ed attese: dopo un paio di minuti comparve una motocicletta. Procedeva ad andatura veloce, ma non tanto elevata da essere notata dai conducenti degli altri mezzi, e sembrava che non vi fosse il passeggero. Gabriela vide la strada, poco più avanti, entrare nuovamente nel bosco e comprese di avere poco tempo per avvicinarsi e verificare l'avvistamento. La manovra che stava per effettuare era la stessa che aveva messo in pratica nelle due occasioni precedenti: era una procedura ormai ben collaudata. Dovette però scendere di quota più rapidamente: il bosco si stava avvicinando, e lei aveva necessità di spazio per riprendere quota. La manovra non passò inosservata; il motociclista voltò la testa per una frazione di secondo, quanto bastò a comprendere la situazione, ed accelerò in modo repentino. In pochi istanti raggiunse il bosco, e vi si immerse. Gabriela fece riprendere quota al velivolo, ormai certa di aver individuato l'obiettivo: il conducente era un uomo sui quarant'anni o poco più, di statura leggermente superiore alla media, corporatura normale, e non indossava il casco. Aveva un giaccone che poteva essere da motociclista, ma sembrava indossare abiti normali, non i capi in pelle che venivano abitualmente esibiti dai turisti stranieri in vacanza. Dietro di sé, sul portapacchi posteriore, un borsone da viaggio. La motocicletta era una vecchia Java ed aveva la targa romena: non aveva potuto vederne i particolari, ma quell'insieme di elementi e soprattutto la reazione del motociclista le dicevano che aveva concluso la sua ricerca.
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MessaggioInviato: 24 Dic 2006 13:09    Oggetto: Rispondi citando

L'inattività, il bighellonare, non gli erano confacenti; ora che era tornato in azione, Jorge non vedeva l'ora di agire, di concludere il suo compito.
Cercò, come al suo solito, di trovare la positività nel fermo obbligato: aveva modo di raccogliere le idee, di fare il punto della situazione, anche se aveva ben chiari gli obiettivi da raggiungere. Poche volte aveva permesso alla sua natura focosa di prendere il sopravvento: l'emotività era pericolosa e rendeva deboli, per questo aveva sempre pianificato tutte le sue azioni, anche quando si trattava di eliminare i nemici, l'aveva fatto con freddezza, come una cosa necessaria; il suo principio era che tutte le cose devono essere fatte al meglio, se poi ci fosse stata la possibilità di aggiungere un tocco artistico, beh quello era in funzione della situazione e dell'inventiva per risolverla. Lui era parecchio fantasioso, imprevedibile, determinato: "il ciclone Jorge" soleva definirlo la sua Katrina.
Katrina... il pensiero di sua moglie e della piccola Estella gli provocò una fitta di nostalgia: lei non gli aveva chiesto mai niente del suo passato, aveva accettato senza indagare come mai si trovasse così lontano dal suo paese, lo amava per come era pur sapendo - l'unica cosa che lui le aveva detto e che sperava - che, prima o poi, sarebbe arrivato il momento in cui lui avrebbe dovuto andarsene per fare qualcosa di pericoloso correndo il rischio di non fare più ritorno.
Ogni tanto la sorprendeva a guardarlo con l'aria corrucciata e con una ruga di preoccupazione che le attraversava la fronte, per farle tornare il sorriso le diceva, sorridendo: "yo soy Jorge Sasieta, una mata de zarzas espinosas y las zarzas son duros que extirpar"; la prima volta, vedendo la smorfia di incomprensione sul suo viso, aveva tradotto ridendo: "sono Jorge Sasieta, il mio cognome significa rovi spinosi e i rovi, si sa, sono duri da estirpare"; da allora la frase era diventata un codice: serviva a scacciare le nubi che le attraversavano lo sguardo, come risposta rassicurante che il brutto momento era passato gli rispondeva sorridendo: "allora stai lontano, non voglio essere punta, non più di quanto tu lo faccia già quando non ti fai la barba" e tutto finiva lì, fino alla volta successiva.
Una fila di telefoni pubblici gli fece venire voglia di telefonare a casa, di rassicurare Katrina, di sapere come stava la piccola Estella; frenò l'impulso ricordando le parole dello sgherro ucciso alla stazione di Chisinau: "E' da molto tempo che ti controlliamo, sappiamo chi sei, qualcuno ti fermerà!" scoprì i denti in un sorriso feroce mentre un pensiero gli attraversava la mente: "¡Cabrón, tú no de seguro, mira: tus trozos están a decorar las paredes de uno miserable depósito!". Non doveva far niente che mettesse in pericolo la sua missione e ancor meno la sua famiglia, desistette dal fare quello che considerò una debolezza e si ripromise di saldare il conto a cose finite. Nessuno, si ripeté, nessuno doveva mettersi sulla sua strada, nessuno doveva osare anche solo pensare di nuocere a chi lui amava di più, pena: la morte, di lama o di esplosivo, dolorosa o rapida ma sempre morte. Aveva visto in faccia la nera signora troppe volte, aveva visto gli occhi di chi moriva, amici e nemici e in tutti le pupille esprimevano solitudine, stupore e tristezza. L'aveva cercata da quando aveva trovato il suo maestro ucciso dalla guardia civil, si sentiva perso senza di lui, quella sensazione era stata per un po' di tempo, superiore al desiderio di vendetta; s'imbarcava nelle missioni più pericolose, sempre da solo, senza "copertura"; pensava, allora, che non ci fosse più alcuno scopo a vivere, fino a quando - ironia del destino - senza nemmeno essere impegnato in una azione, aveva sorpreso dei militari che, in un villaggio, stavano torturando una donna il cui marito apparteneva alla stessa organizzazione di cui anche lui faceva parte. In quel momento aveva capito che sarebbe stato inutile morire, non sarebbe servito più a nessuno ma soprattutto avrebbe vanificato tutto il lavoro del suo maestro per prepararlo alla "Missione". Con un espediente aveva distolto i militari da quello che stavano facendo, con la complicità del buio aveva tagliato loro la gola, uno a uno; aveva caricato i corpi sulla loro camionetta e, sempre con il favore delle tenebre, l'aveva parcheggiata di fronte alla caserma; prima di andarsene aveva posto nel veicolo la sua arma preferita: un contenitore di nitroglicerina collegato ai morti con un filo di nylon, di quelli usati per le lenze, in modo che la rimozione dei corpi facesse scattare una sorta di percussore; sul parabrezza aveva lasciato un messaggio scritto con il sangue di chi aveva ucciso: "la guerra se hace a los hombres no a las mujeres y a los niños, yo os haré la guerra": - la guerra si fa agli uomini non alle donne e ai bambini, io vi farò la guerra - da quel momento era diventato il ricercato numero uno del paese.

Si fermò in un piccolo ristorante che aveva i tavolini all'aperto, non aveva fame, la colazione del mattino era stata più che sufficiente, doveva solo far passare del tempo. Si accomodò al tavolino che per la sua posizione, veniva considerato dagli altri clienti come ultima risorsa quando non c'era più posto, posizionò la sedia in modo da avere le spalle protette dal muro dell'edificio, la visuale di tutta la piazza e dei passanti che transitavano su quello stesso marciapiede. Ordinò ancora del maiale e dell'acqua, non era il momento di ottenebrare mente e riflessi con vino o birra; ripassò la parte che si era scelto con l'impiegata del servizio informazioni: un nipote un po' imbranato che cercava una vecchia zia, monaca in un monastero di cui lui non ricordava né nome né indirizzo, in realtà non li aveva mai saputi, fidava sulle conoscenze della ragazza per individuare quello giusto. Non conosceva nemmeno la persona che doveva incontrare ma questo non sarebbe stato un problema, il modo c'era, l'unica cosa che lo infastidiva un po' era che si trattava di un poliziotto, lui con i rappresentanti della legge non aveva molta sintonia. Passò buona parte del pomeriggio a contemplare le persone che costituivano il popolo momentaneo della piazza: turisti che si soffermavano ai monumenti e a rimirare alcuni edifici, lavoratori frettolosi che rientravano al lavoro, massaie che facevano la spesa, fino quando fu l'ora di incamminarsi.
Fece in modo di trovarsi davanti al nr. 15 di Str Univertatii, indirizzo dell'ufficio informazioni, alle diciassette in punto, Iasmina stava uscendo in quel momento.
"Buonasera señorita, sono qui per il nostro appuntamento" chissà perché la parola appuntamento fece fremere un poco la ragazza, se Jorge se ne accorse non lo diede a vedere.
"Buonasera señor, certo me ne ricordavo, se ha pazienza un attimo vado a prendere la macchina".
"Se vuole posso venire con lei, o pensa sia sconveniente ?".
La domanda e il vocabolo dal sapore un po' antico, alle orecchie di Iasmina suonarono come una galanteria desueta, ormai dimenticata: quell'uomo le piaceva sempre di più anche se emanava un alone misterioso, dai recessi della sua mente qualcosa, di non ben definito, lo classificava come estremamente pericoloso; si convinse che era solo fantasie alimentate dal modo con cui lui si muoveva, dagli occhi sempre in movimento, sempre attento a tutto, la mattina l'aveva paragonato a una volpe, beh, sembrava più un lupo che una volpe.
"Ma no, nessuna sconvenienza" sorridendo allegramente e con un po' di complicità "Solo una questione pratica, devo ritirare la macchina dal parcheggio, l'ho sempre fatto da sola, se gli addetti mi vedessero accompagnata, domani sarei subissata di domande, poi dicono che sono le donne a essere curiose" e si avviò a recuperare il veicolo.
Jorge apprezzò in silenzio la puerile precauzione, si era offerto di accompagnarla più per convenzione che per altro, non ci sarebbe stato nessun pericolo, avrebbe rafforzato l'immagine che voleva si vedesse, in questo modo invece rimaneva ancora più invisibile e non le avrebbe fatto correre rischi inutili, meglio!
Dopo pochi minuti, arrivò una Dacia, un vecchio modello dalla carrozzeria un po' ammaccata e in alcuni punti, ruggine, il motore però contrastava con l'aspetto esteriore dell'automezzo: un rombo basso e profondo denunciava una potenza che non aveva niente a che fare con ciò che lo conteneva.
"Questo sì che è un motore" mentre si accomodava sul sedile del passeggero, indicando il cofano al di là del parabrezza.
"Tutta opera di mio nonno, un campagnolo dalle idee antiche" sorridendo al pensiero: "mi ripeteva sempre: se vuoi che qualcosa sia fatta bene devi fartela da solo, i meccanici non possono conoscere la mia macchina come la conosco io" e così ci ha sempre messo le mani lui, in modo non propriamente ortodosso".
"Se questo è il risultato, saggio nonno, grazie nonno" entrambi risero allegramente alla battuta di lui e lei ingranò la marcia inserendo il veicolo nel traffico, sulla strada che li avrebbe portati a prendere la E85, direzione: Patrauti.
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MessaggioInviato: 03 Gen 2007 21:38    Oggetto: Rispondi citando

Non poteva essere già finita.
Non doveva essere già finita.
Gli anni passati ad allenarsi, a prepararsi non potevano risolversi in un piccolo viaggetto di piacere, aveva avuto sì qualche "inconveniente", l'aveva considerato un divertimento che gli aveva permesso di non deprimersi sentendosi un postino.
Ripensò con affetto alle parole che Egdar Stomp, amico nonché primo maestro, era solito ripetere: "Il tuo apporto rientra in un disegno più grande, non continuare a chiedere di più, accontentati di sapere questo: ciò che farai ha la stessa importanza di tutto il resto, senza di te l'intero disegno potrebbe rimanere incompiuto".
Anziché soddisfare la sua curiosità, la risposta l'accentuava ancora di più, aveva posto le stesse domande ai successori di Egdar con il medesimo risultato, quasi sembrava si fossero passati parola per non dargli soddisfazione.
Ora non c'era nessuno a fermarlo, ribelle com'era non si rassegnava, voleva sapere di più, voleva conoscere il motivo degli eventi che l'avevano portato lì; «Forse da qualche parte e in piccolo, è scritto che io debba disobbedire agli ordini» pensò ridacchiando.
Anziché allontanarsi dal terminal restò nei paraggi, scelse un punto di osservazione, abbastanza occultato da permettergli, senza essere visto, di controllare chi entrava e usciva. Dal punto scelto poteva allontanarsi velocemente, se il suo apparente bighellonare fosse stato notato destando sospetti. Le sue passate esperienze e gli avvertimenti dei maestri gli facevano compiere queste scelte in modo naturale, aveva sempre pronta una via di fuga, se non ci fosse stata, gli attrezzini che si portava dietro e la sua fantasia, l'avrebbero creata.
Non dovette aspettare molto per vedere il suo contatto uscire e dirigersi verso il parcheggio delle biciclette.
Non gli sfuggirono nemmeno gli artifici e la mimica usati dall'altro per controllare il resto della piazza, lui stesso avrebbe fatto le stesse cose, in alcuni casi, notare un particolare che ad altri sembrava insignificante, poteva salvarti la vita.
Come l'altro, notò l' uomo uscito dal bar e che in fretta si era infilato in una macchina in attesa all'altro capo della piazza, la posizione e gli sguardi degli occupanti denunciavano chiaramente la loro funzione: erano lì per controllare il ciclista che armeggiava con la catena del suo veicolo.
La sensazione di pericolo gli procurava un pizzicorino alla nuca, non era spiacevole, anzi l'aumento di adrenalina gli dava il gusto dell'avventura, del rischio, più difficile era la situazione e più lo divertiva; incosciente, beffardo, ribelle, scapestrato, imprevedibile, erano questi gli aggettivi che i suoi istruttori, disperati, utilizzavano più frequentemente per definirlo mentre lo redarguivano. A causa della sua natura così irrequieta non riusciva a stare nei ranghi, violava tutte le regole ma alla fine, riusciva sempre a portare a termine quello che gli era stato chiesto di fare; la maggior parte delle volte in modo poco ortodosso ma i risultati c'erano; più di una volta si era sentito dire: «Ma che devo fare con te?» il tono di disappunto male nascondeva la soddisfazione che provavano di fronte a quel sorriso sfrontato che normalmente accompagnava l'esito del compito assegnatogli.
Quando l'altro inforcò la bicicletta, attese un attimo per capire quali erano le sue intenzioni, si mosse appena dopo che il veicolo con i quattro occupanti iniziò a seguire l'uomo. Doveva agire alla svelta altrimenti non li avrebbe più trovati. L'occasione gli si presentò sotto forma di un garzone, forse di panetteria che, sceso da un vecchio motorino, lo lasciò acceso per entrare a fare la consegna: detto fatto: appena il ragazzo ebbe varcato la soglia con il grosso pacco che doveva consegnare, lui era già in sella e si stava avviando nella direzione presa dalla bicicletta e dalla macchina; prima di svoltare sentì qualche urlo dietro di sé ma non si preoccupò, ormai il traffico l'aveva inghiottito e qualche volenteroso inseguitore non avrebbe più potuto individuarlo.
La direzione presa dai suoi inseguiti gli fu chiara: l'uomo in bicicletta si stava avviando alla stazione ferroviaria e la macchina lo tallonava con le difficoltà di districarsi nel traffico, quando la distanza fra loro aumentava, l'uomo, anziché approfittare della situazione faceva in modo di accorciarla; voleva che vedessero chiaramente dove stava andando. Con il motorino aveva la stessa mobilità della bicicletta e gli era facile non perdere mai di vista il suo obiettivo, non capiva quale era lo scopo che il ciclista si prefiggeva, lui si sarebbe volatilizzato, avrebbe fatto perdere le sue tracce nel minore tempo possibile, non avrebbe permesso ai quattro di capire dove stava andando; per meglio inquadrare la situazione aveva approfittato di un semaforo per affiancarsi alla macchina e valutarne gli occupanti: quattro ceffi con le facce da galera, ragione di più per lasciarseli alle spalle il più velocemente possibile.
«Amico, sei molto stupido o molto coraggioso» fu il suo pensiero mentre il traffico riprendeva al via libera del semaforo.
Arrivò alla stazione poco dopo gli altri, abbandonato il motorino entrò nell'edificio, non riuscì ad individuare né l'uomo né i suoi inseguitori, troppe persone, troppo movimento, non riusciva a riconoscere chi stava cercando. In un ambiente come quello, non era inconsueto qualcuno che allungasse il collo per cercare qualcun altro, se l'avesse fatto con troppa insistenza poteva dare adito a sospetti, non gli sembrò il caso di mettere in allarme uno dei tutori dell'ordine pubblico che lì prestavano di servizio con il compito di sedare i guai. Fece un respiro profondo e iniziò a ragionare: «Se quello è venuto in stazione, deve prendere il treno, probabilmente non ha il biglietto, prima o poi passerà di qui» mentre si avvicinava alla biglietteria notò uno strano movimento vicino al banco informazioni: l'uomo che stava cercando si stava avviando a un deposito di carrelli a braccetto di uno dei suoi inseguitori. La perplessità gli fece compiere il gesto abituale di grattarsi la testa, era sconcertato, la sensazione di non aver capito nulla lo assalì: «E ora che faccio?» con un po' di rimpianto pensò che le sue aspettative non avrebbero avuto risposta; qualcosa di strano nel comportamento dei due, gli fece decidere di rimanere e guardare come si sarebbero svolte le cose. Poco dopo vide il suo uomo uscire da solo, ebbe l'impulso irrazionale di raggiungerlo e di chiedergli che cosa stesse succedendo. Uno scoppio proveniente dal deposito dei carrelli lo fece sobbalzare, l'altro noncurante del rumore e della confusione si stava avviando all'uscita. Un ghigno gli stirò le labbra: «Devo concedertelo amico, il coraggio è una cosa che proprio non ti manca, ma ora dove stai andando? Non vorrai farmi scapicollare ancora per tutta la città, eh!» mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, si accinse a seguirlo ma, notando che l'uomo era senza il bagaglio con cui era arrivato, giunse alla conclusione che da li a poco sarebbe ritornato a riprenderselo, se non l'avesse fatto, beh pazienza, lui ci aveva provato.
In capo a una decina di minuti lo vide rientrare, i suoi denti bianchissimi, scoperti da un sorriso, sembravano brillare alla luce del tramonto «Il ghigno di un lupo» pensò mentre si teneva a debita distanza ma sufficientemente vicino da poter percepire per quale destinazione l'altro stava acquistando il biglietto.
Quando venne il suo turno, ripeté la richiesta: "Suceava". Si avviò a cercare il binario con un po' di preoccupazione: alla sua richiesta di informazioni sul viaggio, gli era stato detto del tempo di attesa di tre ore a Tecuci per il cambio di treno; doveva escogitare un modo per non farsi notare e contemporaneamente non perdere di vista chi stava seguendo.
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MessaggioInviato: 10 Gen 2007 21:54    Oggetto: Rispondi citando

Alle diciannove fu svegliata da Eva: «Alzati bambina, è pronto in tavola».
«Ma tata, vuoi proprio farmi diventare un maialino?»
«Niente storie, ragazzina, devi essere in forze!»
La cena fu condita da ricordi , nostalgie e qualche lacrima di commozione. Fino al momento di coricarsi. La ragazza non ricordava più da quanto tempo non le capitava di dormire così profondamente. Tutte le domande ancora senza risposta non ebbero la meglio e svanirono come nebbia al sole mentre lei scivolava nel sonno ristoratore.

Alle sette in punto, con il tono da sergente istruttore la donna la svegliò: "Su, su, non è il caso di poltrire, hai dormito abbastanza, forza! una bella doccia, una sana colazione e poi si parte!"
"Ancora cinque minutini, tata, per favore" la stessa lamentela di quando era bambina.
"Oh Signore, cosa mi tocca sentire! non sai che il mattino ha l'oro in bocca? Su pigrona!" le persiane spalancate permisero alla luce del giorno di inondare la stanza. Le coperte sollevate di colpo scoprirono una Marta bocconi e con la testa sotto il cuscino; nel vederla in quella buffa posa Eva ebbe un fremito di tenerezza, la praticità ebbe il sopravvento: una sonora pacca su quelle natiche così a portata di mano ottenne l'effetto desiderato: la ragazza schizzò giù dal letto, si avviò al bagno con l'aria imbronciata massaggiandosi la parte offesa e senza degnare il donnone di uno sguardo.
In cucina, posati su una sedia vide i suoi vestiti, puliti e stirati: «Tata!» con il tono di accusa compiaciuta «Scommetto che sei stata in piedi tutta la notte» indicando gli indumenti «mmmh... i vecchi dormono poco, poi... non vorrai andare in giro come una stracciona, è poco decoroso».
Scuotendo la testa e con un sorriso Marta si accinse a consumare la pantagruelica colazione preparatale.
Mentre lei divorava il cibo, Eva pose sul tavolo una manciata di banconote: «Dunque, queste sono ventimila corone, circa tredicimila ti serviranno per il biglietto aereo, il resto vedi di fartelo bastare per albergo e treno. Il tuo volo parte da Ruzyne alle undici e quaranta, sarai a Iasi per le diciotto e trenta con uno scalo a Bucarest dove cambierai aereo. Quando arrivi a Iasi vai all'hotel Moldova, è a soli tre chilometri dalla stazione, ti servirà che sia così vicino perché alle cinque e trenta hai il treno che ti porterà a Putna dove arriverai alle undici. Lì devi trovare il modo di arrivare al monastero. Non dovrebbe essere difficile: è la tomba di Stefano il Grande»
«Al monastero?» più curiosità che meraviglia, oramai non si stupiva più di niente. Quello che la impressionava era la precisione con cui Eva le aveva programmato il viaggio; percepiva l'ansia della donna e la volontà di proteggerla. L'esattezza degli orari e dei riferimenti, le dettero la netta sensazione che la donna avesse programmato per se il viaggio che la stava spingendo a fare. Altri interrogativi le affollarono la mente e dovette stringere le labbra per non sommergere Eva di altre domande alle quali, lo sapeva bene, la donna non avrebbe risposto. Sentì in cuor suo che l'anziana stava rinunciando alla propria fuga permettendo a lei di salvarsi. Ancora una volta gli occhi le si riempirono di lacrime e di slancio abbracciò forte la donna che si schermì: «Beh che succede ora? fammi finire di spiegare!» il tono che avrebbe dovuto essere di rimprovero era tremante di commozione.
«Ora dobbiamo pensare a come farti arrivare all'aeroporto, mmmh... vediamo, a chi posso chiedere di portarti?» una ruga le attraversava la fronte mentre cercava di individuare un autista disponibile, dopo un momento gli occhi le si illuminarono: «Ignác, ecco chi»
«Chi è?»
«Il garzone del negozio di alimentari presso il quale mi rifornisco» le venne da sorridere pensando all'uomo come "garzone": doveva avere più o meno la sua età... «Si, penso che se glielo chiedo, mi farà questo piacere»
«Ah, certo visto che probabilmente i suoi occhi s'illuminano come i tuoi quando parli di lui» sul viso era stampata un'espressione di furba complicità.
«Ma cosa dici, è solo un amico!»
«Se,se... un amico che non resiste al fascino di una generosa latteria» mentre con una mano accarezzava uno dei voluminosi seni della donna.
«Ragazzina impertinente e maliziosa, come ti permetti... ho una certa età sai!»
«Ma non hai perso il tuo fascino, tata, sei ancora una bella donna e sicuramente al tuo Ignác gira la testa quando ti vede».
Un leggero rossore colorì le guance dell'anziana ricevendo un complimento non richiesto, ma subito sparì per lasciare spazio al senso di autorità: «Basta con queste sciocchezze, abbiamo un sacco di cose da fare. Allora, hai capito bene?»
«Si tata, prendo l'aero, cambio a Bucarest, dormo a Iasi e vado al monastero di Putna, non è difficile ma...»
«Ma?»
«Mi hai detto che devo incontrare una persona speciale, non mi hai detto chi è né come la potrò riconoscere e perché la devo incontrare»
«Ah, se è per questo lo capirai da sola, non voglio anticiparti niente e non ti preoccupare, quando sarai là ti sarà tutto chiaro» l'espressione misteriosa fece desistere Marta dal fare altre domande.
«Ora stai qui buona, finisci la colazione mentre io telefono».
Dopo pochi minuti tornò: «Molto bene, Ignác, si è reso disponibile e arriverà per le nove, così avrai il tempo di fare il biglietto e organizzarti».
«A proposito dei soldi, tata, io non so se e quando potrò renderteli, non devi privarti dei tuoi risparmi per me».
«Sciocchezze, fai conto che siano tuoi, che ti siano dovuti»
«Dovuti, ma cosa stai dicendo? Tu non mi devi niente!»
«Ne sei proprio sicura signorina sotuttoio?»
«Ma, tata!»
«Basta ho detto, non c'è tempo per queste quisquilie!» a Marta non erano sfuggite la veemenza della risposta e il velo di brutti ricordi che avevano offuscato lo sguardo di Eva e preferì fingere di non essersene accorta.
Il tempo di terminare la colazione, rivestirsi e la donna le porse una borsa di pelle.
«Questa è più decorosa di quello zainetto da vagabonda, oltre a tutte le tue cianfrusaglie, ci ho messo qualche fetta di torta e un bel pezzo di maiale fritto nel caso ti venisse fame, così non devi spendere un sacco di soldi per mangiare; altrimenti, sono sicura, ti ingozzeresti con chissà quali schifezze propinate da quei cialtroni di ambulanti o da qualche barista nel cui locale l'igiene non è di casa».
«Ma... guarda che non sono più una bambina, so cavarmela, io!»
«Storie, e non discutere con me, sarai sempre la mia bambina, anche ora che sei una donna fatta!» una ragnatela di rughe le si formò intorno agli occhi mentre le accarezzava il viso.
Puntualmente alle nove, Ignác si presentò al cancellino, dritto e magro come un pioppo e dell'albero sembrava avesse preso anche la corteccia, rughe profonde segnavano un viso che in gioventù doveva essere stato molto bello e probabilmente la causa del mal di testa di tante ragazze.
Non erano rughe di preoccupazione, erano i segni che il tempo lascia come ricordo di una vita vissuta molto intensamente.
La mano che strinse quella di Marta era forte e sicura; la forza che si percepiva in quella stretta,dovuta sicuramente anche al lavoro pesante svolto, le diede la certezza di essere protetta.
Con un sorriso prese la borsa dalle mani della ragazza e la pose sul sedile posteriore di una vecchia Skoda; rivolse un sorriso a Eva e proferì un «Andiamo» che sembrava più un ordine che un invito, per qualche recondito motivo, anziché risentirsi per i modi così bruschi Marta si sentì coccolata, una sensazione piacevole che avrebbe voluto durasse più a lungo.
Alternando occhiate da una all'altro, rivolse a Eva un sorriso accompagnandolo da un'espressione di complice approvazione che solo un'altra donna poteva interpretare. Mentre il donnone la fulminava con lo sguardo e con le labbra formava la parola "monella" senza emettere suono, la abbracciò e la baciò sulle guance augurandole a voce alta: «Buona fortuna, bambina mia, che il cielo ti guidi» poi imperiosamente apostrofò l'uomo: «La affido a te, fai che arrivi sana e salva e che prenda l'aero» per tutta risposta ricevette un secondo sorriso, questa volta enigmatico.
Sostò sul marciapiede seguendo la macchina che si allontanava finché sparì dalla sua vista, poi mestamente rientrò in casa.

Gli era bastato un giorno per scoprire quello che gli era stato chiesto. Ora passeggiava da sfaccendato davanti all'ingresso di uno degli hotels più lussuosi della città. Non stava aspettando qualcuno come poteva sembrare, stava cercando la conferma delle sue ricerche; conferma che ebbe quando sul marciapiede di fronte, vide la donna che salutava una ragazza salita su una macchina immediatamente avviatasi in direzione del centro. Mentre la donna rientrava, prese il cellulare, formò il numero e attese, al secondo squillo, la voce profonda di un uomo pronunciò: «Pronto!». Evidentemente il numero era stato riconosciuto, tono e intensità della voce indicavano la poderosa corporatura dell'interlocutore.
«Senovazne Namesti 18 Praga» furono le prime parole pronunciate e a seguire: «Entro due giorni riceverete la fattura per le mie prestazioni».
La risposta, sgarbata: «Pagheremo quando avremo verificato la validità dell'informazione».
«Ma cosa crede, sono un professionista serio, io!»
«Meglio per lei, perché se non fosse esatta, non ci sarebbe buco nel quale rintanarsi o città nel mondo nella quale rifugiarsi, la troveremmo comunque, facendola pentire di essere nato» il suono della comunicazione interrotta concluse la minaccia lasciandolo boccheggiante e senza possibilità di replica.
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MessaggioInviato: 01 Feb 2007 08:08    Oggetto: Rispondi citando

L'ispettore Perutz stava iniziando a pensare che il trasferimento da Suceviţa a Suceava si sarebbe concluso senza sgradite sorprese. Non era uomo incline alle false speranze, e la sua mente razionale non dava nulla per scontato, però aveva superato Ilişeşti ed ancora nulla era accaduto. Ricordava che da lì in avanti la strada si sarebbe rimpicciolita, e che il traffico per alcuni chilometri sarebbe diminuito, a causa della scarsità di villaggi nella zona, sostituiti da boschi e campi coltivati. I contadini, terminati i lavori nei campi, facevano ritorno alle loro fattorie isolate, al più raggruppate in piccoli borghi composti da tre o quattro famiglie. Le fattorie avevano accesso alla strada principale grazie ad una ragnatela di piccoli viottoli non asfaltati, larghi a sufficienza per il passaggio dei caratteristici carretti.
Era il tratto di strada più isolato tra quelli che l'ispettore avrebbe dovuto percorrere nella giornata, e ciò lo preoccupava e contemporaneamente lo rassicurava. Era consapevole che una strada poco frequentata fosse l'ambiente ideale per organizzare un tentativo di intercettarlo, per esempio tramite un posto di blocco. D'altra parte, nessuno lo aveva ancora individuato, ed un eventuale emissario dell'Ordine avrebbe avuto notevoli difficoltà a seguirlo lungo una strada quasi deserta senza farsi scoprire. Iniziò ad attraversare l'alternanza di boschi e campi. L'unica sua compagnia, oltre al rumore regolare del motore della Java, erano i carretti e le rare Dacia Berlina parcheggiati sul ciglio della strada, segno eloquente della presenza, a poche decine di metri, dei rispettivi proprietari: contadini che, nell'era della meccanizzazione, ancora effettuavano lavorazioni come i loro antenati, utilizzando vanga e zappa.
Per la prima volta dall'inizio della giornata stava per rilassarsi, quando percepì un rumore che nulla aveva in comune con quell'ambiente. Era un motore, ma Perutz non comprese immediatamente a quale mezzo appartenesse. Davanti a sé, lungo la strada, non vide nulla; uno sguardo agli specchietti retrovisori non gli fu d'aiuto, a causa delle vibrazioni che la strada trasmetteva alla Java. Mentre iniziò a voltare il capo per controllare direttamente, si accorse che il regime di giri del motore stava aumentando in modo evidente, e che il rumore si stava avvicinando con una progressione che non sarebbe stata possibile per un'automobile, né per una motocicletta. Completò la torsione del busto e non si accontentò di guardare l'orizzonte sgombro alle sue spalle: sollevò la testa e, d'un tratto, vide controluce la sagoma di un vecchio biplano che stava scendendo in picchiata verso di lui.
Gli fu sufficiente una frazione di secondo per comprendere che era stato individuato: certamente il pilota non era un fotografo appassionato di vecchie moto. Tornò a guardare la strada davanti a sé, mentre il velivolo lo superò, interrompendo la picchiata ed impegnandosi in una repentina cabrata, per recuperare quota il più rapidamente possibile: gli alberi del bosco si stavano avvicinando pericolosamente. Perutz per un paio di secondi sperò che il pilota non riuscisse nella manovra e che andasse a schiantarsi contro le chiome degli alberi secolari, ma subito si accorse dell'abilità del suo antagonista. L'aereo modificò progressivamente il suo assetto, e riuscì a riprendere quota. Un istante prima che, sfiorando i rami più alti degli alberi, si allontanasse dalla vista dell'ispettore, Perutz riuscì a distinguere la presenza di un solo uomo nella cabina: ciò spiegò il motivo per cui nessuno aveva tentato di colpirlo nel punto più basso della picchiata, quando la distanza tra i due mezzi era di pochi metri.
?Ma allora, perché la picchiata?? si domandò l'ispettore ?Perché avvicinarsi così, con il rischio di non riuscire a riprendere quota in tempo e con la certezza di essere scoperto?? Il pilota avrebbe potuto individuarlo rimanendo in quota, utilizzando un binocolo o una macchina fotografica con il teleobiettivo, senza farsi scoprire; avrebbe così potuto informare i suoi mandanti, e permettere loro di organizzare un agguato alcuni chilometri più avanti, senza che il fuggiasco potesse prevederlo.
Le sue riflessioni non gli impedirono di reagire alla nuova minaccia: l'istinto gli fece scalare il cambio di un rapporto e ruotare la manopola dell'acceleratore fino a fondo corsa. La vecchia Java fece un balzo in avanti, i pneumatici consumati fecero presa sull'asfalto ed il limite del bosco si avvicinò in pochi istanti. Entrò a velocità folle nella penombra del bosco, e non pensò più all'aereo: doveva dedicare tutta la sua attenzione alla strada davanti a sé, ed agli eventuali ostacoli che avrebbe potuto incontrare. Iniziò a rallentare, pur mantenendo una velocità elevata, e nel frattempo gli occhi si abituarono alla minore intensità della luce.
Sapeva che il duello tra una motocicletta ed un aereo poteva avere un solo vincitore: il pilota aveva dimostrato di essere un esperto e, nonostante l'errore commesso facendosi notare in modo tanto evidente, avrebbe certamente saputo come comportarsi. Gli sarebbe bastato riprendere quota tanto quanto necessario a controllare contemporaneamente l'ingresso della statale nel bosco e la rispettiva uscita: il bosco non aveva un'estensione tale da impedire la visuale simultanea dei due lati. Il pilota avrebbe visto da quale parte l'ispettore sarebbe uscito, ed avrebbe avuto l'opportunità di seguirlo da lontano, avvertendo gli altri membri dell'Ordine.
Perutz iniziò a sentirsi in trappola: non avrebbe potuto confondersi nella folla finché non fosse arrivato a Suceava, ed era certo che non glielo avrebbero permesso. Il bosco, per il momento, gli dava protezione, ma fino a quando? Se si fosse nascosto nella macchia, abbandonando la moto, avrebbe potuto prolungare la sua libertà soltanto di qualche ora: il tempo per l'Ordine di organizzare una battuta, magari con l'aiuto dei cani, e prima di sera sarebbe stato catturato.
Iniziò a distinguere un chiarore davanti a sé: il bosco stava terminando. Doveva prendere una decisione, ed aveva pochi secondi a disposizione. Tornare indietro, fermarsi o proseguire? A quel punto, l'analisi razionale non gli avrebbe dato alcun aiuto: decise d'istinto, e spinse nuovamente la Java al massimo delle sue possibilità. Avrebbe cercato di percorrere più strada possibile, consapevole del fatto che il pilota non avrebbe tentato di sparargli, ed avrebbe improvvisato, momento per momento, fino alla fine.
A poche decine di metri dal limite del bosco, ormai lanciato verso l'asfalto illuminato dal sole, intravvide qualcosa che gli fece cambiare idea: un viottolo di campagna si staccava dalla strada asfaltata e si addentrava nell'interno della vegetazione. Perutz non conosceva l'estensione del bosco lungo l'asse trasversale alla statale, ma decise che valeva la pena scoprirlo: sarebbe comunque stato un imprevisto che avrebbe generato sorpresa nel suo antagonista. Non aveva carte migliori da giocare: doveva accontentarsi del poco che la sorte gli stava offrendo. Scalò rapidamente le marce, frenando contemporaneamente: non voleva assolutamente uscire allo scoperto, facendosi vedere, e voltarsi per rientrare nel bosco. Il suo avversario non doveva immaginare, almeno per qualche altro minuto, quale fosse la sua strategia. I vecchi e consunti tamburi dei freni vennero impegnati allo spasimo, ai pneumatici venne richiesta una prestazione che forse non avrebbero potuto dare neppure quando erano nuovi: la motocicletta rallentò a sufficienza per impostare la stretta curva, necessaria per introdursi nel viottolo. L'ispettore spostò il suo peso verso l'interno della curva, e sterzò quanto necessario. Il veicolo iniziò la manovra, rimanendo sorprendentemente in traiettoria, e la ruota anteriore iniziò a mordere il terreno non asfaltato del viottolo. Perutz si accorse in quell'istante dello spesso strato di foglie bagnate che coprivano per intero la stretta carreggiata: erano cadute durante il violento temporale del giorno precedente, quello che gli aveva impedito di telefonare la sera del suo arrivo al monastero di Suceviţa.
Comprese di aver sfidato la sorte, nel momento in cui sentì la ruota posteriore uscire dall'asfalto e, raggiunto lo strato di foglie, slittare pericolosamente come su un sottile velo di ghiaccio. Fece un estremo tentativo di recuperare il controllo della moto, spostando il peso del proprio corpo sull'altro lato e controsterzando, ma si accorse che la velocità era eccessiva per quella situazione. La Java era ingovernabile, e si stava dirigendo verso il solido tronco di un albero secolare che, insieme a tanti altri, si ergeva maestoso sul ciglio del viottolo. Con la forza della disperazione, un istante prima dell'impatto, ebbe la prontezza di allontanare da sé la moto, flettendo le gambe come per spingerla in avanti. La Java centrò il tronco con la ruota anteriore, si impennò con quella posteriore e scaricò l'energia cinetica residua facendo due giri su se stessa prima di atterrare violentemente sul terreno, una decina di metri oltre l'albero, rimanendo nascosta dalla vegetazione. L'ispettore Perutz atterrò malamente tra gli sterpi ed i sassi sparsi; rotolando su se stesso, la sua corsa venne fermata dallo stesso tronco contro il quale si era schiantata la Java un secondo prima. Rimase inerte, il corpo accovacciato ai piedi dell'albero, in una posizione innaturale.
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MessaggioInviato: 07 Apr 2007 18:47    Oggetto: Rispondi citando

Il primo impatto con le fredde acque della Moldova non fu sufficiente a fargli riprendere i sensi. Ancora incosciente, Hansi quasi raggiunse il fondo del fiume, a causa della spinta derivante dalla caduta. Non era la stagione più piovosa dell'anno, pertanto la Moldova non era, in quel tratto, particolarmente profonda: a sufficienza, però, per il transito delle chiatte a chiglia piatta e per annegarvi.
Una tenue luce filtrò attraverso le sue palpebre, e lo costrinse ad aprire gli occhi. Non capiva cosa gli stesse accadendo, né dove si trovasse. Non riuscì neppure ad individuare la provenienza di quella luce, uno dei lampioni appesi a sbalzo al di là della ringhiera, inutile iniziativa dell'amministrazione comunale per abbellire l'anonima struttura del ponte, realizzata trent'anni prima nel tipico stile socialista. Sentì però il peso della pressione dell'acqua sul suo corpo, e l'istinto prese il sopravvento.
Aveva vent'anni, era un ragazzo di campagna, abituato alla fatica fisica, ed era anche un ottimo nuotatore. Il suo paese di origine, un borgo dal nome impronunciabile nei pressi di Vy??i Brod, in quella parte della Boemia che costeggia il confine austriaco, si affacciava su uno dei tanti bellissimi laghi di montagna. In passato, quando non era nemmeno immaginabile trascorrere le vacanze all'estero, a causa delle restrizioni all'espatrio cui tutti erano soggetti, quella zona montuosa della Boemia era per i cecoslovacchi l'unica opportunità di trascorrere qualche giorno di riposo in spiaggia, sulle rive dei numerosi laghi incastonati tra le montagne, con un'acqua che soltanto nei mesi più caldi poteva non dirsi gelida. Eppure, in quegli anni, e in misura ridotta negli anni successivi, il turismo era sempre stato intenso, e tutti si cimentavano nello sfidare le acque dei laghi. Hansi, nato e cresciuto da quelle parti, era abituato a quelle acque, e si era tuffato più volte anche nella Moldova, che scorreva nei pressi del suo borgo, a molti chilometri da Praga.
Lo stesso fiume che lo aveva visto bambino giocare sulle sue rive stava per ucciderlo. Ancora semi incosciente, seguendo soltanto l'istinto, il giovane agente risalì i pochi metri che lo separavano dal livello dell'acqua. Mantenendosi a galla, inspirò a piene boccate, con avidità, l'aria della quale era stato a lungo privo, e si guardò attorno. Le rive del fiume erano entrambe troppo lontane per lui, nelle precarie condizioni fisiche in cui si trovava; si stava allontanando dal ponte, metro dopo metro, trascinato dalla corrente, ed anche raggiungere uno dei piloni di sostegno per aggrapparvisi era una prestazione fuori dalla sua portata, in quel momento.
Stava ancora valutando le alternative, quando qualcosa lo urtò. Hansi si voltò e riconobbe la salvezza, che gli si presentava sotto le sembianze di un grosso bidone di plastica, vuoto, probabilmente gettato fuori bordo oppure caduto da una delle chiatte che percorrevano i tratti navigabili della Moldova, trasportando merci di tutti i tipi. Vi si aggrappò, e si accorse che era appena sufficiente a mantenere a galla il suo peso. Lo tastò, nel buio della notte, per controllare che non fosse bucato, e con sollievo lo trovò integro e ben sigillato: gli avrebbe permesso di riprendere le forze e, nel frattempo, anche di capire cosa era successo. Guardò verso la massa scura del ponte, con la linea inferiore fiocamente illuminata dai lampioni sospesi: si stava allontanando, lentamente ma costantemente.
I ricordi iniziarono a riaffiorare, dapprima in modo frammentario, man mano in modo più completo. A far questo lo aiutò il dolore lancinante che sentiva alla base del capo; senza perdere la presa del bidone, portò una mano sulla nuca e sentì il gonfiore che stava aumentando. Tutto gli tornò in mente.
Si era trasferito da pochi mesi a Praga, dopo aver vinto il concorso in Polizia, e lavorava al centralino della sezione CZ, in piazza Středočen. Non aveva intenzione di fare il contadino per tutta la vita, ed era contento di quel lavoro; sperava che avrebbe potuto ottenere una mansione più impegnativa, e maggiori responsabilità, quando i suoi superiori si fossero accorti delle sue qualità e del suo impegno.
I suoi superiori....
....l'ispettore Perutz, ?un'ottima persona, un po' anziana, avrà superato i quaranta, come mio padre?, in pratica era subentrato nel ruolo paterno, provando un'istintiva simpatia per quel ragazzo di campagna, che assomigliava molto a se stesso, vent'anni prima....
....il sovrintendente Cŏster, non molto più anziano di Hansi, quella sera si era dimostrato gentile, lo aveva invitato in birreria per festeggiare il primo compleanno che avrebbe trascorso a Praga, lontano dalla sua famiglia....
la sua mente tornò a poche ore prima e, in rapida successione, rivide se stesso e Cŏster nella birreria, l'uscita dal locale e la passeggiata verso il ponte, il sovrintendente che appoggiava un piede sul bordo inferiore della ringhiera per allacciarsi una scarpa e, un istante dopo, il buio. Il dolore alla nuca si fece intenso, come ad indicargli cos'era accaduto nei momenti successivi. Iniziò a rabbrividire, in preda ad un tremore irrefrenabile, dettato dal terrore, e si aggrappò al bidone con tutta l'energia che gli rimaneva. Sentiva, nella propria mente, echeggiare lontane alcune parole: «Perdonami, Hansi». Non era certo di averle udite, ma l'istinto gli stava indicando la persona che le aveva pronunciate: il suo diretto superiore, uno dei due uomini a Praga dei quali si fidava ciecamente, aveva tentato di ucciderlo. La rivelazione gli tolse ogni residua forza, fisica e mentale: non riuscì neppure a chiedersi la ragione di un simile comportamento. Cadde in uno stato di prostrazione e, quasi inconsapevole della precarietà della sua situazione, non si curò più di null'altro che di mantenere salda la presa sul galleggiante che la sorte gli aveva fatto trovare.
Il ponte scelto da Cŏster per l'aggressione era uno dei più periferici: il fiume aveva già attraversato buona parte della città e procedeva nel suo percorso, costeggiando gli ultimi quartieri ed i sobborghi. La capitale si era notevolmente espansa, negli ultimi anni, ed aveva assorbito i paesi circostanti, creando una cintura esterna ai vecchi quartieri di periferia, senza soluzione di continuità. In uno di quei sobborghi aveva trovato alloggio Hansi, così come migliaia di persone di ogni età e professione, attirate nella capitale da un nuovo lavoro, o dalla speranza di ottenerlo.
Il galleggiante, con il suo carico, procedeva lentamente ma regolarmente, mantenendosi al centro del corso d'acqua. Non avrebbe incontrato ostacoli per un lungo tratto: il percorso del fiume era sufficientemente rettilineo, e non c'erano sbarramenti. Nessuno si accorse di quell'inconsueto natante: l'ora tarda, la scarsa illuminazione e la larghezza del fiume lo nascosero alla vista dei pochi automobilisti e degli ancor più rari passanti.
La bassa temperatura dell'acqua iniziava ad aggiungere torpore ed irrigidimento al corpo del giovane agente: il suo organismo, abituato alle lunghe esposizioni alle gelide acque montane, ricevette i primi segnali d'allarme e fece riemergere Hansi dal suo stato di apatia. Il giovane si guardò attorno: ormai aveva oltrepassato le ultime case, e l'illuminazione stradale si era fatta inesistente. Riusciva appena ad intravvedere la linea scura della riva, sul lato sinistro del fiume. Si voltò, e non riuscì a distinguere la riva sul lato opposto; ne dedusse che probabilmente la corrente lo aveva avvicinato alla riva sinistra, la stessa dalla quale, alcuni chilometri più a monte, era iniziata la sua avventura.
Per alcuni istanti esaminò le proprie condizioni fisiche, eseguendo qualche bracciata. Si accorse che non avrebbe potuto nuotare e contemporaneamente mantenere il controllo del galleggiante, ma notò con soddisfazione che le forze gli erano tornate: si sentiva in grado di superare la distanza che lo separava dalla riva. Abbandonò la tanica che gli era stata provvidenziale, accompagnandola per alcuni istanti con lo sguardo e rivolgendo un pensiero di gratitudine all'anonimo marinaio che l'aveva fatta cadere, ed iniziò a nuotare. Mantenne un ritmo regolare ma lento: non era certo delle sue condizioni fisiche, e non voleva affaticarsi troppo, rischiando di esaurire le energie prima di aver raggiunto la riva. Una bracciata dopo l'altra, i contorni della riva si fecero sempre più nitidi, finché raggiunse il suo personale traguardo; fece alcuni passi sui sassi che coprivano quel tratto di riva, si lasciò cadere in ginocchio e si sdraiò, ansimando.
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Residenza: Tra Alpi e Tanaro

MessaggioInviato: 28 Mag 2007 19:23    Oggetto: Rispondi citando

Aprì gli occhi, e vide una lunga parete bianca, spoglia ed intervallata da alte e strette finestre. Nonostante le tende, la luce che filtrava gli diede una sensazione di fastidio, che lo costrinse a chiudere gli occhi per qualche istante. Li riaprì, con cautela, lasciando le palpebre sollevate quanto bastava ad esaminare l'ambiente in cui si trovava. Si accorse di essere a letto e, sollevando a fatica il capo, ne vide l'estremità più vicina ai suoi piedi. Era un letto in ferro verniciato di bianco, con gli angoli scrostati e qualche segno di ruggine: un letto d'ospedale. La lunga parete di fronte a sé non era spoglia come gli era sembrata all'inizio: negli spazi tra una finestra e la successiva era stato posizionato un letto, in modo da crearne una fila. Il suo apparteneva alla fila addossata alla parete priva di finestre. Ormai poteva aprire del tutto gli occhi: si erano abituati alla luce diretta. Notò il soffitto della camerata: alto, con le volte a botte e decorato con stucchi ormai seminascosti dalla tinteggiatura bianca, uniforme. Comprese di essere stato ricoverato in un ospedale di Praga, situato in un vecchio palazzo nobiliare.
Ancora per qualche istante la sua mente vagò tra sensazioni contrastanti, non permettendogli di mettere a fuoco la situazione e comprendere qualcosa di più di quanto gli occhi gli avessero comunicato.
Improvvisamente, tutto si chiarì: ricordò le gelide acque della Moldova, il ponte che si allontanava diventando irraggiungibile, il buio della notte nelle campagne lambite dal fiume. L'ultimo ricordo fu la nuotata verso la riva e la salvezza, ed il greto sassoso del fiume sul quale si era sdraiato. Comprese di essere svenuto negli istanti successivi: il suo organismo aveva retto allo stress, ai traumi fisici ed all'ipotermia quanto necessario per raggiungere la riva.
«Bene, si è svegliato. Come si sente?» una voce femminile interruppe i suoi pensieri «Non si muova, chiamo il medico»
«Dove mi trovo? Cosa è successo?»
«In ospedale. Lei è stato ricoverato dopo che un contadino l'ha trovato svenuto in campagna, sulla riva della Moldova» mentre parlava si era avvicinata, gli aveva preso il polso e stava controllando la frequenza cardiaca, un occhio all'orologio ed uno al paziente «Quell'uomo l'ha caricato sul rimorchio del trattore e l'avrebbe accompagnato fin qui...» aggiunse, con un'espressione divertita «...se non fosse intervenuta una pattuglia della Polizia. Lo hanno fermato, ed hanno chiamato un'ambulanza»
«Da quanto tempo mi trovo qui?»
«Lei è arrivato ieri, la mattina presto, appena dopo l'alba»
«Ed adesso, che ore sono?»
«Le cinque del pomeriggio, appena passate»
«Ho dormito per più di un giorno?»
«Si, è rimasto privo di conoscenza per trentasei ore» rispose l'infermiera sorridendo «Si è fatto un bel sonno! Bene...» concluse «...il polso è regolare. Vado a chiamare il medico di turno. La lascio da solo per qualche minuto; si riposi e recuperi le energie»
Si allontanò rapidamente, dando una rapida occhiata ai pochi letti occupati: nessuno, in quel momento, aveva bisogno di lei. Hansi voltò il capo e ne seguì con gli occhi i passi: era una ragazza giovane e graziosa, e la sua silhouette snella percorse lieve tutto il corridoio della camerata, fino a scomparire dietro la porta socchiusa.
Il giovane poliziotto tornò ai suoi pensieri; in condizioni normali non avrebbe perso l'opportunità di corteggiare una bella ragazza, ma quella situazione era tutto fuorché normale. Si sentiva ancora stanco, spossato, ed un dolore costante, non intenso ma comunque molto fastidioso, partiva dalla sua nuca e si irradiava per tutto il capo.
Si sollevò sul letto, facendo leva con le braccia ed appoggiando i gomiti sul materasso; ci riuscì senza molte difficoltà. Tenendosi in equilibrio su un solo gomito, spostò il braccio sinistro dietro la testa e percepì al tatto la tumefazione prodotta dal colpo ricevuto sul ponte, due sere prima. Si accorse che una medicazione copriva la parte colpita, e tornò a sdraiarsi.
Il dolore alla testa gli aveva fatto tornare in mente altri ricordi, ancora più spiacevoli. Il suo superiore, il sovrintendente Cŏster, lo aveva ingannato ed aveva cercato di ucciderlo. Hansi non riusciva a farsene una ragione, anche perché in effetti non riusciva a trovare un motivo che giustificasse un simile comportamento. Fino a quella sera i rapporti tra i due poliziotti erano stati formali ed esclusivamente legati al lavoro. Per di più, le sue mansioni erano semplici: le regole da rispettare al centralino erano poche ed era sufficiente un po' di buon senso e di applicazione per eseguire i propri compiti senza ricevere rimproveri. Fino a quella sera, il sovrintendente non aveva mai mostrato di interessarsi alla situazione personale del nuovo arrivato, al contrario dell'ispettore Perutz. Quest'ultimo gli aveva chiesto della sua famiglia, sembrava sinceramente interessato alle sue ambizioni ed al desiderio di migliorare il livello delle sue mansioni; aveva assunto un atteggiamento quasi paterno, protettivo, ed il giovane agente se ne era accorto. Ma il sovrintendente gli aveva raramente rivolto la parola, se non per esigenze di lavoro. ?Cosa gli ho fatto?? si chiese perplesso.
In quel momento sentì cigolare i cardini della porta socchiusa; un camice bianco apparve sulla soglia, e pochi istanti dopo al suo capezzale erano la giovane infermiera sorridente ed un medico di mezz'età, con il viso coperto da una folta barba e gli occhi protetti da un paio di spesse lenti.
L'uomo era di poche parole. Lo visitò accuratamente, sollevò la medicazione sul capo e tastò la parte offesa, provocando fitte di dolore che Hansi riuscì a dissimulare, ed infine disse: «Niente di rotto. Hai preso una bella botta, figliolo, ma te la caverai senza danni. I rischi dell'ipotermia ormai sono stati superati, quindi sarà sufficiente che tu rimanga qui con noi ancora per un paio di giorni per riprenderti. D'altra parte, il posto in questo periodo non ci manca» si allontanò di un paio di passi dal letto, poi si voltò «Avvertirò il poliziotto di servizio che ti sei svegliato: deve preparare un verbale, e ti chiederà chi sei e cosa ti è successo. Certo che, voi giovani... ubriacarsi tanto da cadere nella Moldova, con il rischio di annegare....mah!»
Si allontanò scuotendo la testa. L'infermiera lo seguì silenziosa, ma solo dopo aver lanciato al giovane un sorriso malizioso : non condivideva le critiche sul suo stile di vita, ed aveva voluto farglielo sapere.
Nessuno si accorse dell'espressione preoccupata che dipinse il volto del giovane. Hansi non aveva nulla da temere da parte del collega di servizio all'ospedale, ma sapeva che, una volta identificato, la sua situazione sarebbe divenuta molto più pericolosa. Il verbale sarebbe arrivato alla centrale di Polizia e, riguardando un episodio che coinvolgeva un poliziotto, sarebbe stato notificato anche all'unità nella quale prestava servizio, la Sezione CZ. In poche ore sarebbe approdato alla scrivania di Cŏster, che avrebbe in quel modo saputo del cattivo esito del suo tentativo, ed avrebbe avuto l'opportunità ed il tempo per porvi rimedio, completando l'opera.
Hansi non avrebbe dovuto assolutamente farsi identificare; rifiutare il colloquio con l'agente sarebbe stato impossibile, e poco plausibile simulare un'amnesia. Un attimo prima che il dottore e l'infermiera fossero usciti dalla camerata, il giovane aveva preso quella che gli pareva l'unica decisione possibile: fuggire dall'ospedale prima dell'intervento dell'agente.
La porta venne socchiusa, ed Hansi si drizzò sul letto ed osservò per alcuni lunghi istanti gli altri degenti. I letti occupati erano in effetti pochi, e nessuno sembrava interessato a lui; il silenzio della stanza era rotto soltanto da qualche colpo di tosse, e dal lamento cigolante della rete del letto quando qualcuno si voltava. L'orario delle visite doveva essere terminato, ed Hansi immaginò che tutti fossero in attesa degli inservienti con la cena.
L'ospedale avrebbe avuto un commensale in meno, quella sera. Scese dal letto con cautela, si drizzò in piedi ed improvvisò un paio di passi: si accorse di essere meno debole di quanto pensava. Rinfrancato al pensiero che le forze gli sarebbero progressivamente tornate, aprì l'armadietto metallico adiacente al suo letto e vi trovò tutti i suoi vestiti. Non erano in ottime condizioni, ma almeno erano asciutti, anche se stropicciati in modo molto evidente. Nessuno gli avrebbe conferito un premio per la sua eleganza, ma con un po' di fortuna avrebbe potuto uscire dall'ospedale senza essere notato.
Si vestì il più rapidamente possibile, cercando di non attirare l'attenzione dei presenti, e si tolse il grosso cerotto con la medicazione, che lo avrebbe reso individuabile.
Percorse il corridoio centrale e raggiunse la porta. Allargò lo spiraglio lasciato dall'infermiera, ed affacciò il capo con circospezione: l'ampio corridoio era deserto. All'estremità opposta, soltanto un carrello carico di pentole e piatti: gli inservienti stavano servendo la cena nella prima camerata.
Uscì nel corridoio e socchiuse la porta dietro di sé. Dopo aver percorso una decina di metri, sentì un suono a lui familiare: qualcuno stava salendo le scale, ed indossava gli scarponi d'ordinanza, gli stessi che anche lui aveva quotidianamente indossato finché il suo trasferimento alla Sezione CZ gli aveva permesso di vestirsi in borghese. Con un balzo raggiunse la prima porta davanti a sé e la aprì.
Vide un ambiente buio, e subito non comprese cosa fosse; entrò e chiuse la porta. Un paio di secondi dopo, i passi iniziarono a percorrere il corridoio, superarono la porta dietro la quale era nascosto e proseguirono. Hansi attese ancora qualche secondo, dando tempo al collega di raggiungere la porta della sua camerata; gli occhi si abituarono alla semi oscurità, e si accorse di aver trovato rifugio in uno sgabuzzino di servizio. Aprì la porta, ancora in tempo per vedere la divisa del collega scomparire nella camerata.
Uscì nel corridoio, raggiunse in un attimo le scale e le percorse alla massima velocità permessa dalla sua andatura ancora un po' incerta. Sapeva che il poliziotto avrebbe perso poco tempo nel cercarlo: trovando un letto sfatto, avrebbe chiesto agli altri degenti e forse qualcuno gli avrebbe detto che quel giovanotto si era rivestito ed era uscito, o forse non avrebbe ottenuto nessuna informazione. Ad ogni modo, avrebbe controllato in bagno e subito dopo avrebbe dato l'allarme: un paio di minuti, al massimo.
Riuscì a scendere le scale senza perdere il controllo, e percorse il lungo corridoio al piano terreno senza dare troppo nell'occhio. I due minuti stavano scadendo nel momento in cui Hansi raggiunse l'ottocentesco portone a vetri che separava l'ingresso principale dell'ospedale dalla strada. Il custode alla guardiola lo degnò di poco più che un'occhiata disattenta. Probabilmente lo aveva scambiato per un addetto alle pulizie in cerca di una pausa e di una sigaretta all'aperto, ed in questo il suo abbigliamento gli era stato d'aiuto. Il portone cedette alla sua spinta, ed Hansi si trovò in strada, nella fresca brezza del tardo pomeriggio.
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MessaggioInviato: 27 Giu 2007 05:44    Oggetto: Rispondi citando

Il sovrintendente Cŏster era seduto alla scrivania, e da un paio di minuti stava fissando il foglio che aveva davanti agli occhi, appoggiato sulla consueta pila di documenti da esaminare. Il suo stato d'animo oscillava tra la preoccupazione, l'ira e lo sconcerto. La giornata, fino a quel momento, sembrava essersi svolta nel migliore dei modi: ormai non si avevano notizie di Hansi Schroêder da più di ventiquattr'ore. Non si era presentato in ufficio né quel giorno né il giorno precedente ed il sovrintendente ne conosceva la ragione; attendeva soltanto che gli pervenisse la comunicazione del ritrovamento del cadavere, riaffiorato e recuperato dalla polizia fluviale oppure scoperto sul greto della Moldava da un poliziotto di campagna. In effetti, una comunicazione gli era stata inviata, ma dal dipartimento che coordinava il servizio delle pattuglie in città.
La relazione, scritta con il consueto frasario burocratico, informava il responsabile della Sezione CZ che il giorno precedente una pattuglia in servizio in una zona periferica di Praga aveva, nella prima mattina, fermato un trattore agricolo. Il conducente, un contadino residente in un borgo poco distante, aveva rinvenuto sulla riva sinistra della Moldava un giovane in stato di incoscienza, lo aveva caricato sul rimorchio e lo stava portando all'ospedale. Gli agenti avevano fatto intervenire un'ambulanza, il personale aveva prestato i primi soccorsi allo sconosciuto e lo aveva accompagnato all'ospedale di zona. Ad uno degli agenti era parso di conoscere le fattezze del giovane infortunato, ma soltanto nel pomeriggio, ripensando all'episodio, si era ricordato di un suo collega conosciuto alla scuola di polizia, un certo Schroêder. Non erano amici, avevano scambiato soltanto qualche parola durante il corso e le condizioni dello sconosciuto, con gli abiti bagnati e stazzonati ed i capelli umidi che gli coprivano la fronte, non aiutavano un eventuale riconoscimento. L'immagine di quel ragazzo, però, gli era rimasta impressa nella mente e, poco prima della fine del turno, il suo sospetto si era quasi trasformato in certezza: lo sconosciuto era un collega, o quantomeno gli assomigliava moltissimo. Rientrato in caserma aveva integrato il verbale degli interventi effettuati nella giornata, aggiungendovi le sue considerazioni e la probabile identità dello sconosciuto. La relazione era stata visionata distrattamente dal capo turno e, poiché in quella giornata la pattuglia non era stata coinvolta in alcun avvenimento di particolare rilevanza, venne aggiunta alle altre, in attesa che il giorno successivo venissero esaminate in modo più analitico. Il mattino seguente il sottufficiale addetto alla verifica dei verbali si incuriosì e contattò l'agente di servizio all'ospedale. Costui gli riferì che lo sconosciuto non aveva ancora ripreso conoscenza, e che non aveva documenti né armi con sé. Il sottufficiale non insistette, anche perché dalla relazione dell'agente di pattuglia si intuiva che il riconoscimento non era assolutamente certo. Fece però una veloce ricerca, e scoprì che l'agente Hansi Schroêder prestava servizio presso la Sezione CZ; decise perciò di avvertirne il dirigente, e preparò una nota informativa da inviare nella sede di piazza Středočen. Non trattandosi di una pratica urgente, la nota giunse a destinazione in tarda mattinata, e venne aggiunta alla gran mole di documenti che ogni giorno venivano sottoposti ai funzionari della sezione. Venne esaminata dal sovrintendente Cŏster soltanto a pomeriggio inoltrato: la lettura di quella varietà di rapporti, relazioni, informative sovente poco attendibili lo annoiava, e cercava di delegarla ad altri, oppure di posticiparla verso la fine della giornata lavorativa. Al contrario, l'ispettore Perutz prestava la dovuta attenzione ed il tempo necessario all'esame di tali documenti, consapevole che anche un rapporto apparentemente insignificante avrebbe potuto fornire elementi utili ad una delle loro indagini, anche se nessuno ne aveva finora rilevato il collegamento.
Cŏster si abbandonò contro lo schienale della sedia,cercando di soffocare il panico che si stava impadronendo della sua mente: doveva ragionare, non cedere alle recriminazioni. L'agente di pattuglia ed il suo superiore non avevano alcuna certezza, ma lui sì: corrispondevano il luogo, il momento e la descrizione dello sconosciuto. Si trattava certamente di Hansi che, a quanto pareva, era riuscito a riprendersi dall'aggressione ed aveva raggiunto la riva, alcuni chilometri più a valle. Il sovrintendente era certo di aver colpito il giovane agente con la forza necessaria a tramortirlo, e forse anche di più: quella notte aveva temuto di averlo ucciso e, di conseguenza, il laboratorio di medicina legale non avrebbe potuto riscontrare i segni dell'annegamento bensì quelli di un'aggressione. Tutta la sua pianificazione sarebbe stata inutile: per l'annegamento accidentale di un poliziotto ubriaco si sarebbe svolta una veloce indagine, per l'aggressione e l'omicidio di un agente della Sezione CZ l'ispettore Perutz avrebbe scatenato l'inferno, se fosse riuscito a tornare dalla Moldavia. Contrariamente ai suoi timori, Hansi era riuscito a riprendere conoscenza ed addirittura a mantenersi a galla per alcuni chilometri, prima di svenire sul greto del fiume.
Interruppe di colpo le sue riflessioni, si drizzò sulla sedia in modo da raggiungere il tavolino con i telefoni, e chiese al centralino di collegarlo con il posto di polizia dell'ospedale nel quale era stato ricoverato il giovane. La nota informativa diceva che fino a quella mattina non aveva ripreso conoscenza: non tutto era perduto. Avrebbe potuto intervenire, non sapeva ancora come, ma qualcosa avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto fare. Gli avrebbe impedito di accusarlo, e lo avrebbe fatto con le proprie mani, guardandolo negli occhi, senza delegare l'incombenza alla Moldova. Si accorse che le sue mani stavano tremando: non aveva l'animo del killer, e ne era consapevole. Avrebbe forzato la sua natura, ed avrebbe completato il lavoro che il signor Rondel gli aveva affidato, senza chiedergli assistenza: non aveva il coraggio di dirgli che il suo tentativo si era rivelato un fallimento, che non era stato in grado di eliminare una recluta.
Il telefono squillò, facendolo riemergere dai suoi pensieri.
Scambiò poche battute con il poliziotto di servizio all'ospedale. Costui aveva iniziato da poco il turno, ma sapeva che il giovane sconosciuto non aveva ancora ripreso conoscenza. L'agente, scusandosi, interruppe la conversazione per qualche decina di secondi, quindi tornò al telefono «Sovrintendente, il medico di turno nel reparto mi ha informato appena adesso che il paziente si è svegliato»
«In che condizioni è? Ha detto qualcosa?»
«Secondo il dottore, le sue condizioni sono più che buone. Non so se abbia detto qualcosa, ma pare che sia in condizione di parlare»
«Raggiungi la sua stanza, e controllalo. Non lo lasciare da solo, e non permettere che parli con qualcuno: devo interrogarlo io per primo.»
«Sissignore» aggiunse dopo una breve pausa «E' vero che si tratta di un collega?»
«Cosa te lo fa pensare?»
«Il collega di servizio questa mattina mi ha detto che un sottufficiale delle pattuglie si è informato delle sue condizioni, ed ha chiesto se aveva con sé documenti di identificazione e se era armato. Ha aggiunto che c'era la possibilità che si trattasse di un poliziotto»
«Non lo so» Cŏster tagliò corto «tra pochi minuti arriverò in ospedale, e vedremo»
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MessaggioInviato: 09 Ago 2007 18:53    Oggetto: Rispondi

Un'imprecazione uscì dalle labbra del sovrintendente Cŏster: stava impiegando più tempo di quanto avrebbe voluto. Per la verità, sentiva dentro di sé che avrebbe dovuto essere all'ospedale nello stesso istante in cui aveva appoggiato la cornetta del telefono, ma si sarebbe accontentato di impiegare i soliti otto-dieci minuti che la distanza tra i due edifici rendeva necessari. Era uscito dalla Sezione CZ come una furia, incurante del sottufficiale che gli porgeva una pratica urgente, aveva raggiunto il piazzale interno aggredendo gli scalini a tre a tre, ed aveva superato il controllo al passo carraio pochi secondi dopo, lasciando sul pavimento qualche millimetro di battistrada. Aveva preferito utilizzare la sua auto personale, per non essere accompagnato dall'autista, che avrebbe potuto trasformarsi in un testimone pericoloso. Il suo ruolo di comandante supplente della Sezione gli dava diritto ad usufruire dell'auto di servizio, con autista, che veniva abitualmente utilizzata dall'ispettore Perutz, ma aveva già un testimone da eliminare, e non era assolutamente il caso di aggiungere altro lavoro.
Purtroppo, una decisione che nella generalità delle situazioni sarebbe stata la più giusta, in quella particolare circostanza si rivelò la meno appropriata: era l'ora in cui buona parte degli abitanti di Praga e dei pendolari che vi lavoravano si riversavano nelle strade, ciascuno con la propria utilitaria, per fare ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Dopo un paio di minuti di tragitto, Cŏster si trovò incolonnato in una lunga fila di mezzi che percorrevano, a bassa velocità, l'arteria sopraelevata che attraversa la città. Il traffico non era bloccato, ed un'auto di pattuglia avrebbe potuto farsi largo, utilizzando la sirena; purtroppo per lui, tutti avevano fretta e nessuno avrebbe concesso un centimetro a quel giovanotto impaziente al volante di una piccola auto di produzione occidentale. Provò a chiedere strada con il clacson, ma ottenne soltanto gesti di insofferenza.
Alla prima occasione uscì dalla strada principale e si immerse nel dedalo di viuzze del centro storico. Conosceva ogni angolo della città, essendovi nato ed avendo lavorato come agente delle pattuglie per i primi anni della sua carriera in polizia: cercò di evitare i punti che con maggior probabilità avrebbe trovato intasati e, dopo aver scansato per pochi centimetri un gruppo di turisti ed il carretto di un ambulante che vendeva panini con wurstel, si accorse di non essere lontano dall'ospedale.
Avrebbe voluto impiegare quei minuti per riflettere sulla situazione e decidere una strategia, ma non ne ebbe l'opportunità: tutte le sue energie mentali erano impegnate nella guida e nel tentativo di scacciare un pensiero che si affacciava con insistenza. ?Cosa starà facendo o, peggio ancora, cosa starà dicendo il centralinista in questo momento?? Prendere decisioni sotto tensione non era una delle sue doti, e ne era consapevole: aveva necessità di riflettere, e di non essere incalzato dagli eventi. Proprio il contrario di ciò che stava accadendo.
Un camion occupava l'intera carreggiata, con la sponda laterale destra abbassata e due uomini intenti a scaricare pesanti botti di birra; aggirò l'ostacolo percorrendo qualche decina di metri sul marciapiede, provocando lo scompiglio in un altro gruppo di turisti, sbalorditi dalla scarsa disciplina dei praghesi. Si inserì in una strada più ampia, e vide con sollievo che il traffico era fluido; ormai mancavano pochi isolati all'ospedale, e le sue previsioni si fecero più ottimistiche.
Ancora due o tre minuti, e sarebbe entrato nell'ospedale. Avrebbe subito chiesto del reparto nel quale il suo dipendente era stato ricoverato, e lo avrebbe raggiunto, probabilmente in tempo per impedirgli di accusarlo. Hansi non immaginava che lui stesse arrivando, pertanto era probabile che non avesse ancora detto niente del suo coinvolgimento. Con chi avrebbe dovuto parlare? Con il personale dell'ospedale, o con l'agente di turno? Hansi era poco più che un ragazzo, e certamente frastornato da quanto gli era accaduto nelle ultime quarantotto ore: non avrebbe saputo a chi rivolgersi, per essere creduto. Certamente non ad uno sconosciuto; se avesse potuto, avrebbe contattato l'ispettore Perutz, ma non aveva alcun elemento per rintracciarlo. Probabilmente si sarebbe confidato con uno dei colleghi del centralino; difficile che decidesse di andare direttamente a rapporto da uno dei superiori. Al di sopra di lui, mancando Perutz, c'erano soltanto i ?pezzi grossi?, ed un giovane agente avrebbe avuto notevoli difficoltà nel raggiungerli.
Sorrise tra sé: il cervello stava riprendendo a ragionare, e la situazione non gli appariva più disperata come pochi istanti prima.
Il semaforo divenne rosso, ed il sovrintendente arrestò l'auto in seconda posizione, dietro ad una grossa berlina con targa straniera. Rilassato, diede un'occhiata ai pedoni che stavano attraversando: si sorprese a seguire con lo sguardo una bella ragazza bionda, vestita con un corto abito leggero, che camminava a passo spedito da sinistra verso destra. Il suo sorriso si allargò maggiormente: gli sembrò un buon auspicio. Al centro della carreggiata, la ragazza incrociò i pedoni che attraversavano nella direzione opposta: non erano molti, soltanto tre o quattro. Uno di essi si staccò dal gruppo, e raggiunse per primo la ragazza.
Il sorriso morì sulle labbra di Cŏster e le mani strinsero spasmodicamente la corona del volante, finché le nocche divennero bianche: quel passante era il centralinista.
La sua posizione arretrata gli permise di osservare senza essere visto: ancora incredulo, seguì con lo sguardo il pedone per tutta la seconda metà dell'attraversamento.
Era Hansi, senza alcun dubbio. Fece alcuni passi con un'andatura un po' incerta, come se non sapesse cosa fare o dove andare, poi improvvisamente accelerò il passo: sembrava avesse deciso la sua meta. Era vestito esattamente con gli stessi abiti che indossava la sera del tuffo nella Moldova; erano però visibilmente stazzonati, tanto da potersene accorgere anche da quella distanza. Rallentò nuovamente; sembrava che stesse valutando differenti alternative, e che modificasse inconsciamente l'andatura in relazione ai suoi pensieri.
Era Hansi, il più giovane dei centralinisti: sopravvissuto all'aggressione, aveva ripreso conoscenza senza grossi inconvenienti ed era riuscito ad allontanarsi dall'ospedale prima del suo arrivo. Era un fenomeno, oppure dannatamente fortunato. Cŏster allentò la presa sul volante, permettendo al sangue di circolare, e sentì il panico impadronirsi nuovamente di lui: cosa fare? Aveva un embrione di piano, ma era stato superato dagli eventi. Nei successivi dieci secondi avrebbe dovuto decidere, prima che il suo obiettivo scomparisse dalla vista. Un'altra situazione critica, nella quale non avrebbe potuto riflettere. Hansi raggiunse il marciapiede opposto, ed iniziò a camminare nella direzione contraria a quella cui era rivolta l'auto del sovrintendente: lo avrebbe perso di vista di lì a poco, e non avrebbe potuto seguirlo rimanendo in auto.
Cŏster diede una rapida occhiata ad entrambi i lati della strada: non c'era lo spazio per parcheggiare neppure una bicicletta. Il pensiero del signor Rondel e del rapporto che avrebbe dovuto fargli sull'esito dell'operazione lo spinse a decidere. Tirò il freno a mano, lasciò il motore acceso, uscì dall'auto tra gli sguardi sorpresi degli altri automobilisti e con un'agile corsa raggiunse il marciapiede opposto un istante prima che scattasse il rosso. Non si voltò indietro: sapeva bene cosa sarebbe accaduto. Percorse con rapidità alcune decine di metri per ridurre la distanza tra sé e l'obiettivo, ed al primo suonare di clacson degli inviperiti automobilisti bloccati dalla sua auto si fermò e si appiattì dietro un furgone parcheggiato lungo il marciapiede. Sapeva che Hansi si sarebbe voltato, sentendo il rumore, e l'ultima cosa di cui aveva bisogno era farsi notare dalla sua preda. Gli diede dieci, quindici secondi e si rimise all'inseguimento.
Ripensò per un attimo alla sua decisione: era stata la migliore. Gli dispiaceva aver abbandonato la sua preziosa auto nel traffico e soprattutto aver creato una situazione che avrebbe richiesto l'intervento della polizia: qualcuno avrebbe stilato un verbale, e qualcun altro, leggendolo, si sarebbe chiesto perché il sovrintendente Cŏster avesse abbandonato l'auto nel traffico. Avrebbe pensato ad una valida motivazione da presentare, all'occorrenza.
Un istante dopo, sul suo volto affiorò un sorriso, appena accennato: aveva già pronta una bella storiella. Il modo migliore di mentire è mentire il meno possibile; avrebbe detto che, mentre era fermo al semaforo, aveva individuato uno dei pericolosi ricercati della Sezione CZ, ed aveva abbandonato l'auto per seguirlo. Purtroppo, l'inseguimento non aveva dato buoni frutti.
Il sorriso si allargò ulteriormente: aveva ritrovato il suo obiettivo, tra la folla, alcune decine di metri più avanti, un instante prima che voltasse in un vicolo.
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