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* il gioco del nonno
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fuocogreco
Dio maturo
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MessaggioInviato: 11 Mag 2014 10:46    Oggetto: Rispondi citando

Io purtroppo non ho conosciuto i miei nonni tranne il papà di mio padre gli ultimi periodi che però stava già male. Mio nonno Vittorio è stato quello che ha fondato l' officina di torneria nostra. Mi ricordo, ero piccolo, avrò avuto cinque anni, che mi chiamava " bacicia" . Nella seconda guerra mondiale faceva parte di un gruppo di partigiani a Milano; su nel solaio abbiamo rinvenuto un' aggeggio che fabbricava pallottole . Di sua moglie Aida purtroppo devo dire che quando aveva 40 anni sono andati verso Mortara a fare un giro in Vespa e, purtroppo, è caduta ha sbattuto la testa ed è motra. E' stato un colpo terribile per mio padre che ha visto arrivare la sera sia madre morta. Mia nonna da parte di madre Maria aveva 5 fratelli . E' vissuta nell' appenino parmense e faceva la contadina. Aveva anche delle mucche, galline, un maiale.Anche lei l' ho conosciuta poco, ho un vago ricordo di una esile donna distinta. Mio nonno marterno Ernestino aveva 3 fratelli e 3 sorelle , però purtroppo anche lui non l'ho potuto conoscere perchè è morto giovane sofferente di ipertensione ( mia madre mi racconta che una volta la si curava con le sanguisughe ) . La figura dei nonni mi è mancata molto direi.
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danielegr
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MessaggioInviato: 11 Mag 2014 16:44    Oggetto: Rispondi citando

Credo di non aver mai parlato dei miei esami di maturità, e, visto che tra poco toccherà alle nuove leve affrontarli, vorrei accennare a qualche ricordo.
Io ero iscritto a Ragioneria e allora (luglio 1954) all'esame si portavano tutte le materie del Quinto anno, Italiano, Ragioneria, Tecnica bancaria,Inglese, Geografia economica, Diritto, Economia, e, per soprammercato, Educazione Fisica. I primi quattro prevedevano anche lo scritto. Ma a quell'esame arrivavamo preparati? Dovessi oggi esprimere un giudizio direi che almeno in due materie (Italiano e Geografia) eravamo gravemente insufficienti e la colpa di questo dovrebbe essere ripartita fra i professori che, pur essendo bravi, non sapevano (o non volevano) insegnare e men che meno interessare alla loro materia e noi ragazzi che prendevamo un po' troppo sotto gamba i nostri doveri. Comunque arriviamo alla data fatidica della prima prova scritta: non ricordo il titolo del tema, ma ricordo benissimo che l'esaminatore era decisissimo a bocciarmi perché avevo messo un “lui”, anziché un “egli”. Mi salvai per il rotto della cuffia, ma questo lo racconto dopo.
Noi avevamo fatto fuoco e fiamme per avere come commissario interno il nostro prof. di Ragioneria e Tecnica, malgrado lui (e dai con questo “lui”...) ci avesse minacciato dicendo: “Non voglio fare il Commissario, se mi costringete state attenti che vi frego...” (breve precisazione: nel 1954 la commissione d'esame era costituita tutta da elementi esterni, tranne, appunto, il commissario interno che avrebbe dovuto essere il “difensore d'ufficio” degli studenti. C'era inoltre un esponente dell'Albo dei Ragionieri). Dopo le quattro prove scritte (quella di Ragioneria prevedeva di ipotizzare un bilancio, che ovviamente doveva quadrare, senza calcolatrici naturalmente. Poi si dovevano redigere le scritture di chiusura e fare qualcos'altro che non ricordo più) incominciavano gli orali: un giorno le materie tecniche, diritto, economia, ragioneria e tecnica, e a distanza di una settimana circa le altre materie.
La mia fortuna è stata quelle di avere nella prima giornata le materie nelle quali ero più ferrato, quelle tecniche. Erano stati appena interrogati alcuni altri candidati che in Ragioneria avevano clamorosamente toppato, suscitando le ire sia del nostro commissario interno che del rappresentate dei Ragionieri. Quindi vado sotto io: la materia la conoscevo abbastanza bene e, soprattutto, sapevo quale era il genere di risposte che voleva sentire il nostro Commissario. Quindi mi è stato facile fare un figurone accaparrandomi così anche le simpatie del rappresentante dei Ragionieri. Quella simpatia è stata determinante la settimana dopo, quando è riuscito a convincere il professore di Italiano che, in fondo, un “lui” non era un peccato gravissimo...
La nostra commissione era composta da 90 esaminandi: fra Luglio e Ottobre ne furono bocciati 45, fra cui alcuni compagni che secondo me non meritavano un giudizio così severo: il nostro commissario interno aveva mantenuto la sua parola.
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madvero
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MessaggioInviato: 13 Mag 2014 19:47    Oggetto: Rispondi citando

come sempre, è splendido leggere queste pagine di vita vissuta.
grazie.

Squeeze Squeeze Squeeze
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danielegr
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MessaggioInviato: 18 Mag 2014 07:25    Oggetto: Rispondi citando

Avevo già scritto qualcosa nell'Ottobre del 2012, oggi vorrei ampliare un po' il discorso: mi riferisco alla tragedia di Gorla (Milano), cioè all'assurdo bombardamento di una scuola elementare, che ha causato la morte di 184 bambini e dei loro insegnanti.
Riepiloghiamo i fatti: l'armistizio era stato firmato già da più di un anno, Milano però era occupata dai tedeschi che utilizzavano le fabbriche milanesi, fra cui la Breda, per produrre materiale bellico, e questo giustificava i bombardamenti diretti a mettere queste fabbriche nell'impossibilità di produrre. Gli alti comandi Alleati però raccomandavano di ridurre al minimo indispensabile le vittime civili (i cosiddetti “effetti collaterali”), perché temevano di perdere il favore della popolazione che nell'ottobre 1944 sosteneva efficacemente la Resistenza Partigiana.
Il 451° Bomb Group, formato da 36 B24, aveva come obiettivo, appunto, le Officine Breda. Era diviso in due ondate da 18 aerei ciascuna. Ogni aereo trasportava 10 bombe da circa 220 Kg. La prima ondata non riuscì a sganciare sull'obiettivo a causa di un corto circuito nel pulsante di lancio dell'aereo guida.
L'aereo guida, seguito dagli altri sedici (uno era dovuto rientrare alla base per un guasto) sganciò in aperta campagna senza causare particolari danni.
La seconda ondata fece un colossale errore: arrivata sull'I.P. e cioè l'initial point, un punto rilevante a circa 4 Km. ad ovest del bersaglio da colpire, avrebbe dovuto virare a sinistra di 22 gradi, invece virò a destra, trovandosi così completamente fuori bersaglio.
Le bombe erano già innescate, e questo escludeva un atterraggio in sicurezza, bisognava sganciarle da qualche parte: avrebbe potuto essere la campagna intorno a Cremona, oppure il Mare Adriatico in fase di rientro alla base che era in provincia di Foggia. Però, malgrado l'ottima visibilità che permetteva di capire che sotto ai bombardieri c'erano solo obiettivi civili, le bombe furono sganciate sulla città: 37 tonnellate di esplosivo caddero sulle frazioni di Milano note come Gorla e Precotto.



Almeno una di queste bombe dopo aver bucato senza esplodere il tetto di una scuola, percorse tutta la tromba delle scale ed esplose negli scantinati adibiti a rifugio antiaereo nei quali si erano ricoverati gli scolari e i maestri. Le vittime nella scuola furono 184 bambini, oltre a una ventina fra maestri e genitori accorsi per riportare a casa i figli, mentre in tutto il quartiere si registrarono più di seicento morti.
Erano le 11 e 29 del 20 Ottobre 1944.
Nessuno venne mai chiamato a rispondere di quella strage, e non fu nemmeno criticata dagli alti gradi americani: solo un colonnello (Stefanowicz) espresse il suo rammarico, ma non per le vittime, ma perché quell'azione “offuscava l'immagine dell'aviazione americana”.

Il Comandante del 451 Bomb Group era il colonnello James B. Knapp. Finì la sua carriera nel 1970 con il grado di Generale.
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MessaggioInviato: 02 Giu 2014 16:27    Oggetto: Rispondi citando

Il sale: è normale andare al supermercato e trovare il sale fino, il sale grosso, quello iodato, o tutti gli altri innumerevoli tipi di sale che esistono, il sale dell'Himalaia, quello nero eccetera.
Quando ero bambino io, naturalmente, non era così: il sale era uno: quello grosso (è vero, esisteva anche il sale fino, ma era una sciccheria riservata ai signoroni). Innanzi tutto il sale si trovava solo dal tabaccaio, era un genere di monopolio.
Si comprava quindi quasi solo il sale grosso: era un sale veramente “grosso”, nel senso che i grani, che oggi sono piccolissimi, erano di dimensioni considerevoli, circa come un fagiolo. A volte includevano qualcosa di estraneo, terra o qualche minuscolo sassolino. A me piaceva un sacco cercare il grano più grosso e succhiarmelo come se fosse una caramella...
Ovviamente ai bambini era spesso riservato il compito di trasformare il sale grosso in sale fine. Bisognava avere in cucina un tavolo con il piano di marmo, ma quello non era un problema perché in quegli anni quasi tutti i tavoli da cucina avevano quel tipo di ripiano. Poi ci voleva una bottiglia, in vetro naturalmente, altre non ne esistevano. Per ultimo un bambino volonteroso che dietro lauto compenso (una caramella...) incominciasse, usando la bottiglia a mo' di mattarello a schiacciare il sale grosso.
Non si riusciva certamente a farlo diventare fine come quello che oggi si compera, ma era più che sufficiente.
Nelle tabaccherie si vendeva anche il “chinino di stato”. Da bambinetto quale ero (1943/1944 circa) quella scritta mi incuriosiva. Cosa diavolo poteva essere il chinino di stato? Le immaginavo tutte, ma l'ipotesi che più mi piaceva era che fosse un qualche liquore (in quel tempo il Ferro China Bisleri era molto di moda).
Invece il chinino era un medicinale, il medicinale principe per la cura della malaria responsabile della morte di decine di migliaia di persone nel XIX secolo. Solo all'inizio del XX secolo Giovanni Battista Grassi, dopo aver capito il collegamento fra zone paludose, zanzara anofele e malaria riuscì a far approvare dal Parlamento l'inizio di una campagna di sensibilizzazione e soprattutto alla distribuzione del chinino. Ma queste cose non le poteva sapere un bambinetto di 7-8 anni.




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MessaggioInviato: 24 Giu 2014 14:53    Oggetto: Rispondi citando

Vecchi mestieri oggi scomparsi: mi riferisco naturalmente ai vecchi mestieri nella mia Milano, purtroppo non conosco quelli di altre città. Erano quasi sempre denominati in dialetto, e spesso in dialetto “stretto” incomprensibile per i forestieri e, a volte mediante locuzioni o modi di dire.

Per esempio un mestiere scomparso da un secolo o anche più era quello chiamato “Oleander”, oppure “el Pertegheta”, o anche “Can Grande de la Scala”. Non è facile capire dai tre modi di dire, che si riferiscono ad un unico mestiere, chi fosse il personaggio.

Era questo signore:



(per la verità questo sarebbe quello che accendeva i lampioni a gas, quelli a olio erano accesi da quest'altro)



I tre nomi (o soprannomi) avevano la loro giustificazione: Oleander perché portavano l'olio o il petrolio per il rifornimento dei lampioni, El Pertegheta perché portava un lungo bastone con una specie di cappuccio, una sorta di cono rovesciato, in cima per spegnere i lampioni al sorgere del sole. Quel bastone l'ho visto usare in chiesa dal sagrestano (che a Milano si chiamava “scaccino”) appunto per spegnere le candele a messa finita. E infine “Can Grande de la Scala” per via della scala che dovevano portarsi appresso per poter arrivare ad accendere il lampione. Poiché a Milano i primi esperimenti di illuminazione pubblica mediante l'elettricità risalgono al 1877, penso che il mestiere del “lampionatt” sia estinto da poco più di un secolo.

Ma non è certamente l'unico mestiere scomparso: ad esempio non esiste più il “ranatt”. Era quella persona che durante la notte girovagava per i fossi della periferia (i fossi erano tanti ed erano vicini al centro; la “periferia” allora incominciava poco oltre la Cerchia dei Navigli) per catturare le rane. Poi con il suo carrettino girava per la città vendendole e scuoiandole al momento della consegna al cliente.

Non esiste più neanche il “sustré” (pronunciare “sciustré). Non era altro che il carbonaio: aveva una bottega nella quale vendeva il carbone e la legna per le stufe che allora avevano quasi tutte le famiglie. La legna era confezionata in pacchetti cilindrici di assicelle tenere e leggere, probabilmente usata per accendere la stufa. Accanto alla bottega del “sustré” stazionavano i “tencitt”. Questi erano i garzoni del carbonaio, bambini o ragazzini che per pochi soldi si caricavano sulla testa protetta alla bell'e meglio da una tela di sacco, le ceste con il carbone da consegnare ai clienti, magari al quarto piano, naturalmente senza ascensore. La polvere del carbone anneriva la loro faccia e le loro braccia, e così dalla parola “tencitt” nacque la “tencia” che indicava “la nera”. Chi non ha mai giocato alla “Peppa Tencia”? Era la nerissima donna di picche.
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danielegr
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MessaggioInviato: 03 Lug 2014 08:38    Oggetto: Rispondi citando

Un altro mestiere che è scomparso è quello dello “strascée”, che a Roma di chiamava “cenciarolo”. Era caratteristico il suo chiamare dalla strada: Strascée, stracciaio, compro bottiglie carta rottamiiii... Naturalmente per farsi sentire nelle case, anche all'ultimo piano, doveva gridare molto forte: a Milano infatti c'è ancora il modo di dire “ El vosa me'n strascée” (grida come uno straccivendolo). C'è stata anche una canzone negli anni '50 credo, intitolata appunto “strascée” che non ho trovato su Youtube ma della quale ricordo alcuni versi:

“Non è una rumba, STRASCÈE.. non è una Samba STRASCÈE
è lo stracciaio che canta e passa per le vie di Milano”

Credo che gli stracciai siano esistiti almeno fino alla metà degli anni '70. Compravano per poche lire tutto quello che riuscivano a trovare, in pratica erano gli antesignani della “raccolta differenziata”.
Entrava nelle case con un sacco e una bilancia a stadera sulle spalle, pesava la “merce” da acquistare e a quel punto incominciava la lunga trattativa sul prezzo, trattativa che, comunque, vinceva sempre lo stracciaio.
Quando aveva finito il suo giro andava a scaricare la mercanzia presso un punto di raccolta, generalmente in periferia ma ne esistevano anche di abbastanza centrali. Ricordo ad esempio un punto a Milano in via Molino delle Armi, quindi nella cerchia dei Navigli. Da ragazzotto ero un habituè di quei punti di raccolta: ci si potevano trovare libri interi, o bottiglie per le quali era stata pagata una cauzione (e che io, abusivamente, andavo a reclamare dal negoziante: sono convinto che molti di quei negozianti capivano benissimo che tentavo di “fregarli”: ma visto che non ci perdevano niente, facevano un favore a un ragazzo).
Ci trovavo anche pezzi di ricambio per la bicicletta, ricordo che una volta trovai un mozzo per il freno contropedale.
L'ultimo stracciaio l'ho visto nei primi anni '60 mentre i punti di raccolta hanno resistito più a lungo. Ne avevamo uno come cliente quando lavoravo in banca negli anni '70. Era gestito da un ex-galeotto, aveva ammazzato la moglie facendo retromarcia con il motofurgone e pare che l'avesse fatto apposta. Prelevava sempre centomila lire, tutte in biglietti da mille per pagare gli stracciai. Una volta però non aveva abbastanza disponibilità sul conto e ne prelevò solo cinquantamila ma il nostro cassiere, un po' per la forza dell'abitudine e un po' perché forse si era distratto, gli diede lo stesso una mazzetta intera. Dopo neanche mezz'ora tornò in banca, ansimando e arrancando sulla sua gamba zoppa a riportare la cifra che gli era stata data in più, e scusandosi anche!
Un altro dei tanti mestieri scomparsi è quello dell'arrotino ambulante, che in milanese era chiamato “el moleta”. C'è anche una bella canzone, cantata dal gruppo dei Gufi. Chi volesse sentirla, visto che non riesco a mettere il video, la può trovare all'indirizzo:

link

che ricorda questo mestiere.
Ma ce ne sono tantissimi di mestieri spariti: l'ombrellaio, quello che impagliava le sedie, quello che nel cortile cardava i materassi di lana, e poi lo spazzacamino, il caldarrostaio, quello che metteva davanti alle scuole per vendere il castagnaccio e tanti, tanti, tantissimi altri.







l'arrotino:
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Zeus
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MessaggioInviato: 03 Lug 2014 09:41    Oggetto: Rispondi citando

Il caldarrostaio esiste ancora e, a giudicare dai prezzi che fa (2011), se la passa anche abbastanza bene... Wink

Già una decina d'anni prima (qui si parla di Roma ma credo che la sostanza sia uguale) i prezzi erano scandalosi.
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MessaggioInviato: 17 Lug 2014 11:37    Oggetto: Rispondi citando

(questa roba l'avevo pubblicata anche su di un altro forum, Tema Libero su Forumfree, adesso ho fatto solo copia/incolla)


In questi giorni mi capita spesso di pensare all'ultima guerra, a quei fatti dei quali, da ragazzino, sentivo parlare dai “grandi”, e della quale, quotidianamente, sentivo i bollettini di guerra alla radio. In particolare, oltre ai reboanti annunci di grandi vittorie, di sconfitte che non erano sconfitte ma “ritirate strategiche” oppure “sganciamenti”, si sentiva molto spesso la canzone della Sagra di Giarabub. Quella canzone cantava della resistenza oltre ogni speranza di un gruppo di uomini male armati, privi di rifornimenti, di fronte alla soverchiante avanzata inglese. Chi volesse sentire la canzone può trovarla su Youtube in diverse versioni, io propongo questa:






che ha il testo sia in italiano che in inglese.
Mi era quindi venuta la curiosità di saperne un po' di più. Innanzi tutto su chi fosse quel “colonnello” al quale vengono richieste armi, munizioni, rinunciando al cibo e perfino all'acqua. Oggi queste ricerche sono facilitate da San Google e dall'altrettanto San Wikipedia e così vengo a sapere che l'oasi di Giarabub è a una trentina di chilometri dal confine con l'Egitto, e a circa 300 da Tobruk. Lì 1300 soldati italiani e 800 libici, una buona parte dei quali disertò mentre altri si comportarono da veri eroi, agli ordini del tenente colonnello (promosso colonnello per motivi di metrica) Salvatore Castagna, resistettero per nove mesi alle soverchianti forze inglesi. Da notare che mediante volantini lanciati da aerei era stato promesso un ottimo trattamento in caso di resa. I soldati ai quali Castagna aveva devoluto la scelta rifiutarono la resa, preferendo continuare a combattere. Ecco il testo del volantino:
“Difensori di Giarabub, i vostri capi non vi hanno detto che abbiamo occupato l’intera Cirenaica, catturando 115.000 prigionieri. Ogni vostro sacrifico è inutile. Arrendetevi. Noi vi tratteremo bene”.


Questo era l'oasi di Giarabub nel 1941 (foto aerea)





Quando i superstiti a Giarabub si ridussero a circa 200, senza più munizioni e nemmeno viveri, il 21 Marzo del 1940, non poterono più sottrarsi alla resa. Il comandante Castagna era stato gravemente ferito, ma le cure in un ospedale inglese riuscirono a salvargli la vita. Fu poi internato per sei anni in un campo di concentramento in India.


(

Aggiungo che Salvatore Castagna dopo la fine della prigionia rientrò in Italia quasi alla fine del 1946, e solo allora scoprì di essere diventato importante. Scoprì anche, purtroppo, che i genitori erano morti.
Riprese servizio nell'Eserito dal quale venne poi congedato con il grado di Generale di Divisione. Morì nel 1977 a ottant'anni.
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MessaggioInviato: 19 Ott 2014 19:02    Oggetto: Rispondi citando

Ho avuto occasione recentemente di parlare con un amico del periodo immediatamente successivo alla guerra, e questo mi fatto venire in mente un problema di “crisi degli alloggi” : a Milano molte erano le case bombardate, distrutte o comunque inagibili. C'era quindi il problema di come e dove sistemare i numerosi sinistrati che non avevano più un tetto. Alcuni riuscirono a sistemarsi presso parenti o amici, ma questa poteva essere solo una sistemazione provvisoria. Bisognava costruire nuove case, ma questo, oltre ad avere un costo esorbitante per una Nazione che già era allo stremo, implicava dei tempi piuttosto lunghi, mentre la gente non poteva aspettare senza un tetto sulla testa. Si inventò allora la “coabitazione”. In sostanza il comune, di imperio, obbligava chi aveva una o più stanze libere, cioè in soprannumero rispetto ai componenti della famiglia, ad ospitare un'altra famiglia, mai vista né conosciuta prima. Ricordiamo le abitazioni degli anni '40 e anche '50: quasi nessuna aveva i doppi servizi, il riscaldamento era affidato spesso a una stufa o alla “cucina economica”, l'acqua potabile di solito arrivava ai piani bassi, ma non sempre ce la faceva a salire fino agli ultimi. È immaginabile quindi il disagio subito sia dall'ospitante che dall'ospitato. Immaginiamo anche l'astio, più spesso dalla parte dell'ospitante che vedeva un'intrusione da parte di estranei nella “sua” casa, intrusione alla quale non poteva opporsi. È strano che di questa “coabitazione” se ne trovino su Internet solo pochissime tracce, come se il problema non fosse mai esistito. Non ho, per esempio, trovato notizie su eventuali compensi dovuti all'ospitante, nessuna informazione su come potessere essere divise le spese relative alle varie bollette, luce, telefono per chi ce l'aveva e simili. Inoltre l'ospitante come poteva fidarsi ad uscire lasciando l'intera casa nelle mani di un qualcuno mai visto prima e con il quale, molto probabilmente, c'erano già stati dei litigi? Vero che durò pochi mesi, perché il Comune (parlo di Milano) costruì a tempo di record delle case che erano poco più che baracche, chiamate “case minime”. Anche di queste case la documentazione è scarsa, però qualcosa si trova. Vennero utilizzate alcune aree che al momento erano libere, come le aiole centrali di alcuni viali. A memoria ricordo le costruzioni nelle aiole centrali di Viale Jenner, e ho trovato una foto delle case in un altro viale, Viale Argonne,

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MessaggioInviato: 30 Ott 2014 09:50    Oggetto: Rispondi citando

Girovagando su Google Earth sono capitato in un luogo che mi ricorda anni passati, ma molto passati. Direi che era il 1941 o pressappoco, quindi io avevo quattro o cinque anni. Il luogo al quale mi riferisco è nelle Marche, a Civitanova Alta. Ero andato in vacanza da parenti che avevano una villa che mi piaceva moltissimo, San Domenico. Però, ricordiamo che stiamo parlando dei primissimi anni '40, non c'era l'acqua corrente e non c'era l'elettricità, per non parlare del telefono. Per l'acqua, per bere e per lavarsi, provvedevano le donne: andavano al pozzo, riempivano il secchio, se lo ponevano in testa e lo portavano in casa. In cucina, se ricordo bene, c'era un grande mastello nel quale veniva versata l'acqua contenuta nei secchi. C'erano diversi mestoli appesi sopra, che venivano usati sia per bere direttamente dal mestolo che per gli altri usi: riempire le catinelle con le quali ci si lavava, lavare i vasi da notte, i piatti, e via dicendo. L'acqua, come già detto, era del pozzo, non esisteva nessun controllo di potabilizzazione e malgrado quell'igiene che oggi farebbe inorridire, i miei parenti erano abbondantemente sopra gli ottant'anni, e sono morti a quasi novanta.
Alla mancanza di elettricità si suppliva con le candele o meglio, con le lampade a petrolio e a olio. Ricordo un lampada ad olio stupenda a quattro bracci: veniva messa in centro alla tavola e illuminava benissimo.
Ma la cosa che più mi è rimasta in mente è stata la giornata del bucato: Era stato caricato un carro con tutta la biancheria, aggiogate un paio di vacche e viaaa verso il fiume (il Chienti, sarà stato a quattro chilometri circa). Lì le donne lavavano (a mano, naturalmente) tutta la biancheria immergendosi in quelle acque che, sebbene fosse estate, non erano certo molto calde. La biancheria poi la stendevano ad asciugare sul prato. Alla sera, la ritiravano asciutta e ancora sul carro si ritornava a casa.
In pratica un giorno intero dedicato al bucato, con grande gioia di noi ragazzini ai quali non pareva vero di poter correre, giocare sul prato, gridare, essere liberi, insomma.
Le donne ovviamente la vedevano da un altro punto di vista: doveva essere molto faticoso lavare a mano montagne di biancheria, stare con i piedi a mollo e anche stare attente che i ragazzini non si facessero troppo male...
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MessaggioInviato: 12 Mar 2015 11:01    Oggetto: Rispondi citando

la cartolina


lo scritto

Frugando nei ricordi di mia moglie sono emerse una dozzina di cartoline “d'epoca”. Ne ho per ora fotocopiate solo quattro e ve le sottopongo.
Cosa emerge da queste cartoline? Innanzitutto l'accurata scrittura, sembrano quasi un esercizio di calligrafia. Sono tutte indirizzate alla signorina Enrichetta Gerosa, a vari indirizzi, fra i quali un albergo di San Remo. Curiosità: viene indicato San Remo come in provincia di Porto Maurizio, infatti la provincia di Imperia, che assorbì Porto Maurizio, Oneglia e una decina di altri paesi, venne costituita nel 1923, mentre le cartoline che ho vanno dal 1912 al 1920.
Sono firmate da un certo Ezio (in una sola si firma anche con il cognome: Rizzi).
Quindi, con un po' di fantasia, si può ricostruire un lungo corteggiamento da parte di Ezio verso Enrichetta, durato almeno otto anni, nei quali Ezio di rivolge ad Enrichetta sempre con il “Lei” . La situazione sembra cambiare solo durante l'Agosto del 1920, nel quale si passa finalmente al “tu” (Pensandoti –13/8/20, Ricordandoti – 11/8/20 e un audacissimo “Desiderandoti” - 14-8-1920) In una delle cartoline che non ho fotocopiato di vede il timbro sella censura militare (10 Giugno 1917), quindi Ezio dovrebbe aver combattuto, o almeno essere stato militare, durante la Grande Guerra.
Mia moglie ricorda, anche se piuttosto vagamente, che i due si siano poi sposati e abbiano avuto una figlia che negli anni '40 faceva l'assistente nella colonia nella quale era mia moglie.
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MessaggioInviato: 30 Apr 2015 16:47    Oggetto: Rispondi citando

È il periodo della dichiarazione dei redditi, modello 730, Unico o altro: poi la consegna al CAF o agli altri uffici preposti e, almeno per i lavoratori e i pensionati la cosa finisce lì: il conguaglio a debito o a credito viene fatto direttamente da chi paga lo stipendio o la pensione. Le imposte vengono trattenute mese per mese, e quindi al momento della dichiarazione dei redditi, di solito, non ci sono conguagli molto ingenti. E non c'è modo (o almeno io non lo conosco) di sapere quanto ha dichiarato il tuo vicino di casa, quello che si da arie da gran signore ma che spesso riceve visite da uno che ha tutta l'aria di un Ufficiale Giudiziario, oppure quell'altro che tutti immaginiamo che evada la tasse, e che cambia la macchina ogni anno…
Una volta invece (anni '60 e '70) era un po' diverso. Vado a memoria, perché non trovo descrizioni semplici (un po' anche perché non ho molta voglia di cercarle, l'argomento “imposte e tasse” mi è sempre stato antipatico…). Ricordo però che a quei tempi le imposte erano due, la prima era la Ricchezza Mobile, che alcuni chiamavano anche “Miseria Stabile” e una Imposta Complementare. Anche qui venivano effettuate delle ritenute, ma erano solo parziali: il conguaglio avveniva in sede di dichiarazione dei redditi, con quella che era chiamata la “dichiarazione Vanoni” e che consisteva nella compilazione di un modulo piuttosto farraginoso. Consegnato il modulo bisognava attendere che le imposte venissero iscritte a ruolo e che venisse emessa la relativa cartella esattoriale.
Poi c'era l'Imposta di Famiglia. Era il tributo dovuto ai Comuni e avrebbe dovuto essere basato (vado a memoria, per il motivo detto sopra) sul tenore di vita da cui si sarebbe dovuto desumere il reddito. Se ben ricordo qui non c'era una “dichiarazione”, ma una specie di concordato con il Comune. Si andava a discutere con un funzionario, che di solito non lasciava molto spazio alla discussione, stabiliva l'imponibile sulla base di qualche dato che poteva avere o che veniva portato dal contribuente stesso. Di solito si portava uno statino dello stipendio, avendo cura di scegliere quello con il totale più basso – di solito la tredicesima. Ma il funzionario, che non era nato ieri, conosceva benissimo il trucco e si comportava di conseguenza. Anche qui c'era l'immissione in ruolo, l'emissione della cartella esattoriale e infine il pagamento.
C'era però anche la pubblicazione dei ruoli: i Comuni esponevano all'Albo del Comune l'elenco dei contribuenti con gli importi concordati, e questo elenco era spesso pubblicato sui giornali locali. Quindi le curiosità di cui parlavo nel primo paragrafo si potevano soddisfare a patto di riuscire a fendere la folla che di solito si accalcava sotto all'Albo Comunale.
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MessaggioInviato: 11 Mag 2015 16:53    Oggetto: Rispondi citando

Le “Stelline”.Pochi giorni fa in televisione ho sentito un ministro, mi pare Alfano dire che uno degli obiettivi dei black bloc era il Palazzo delle Stelline. Per un milanese è facile capire, ma credo che per tutti gli altri sia un po' ostico. Innanzi tutto chi sono le Stelline? Sono delle bambine o ragazze orfane, l'equivalente femminile dei “Martinitt”, allevate in un collegio la cui fondazione risale al 1515. Hanno preso il nome di “Stelline” dalla chiesa di Santa Maria della Stella e il Palazzo delle Stelline era sorto al posto di quella chiesa/convento che era gestita dalle monache Benedettine. Quel palazzo che oggi ospita la Fondazione Stelline, che organizza mostre, convegni e altri eventi, fra cui studi su Leonardo , era ed è in Corso Magenta, quasi di fronte alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, quella che ospita il Cenacolo Vinciano.
Dicevo che l'equivalente maschile delle Stelline sono i Martinitt: entrambi sono tra i simboli di Milano e non c'è milanese che non li ami. I Martinitt, in particolare, che esistono fin dal 1532. Anche qui il nome di “Martinitt” deriva da una chiesa, la chiesa di San Martino che era adiacente ai locali concessi da Francesco Sforza. I Martinitt hanno numerosi meriti nella storia di Milano: per esempio durante le Cinque Giornate parteciparono attivamente alla rivolta, sia come portaordini che proprio come combattenti.
Ecco i nomi di alcuni Martinitt che si sono particolarmente distinti nell'industria o in altri campi.
Angelo Rizzoli, Leonardo Del Vecchio, Edoardo Bianchi, Roberto Cozzi,
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MessaggioInviato: 08 Set 2015 11:35    Oggetto: Rispondi citando

Sono andato in un negozio a comprare un paio di articoli e mentre la commessa era alla caccia di una calcolatrice per fare la somma dei due importi e battere lo scontrino, io ho fatto la somma a mente e glie l'ho comunicata (niente di speciale, erano cifre semplici e ai nostri tempi ci si sarebbe vergognati a non riuscire a fare un'addizione così banale). La commessa, naturalmente, non si è fidata, ha ripetuto l'operazione sulla calcolatrice finalmente conquistata e, visto che gli importi concordavano mi ha guardato come se io fossi un fenomeno matematico, cosa assolutamente non vera.
Così mi è venuto in mente di parlare un po' delle calcolatrici dei miei tempi, diciamo dal 1950 in avanti. Il primo impatto l'avevo avuto all'Istituto Tecnico per Ragionieri, dove ci tennero alcune lezioni sull'uso di una calcolatrice manuale che si basava sulla rotazione di una manovella e che riusciva a fare perfino le divisioni! Questa dell'immagine è abbastanza simile.
link

Al lavoro invece (Agosto 1954) trovai altre macchine: la marca era Monroe e facevano, oltre alle somme, anche le sottrazioni. Questo era piuttosto raro, di solito quelle macchine, sia elettriche che manuali, si limitavano alle addizioni: se ci si accorgeva di aver inserito una cifra sbagliata bisognava evidenziare l'errore e alla fine della “macchinata” fare la correzione manualmente.
Erano calcolatrici con la tastiera “estesa”, cioè avevano tante colonne, le unità, le decine, centinaia e così via, ognuna con tutte le cifre dall'1 al 9.





Successivamente apparvero le calcolatrici con la tastiera come la usiamo adesso, cioè con sole dieci cifre. Fra quelle che ricordo c'erano le Olivetti a farla da padrone, la Summa 15, per esempio, a manovella e che faceva anche le sottrazioni. Bisognava spostare quella specie di levetta gialla e la macchina faceva la sottrazione diretta. Quella levetta, se ben ricordo, permetteva anche di ricavare il totale e il sub-totale.



Poi vennero altre macchine, sempre più sofisticate: la manovella sparì e venne sostituita dal movimento elettrico. Oramai la sottrazione ce l'avevano tutte, ma rimaneva lo spauracchio della divisione: quella si continuava a farla con quella macchinetta della prima immagine (a patto di saperla usare). Poi finalmente arrivò la mitica Divisumma: eccola.


Era incredibile (per noi negli anni '60, naturalmente): poteva fare somme, sottrazioni, moltiplicazioni e anche le divisioni. Ma non basta: si potevano calcolare perfino i quadrati, i cubi e le radici quadrate! (Non chiedetemi come, non lo ricordo più, però ne ho calcolate).
Erano comunque tutte calcolatrici meccaniche, rumorose e che spesso buttavano caldo addosso al povero operatore. Ricordo ai miei primi mesi di lavoro, in Agosto o Settembre, che ero stato assegnato a una macchina, mi pare una Underwood, che appunto scaldava come un forno, era rumorosissima e per schiacciare il tasto per l'addizione bisognava dargli un pugno, da tanto era duro. Dopo un paio d'ore di lavoro a quella macchina mi sentii male.
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MessaggioInviato: 27 Set 2015 14:08    Oggetto: Rispondi citando

I Tram. Avevo già parlato un po' dei tram a Milano, ma adesso vorrei ampliare il discorso e parlare dei tram alla fine e dopo la fine della guerra. Innanzi tutto erano pochi, alcuni erano stati danneggiati dai bombardamenti, altri non avevano i manovratori che erano ancora prigionieri. In quel periodo (1944-1945) comparvero, fra la meraviglia generale, le prime donne tranviere. Soprattutto erano bigliettaie, ma c'erano anche alcune manovratrici.

Intanto precisiamo che per i milanesi, almeno quelli della mia età, il tram è uno solo, quello della serie 1500, il mod. 1928 che appunto ha iniziato il servizio nel 1928. Ha quindi la bellezza di 87 anni e continua egregiamente a svolgere il suo servizio. Oggi i tram hanno un pantografo per collegarsi alla linea elettrica, ma quanto abitavo a Milano usavano invece il trolley, detto dai milanesi “perteghèta”, cioè un'asta che terminava con una rotellina che scorreva sulla linea aerea. Abbastanza spesso la rotellina saltava fuori dal filo, con conseguente interruzione dell'alimentazione. Il bigliettaio allora scendeva e la sistemava fra i generali mugugni dei passeggeri ai quali si aggiungevano i suoi di mugugni, dovuti al fatto che il cavo era generalmente sporco e comunque la manovra per far rientrare la rotellina sul file era piuttosto difficile. Questo è il tram mod.1928, notare le scritte sulle porte: quella posteriori era solo per la salita, quella centrale solo per la discesa e quella anteriore oltre che per la discesa era utilizzata per la salita degli abbonati.







I tram erano quasi sempre affollatissimi: viaggiare appesi fuori era piuttosto comune, il bigliettaio con evidente malafede continuava a dire “Avanti c'è posto”, ma non gli credeva nessuno.



D'altronde, in anni parecchio precedenti, si viaggiava in maniera ancora più precaria







Per un certo periodo l'Azienda Tranviaria, vista la carenza di moneta emise dei gettoni per il pagamento della corsa come quello della foto. Ricordo di averne visti da ragazzo


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MessaggioInviato: 21 Feb 2016 15:02    Oggetto: Rispondi citando

Rimanendo almeno in parte sull'argomento tram vorrei dire qualcosa sul mitico tram noto con il nome di Gamba de Legn. Probabilmente avevo già scritto qualcosa in precedenza, ma non ho voglia di andare a cercare. Quindi scusate le eventuali ripetizioni e attribuitele alla mia pigrizia.
Il Gamba de Legn era un tram a vapore che dalla fine dell'800 fino al 1957 da Milano raggiungeva Magenta e Castano Primo.
il 9 Settembre 1878 venne firmato l'atto di concessione per la costruzione e l'esercizio di una linea Milano- Magenta. Il promotore di tutto ciò fu l'Ing. Ferdinando Pistorius, che, secondo la leggenda, ebbe l'intuizione vedendo un tram a cavalli (siamo nel 1876). Il conducente frustava senza pietà i poveri animali e il Pistorius, appassionato di cavalli, ebbe con lui una discussione, nella quale urlò che i cavalli erano di carne e non d'acciaio. L'espressione “cavalli d'acciaio” gli entrò nella mente e pensò che potessero veramente sostituire quelli di carne. Venne aperta una sottoscrizione per reperire i fondi per la costruzione della linea.




ed ecco il treno in funzione. Poteva portare fino a dieci carrozze, ognuna con 40 posti a sedere e molti, molti di più in piedi o attaccati ai finestrini...




Perché si chiamava Gamba de Legn? Niente a che vedere con lo storico nemico di Topolino. Ci sono due versioni circa l'origine del nome: la prima dice che in alcune zone il Gamba (abbreviativo usato dai milanesi) doveva essere preceduto da un ferroviere che agitava una lampada per avvisare del pericolo, e che questo ferroviere zoppicasse un po'. Da qui il sospetto che … avesse una gamba di legno. Più probabile mi pare la seconda versione: il Gamba nella sua marcia faceva un rumore un po' strano: una specie di toc to, totoc, imitando suono prodotto da un uomo con la gamba di legno. Io qui mi riferisco a quello che, per me, è l'unico Gamba, quello che andava a Magenta e Castano Primo, ma ce n'erano altri, per Vaprio, per Saronno, per Crema e molti altri.

Tra qualche giorno andrò avanti con la storia del vecchio e amato Gamba.
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MessaggioInviato: 23 Feb 2016 10:12    Oggetto: Rispondi citando

Andiamo avanti un po' con una curiosità: in tempo di guerra a Milano erano frequentissimi i black out, e se mancava l'elettricità i primi a bloccarsi erano i tram. A volte non era un semplice black out, ma proprio la linea elettrica a essere danneggiata dai bombardamenti. A riportare le motrici bloccate alle loro rimesse ci pensava il vecchio Gamba.






Nei normali treni a vapore la posizione del macchinista è posteriore rispetto alla caldaia, mentre nel Gamba è anteriore, questo perché circolando in città e in paesi abitati si è preferito lasciare al macchinista una maggiore visibilità.
Una curiosità: il Gamba faceva servizio anche alla notte. L'ultima partenza da Milano era fissata per le 0.40, in modo da poter accogliere gli spettatori dei cinema e dei teatri, che chiudevano poco dopo la mezzanotte.
Non era molto veloce il nostro Gamba: non poteva superare i 15 Kmh in aperta campagna, né i 10 Kmh in città. Se poi ci fosse stata nebbia, molto comune su quel tragitto, il limite era di 5 Kmh.

Il finale fra un paio di giorni.
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MessaggioInviato: 25 Feb 2016 16:27    Oggetto: Rispondi citando

Niente fermava il Gamba, ci aveva provato l'acqua:




e ci aveva anche riprovato…

link

( immagine del 31/5/1917 La Maddalena era un vecchio quartiere di Mlano, oggi sparito. Era pressappoco dalla parti di Piazza de Angeli)

Una delle locomotive è esposta al Museo della Scienza e della Tecnica, a Milano, e in occasione del cinquantesimo anniversario dell'ultima corsa venne ampiamente illustrata al pubblico, con una apertura straordinaria del Museo fino alle 24.

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MessaggioInviato: 29 Feb 2016 14:26    Oggetto: Rispondi

Per incominciare ho trovato un video (poco più di un minuto) che ritrae l'uscita del Gamba dalla sua rimessa in Corso Vercelli e un pezzetto del percorso. Eccolo:

link

E prima del Gamba? C'erano i tram a cavalli, come quelli qui sotto. Ovviamente il servizio era molto meno efficiente, due cavalli potevano trainare un solo vagone, che poteva contenere un numero limitato di viaggiatori.





Ci si domanda cosa fosse quel fumaiolo su una carrozza a trazione animale: ho trovato un paio di spiegazioni. La prima ipotizza che fosse lo scarico di una stufa installata in vettura per riscaldamento. Ipotesi poco probabile, però. Credo che se il vagone conteneva una decina di persone, queste si autoriscaldassero da sole, il famoso “calore animale”. Inoltre negli anni '40 io prendevo un trenino (elettrico) per spostarmi durante il periodo dello sfollamento e sono sicuro che non ci fosse nessun riscaldamento. Peraltro non si soffriva il freddo. Mi pare più probabile che avesse la sola funzione di aerazione dell'area passeggeri.
Questa storia finisce il 31 Agosto del 1957: l'ultimo Gambadelegn' parte da Corso Vercelli per l'ultima corsa. Sarà sostituito da un anonimo pullmann. Il treno era tutto agghindato con mazzi di fiori e passava fra due ali di folla che salutava un pezzo della Milano di una volta che scompariva.

Così finisce la storia del Gamba de legn':



Sono quasi sicuro che su uno di quei tram fermi per lasciar passare il Gamba ci fosse il sottoscritto: ho un vago ricordo della cosa.
Uno degli ultimi macchinisti del Gamba era stato Delfino Borroni, che nel 2007 alla bella età di 109 anni era ancora vivo e lucidissimo, sebbene cieco. Era andato in pensione nel 1954.
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