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* il gioco del nonno
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danielegr
Dio maturo
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MessaggioInviato: 08 Apr 2016 14:27    Oggetto: Rispondi citando

Oggi in televisione, mentre stavo mangiando, ho sentito la parola “falsariga” che mi ha fatto ricordare la mia infanzia. Ma che cosa è la “falsariga”? Credo che pochi fra i frequentatori di questo Forum lo sappiano e ancora meno quelli che l'abbiano usata.
Bisogna tornare un po' indietro: alle elementari, dopo aver fatto un mazzo incredibile con le aste ai poveri frugoletti, il maestro incominciava a far scrivere le lettere dell'alfabeto. E bisognava, naturalmente, stare “dentro” alle righe. No, la “f” poteva uscire, sia in altro che in basso: anche la “g” poteva, anzi doveva uscire, ma solo in basso. Anche la “p”, la “b” solo in alto eccetera.
Ma tutte dovevano stare entro gli spazi a loro assegnati, cosa abbastanza facile nei quaderni che allora si usavano (sarà ancora così? Chissà…)
Questo era un quaderno sul genere di quelli in uso in prima elementare.
Come si nota, lo scolaro stava ben attento a non uscire dalle righe, sarebbe stato considerato un errore dal maestro.





Tutto bene quindi? Finito così? No, naturalmente: finché scrivevi sul quaderno andava bene, ma quando dovevi scrivere alla zia? Non era corretto usare un foglio strappato dal quaderno: dovevi prendere un foglio bianco e lì dovevi fare attenzione! La scrittura doveva essere orizzontale, non doveva assolutamente tendere verso l'alto o verso il basso, le lettere dovevano avere più o meno la stessa altezza. Diventava difficile senza l'ausilio delle righe del quaderno, e allora si ricorreva alla “falsariga”, cioè a un foglio sul quale erano tracciate delle righe nere. Qualcosa di simile a questo:


link

Veniva messo sotto al foglio bianco della lettera e, per trasparenza, si aveva un aiuto nello scrivere stando entro quei limiti.
Non ricordo di aver più visto dei fogli falsariga dopo la fine della guerra e anche la parola falsariga ha assunto un diverso significato: adesso indica soprattutto l'agire imitando uno schema ben definito.
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ioSOLOio
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MessaggioInviato: 10 Apr 2016 13:40    Oggetto: Rispondi citando

Ne sai....ne ricordi una più del diavolo !
Smile
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danielegr
Dio maturo
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MessaggioInviato: 26 Apr 2016 07:43    Oggetto: Rispondi citando

Credo di non aver mai parlato dell'abbigliamento negli anni 40/50. Apparentemente non era molto diverso da quello odierno, ma a guardare bene…
Innanzi tutto le donne: solo ed esclusivamente sottane, oppure abiti interi tipo chemisier. Impossibile anche solo pensare a portare i pantaloni, e questo divieto è durato a lungo: ricordo che a mia moglie, sarà stato il 1965 o 1966, venne vietato l'ingresso alla Cattedrale di Pisa, appunto perché portava i pantaloni. D'altronde in Francia solo nel 2013 è stata abrogata la legge del 1800 che vietava alle donne l'uso del pantalone, salvo provati motivi medici attestato dal rilascio di uno speciale permesso, sotto pena di immediato arresto. È ovvio che quella legge non era rispettata da nessuno, ma formalmente era ancora in vigore fino a pochi anni fa. C'è da dire che erano ammesse due eccezioni: potevano usare i pantaloni “finché tenevano le redini di un cavallo” e, successivamente, “finché tenevano il manubrio di una bicicletta”. Come facessero poi a cambiarsi velocemente appena scese da cavallo o dalla bici, non l'ho capito.
E c'era anche un altra curiosità: chi ha mai sentito parlare dei “davantini”?
Erano delle mezze camicette femminili, cioè c'era solo il davanti e non il dietro e venivano tenute a posto con un elastico o una fettuccia. Si indossavano sotto una giacchetta o qualcosa di simile, forse un bolero. Non credo che fossero un modo di risparmiare, anzi credo che fossero abbastanza costosi perché ricordo mia zia che li preparava (anno? Probabilmente 1944) e li dipingeva con delle vernicette speciali che una volta asciutte erano in rilievo. Erano spesso disegni di fiori, foglie o simili. Mi divertiva moltissimo passare con il dito sulle parti non ancora perfettamente asciutte, suscitando naturalmente la reazione della zia…
Questo è un davantino, ancora in uso oggi per la toga dei magistrati:



E per i maschietti? Per l'uomo adulto mi pare che ci siano state delle differenze marginali: più che altro è tramontata (grazie a Dio) l'obbligatorietà della cravatta, il gilet è oggi di uso molto limitato ed è sostituito spesso da un maglione col collo a V o da qualcosa di simile, quando non è addirittura abolito.
Era praticamente obbligatorio il cappello, del tipo Borsalino soprattutto. E la giacca? Quando ho incominciato a lavorare in banca (1954) non era nemmeno pensabile presentarsi allo sportello senza aver indossato la giacca, estate o inverno che fosse.
Le cose sono invece cambiate parecchio per i ragazzi: sicuramente erano d'obbligo i pantaloni corti fino almeno ai 10-12 anni. Anche d'inverno, sicuramente. Il freddo era mitigato dai calzettoni di lana al ginocchio.
Oltre quell'età si era autorizzati a passare ai pantaloni “alla zuava”, cioè pantaloni che si allacciavano sotto al ginocchio. Avete presente Capannelle nel film I soliti ignoti? Ecco proprio quelli. I pantaloni lunghi rappresentavano il passaporto per l'età adulta. Io i primi li ho avuti a circa sedici anni.
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danielegr
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MessaggioInviato: 29 Mag 2016 15:40    Oggetto: Rispondi citando

E allora il Giro d'Italia del 2016 l'ha vinto Nibali, lo stesso Nibali che dopo la diciottesima tappa era dato da tutti per spacciato. Era in quarta posizione e quindi fuori dal podio. Poi in due tappe di montagna Nibali ha cambiato tutto: conquista la maglia rosa, mentre intanto le prime posizioni venivano rivoluzionate.
Non l'ho sentito dire da nessuno, ma a me ricorda tanto il Tour de France del 1949, vinto da Fausto Coppi con quasi undici minuti sul secondo (Bartali). Anche lì Coppi a causa di una caduta sembrava tagliato fuori da ogni possibilità di successo, avendo un ritardo di più di mezzora. Poi con una cronometro di quelle che si facevano allora (92 chilometri, ma in quel Tour ce ne fu un'altra, anche quella vinta da Coppi di ben 137 chilometri) e soprattutto con due tappe di montagna sulle Alpi prese la maglia gialla, sorprendendo tutti.
Solo io vedo una certa somiglianza a sessantasette anni di distanza?
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danielegr
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 09:14    Oggetto: Rispondi citando

È un po' che non scrivo qui: vediamo di rimediare, raccontando quello che per molti è un "fatterello", per me è stata la GRANDE AVVENTURA.
Era l'anno 1953, mese probabilmente Luglio: io avevo quindi quasi diciassette anni, li avrei compiuti a Settembre, e un mio amico, che avrà avuto al massimo un anno più di me, Vanni. Entrambi appassionati di ciclismo, entrambi con una bici che scalpitava nell'attesa di girare per le strade del mondo. E allora cosa fare? Ma il Giro d'Italia, naturalmente!
Adesso non capite male, non quello che fanno i corridori, con le tappe, le cronometro, la classifica finale eccetera. No, qualcosa di molto più dilettantesco: due ragazzini che in bicicletta decidono di percorrere le strade italiane e non solo, così, alla ventura. Fermandosi a dormire dove capita, a mangiare qui e là, a comperarsi il necessario per sopravvivere, a riparare la bici in caso di inconvenienti. Insomma a "diventare grandi" senza l'aiuto di mamma e papà.
Se interessa, racconterei qualcosa di quel viaggio, ricondando che eravamo nel 1953, con le strade di allora e il poco traffico che c'era.
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 09:32    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
Se interessa, racconterei qualcosa di quel viaggio, ricondando che eravamo nel 1953, con le strade di allora e il poco traffico che c'era.

Certo che interessa Smile
(ok, io parlo per me, ma non credo di essere l'unico a cui interessa Wink )
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 13:45    Oggetto: Rispondi citando

Dai...racconta Wink
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danielegr
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 17:20    Oggetto: Rispondi citando

E allora, eccomi qua con queste anticaglie: immagino che nessuno si scandalizzerà se copio spudoratamente da quello che avevo scritto tempo fa per raccontare a mio figlio di quel giro. Non trovo però l’inizio, quindi cerco di ricostruirlo.
Partiamo in bici (certo che eravamo in bici, se no come andavamo?) da Milano, direzione Brescia. I chilometri scorrono velocemente, la fatica non si sente, la libertà ci “gasa”. Brescia non ci interessa, vogliamo arrivare al Lago di Garda.
Abbiamo uno zainetto a testa: giusto un ricambio e poco altro per via del peso. Arriviamo a Gardone e, memori delle raccomandazioni dei genitori (non viaggiate come scatole, guardatevi intorno, visitate i monumenti eccetera) andiamo subito al Vittoriale. Beh, una volta nella vita si può anche fare, magari sarebbe stato meglio farlo con una buona guida da leggere e cercando di capire meglio l’ambiente, la personalità dell’abitante e via dicendo. Va bene che D’annunzio aveva l’amicizia di Mussolini e quindi non doveva essere a corto di quattrini, però la manutenzione di quel po’ po’ di monumento doveva essere piuttosto onerosa.
Trascorsa la prima sera e notte in libertà, partenza per Trento. Preciso che per la notte andavamo sempre nelle “locande” o “trattorie con alloggio”. Oggi non ne vedo più in giro: gli agriturismi e i B&B hanno preso il loro posto, ma noi (ripeto che parliamo del 1953) ci siamo sempre trovati bene: il prezzo era contenuto, la padrona del locale aveva sempre un occhio di riguardo per quei due squinternati (ma davvero venite da Milano? in bicicletta? chissà come sarete stanchi…).
Arriviamo a Trento: visita al castello del Buonconsiglio, alla Fossa dei Martiri, dove hanno impiccato Filzi e Battisti e poi a Pergine per dormire.
Domani un paio di altre tappe.
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MessaggioInviato: 24 Mar 2017 08:29    Oggetto: Rispondi citando

Questa parte sarebbe dovuta essere scritta prima: scuserete il piccolo disguido.
A Gardone ci sentivamo oramai degli esperti: avevamo superato senza danni la prima tappa, la prima notte fuori casa, i pasti arrangiati da noi (panini, cioccolato e cose simili) o in qualche trattoria di infimo ordine (ma a buon mercato) e proseguiamo baldanzosi: la Gardesana Occidentale è ( o almeno era a quei tempi, sono decenni che non capito più da quelle parti) una autentica meraviglia: il lago da una parte, le pareti rocciose dall’altra, la bicicletta che permette di godersi appieno tutto il panorama, la velocità turistica che permette di guardarsi intorno senza pericoli. Insomma: una cosa unica! E al termine della Gardesana ecco Riva del Garda, dove, su un prato sul quale ci fermiamo a mangiare, incontriamo una coppia di turisti con i quali si ride e si scherza prima di rimontare in sella.

Detto questo, ripartiamo da Pergine: la Valsugana, il Passo Rolle. È inutile dire che sono posti belli, anzi magnifici: lo sanno tutti e non è necessario ribadirlo.
Noi, giovani ragazzini (17 -18 anni) ci godiamo il senso di libertà, di autonomia di poter scegliere cosa fare senza l’aiuto dei “grandi”. Incominciamo a renderci conto che crescere vuol dire anche “scegliere”, e che se la scelta è sbagliata chi paga sei tu.
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MessaggioInviato: 30 Mar 2017 07:43    Oggetto: Rispondi

Finita la discesa dal Passo di Rolle risaliamo un pezzetto della Val di Fassa, e ci fermiamo a dormire a Soraga. Una buona dormita per scacciare la fatica e il giorno dopo decidiamo di prenderci un giorno di vacanza dalla bici: faremo una gita in montagna. Il mio amico conosceva un po’ la zona e ricordava il Passo delle Coronelle, anche se non credo che ci fosse mai andato. Beh, allora non ci sono problemi, partiamo per quel Passo. Malgrado non avessimo nessuna attrezzatura per la montagna (scarpe da tennis, magliette a maniche corte, pantaloncini corti) saliamo baldanzosi, incuranti del fatto che con quell’attrezzatura salire a oltre 2600 metri può essere pericoloso. Ma finché si sale, malgrado qualche nevaio affrontato con le scarpe da tennis, non abbiamo particolari problemi. La discesa, però, è un altro paio di maniche: decidiamo di scendere per un canalone che ai nostri occhi inesperti sembra facile, ma che facile proprio non è.
E infatti la discesa è molto pericolosa: il canalone è ripido, i sassi si muovono e cadono addosso a chi è appena passato. Ho avuta molta paura, maledicendo il momento nel quale abbiamo deciso di scendere da lì anziché ritornare per il sentiero già percorso in salita. Comunque quando oramai non ci speravo quasi più ecco la fine del canalone e il ritorno a Soraga per un comodo sentiero. E pazienza se intanto si fa buio, tanto ormai non si può più sbagliare.
Il giorno dopo, riprese le nostre fide biciclette affrontiamo il mitico Passo Sella, teatro delle imprese di Coppi, Bartali e di tanti altri campioni. Poi la meravigliosa discesa della Val Gardena.
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