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* il gioco del nonno
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danielegr
Dio maturo
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MessaggioInviato: 31 Mar 2013 17:21    Oggetto: Rispondi citando

Qualche giorno fa l'Enel per poter provvedere a lavori sulla linea ha staccato la corrente nella nostra zona dalle 8.30 alle 13. Mi sono ritrovato quindi in condizioni simili a quelle che erano normali negli anni '40-'50. Subito dopo la guerra l'erogazione della corrente elettrica subiva diverse interruzioni, per ovvi motivi, a volte d'improvviso e più spesso in ore già prestabilite. Infatti la produzione di energia elettrica era scarsa a seguito dei danni dovuti alla guerra e si preferì dare la precedenza alle industrie, staccando a turno l'utenza privata.
Solo che allora ci eravamo abituati, e poi l'elettricità serviva quasi solo per accendere le lampadine e per ascoltare la radio. Il frigorifero è venuto dopo, le lavatrici nemmeno a parlarne, gli elettrodomestici in casa non esistevano. La pasta fresca, per esempio, veniva preparata tutta a mano e tirata più volte con un mattarello. Ricordo la meraviglia con la quale assistevo a quel rito: mia mamma preparava un cerchio di farina (lo chiamava "fontana") poi con acqua, uova e forza di mani incominciava ad impastare. Non capivo come la farina, che a soffiarci sopra volava via potesse diventare una cosa solida in così poco tempo.
Non esisteva il frullatore elettrico: se volevi montare la chiara dell'uovo a neve usavi una forchetta. Incredibile come mia madre ci riuscisse in pochi minuti: io ho provato qualche volta e sono riuscito solo a sporcare per terra...
Qualche anno dopo sono apparsi i primi frullini, manuali naturalmente, e con quelli riuscivo anche io montare le chiara d'uovo.
Uno dei pochi oggetti che aveva assoluto bisogno dell'elettricità per funzionare era la radio, per gli altri in qualche modo ci si arrangiava.
Ricordo che poco dopo la fine della guerra andai in vacanza da alcuni miei zii nelle Marche: lì proprio l'elettricità non arrivava. Ci si illuminava con candele o con lumi a olio, a petrolio, a carburo. C'era una bellissima lampada a olio, credo in ottone, con quattro bracci da ognuno dei quali usciva una fiammella alimentata ad olio e illuminava abbastanza. Veniva usata soprattutto alla sera per la cena: in mezzo al tavolo dava sufficiente luce e faceva la sua figura. Non c'era neanche l'acqua corrente: le donne andavano al pozzo, riempivano i secchi e con una sola mossa se lo mettevano in testa senza versare una goccia d'acqua.
Ovviamente non c'erano neanche i servizi igienici: vasi da notte e catinelle d'acqua. In compenso c'era il grammofono, a manovella naturalmente: si caricava la molla e riusciva a suonare un disco di quelli a 78 giri, tre minuti circa.
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ioSOLOio
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MessaggioInviato: 06 Apr 2013 16:15    Oggetto: Rispondi citando

ciao Daniele....

se si pensa alle diavolerie elettroniche degli ultimi dieci anni e agli utilizzi / servizi possibili, è ovvio che andando indietro di 50/60 anni si è proprio in un altro mondo che chi è davvero giovane (un 'nativo digitale' per usare parole d'uso corrente) non può comprendere ma nemmeno avvicinarsi...
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anabasi
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MessaggioInviato: 11 Apr 2013 07:06    Oggetto: Rispondi citando

danielegr ha scritto:
La pasta fresca, per esempio, veniva preparata tutta a mano e tirata più volte con un mattarello.

Io ricordo la "mitica" Imperia, la macchina a rulli per tirare la pasta. Fin da bambino ne ho sempre visto usare un esemplare in casa. Il produttore, sul suo sito, dichiara di produrla dal 1932 (ma i miei ricordi non arrivano così lontano... Wink )
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danielegr
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MessaggioInviato: 12 Apr 2013 06:21    Oggetto: Rispondi citando

Quella macchina (la Imperia) era il classico regalo di nozze: se una coppia si sposava negli anni '50 o '60 era sicura che glie ne sarebbero arrivate almeno un paio... Prima invece, parlo degli anni subito dopo la fine della guerra, era un lavoro fatto a suon di mattarello. Ci voleva una bella fatica a stendere la pasta (ammetto di averci provato una volta, sotto gli occhi vigili delle donne di casa: è meglio non parlare dei risultati). Veniva una sfoglia sottilissima e quasi perfettamente circolare. Quando era bella rotonda, e la cosa mi meravigliava moltissimo: se è già così bella cosa la vai a toccare ancora? si reimpastava il tutto, e poi un'altra passata col mattarello.
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danielegr
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MessaggioInviato: 23 Apr 2013 09:52    Oggetto: Rispondi citando

Tutti oggi abbiamo un telefonino, più o meno sofisticato (il mio l'ho pagato 30 euro e serve solo per telefonare, non fa nemmeno le foto) e quindi l'utilità delle cabine telefoniche è alquanto diminuita. Non era così fino a pochi anni fa: avere in tasca almeno un gettone telefonico era indispensabile. Era quella specie di moneta , con alcune scanalature, che veniva inserito nella gettoniera del telefono pubblico. Non metto l'immagine perché credo che tutti l'abbiano presente, visto che è stato messo “fuori corso” solo alla fine del 2001, con l'avvento dell'Euro. Se qualcuno proprio volesse vederlo può trovarlo su Wikipedia (link )
Era diventato anche una moneta, quasi a corso legale, variando il suo valore dalle 50 lire iniziali alle 200. In ogni caso, se volevi telefonare da fuori casa, era indispensabile, la scheda telefonica è venuta dopo.
Un piccolo aneddoto: i telefoni pubblici che c'erano appena finita la guerra avevano la gettoniera fatta in maniera che il gettone non fosse inghiottito subito. Si alzava la cornetta e si componeva il numero: se l'interlocutore chiamato avesse risposto, allora si schiacciava un piccolo bottone che faceva scendere il gettone a apriva del tutto la comunicazione. Infatti, prima della discesa del gettone, chi aveva chiamato poteva sentire la risposta dell'interlocutore, ma non era vero il contrario. Dopo la discesa del gettone, invece, la comunicazione diventava completa nei due sensi. Quindi mio zio, per farmi uno scherzo, da un telefono pubblico chiamò casa, ma non fece scendere il gettone. Io (avrò avuto cinque o sei anni) sentivo la risposta della mamma, ma lei, ovviamente, non poteva sentirmi. Quindi continuavo ad alzare la voce, urlando come un'aquila, ma senza successo naturalmente.
In quel periodo, e anche dopo, almeno fino al 1963, non c'era una unica compagnia telefonica, ogni zona aveva la propria: a Milano era la Stipel, in altri posti c'erano le varie Telve, Teti, Timo, Set eccetera. A seguito della nazionalizzazione delle imprese elettriche queste si trovarono a disporre di una notevole liquidità, dovuta alla cessione allo Stato dei mezzi di produzione di energia. Fra le altre la SIP , Società Idroelettrica Piemontese che cambierà la denominazione sociale in Società Italiana per l'esercizio telefonico, che già aveva delle partecipazioni in alcune aziende telefoniche assorbì, tramite la Stet, le imprese a carattere regionale e divenne l'unico operatore su base nazionale. Era l'inizio della teleselezione, quella cosa che oggi ci permette di comunicare con ogni parte del mondo senza bisogno di chiedere ai centralisti di aprire un collegamento. Nel 1970 la teleselezione era ormai operativa su tutto il territorio nazionale.
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Stx
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MessaggioInviato: 23 Apr 2013 17:44    Oggetto: Rispondi citando

Sul gettone telefonico vi dico una cosa che ritengo poco nota.
I gettoni NON sono tutti uguali, sul fronte vi e' un codice di data (anno(due cifre)-settimana(due cifre)) ed un marchio corrispondente a chi l'ha stampato. O forse si dovrebbe dire "coniato" perche', per un certo periodo, circolava come moneta avente valore legale.

Il fatto che i gettoni fossero marcati differentemente, e quindi di differente "rarita'", ha generato un collezionismo un po' di nicchia che ha avuto una naturale evoluzione nel collezionismo delle tristissime schede telefoniche.



A parer mio gli oggetti da collezione, anche preziosi, devono essere oggetti di uso comune. Se la gente non ha familiarita' con l'oggetto non lo colleziona. Ed alcuni oggetti stanno diventando obsoleti velocemente.

Ritengo quindi che la collezione di gettoni telefonici NON avra' un grande futuro. Cosi' come e' gia' obsoleta la collezione delle schede telefoniche e quella dei "piatti del buon ricordo" che una volta i ristoranti regalavano. Se li cercate sui siti di annunci ve li tirano dietro.



Non me ne vogliano i collezionisti ma i francobolli, che si usano sempre meno, stanno seguendo piu' o meno la stessa strada discendente.
Chissa' se capitera' anche alle monete (prima o poi).. chin
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danielegr
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MessaggioInviato: 31 Mag 2013 18:15    Oggetto: Rispondi citando

Era impegnato nella assurda e disperata impresa di mettere un po' d'ordine nel mio disco fisso e mi sono imbattuto nella registrazione di una canzone che mi era sempre piaciuta molto: La Povera Rosetta. È una canzone della malavita milanese, la cosiddetta “ligera”, e risale a prima della Grande Guerra. È di autore ignoto e si riferisce ad un fatto reale, avvenuto nell'Agosto del 1914.
Se qualcuno volesse ascoltarla può trovarla su Youtube nella versione de “I Gufi”




Racconta la morte di una prostituta milanese, appunto “la povera Rosetta”, il cui vero nome era Elvira Andressi. La Rosetta era una prostituta un po' particolare, se un cliente non le fosse piaciuto, lo avrebbe assolutamente rifiutato. Questa sua caratteristica potrebbe essere stata la causa della sua morte, perché di lei si era invaghito un poliziotto di origini meridionali e secondo alcune fonti, anche colluso con la malavita, tale Musto, che proprio non le andava giù e che quindi era stato più volte respinto. Musto se l'era legata al dito e aveva giurato vendetta. Il 24 Agosto del 1914 (secondo altre fonti il 26: la canzone parla del 13, ma penso che sia per motivi di metrica) il Musto, al comando di una pattuglia, fermò la carrozza sulla quale era Rosetta con il suo probabile protettore. Pare che il Musto provocasse il presunto protettore, in difesa del quale intervenne Rosetta, scatenando l'ira del poliziotto che la colpì più volte con il calcio del fucile (altre fonti parlano di uno stiletto). Rosetta, in fin di vita, venne ricoverata in ospedale, con la proibizione assoluta di ricevere visite. Sua sorella tuttavia riuscì ad eludere il divieto e a ottenere da Rosetta il racconto dell'accaduto, prima che sopraggiungesse la morte. La polizia sostenne la teoria dei suicidio da parte di Rosetta, suicidio che non venne creduto da nessuno e meno che meno dalla Chiesa che concesse alla presunta suicida i funerali religiosi (stiamo parlando del 1914).
Un interessante articolo è apparso sul Corriere della Sera del 25 Febbraio 1980 (questo il link)
In Via Torino, a Milano, il negozio di Forcolini credo che ci sia ancora. Lo ricordo come uno dei negozi più eleganti della zona.
Ho trovato una sola foto di Rosetta, quella rinvenuta dal figlio del Forcolini: è anche un po' sfocata ed è apparsa sul già citato numero del Corriere

Del Musto non sono riuscito a trovare nulla: secondo alcuni era ritornato in Calabria, ma non ci sono documenti in merito. Forse è stato inghiottito nel grande massacro della Prima Guerra Mondiale.
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MessaggioInviato: 01 Giu 2013 10:50    Oggetto: Rispondi citando

La canzone recita:

Citazione:
Oh guardi calabrese
Per te sarà finita
Perché te l’ha giurata
Tutta la malavita


Com'è che in queste canzoni ci son sempre dei Calabresi di mezzo? Wink
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danielegr
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MessaggioInviato: 01 Giu 2013 11:35    Oggetto: Rispondi citando

In effetti mi pare improbabile che fosse calabrese: più probabilmente era della zona di Napoli. Da una piccola ricerca risulterebbe che oggi il cognome Musto sia per oltre il 50% della provincia di Napoli. Anche la canzone, infatti, dice "forse verrà da Napoli, è della Mano Nera".
Probabilmente il termine "calabrese" è stato preferito per motivi di metrica, e non dimentichiamo che, circa un secolo fa, per un milanese era difficile fare distinzione fra la Campania, la Calabria e le altre regioni meridionali che non aveva e non avrebbe mai visto (salvo, magari, per il servizio militare).
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MessaggioInviato: 01 Giu 2013 12:40    Oggetto: Rispondi citando

Eheh hai ragione ma mi sa che non hai colto il riferimento ad altre canzoni tristemente popolari, sempre a proposito di suicidati...
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zingiber
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MessaggioInviato: 06 Giu 2013 20:14    Oggetto: Rispondi citando

Causa anzianità di servizio, i miei nonni sono tutti ormai deceduti.
La nonna paterna morì il giorno dopo il 16esimo compleanno di mio padre, nel '53. Soffriva d'asma e, conseguentemente, aveva anche problemi cardiaci. Faceva la sarta, e visse una vita non facile.
Suo marito, infatti, all'età di 31 anni, ebbe un tremendo incidente sul lavoro, in una galleria della ferrovia in Liguria, e rimase paralizzato agli arti inferiori. Era il 1941, mio papà, che era il primogenito di tre figli maschi, aveva quattro anni. I nonni e gli zii tornarono in Valle Camonica, papà restò presso la sua madrina di battesimo, che lo crebbe fino all'età di otto anni, mentre nonno imparava un nuovo "mestiere" adatto alle sue nuove condizioni, e nonna sferragliava con la macchina da cucire, per poter mantenere i bimbi.
Divenne orologiaio, e riuscì ad aprire una piccola "bottega" dove vendeva anche gioielli in oro.
Era caparbio, testardo e intransigente. La menomazione non era per lui un grosso problema, in un tempo in cui ancora non si sapeva cosa fossero le barriere architettoniche. Quando doveva recarsi in qualche ufficio, si posizionava sotto le finestre con la sua motocarrozzella (praticamente una moto a tre ruote), e iniziava a strombazzare fino a che qualcuno non scendeva a dargli retta. Con il suo lavoro, la pensione di invalidità e il suo fiuto per gli affari, riuscì a costruire due case (de facto le costruì mio padre, ma i soldi erano di nonno): una aveva due appartamenti, l'altra ne aveva cinque, più due piccoli bilocali, e tre negozi.
Vivemmo con lui un anno, l'ultimo della sua vita.
Morì che avevo cinque anni, dopo aver trascorso metà della sua esistenza sulla sedia a rotelle. Mi lasciò in "eredità" l'aver appreso a giocare a carte (scopa, briscola, scala40, ramino, mangiacamicia e i suoi immancabili "solitari"), a dama, a scacchi, a far le parole crociate, e la passione per l'enigmistica, stimolandomi a risolvere i rebus più facili, gli indovinelli, e quant'altro offriva la "settimana enigmistica".
Mi adorava, anche perché porto il nome di mia nonna, e quell'estate, fui il "motore" della sua carrozzina "a braccia". "Dai, metti la quarta!", mi diceva, e io, felice, lo spingevo più forte che potevo.
Mi regalò la mia prima bicicletta. Era turchese, con le rotelline e le manopole bianche. Una "Graziella", e tutti i pomeriggi, dopo il suo sonnellino pomeridiano, gli dicevo: "Nonno, ho fame". Era il segnale per fargli aprire il portafogli e spillare le 200 lire necessarie per comprare il gelato a tutta la famiglia. Smile
E' tutt'ora per me fonte di ispirazione: nei momenti più neri penso alla sua forza d'animo, alla vita difficile che ha dovuto affrontare, e mi sento confortata.

A quell'età mi chiedevo come mai mia nonna (materna) e mio nonno (paterno), essendo "i nonni", non vivessero insieme.
Appresi più tardi dell'esistenza di un altro nonno, quello materno, che se ne andò da casa nella prima metà degli anni '60, lasciando mia nonna da sola. Incapace di reggere alla vergogna (a quei tempi non era pensabile una separazione), si appoggiò totalmente a mia madre, e venne a vivere con noi l'anno in cui nacqui io (1966). Nonno era il classico "padre padrone", e seppi che picchiava nonna, le zie e mamma, ogni qualvolta gli girava. L'ho visto solo due volte, e di lui non ho praticamente alcun ricordo se non quello che mi ha raccontato mia mamma. Era un lavoratore infaticabile, e, con gli altri, era di una simpatia unica, un "compagnone".
Restò in Germania per qualche anno, in un campo di lavoro, e fu il periodo più felice per le donne rimaste a casa. Nonna era riuscita a metter da parte il denaro necessario a comprare quattro capre e una mucca, e non se la passavano neanche troppo male. Fino a quando tornò a casa, ancor più incattivito di prima.
Nonna probabilmente soffriva di depressione, le fecero anche l'elettrochoc, era una donna mite, e, a differenza delle nonne dei miei coetanei, aveva una particolarità: a noi nipoti parlava SEMPRE in italiano. Leggeva tantissimo, e confezionava decine e decine di centrotavola all'uncinetto. Le sue uniche passioni. Ci raccontava le vicende della sua giovinezza, le filastrocche, e, quando l'età impietosa fece scempio dei suoi neuroni, ci deliziava con racconti fantastici senza capo né coda, viaggi avventurosi in luoghi che mai aveva visitato, tanto che mio cugino ed io, coniammo per lei l'ideale nome della sua agenzia viaggi: la "Sclerotic travel". Malgrado l'apparente irriverenza, le volevo un sacco di bene, anche se, spesso, poteva risultare un po' "pesante" (non vi dico le litigate quando mi facevo il bagno durante il ciclo!!! Very Happy A sentir lei, avrei dovuto morire ogni volta! O quando si immaginava di sentir uscire il metano dai termosifoni! Very Happy
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MessaggioInviato: 12 Giu 2013 16:38    Oggetto: Rispondi citando

Meno male che ogni tanto qualcuno scrive in questa discussione: grazie Zingiber!

Quante volte accendendo il computer ci siamo lamentati della sua poca velocità, dicendogli con tono incaz.ato “ma che, vai a carbonella oggi?”
Già, la carbonella: oggi con quel termine di solito intendiamo quel carbone di legna che ci permette di fare delle stupende grigliate quando siamo al mare o comunque in ferie. Però l'origine del modo di dire “andare a carbonella” risale al periodo della guerra (lo so, parlo sempre di quella: è anche un modo per esorcizzarla e per sperare di non vederla MAI PIÚ).
In quel periodo la benzina e il gasolio erano scarsissimi e quindi usati quasi esclusivamente per scopi militari. Le automobili private, gli autobus, soprattutto le corriere in servizio nei vari paesi dovevano arrangiarsi. In più, a causa delle “sanzioni” imposte all'Italia per effetto della guerra d'Etiopia i rifornimenti di carburanti erano molto scarsi e costosi. Nel 1938 venne stabilito che tutti i mezzi pubblici dovessero essere alimentati a gassogeno. In pratica questo voleva dire che invece del carburante tradizionale dovevano usare la legna. Questa legna veniva bruciata in un grande ed ingombrante serbatoio, di solito installato sul retro del veicolo, e attraverso un procedimento particolare produceva un gas che, bene o male, poteva servire come carburante. Curiosando un po' su Wikipedia ho visto che il rendimento di quel carburante era molto basso: un rapporto di circa 1 a 6 rispetto al carburante tradizionale.
La cosa, finché si era in pianura non comportava grossi problemi, ma appena la strada incominciava a salire... In tal caso spesso ai passeggeri veniva chiesto di scendere, per ridurre il peso e permettere al motore di farcela, quando non veniva chiesto addirittura di spingere la corriera, come a volte si vede in alcuni film che rievocano il periodo di guerra.
Un' interessantissima pagina sugli autobus di Roma convertiti a gassogeno si può trovare QUI






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MessaggioInviato: 14 Lug 2013 17:04    Oggetto: Rispondi citando

Le scuole per quest'anno sono finite, gli esami di maturità anche: molti avranno avuto in questi giorni questa esperienza. Potrei raccontare qualcosa sugli esami di maturità di quando ero giovane io (Ragioneria: 1954). Ma prima qualche annotazione sulla scuola ai miei tempi e sul come i miei coetanei andavano alle lezioni. La mia Scuola (maiuscola voluta) era lo Schiaparelli nello stabile oggi demolito per far posto al Teatro Strehler. Io avevo frequentato quello stabile per otto anni, tre nella scuola media Mameli e cinque allo Schiaparelli. I primi anni, fino alla seconda Istituto, abitavo abbastanza vicino, in via Leopardi ed era normale andare a piedi. Poi ci trasferimmo più lontano, in via Cadore e lì era necessario usare la bicicletta oppure il tram. Il tram che prendevo io era il 26, la Circonvallazione o Interstazionale, in quanto toccava le stazioni ferroviarie di Milano: Centrale, Nord, Porta Genova. Faceva capolinea alla stazione Centrale e io, che spesso ero in ritardo, friggevo nell'attesa che il manovratore finisse di fumarsi la sigaretta e ripartisse.
Un'altra cosa che a volte provocava qualche leggero ritardo al tram era il passaggio di un carro a cavalli. Sì, nel 1951/2 ce ne era ancora qualcuno. Stranamente si incontravano di solito in Via San Marco o in via Pontaccio.
È stato su quel tram che ho sentito come il linguaggio stesse incominciando a cambiare. C'era infatti una ragazza, potrà aver avuto diciassette o diciott'anni, al massimo diciannove, che raccontava ai suo amici di come qualcosa l'avesse offesa. Esclamò (ricordo ancora le parole esatte) “ Eh, se ero incazzata, ma forte anche...” Una frase del genere e soprattutto la parola “incazzata” in bocca a una ragazza!! Tutto il tram si è voltato a guardarla. È un fatto di poca importanza, ma a me piace pensare che proprio in quel periodo sia incominciato a cambiare qualcosa: la donna non più vista come angelo o demone, vergine o puttana, ma finalmente come una persona non diversa dai maschietti che invece avevano quasi l'obbligo di usare un linguaggio “da caserma”. O almeno, lo avevano quando erano con i loro coetanei: in famiglia o a scuola guai a pronunciare parole meno che lecite (ricordiamo il lavaggio della bocca col sapone). Per esempio, se oggi ci si trovasse in una situazione un po' caotica o confusionaria è normale e naturale dire “C'è un bel casino qui...” e non si scandalizzerebbe nessuno, nemmeno il prete dell'oratorio o la cosiddetta “educanda” (esistono ancora? Le educande, dico). Una frase del genere mi fu ampiamente rimproverata da un mio cugino che me la sentì pronunciare: correva l'anno 1949 o 1950.
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MessaggioInviato: 31 Ago 2013 15:20    Oggetto: Rispondi citando

Girovagando per il Web mi sono imbattuto in un sito che riportava i testi di quelle che, negli anni '40, chiamavamo “le canzoni di guerra”. Erano chiaramente canzoni di propaganda, come succede in tutti i Paesi in guerra, ma bisogna riconoscere che erano scritte bene e che ti prendevano quando le ascoltavi. Alla radio poi erano il pane quotidiano, venivano trasmesse ad ogni piè sospinto. Naturalmente la più trasmessa era “Giovinezza”, che (l'ho scoperto solo molto dopo) non era una canzone fascista. Vene scritta nel 1909 da Nino Oxilia e Giuseppe Blanc, con il titolo di “Commiato” e era destinata a cantare l'addio all'Università, per raggiunta laurea. I versi iniziali erano questi:

« Son finiti i giorni lieti
degli studi e degli amori
o compagni, in alto i cuori
e il passato salutiam.
[...]
Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza!
Della vita nell'asprezza,
il tuo canto squilla e va!


Poi la canzone, che tra l'altro venne inserita anche nella operetta “Addio Giovinezza”, di Camnasio e Oxilia, divenne inno degli sciatori, degli arditi e solo in ultimo, con notevoli cambiamento al testo originario, divenne l'inno del partito fascista.
Un'altra canzone a volte eseguita alla radio era “Faccetta nera”: chi non la conoscesse la può trovare qui: link
(non darei troppa importanza alle immagini: ah, quella mamma sempre incinta...). Qui c'è da ricordare che la canzone, pur patriottica, esaltava in un certo senso le unioni interrazziali e inneggiava alla “bella abissina” e come tale non era gradita a Mussolini che chiese che ne fosse composta un'altra che invece esaltasse la donna bianca. Venne scritta infatti “Faccetta Bianca”, ma fu un flop clamoroso! Se proprio non avete di meglio da fare e in televisione non danno niente di nuovo, potete ascoltarla qui: link (ma non so se ne vale la pena...)


Una che mi piaceva particolarmente era l'Inno dei Sommergibilisti (chi lo volesse sentire può trovarlo qui: link
Quando oramai le sorti della guerra incominciavano a delinearsi (1943-1944) anche questa canzone diventò preda della ribellione, travestita da satira. A Milano i versi “È così che vive il marinar nel profondo cuor del sonante mar...” venivano cambiati in “ È così che vive l'Italian, un ett e mezz de pan e na scigula (cipolla) in man...”. Un etto e metto di pane era la razione giornaliera prevista dalla tessera. Naturalmente veniva cantata a voce molto, molto bassa: fino al 25 Aprile del 1945 era meglio che certe idee non venissero espresse se non a orecchie MOLTO fidate.
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MessaggioInviato: 13 Nov 2013 13:46    Oggetto: Rispondi citando

Si sta parlando in questi giorni di "falchetti" del PdL. Confesso di non aver capito bene chi sono, immagino possano essere dei giovani contrari alla collaborazione con altre forze politiche. Ma non è questo il punto: la parola mi ha fatto tornare in mente chi erano i "falchetti" a Milano negli anni '50.
Erano i primi anni della ripresa dopo i disastri della guerra: l'industria, l'edilizia, avevano bisogno di braccia. Braccia che non si potevano trovare nella sola città, bisognava cercare o nell'immigrazione o nell'hinterland (che allora non si chiamava così: si diceva "i paesi intorno"). L'immigrazione era dal Meridione o anche dal Veneto, i cartelli "non si affitta ai meridionali" erano talvolta presenti, ma ricordo di averne visti molto pochi: Milano ha sempre accettato di buon grado i "forestieri", limitandosi al massimo a qualche sfottò.
Se ne avete la possibilità, riguardatevi il film "Rocco e i suoi fratelli", di Luchino Visconti, che ripercorre la storia di alcuni meridionali arrivati a Milano in cerca di lavoro e ne illustra la condizione.
Ma i meridionali non bastavano: l'Italia stava ripartendo e aveva bisogno di carburante, cioè di forza lavoro, e li era andati a cercare in quei paesi limitrofi che fino a quel momento erano vissuti di agricoltura o di qualche modesta industria locale. C'era però il problema dell'abitazione. trasferirsi a Milano per il lavoratore dell'hinterland era troppo costoso, le case erano poche e le ferite della guerra erano ancora troppo visibili: però i trasporti dal paese a Milano erano scarsi e spesso poco affidabili. Si arrangiavano: un po' con le Ferrovie Nord, un po' in bicicletta o con i primi motorini (le auto erano ancora un privilegio dei "ricchi"), un po' con il tram che partiva da Seregno o Carate Brianza e arrivava dalla parti di Via Farini.
Partivano all'alba, arrivavano ancora addormentati in fabbrica con la loro "schiscièta" - il contenitore nel quale c'erano i cibi da consumare - spesso freddi- a pranzo - e alla sera ripartivano con gli stessi mezzi arrivando a casa a notte. Se ricordo bene c'è una loro descrizione nel libro di Bianciardi "La vita agra". Bianciardi dice che hanno le mani talmente callose che limano la ghisa con le sole mani.
Questi venivano chiamati "falchetti" dai Milanesi: arrivavano all'alba e ripartivano all'imbrunire.
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zingiber
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MessaggioInviato: 13 Nov 2013 15:48    Oggetto: Rispondi citando

Mio nonno paterno, che lavorava in Liguria, partiva dalla Valle Camonica in BICICLETTA!
Diciamo che non faceva il pendolare giornaliero. Very Happy
Ora che ho perso i riferimenti del passato della mia famiglia, mi trovo pentita di non aver mai messo per iscritto i loro ricordi.
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danielegr
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MessaggioInviato: 19 Nov 2013 19:40    Oggetto: Rispondi citando

Recentemente (no, mica tanto recentemente: era l'anno scorso) in occasione del cinquantesimo di matrimonio siamo andati a fare una gita, da bravi vecchierelli, alla cascata delle Marmore. Non sto a raccontare il viaggio, tanto non interesserebbe nessuno: volevo solo fissarmi su un particolare, il biglietto dell'Autostrada. Abbiamo utilizzato l'Autostrada dei Fiori, poi l'Autostrada Azzurra, la Firenze Mare e l'Autostrada del Sole (credo di non averne dimenticato nessuna) e all'uscita abbiamo pagato un unico biglietto, anche piuttosto caruccio. Cosa c'è di strano? È una vita che l'Autostrada si paga così, sul biglietto che ritiri all'entrata è indicata la stazione, quando arrivi al casello di uscita è semplice per il computer calcolare il pedaggio da pagare per il tratto percorso e ripartire l'incasso fra le società che sono le conduttrici delle varie tratte.
Naturalmente non era così un po' di anni fa. Ogni volta che si usciva dalla tratta gestita da una società si pagava, poi si faceva il biglietto per una tratta successiva gestita da un'altra società. Una bella seccatura, naturalmente.
Ma la seccatura era ancora maggiore negli anni fino al 1966-67. Bisognava pagare all'entrata, non all'uscita. Al casello si dichiarava la destinazione, si pagava in base alla destinazione stessa e al casello di uscita veniva controllato il biglietto. A me è capitato, se non sbaglio al casello di Genova, di non trovare più il biglietto, probabilmente volato via durante il viaggio. In quel caso avrei dovuto ripagare il transito, in pratica fare un secondo biglietto, ma per fortuna il casellante credette alla mia buona fede e mi lasciò passare lo stesso, non senza farmi una paternale su come andavano conservati i biglietti (erano biglietti di carta leggera, grandi il doppio di un francobollo, era facile perderli, soprattutto se in estate viaggiavi con i finestrini aperti).
Naturalmente se uno dichiarava che voleva andare da Milano a Brescia, e poi usciva a Bergamo, perdeva una parte del pedaggio che aveva pagato. Succedeva a volte che un automobilista non avesse le idee chiarissime sul percorso da seguire: sapeva che doveva lasciare quella autostrada per percorrerne un'altra per la sua destinazione: sì, ma a quale casello doveva uscire? Bisognava documentarsi prima attraverso le carte geografiche; oggi il problema non esiste e spesso è sufficiente fare affidamento sulla segnaletica.
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MessaggioInviato: 17 Dic 2013 16:25    Oggetto: Rispondi citando

Nella Milano del dopoguerra, e più o meno fino agli anni '60 era consuetudine invitare un amico o un gruppo di amici, dicendo “Andiamo al Trani?”
Non era per invitare gli amici a fare una simpatica gita in Puglia, magari per visitare il Castello Svevo o la Cattedrale, oppure per gustarsi un meraviglioso piatto di orecchiette con le cime di rapa.
No, si voleva semplicemente andare a fare una bicchierata all'osteria. L'osteria, locale diffusissimo non solo a Milano ma in tutta Italia, ogni paesino ne aveva almeno una, era un luogo di ritrovo. Vero, qualcuno ci andava per bere e magari per ubriacarsi, ma la maggioranza degli avventori lo faceva per trovare gli amici, fare quattro chiacchiere, sentire le novità e i pettegolezzi...
Anche a Milano ce ne erano diverse: il nostro gruppo ne aveva scovata una in una traversa della Via Orefici nella quale, oltre a bere dell'ottimo vino, si poteva parlare, cantare, fare un po' di casino senza dar fastidio a nessuno. Mi ricordo ancora quell'ottimo Barolo che l'inserviente tirava fuori per noi, quando si era incominciato a parlare di cessione del locale e quindi non era più il caso di tenere in cantina certe prelibatezze. Ma qui sto divagando, come fanno sempre i vecchi. E allora torniamo al “trani”. L'origine del nome credo che risalga al periodo immediatamente successivo alla guerra: seconda metà degli anni '40 (Wikipedia la fa risalire addirittura all'800, ma la cosa non mi convince)
In quel periodo molti abitanti del Sud emigrarono al Nord per trovare lavoro e alcuni di questi notando una certa scarsità delle osterie, pensarono bene di aprirne di proprie. Il rifornimento di vino venne naturale farlo presso il proprio paese di origine, che è noto per essere un gran produttore di un vino molto corposo e alcoolico. Quel tipo di vino divenne molto gradito agli operai milanesi e sostituì ben presto il Barbera, il Bardolino e gli altri vini fino ad allora utilizzati. Poi il vino della zona di Trani, Squinzano, Manduria, ha un sapore abboccato che piaceva anche alle donne e, essendo di alta gradazione, si prestava anche a tagli (leggi “annacquamenti”).
Divenne quindi di uso comune indicare i locali dove si beveva quel vino con il nome del luogo di origine di chi gestiva il locale: il “Trani”, appunto.
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MessaggioInviato: 02 Mar 2014 17:01    Oggetto: Rispondi citando

Gli Strilloni:
Ce ne erano di diversi tipi: si trattava di solito di persone anziane, disoccupati o comunque gente che aveva un disperato bisogno di lavorare e non trovava un impiego di altro tipo. Erano in sostanza dei venditori ambulanti, principalmente giornali, ma anche altri articoli, per esempio lamette da barba.
Lo “strillone” cercava di solito dei posti frequentati da molta gente, ma abbastanza lontano da edicole, altrimenti l'edicolante li avrebbe cacciati a calci. A Milano ricordo in particolare la via Tommaso Grossi, allo sbocco in Piazza Cordusio, alla fermata di diverse linee tranviarie era facile trovare gli strilloni del Corriere della Sera e di altri giornali che si davano un gran da fare a “strillare” i titoli più reboanti dei giornali. Il fatto che poi talvolta i titoli non riflettessero manco per idea il contenuto dell'articolo era un particolare assolutamente trascurabile. Non era raro poi che lo strillone inventasse addirittura il titolo. Resta storico quello strillato una mattina a Milano intorno alle 6 nella piazzetta Reale mentre aspettavamo il pullman per andare a sciare: “Stanco della vita ammazza la moglieeee!!”
C'era poi quello delle lamette da barba, anche lui di solito in via Tommaso Grossi. Vendeva 3 pacchetti di lamette di una marca che non ho mai visto in giro, la Morris, per 100 lire. Quello non “strillava”: cantilenava sempre la stessa frase: “la miglior lama, la miglior marca, la Morris”, breve pausa e poi “l'orìginale Morris” (con l'accento sulla prima “i”). Le ho anche comprate qualche volta e in effetti non erano né meglio né peggio di altre marche più costose. In sostanza non mi pare che ci fosse molto di diverso da quelli che oggi, in televisione, vendono materassi, pentole, aggeggi di vario tipo. Però perlomeno gli strilloni di allora la merce ce l'avevano in mano e la potevi controllare prima di pagare.
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MessaggioInviato: 08 Mag 2014 16:26    Oggetto: Rispondi

ciao Daniele,

sempre un piacere leggerti....
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