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* il gioco del nonno
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danielegr
Dio maturo
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MessaggioInviato: 08 Apr 2016 14:27    Oggetto: Rispondi citando

Oggi in televisione, mentre stavo mangiando, ho sentito la parola “falsariga” che mi ha fatto ricordare la mia infanzia. Ma che cosa è la “falsariga”? Credo che pochi fra i frequentatori di questo Forum lo sappiano e ancora meno quelli che l'abbiano usata.
Bisogna tornare un po' indietro: alle elementari, dopo aver fatto un mazzo incredibile con le aste ai poveri frugoletti, il maestro incominciava a far scrivere le lettere dell'alfabeto. E bisognava, naturalmente, stare “dentro” alle righe. No, la “f” poteva uscire, sia in altro che in basso: anche la “g” poteva, anzi doveva uscire, ma solo in basso. Anche la “p”, la “b” solo in alto eccetera.
Ma tutte dovevano stare entro gli spazi a loro assegnati, cosa abbastanza facile nei quaderni che allora si usavano (sarà ancora così? Chissà…)
Questo era un quaderno sul genere di quelli in uso in prima elementare.
Come si nota, lo scolaro stava ben attento a non uscire dalle righe, sarebbe stato considerato un errore dal maestro.





Tutto bene quindi? Finito così? No, naturalmente: finché scrivevi sul quaderno andava bene, ma quando dovevi scrivere alla zia? Non era corretto usare un foglio strappato dal quaderno: dovevi prendere un foglio bianco e lì dovevi fare attenzione! La scrittura doveva essere orizzontale, non doveva assolutamente tendere verso l'alto o verso il basso, le lettere dovevano avere più o meno la stessa altezza. Diventava difficile senza l'ausilio delle righe del quaderno, e allora si ricorreva alla “falsariga”, cioè a un foglio sul quale erano tracciate delle righe nere. Qualcosa di simile a questo:


link

Veniva messo sotto al foglio bianco della lettera e, per trasparenza, si aveva un aiuto nello scrivere stando entro quei limiti.
Non ricordo di aver più visto dei fogli falsariga dopo la fine della guerra e anche la parola falsariga ha assunto un diverso significato: adesso indica soprattutto l'agire imitando uno schema ben definito.
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ioSOLOio
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MessaggioInviato: 10 Apr 2016 13:40    Oggetto: Rispondi citando

Ne sai....ne ricordi una più del diavolo !
Smile
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danielegr
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MessaggioInviato: 26 Apr 2016 07:43    Oggetto: Rispondi citando

Credo di non aver mai parlato dell'abbigliamento negli anni 40/50. Apparentemente non era molto diverso da quello odierno, ma a guardare bene…
Innanzi tutto le donne: solo ed esclusivamente sottane, oppure abiti interi tipo chemisier. Impossibile anche solo pensare a portare i pantaloni, e questo divieto è durato a lungo: ricordo che a mia moglie, sarà stato il 1965 o 1966, venne vietato l'ingresso alla Cattedrale di Pisa, appunto perché portava i pantaloni. D'altronde in Francia solo nel 2013 è stata abrogata la legge del 1800 che vietava alle donne l'uso del pantalone, salvo provati motivi medici attestato dal rilascio di uno speciale permesso, sotto pena di immediato arresto. È ovvio che quella legge non era rispettata da nessuno, ma formalmente era ancora in vigore fino a pochi anni fa. C'è da dire che erano ammesse due eccezioni: potevano usare i pantaloni “finché tenevano le redini di un cavallo” e, successivamente, “finché tenevano il manubrio di una bicicletta”. Come facessero poi a cambiarsi velocemente appena scese da cavallo o dalla bici, non l'ho capito.
E c'era anche un altra curiosità: chi ha mai sentito parlare dei “davantini”?
Erano delle mezze camicette femminili, cioè c'era solo il davanti e non il dietro e venivano tenute a posto con un elastico o una fettuccia. Si indossavano sotto una giacchetta o qualcosa di simile, forse un bolero. Non credo che fossero un modo di risparmiare, anzi credo che fossero abbastanza costosi perché ricordo mia zia che li preparava (anno? Probabilmente 1944) e li dipingeva con delle vernicette speciali che una volta asciutte erano in rilievo. Erano spesso disegni di fiori, foglie o simili. Mi divertiva moltissimo passare con il dito sulle parti non ancora perfettamente asciutte, suscitando naturalmente la reazione della zia…
Questo è un davantino, ancora in uso oggi per la toga dei magistrati:



E per i maschietti? Per l'uomo adulto mi pare che ci siano state delle differenze marginali: più che altro è tramontata (grazie a Dio) l'obbligatorietà della cravatta, il gilet è oggi di uso molto limitato ed è sostituito spesso da un maglione col collo a V o da qualcosa di simile, quando non è addirittura abolito.
Era praticamente obbligatorio il cappello, del tipo Borsalino soprattutto. E la giacca? Quando ho incominciato a lavorare in banca (1954) non era nemmeno pensabile presentarsi allo sportello senza aver indossato la giacca, estate o inverno che fosse.
Le cose sono invece cambiate parecchio per i ragazzi: sicuramente erano d'obbligo i pantaloni corti fino almeno ai 10-12 anni. Anche d'inverno, sicuramente. Il freddo era mitigato dai calzettoni di lana al ginocchio.
Oltre quell'età si era autorizzati a passare ai pantaloni “alla zuava”, cioè pantaloni che si allacciavano sotto al ginocchio. Avete presente Capannelle nel film I soliti ignoti? Ecco proprio quelli. I pantaloni lunghi rappresentavano il passaporto per l'età adulta. Io i primi li ho avuti a circa sedici anni.
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danielegr
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MessaggioInviato: 29 Mag 2016 15:40    Oggetto: Rispondi citando

E allora il Giro d'Italia del 2016 l'ha vinto Nibali, lo stesso Nibali che dopo la diciottesima tappa era dato da tutti per spacciato. Era in quarta posizione e quindi fuori dal podio. Poi in due tappe di montagna Nibali ha cambiato tutto: conquista la maglia rosa, mentre intanto le prime posizioni venivano rivoluzionate.
Non l'ho sentito dire da nessuno, ma a me ricorda tanto il Tour de France del 1949, vinto da Fausto Coppi con quasi undici minuti sul secondo (Bartali). Anche lì Coppi a causa di una caduta sembrava tagliato fuori da ogni possibilità di successo, avendo un ritardo di più di mezzora. Poi con una cronometro di quelle che si facevano allora (92 chilometri, ma in quel Tour ce ne fu un'altra, anche quella vinta da Coppi di ben 137 chilometri) e soprattutto con due tappe di montagna sulle Alpi prese la maglia gialla, sorprendendo tutti.
Solo io vedo una certa somiglianza a sessantasette anni di distanza?
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 09:14    Oggetto: Rispondi citando

È un po' che non scrivo qui: vediamo di rimediare, raccontando quello che per molti è un "fatterello", per me è stata la GRANDE AVVENTURA.
Era l'anno 1953, mese probabilmente Luglio: io avevo quindi quasi diciassette anni, li avrei compiuti a Settembre, e un mio amico, che avrà avuto al massimo un anno più di me, Vanni. Entrambi appassionati di ciclismo, entrambi con una bici che scalpitava nell'attesa di girare per le strade del mondo. E allora cosa fare? Ma il Giro d'Italia, naturalmente!
Adesso non capite male, non quello che fanno i corridori, con le tappe, le cronometro, la classifica finale eccetera. No, qualcosa di molto più dilettantesco: due ragazzini che in bicicletta decidono di percorrere le strade italiane e non solo, così, alla ventura. Fermandosi a dormire dove capita, a mangiare qui e là, a comperarsi il necessario per sopravvivere, a riparare la bici in caso di inconvenienti. Insomma a "diventare grandi" senza l'aiuto di mamma e papà.
Se interessa, racconterei qualcosa di quel viaggio, ricondando che eravamo nel 1953, con le strade di allora e il poco traffico che c'era.
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 09:32    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
Se interessa, racconterei qualcosa di quel viaggio, ricondando che eravamo nel 1953, con le strade di allora e il poco traffico che c'era.

Certo che interessa Smile
(ok, io parlo per me, ma non credo di essere l'unico a cui interessa Wink )
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 13:45    Oggetto: Rispondi citando

Dai...racconta Wink
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MessaggioInviato: 22 Mar 2017 17:20    Oggetto: Rispondi citando

E allora, eccomi qua con queste anticaglie: immagino che nessuno si scandalizzerà se copio spudoratamente da quello che avevo scritto tempo fa per raccontare a mio figlio di quel giro. Non trovo però l’inizio, quindi cerco di ricostruirlo.
Partiamo in bici (certo che eravamo in bici, se no come andavamo?) da Milano, direzione Brescia. I chilometri scorrono velocemente, la fatica non si sente, la libertà ci “gasa”. Brescia non ci interessa, vogliamo arrivare al Lago di Garda.
Abbiamo uno zainetto a testa: giusto un ricambio e poco altro per via del peso. Arriviamo a Gardone e, memori delle raccomandazioni dei genitori (non viaggiate come scatole, guardatevi intorno, visitate i monumenti eccetera) andiamo subito al Vittoriale. Beh, una volta nella vita si può anche fare, magari sarebbe stato meglio farlo con una buona guida da leggere e cercando di capire meglio l’ambiente, la personalità dell’abitante e via dicendo. Va bene che D’annunzio aveva l’amicizia di Mussolini e quindi non doveva essere a corto di quattrini, però la manutenzione di quel po’ po’ di monumento doveva essere piuttosto onerosa.
Trascorsa la prima sera e notte in libertà, partenza per Trento. Preciso che per la notte andavamo sempre nelle “locande” o “trattorie con alloggio”. Oggi non ne vedo più in giro: gli agriturismi e i B&B hanno preso il loro posto, ma noi (ripeto che parliamo del 1953) ci siamo sempre trovati bene: il prezzo era contenuto, la padrona del locale aveva sempre un occhio di riguardo per quei due squinternati (ma davvero venite da Milano? in bicicletta? chissà come sarete stanchi…).
Arriviamo a Trento: visita al castello del Buonconsiglio, alla Fossa dei Martiri, dove hanno impiccato Filzi e Battisti e poi a Pergine per dormire.
Domani un paio di altre tappe.
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MessaggioInviato: 24 Mar 2017 08:29    Oggetto: Rispondi citando

Questa parte sarebbe dovuta essere scritta prima: scuserete il piccolo disguido.
A Gardone ci sentivamo oramai degli esperti: avevamo superato senza danni la prima tappa, la prima notte fuori casa, i pasti arrangiati da noi (panini, cioccolato e cose simili) o in qualche trattoria di infimo ordine (ma a buon mercato) e proseguiamo baldanzosi: la Gardesana Occidentale è ( o almeno era a quei tempi, sono decenni che non capito più da quelle parti) una autentica meraviglia: il lago da una parte, le pareti rocciose dall’altra, la bicicletta che permette di godersi appieno tutto il panorama, la velocità turistica che permette di guardarsi intorno senza pericoli. Insomma: una cosa unica! E al termine della Gardesana ecco Riva del Garda, dove, su un prato sul quale ci fermiamo a mangiare, incontriamo una coppia di turisti con i quali si ride e si scherza prima di rimontare in sella.

Detto questo, ripartiamo da Pergine: la Valsugana, il Passo Rolle. È inutile dire che sono posti belli, anzi magnifici: lo sanno tutti e non è necessario ribadirlo.
Noi, giovani ragazzini (17 -18 anni) ci godiamo il senso di libertà, di autonomia di poter scegliere cosa fare senza l’aiuto dei “grandi”. Incominciamo a renderci conto che crescere vuol dire anche “scegliere”, e che se la scelta è sbagliata chi paga sei tu.
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MessaggioInviato: 30 Mar 2017 07:43    Oggetto: Rispondi citando

Finita la discesa dal Passo di Rolle risaliamo un pezzetto della Val di Fassa, e ci fermiamo a dormire a Soraga. Una buona dormita per scacciare la fatica e il giorno dopo decidiamo di prenderci un giorno di vacanza dalla bici: faremo una gita in montagna. Il mio amico conosceva un po’ la zona e ricordava il Passo delle Coronelle, anche se non credo che ci fosse mai andato. Beh, allora non ci sono problemi, partiamo per quel Passo. Malgrado non avessimo nessuna attrezzatura per la montagna (scarpe da tennis, magliette a maniche corte, pantaloncini corti) saliamo baldanzosi, incuranti del fatto che con quell’attrezzatura salire a oltre 2600 metri può essere pericoloso. Ma finché si sale, malgrado qualche nevaio affrontato con le scarpe da tennis, non abbiamo particolari problemi. La discesa, però, è un altro paio di maniche: decidiamo di scendere per un canalone che ai nostri occhi inesperti sembra facile, ma che facile proprio non è.
E infatti la discesa è molto pericolosa: il canalone è ripido, i sassi si muovono e cadono addosso a chi è appena passato. Ho avuta molta paura, maledicendo il momento nel quale abbiamo deciso di scendere da lì anziché ritornare per il sentiero già percorso in salita. Comunque quando oramai non ci speravo quasi più ecco la fine del canalone e il ritorno a Soraga per un comodo sentiero. E pazienza se intanto si fa buio, tanto ormai non si può più sbagliare.
Il giorno dopo, riprese le nostre fide biciclette affrontiamo il mitico Passo Sella, teatro delle imprese di Coppi, Bartali e di tanti altri campioni. Poi la meravigliosa discesa della Val Gardena.
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MessaggioInviato: 04 Apr 2017 17:37    Oggetto: Rispondi citando

Così, pedalando pedalando, siamo arrivati a Bressanone. Solita locanda, e poi proviamo ad andare per la Val Pusteria, fino a Brunico, quasi al confine con l’Austria. Direi che fosse una domenica, perché mi pare di ricordare che fossimo anche andati a una Messa con una predica in tedesco. Ovviamente non avevamo capito nulla.
E poi, attraverso il Passo di Cimebanche (venendo da Brunico non si poteva proprio classificarlo come una salita, era tutto un falsopiano) Non ho nessun ricordo della tappa a Brunico o nelle sue vicinanze, immagino che avremo dormito in qualche locanda, ma proprio non ricordo nulla.
E, con un po’ di discesa si arriva a Ponte nelle Alpi: avevamo già deciso che non ci interessava percorrere in bici tutta la parte di pianura, afosa, monotona, insomma, non divertente.
Quindi carichiamo le bici su un treno, con destinazione Pistoia, e noi proseguiamo in autostop. Troviamo quasi subito un simpatico giovanotto che dice di essere un rappresentante, con una Topolino che ci carica
Siamo arrivati a Venezia, ma la nostra meta, la meta dove ritroveremo le nostre bici è Pistoia. Non ho dei ricordi nitidi di questa fase, non saprei dire se il percorso è stato fatto tutto in un giorno o se abbiamo pernottato da qualche parte. L’unico ricordo è che a Bologna faceva un caldo assurdo e nessuno ci voleva caricare. Finalmente, bene o male arriviamo a Pistoia, recuperiamo in stazione le bici e ripartiamo.
A Montecatini ci fermiamo a mangiare qualcosa in una trattoria e quando ci arriva il conto ci spaventiamo… Una discussione col padrone che ci fa un piccolo sconto e si riparte. Anche qui ricordi confusi, dove abbiamo dormito?
Ricordo solo che, probabilmente il giorno dopo, arriviamo a Sestri Levante (era veramente Sestri Levante? boh) dove ci aspettavano dei parenti del mio amico che, oltre a portarmi il passaporto che avevo richiesto tempo prima ma che al momento della partenza non era ancora pronto, ci avevano addirittura prenotato una stanza in un bell’albergo!
E anche qui la memoria fa cilecca: ricordo che percorrendo tutta la Riviera siamo arrivati a Cannes, dove ho fatto uno dei più bei bagni della mia vita, e poi siamo andati a dormire a Nizza in un Ostello della Gioventù, ma in mezzo cosa è successo? Dove e come abbiamo dormito? Non lo ricordo.
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MessaggioInviato: 07 Apr 2017 19:02    Oggetto: Rispondi citando

Oramai c’è poco a dire: a Nizza socializziamo un po’ con gli altri ospiti dell’Ostello, abbiamo anche preparato gli spaghetti per un gruppetto. Il fatto che i cuochi non fossero molto bravi e che li avessimo conditi solo con il burro, probabilmente non ha fatto grande onore alla cucina italiana. Comunque ci hanno lasciato partire senza picchiarci…
E da Nizza siamo tornati verso Ventimiglia, e poi su per la Val Roja. Pochi chilometri dopo Fanghetto c’è il primo (no, sarebbe il secondo, il primo è stato per arrivare a Ventimiglia) passaggio di frontiera. Nessun problema in dogana, dove esibisco il mio passaporto nuovo e siamo in Francia. Più o meno verso Breuil sur Roya vediamo un cartello che dice: (traduzione a senso) che per la volontà e la tenacità della gente di Briga e Tenda “La Francia non finisce più qui” fa notevolmente incazzare due europeisti convinti già nel 1953.
Poi leggera salita fino a Tenda, lì la salita diventa più impegnativa: mi cimento in una gara con un francese che mi straccia con ignominia…
E poi c’è il tunnel: vedo che quando è stato costruito (1882) era considerato il più lungo tunnel mai costruito. Infatti supera i tre chilometri, ma è totalmente privo di illuminazione. Le nostre biciclette non avevano i fanali e quindi l’oscurità era assoluta: avanzavamo nel buio più totale, tastando con la mano destra la parete e sperando di non trovare sassi o altri intralci. Si andava a passo d’uomo per la paura di trovare ostacoli che non si riusciva a vedere. Finalmente ma dopo parecchio tempo, si vede la luce dell’uscita! Anche lì un po’ di paura l’avevamo avuta. Usciti troviamo la dogana italiana che ci ferma per i rituali controlli: è stata l’unica che ci ha fatto aprire gli zaini e che ha frugato dentro. Si sono fermati solo quando hanno trovato il sacchetto con la biancheria sporca...
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MessaggioInviato: 06 Dic 2017 15:10    Oggetto: Rispondi citando

È vero, sono stato fermo per tanto tempo. Perché? pigrizia, mancanza di idee eccetera. Provo a rimediare in qualche modo, però se qualcuno mi desse delle idee, che so, sul tipo. “ma a che età vi davano le chiavi di casa?” sarebbe più facile.
Già, come era la questione delle chiavi di casa lasciate ai figli? Ai tempi di mia madre, quindi negli anni dal 1915 al 1920 era una vera e propria cerimonia.
La famiglia riunita, con il capofamiglia in testa (mi viene da pensare che fosse addirittura in “abito scuro”, ma forse esagero) consegnava le agognate chiavi al pargolo, pargolo che oramai aveva i suoi 16-18 anni, ovviamente dopo un fervorino nel quale veniva sottolineata la solennità del momento, in pratica era un passaggio all’età adulta. Da quel momento il “pargolo” era autorizzato a uscire di casa e a rientrare quando avesse voluto. Se però avesse esagerato con questa libertà, c’era sempre la minaccia della requisizione delle chiavi appena conquistate.
Io però non ho vissuto tutto questo: i tempi erano cambiati, la cosa non rivestiva più il carattere di solennità dei tempi di mia madre. Non c’era più, come una volta, qualcuno sempre presente nell’abitazione, le donne spesso incominciavano a lavorare fuori casa. Cominciavano a scarseggiare anche le portinaie, che spesso avevano un duplicato delle chiavi appunto per permettere ai bambini tornati da scuola di rientrare a casa.
Oggi e già da parecchi anni, è raro che un componente della famiglia resti sempre a casa: due stipendi sono indispensabili per sopravvivere. Quindi, se non ci sono dei nonni disponibili è necessario che anche i ragazzini abbiano le chiavi di casa. Quindi tutta la solennità dei tempi di mia madre oggi non esiste più.
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MessaggioInviato: 14 Gen 2018 10:52    Oggetto: Rispondi citando

Ma sì, stiamo allegri! Parliamo di funerali… Innanzi tutto la casa, naturalmente negli anni ‘40-50 si moriva quasi solo in casa, l’ospedale era l’eccezione: appena avuta notizia della morte il portinaio chiudeva metà portone. Vedendo metà portone chiuso, si capiva che c’era un morto, ma non si sapeva chi. Noi ragazzini, eccitatissimi, facevamo a gara per capire chi era la persona che era andata all’altro mondo. Dopo, quando la famiglia aveva preso gli accordi con l’impresa di pompe funebri, arrivavano gli arredi: tutto il portone era listato in nero e nell’ingresso veniva collocato un catafalco, sul quale poi si sarebbe deposta la bara per un breve saluto da parte di tutti.
E qui c’erano le prime differenze: la famiglia benestante aveva i paramenti su tutto il portone, ed erano di un velluto pesante molto bello, i poveri avevano solo due strisce nere sui lati del portone. I milanesi le chiamavano “i Calsun del cűrà” (i calzoni del prete) per sottolineare la miseria della cosa.
E po si andava alla chiesa: la bara era trasportata da un carro silenzioso, a trazione elettrica, come questo:
link

Seguiva un codazzo di gente: in primo luogo gli orfanelli dei Martinitt o delle Stelline (due dei più importanti orfanotrofi di Milano: chi se lo poteva permettere “noleggiava” un gruppo di questi bambini che avrebbero dovuto piangere dietro al feretro), poi i familiari e poi tutti gli altri, compresa gente che non aveva mai visto il defunto, ma che pensava che un omaggio al morto si sarebbe potuto fare comunque. Rigorosamente a piedi si andava alla Chiesa, dove c’era la solita funzione religiosa. A questa non avrebbe rinunciato nemmeno il più ateo e mangiapreti. Dopo si andava al cimitero per la sepoltura : chi poteva in auto, gli altri a piedi oppure con il tram.
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MessaggioInviato: 08 Mar 2018 15:32    Oggetto: Rispondi citando

la Mille Miglia. La corsa più bella del mondo.
È nata a Brescia, ma questo lo sa anche il gatto. Nacque nel 1926, il 2 Dicembre come reazione di un gruppo di quattro appassionati ( i “quattro moschettieri”, il Conte Aymo Maggi di Gradella, il Conte Franco Mazzotti Biancinelli Faglia, Renzo Castagneto e Giovanni Canestrini
per lo “scippo” a Brescia del Gran Premio d'Italia di Automobilismo. In effetti quello che oggi conosciamo come il Gran Premio d’Italia che ora si corre a Monza, era una volta corso a Brescia, a Montichiari.
La Mille Miglia si sviluppava su strade aperte al traffico, su un percorso a forma di “otto” di circa milleseicento chilometri (appunto “mille miglia”). Anche se il traffico negli anni ‘40-’50 non era paragonabile a quello attuale, pensiamo alle medie ottenute: dal 1930 le medie (sottolineo: riferite all’intera gara: circa 1600 chilometri) non sono mai scese sotto i 100 Kmh, con punte di 166 nel 1940, e oltre i 150 nel 1955 e 1957. Sono medie incredibili: anche con le strade di oggi e le autostrade sono pochi quelli che riescono a mantenere su un percorso di quella distanza una media superiore ai 100 Kmh.
Erano dei fenomeni del volante. È nota l’impresa di Nuvolari, il mitico Nivola, che nel 1930 a Peschiera del Garda, durante la notte, spense i fari per non farsi notare da Varzi che lo precedeva. Vinse la corsa e fu la prima delle sue vittorie nella Mille Miglia, l’altra nel 1933. Forse però l’impresa più clamorosa terminò con un ritiro, non una vittoria. Era il 1948 e Nivola era ormai a fine carriera (si ritirò nel 1950, a 58 anni, morì nel 1953) ed era andato a vedere la partenza della Mille Miglia, per semplice curiosità e per salutare gli amici che prendevano parte alla gara. Enzo Ferrari lo vide e, siccome aveva una macchina in più la offerse a Nivola. Nuvolari non se lo fece ripetere due volte e partì senza nessun allenamento né preparazione. A Firenze, quando mancavano circa 400 chilometri all’arrivo, aveva mezz’ora di vantaggio sugli avversari, ma la macchina incominciava a cedere. Perde un parafango, il cofano, rompe gli attacchi dei sedili ma continua. Vicino a Reggio Emilia però un guasto definitivo lo costringe al ritiro, dopo aver perso i pezzi per mezza Italia, senza mai arrendersi.
La corsa più bella del mondo perse il suo più grande interprete nel 1953, e poco dopo, nel 1957, il terribile incidente di Guidizzolo nel quale la macchina di De Portago per lo scoppio di una gomma uccise oltre allo stesso De Portago, il suo copilota e altri 9 spettatori fra cui cinque bambini, portò alla chiusura di tutte le corse su strada.
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MessaggioInviato: 10 Apr 2018 13:02    Oggetto: Rispondi citando

I cantastorie: chi li ha visti? erano piuttosto comuni nelle campagne, un po’ meno nelle città ed è di questi ultimi che voglio parlare. Andavano nelle piazze o ovunque ci fosse spazio a sufficienza e in pochi minuti radunavano intorno un gruppo di persone. C’era di solito un cantante, che raccontava storie di un passato non troppo lontano, e due o tre suonatori. Un paio di fisarmoniche, a volte una chitarra e l’orchestrina era al completo.
L’ultima orchestrina di cantastorie l’ho vista nel 1964/5 in Piazzale Baracca a Milano. Lì, però, c’era già stato un cambiamento: i primi cantastorie cantavano le storie di briganti o di personaggi del passato, spesso con l’ausilio di grandi cartelloni colorati che raccontavano con figure, spesso ingenue, una storia “d’amore e di morte”. Come questo, che raccontava la storia di Laura Lanza, la Baronessa di Carini, uccisa dal padre nel 1563. Se qualcuno volesse saperne di più circa la suddetta Baronessa, basta digitare in un motore di ricerca “baronessa di Carini” e emergono tante ipotesi che fanno pensare che non fu solo un “delitto d’onore”



Molte le storie di briganti, visti spesso come patrioti che combattevano contro “l’invasore piemontese”. Era un periodo nel quale l’analfabetismo la faceva da padrone: basti pensare che al domani dell’unificazione d’Italia l’analfabetismo era di quasi l’80% e ancora nel 1951 in alcune regioni meridionali superava il 30%. Il cantastorie faceva un po’ quello che oggi fanno i giornali o Internet: informava con le sue canzoncine gente che non avrebbe avuto altro modo per informarsi. Del resto è quello che faceva anche la Chiesa: le storie dei Santi erano rappresentate dagli affreschi sulle pareti, commentate a volte dal prete. In quel modo anche il contadino analfabeta poteva avere un minimo di istruzione.
Più avanti però si erano affermati altri mezzi di istruzione: incominciavano a esserci alcune radio, la gente, almeno gli uomini che avevano fatto il servizio militare, era un po’ meno analfabeta. Quindi anche i cantastorie si erano evoluti. Adesso cantavano le canzoni del Festival di Sanremo o quelle che per qualche passaggio alla radio erano un po’ entrate nell’orecchio della gente.
L’esecuzione certo non era di primissimo ordine, ma comunque era sufficiente. E poi vendevano dei grandi fogli sui quali erano stampati i testi delle canzoni. Quelli andavano a ruba, segno che la gente incominciava a “leggere” e che, d’altronde delle canzoni cantate alla radio spesso non si capivano bene le parole.
Una delle attrazioni maggiori, soprattutto per i ragazzini, era “l’uomo orchestra”, quello che aveva una grancassa sulle spalle. Suonava con il piede al quale era legata la mazza che urtava contro la grancassa, poi c’erano i piatti, azionati con l’altro piede, una chitarra, qualche volta uno strumento a fiato eccetera.
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MessaggioInviato: 18 Mag 2018 10:04    Oggetto: Rispondi

le case di tolleranza? Post a luci rosse!

Scusate, ma questa volta andrò un po’ sullo scabroso. Ai miei tempi (fino al 20 Settembre 1958) la “casa chiusa”, che tanto chiusa non era, anzi…,
era una cosa comune. Tutte le città ne avevano almeno una. A Milano la zona di Brera era più che fornita… ne aveva addirittura quattro, tre in via San Carpoforo e uno in via Fiori Chiari. Da notare che nel milanese di fine ‘800 la parola “fiori” indicava una prostituta. In via Fiori Chiari esercitavano le bionde, e in via Fiori Oscuri le brune. Per i giovani di allora era una cosa normale andare a quello che veniva chiamato “il casino”, spesso in gruppo, senza pensare di “consumare”, ma così, solo per “lustrarsi gli occhi” con le donne della casa, o per fare un po’ di risate in compagnia.
Ricordo di aver visto dei ragazzi che andavano al “casino” per studiare. Un po’ studiavano, un po’ guardavano le ragazze ma sempre senza nessuna intenzione (mancanza di soldi?) di andare in stanza. Quest’ultima frase “andare in stanza” era l’incitazione che veniva rivolta al pubblico dalla maitresse, spesso una ex prostituta che teneva la conta delle “marchette”, le unità di misura usate per calcolare il lavoro e la retribuzione delle prostitute.
Sulle quali circolavano delle leggende: qualcuno sosteneva che erano praticamente delle recluse; non sarebbero potute uscire senza particolari permessi, erano sottoposte periodicamente (ogni 2 o 3 settimane) a visite mediche piuttosto invasive, per accertare che la donna stessa non avesse malattie contagiose.
Come era organizzato un “casino”? All’ingresso c’era un donnone che aveva il compito di regolare l’afflusso dei visitatori e soprattutto quello di evitare che potessero entrare i minori degli anni 18. Munita di una grossa lente di ingrandimento scrutava il documento d’identità che le veniva esibito e vietava l’ingresso a chi non aveva l’età. Poi c’era una sala, più o meno spaziosa, nella quale c’erano le ragazze da una parte, e il pubblico dall’altra. Il pubblico spesso formato da ragazzotti, come dire: un po’ su di giri, a volte tentava un avvicinamento non consentito alle ragazze. Interveniva allora la maitresse che, minacciando il pubblico con una pompetta del FLIT (noto insetticida del primo dopoguerra, con una notevole puzza che si sarebbe potuta attaccare ai vestiti), ristabiliva l’ordine.
Poi c’erano le stanze: di solito ai piani superiori. In queste c’era naturalmente un letto e un lavandino, una poltroncina per posare gli abiti e altre cosette simili. Non ho mai capito bene se in quelle stanze le ragazze passavano anche la notte o se erano riservate solo al “lavoro”.
E come erano vestite le ragazze quando erano in attesa nella sala? In maniera molto succinta, ma non nude o seminude. Spesso portavano un vestito di velo semitrasparente, a volte con una coda. Nulla di scandaloso, in una festa avrebbero potuto andare con quel vestito, in strada magari no, ma in un locale privato certamente si.
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