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GrayWolf
Dio maturo
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Residenza: ... come frontiera i confini del mondo...

MessaggioInviato: 26 Mar 2006 04:19    Oggetto: Rispondi citando

Il tramonto stava iniziando, gli ultimi barbagli di sole illuminarono il viso di Jorge che uscito dalla stazione, si diresse verso la serie di cabine telefoniche installate proprio a fianco dell'ingresso principale. Tempo prima, il postino gli aveva recapitato una lettera, senza mittente e l'indirizzo scritto con una grafia che gli fece ricordare quando era fanciullo, gli tornarono alla mente i rimproveri che il maestro gli rivolgeva quando disperato doveva correggere i suoi compiti: «Ma è possibile avere una calligrafia come la tua? Le galline del mio orto saprebbero scrivere meglio di te! Guarda, ti mostro come deve essere scritto questo brano» intingendo nel calamaio il pennino fissato sulla cannuccia di legno, iniziava a trascrivere il lavoro di Jorge. Lui, ancora ragazzino scapestrato e turbolento, preferiva seguire gli adulti, sognava di diventare un combattente per la libertà del suo popolo, aveva sempre ammirato la capacità calligrafica dell'uomo, gli dispiaceva di non poterlo accontentare ma proprio non ci riusciva a scrivere meglio di così. Seguiva con ammirazione il pennino, ritmicamente intinto nell'inchiostro, quell'attrezzo sembrava dotato di vita propria nonostante fosse guidato dalla mano sicura del maestro, tracciava le parole sul foglio, ognuna di esse aveva uno svolazzo o un ricciolo, le lettere si distinguevano tutte, ordinate, della stessa altezza. L'indirizzo sulla busta era scritto con lo stesso stile: colto, elegante, un po' ampolloso, sembrava dare importanza a chi riceveva il plico. La busta,una volta aperta, rivelò contenere un singolo foglietto al suo interno, anch'esso scritto con la stessa calligrafia, tre parole seguite da un numero: «ispettore Gustav Perutz 00420 241 747477» la firma era un'aquila stilizzata, pochi tratti ma inequivocabili. Le prime cifre erano quelle di un prefisso internazionale, questo gli fece considerare di che portata fosse la sua missione, se mai gli avessero dato il segnale per iniziare quello per cui era stato addestrato. Il momento era arrivato e lui già pregustava di poter aggiungere un altro tassello alle sue conoscenze, le poche informazioni che gli avevano dato, in qualsiasi altra occasione non gli sarebbero bastate. Curioso per natura, aveva sempre cercato di saperne di più, solo il rispetto per il suo istruttore, l'aveva trattenuto dal chiedergli le spiegazioni che necessitavano per capire e soddisfare la sua curiosità. L'anziano uomo che sapeva leggergli nell'anima, soleva ripetergli: «Ragazzo mio, non cercare altri perché, sappi che quello che farai, se ce ne sarà l'occasione è molto, molto importante, accontentati di ciò che ti viene detto» al che lui rispondeva: «Ma signore, per prendere in consegna una busta, arrivare a Suceava, trovare l'arco con l'incisione, incontrare un uomo e consegnarli ciò che mi è stato dato, non giustifica l'apprendere lingue, saper viaggiare, studiare, allenarmi in palestra, che ci vuole a fare un viaggio? Un viaggio è un viaggio, da qui a lì, poi è tutto finito, a che serve tutto questo? Voi mi dite di conoscere gente, stringere legami, cercare alleati, lo sapete io sono un solitario, è per questo che quelli non mi hanno ancora preso» l'ultima frase era detta con un ghigno e sembrava un ringhio.
«La Guardia Civil, figliolo, sono delle educande in confronto a chi potrai trovare durante la tua missione, lo so, lo so, hai fatto più danni tu da solo che non una squadra di cinque uomini, però sta molto attento, il tuo compito è anche quello di non farti catturare in una delle tue scaramucce» «¡No ha nacido todavía el cabrón que cogerá a Jorge!» non è ancora nato il caprone che prenderà Jorge, era la risposta convinta e poi... l'esilio, qualcuno aveva fatto la spia e lui se l'era cavata per un soffio, aveva dovuto sparire, lasciare il suo paese in nome di quella missione che ora stava compiendo.

Entrò nella cabina e compose il numero, non doveva nemmeno consultare il foglietto speditogli, aveva imparato a memoria nome e numero, se chiudeva gli occhi era in grado di visualizzare anche i più piccoli particolari di quello scritto tante erano la volte che l'aveva letto, da sinistra a destra ripetendole in senso contrario, leggendole nella mente da destra a sinistra per evitare di fare errori, questa attenzione, la mania di sapere tutto, anche il più piccolo particolare, più di una volta gli avevano evitato una brutta fine. Nelle sue attività trascorse, il minimo errore, la più piccola cosa non considerata, si pagavano con la vita... non era cosa di poco conto che lui fosse ancora vivo.
Il segnale di ricerca linea si concluse con una voce che rispose: «Sezione CZ, mi dica» «Ispettore Gustav Perutz» fu la laconica richiesta «L'ispettore non c'è, chi parla?» Jorge iniziò a provare un po' di tensione: «Non importa chi parla!» uno sguardo all'orologio, che faceva bella mostra di sé sull'arcata dell'ingresso principale della stazione, gli disse che non aveva molto tempo per poter aspettare il ritorno del funzionario «quando rientra?» «L'ispettore è andato via e non ha lasciato detto quando tornerà, ma chi parla? Le posso passare il suo sostituto» La voce di Jorge diventò fredda come la lama del suo coltello: «Ho già detto che non importa chi parla, importante è che l'ispettore riceva questo messaggio: non nobis Domine, non nobis, sed Tuo nomini da gloriam» il silenzio all'altro capo indicò che l'altro stava prendendo nota, Jorge ribadì: «Ha capito bene?» quando l'altro affermò di aver trascritto, chiese al suo interlocutore di ripetere parola per parola, la voce dell'altro, nonostante stesse facendo lo sforzo di essere cortese, lasciava trasparire una nota di stizza, alla fine della ripetizione chiese: «Solo questo?» «Sì solo questo e... attenzione, la comunichi con la massima urgenza a Perutz, altrimenti lei passerà i suoi guai e le assicuro che io non scherzo!» appese il ricevitore prima che quell'altro avesse il tempo di replicare. Sogghignò soddisfatto, lo divertiva sempre minacciare un poliziotto, stringendosi nelle spalle si disse: «Che ci posso fare, sono fatto così!» Le cose ora sembravano complicarsi, il «contatto» non c'era, lui non poteva assicurarsi che ricevesse il segnale «di partenza», che fare? Iniziò a innervosirsi, non poteva fare un viaggio a vuoto rischiando di fallire, se l'altro non avesse ricevuto il messaggio, lui arrivato a destinazione, avrebbe potuto dover aspettare per giorni, Praga era lontana, quand'anche lui fosse riuscito a contattare direttamente l'interessato, si sarebbe accumulato un ritardo tale che il meccanismo, oliato per secoli, preparato con cura minuziosa, si sarebbe inceppato e la sua missione sarebbe andata a rotoli.

Jorge era un uomo che sentiva molto la responsabilità di mantenere il proprio onore, aveva dato la sua parola, quello per lui contava più della sua vita, questo contrattempo gli fece digrignare i denti, alzò gli occhi al cielo, sua madre gli aveva insegnato: «Quando ti senti disperato, quando sembra che le cosa vadano tutte male, con umiltà rivolgiti al Signore, vedrai che lui ti ascolterà e ti aiuterà» era arrivato il momento di chiedere aiuto «al principale» come lo definiva in cuor suo.
Ciò che vide lo lasciò interdetto: nell'indaco del cielo, che si stava trasformando nel colore indefinito del crepuscolo, in quella luce che dà l'impressione di vederci ancora nitidamente ma in realtà ombre fasulle ingannano gli occhi, una grossa aquila, velocissima, stava attaccando un falco, ghermitolo tra gli artigli volò via con il classico grido di trionfo di quella specie.
Conscio della luce illusoria, cercò di convincersi che era stato un brutto scherzo giocatogli dalla vista, quando però il grido dell'aquila, che con un ampio cerchio era tornata al punto dell'attacco, si fece risentire, i suoi dubbi sparirono: non aveva nemmeno dovuto chiedere, gli era stato dato il segno di cui aveva bisogno.
Si avviò verso il deposito bagagli per recuperare la sacca, mentre s'incamminava, alzò ancora gli occhi al cielo, sollevò il braccio destro e con il palmo della mano rivolto verso l'alto, con una tonalità più alta di quella che usava abitualmente, esclamò: «Grazie!!» incurante dello stupore che provocò nella piccola folla circostante che come lui, si avviava all'interno della stazione; le espressioni di quelle persone lo fece sorridere, canticchiando un motivetto si preparò a fare un lungo viaggio.
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MessaggioInviato: 29 Mar 2006 01:25    Oggetto: Rispondi citando

Cŏster, dopo aver analizzato nell'arco della giornata gli scenari che man mano gli venivano in mente, aveva finalmente compreso qual'era il suo punto di forza nei confronti del giovane agente, e che su quello doveva far leva per compiere l'incarico assegnatoli da Auguste Rondel. Fino a quel momento, aveva ragionato come se dovesse eliminare uno sconosciuto, ma la situazione reale era molto più favorevole: lui era il vice comandante della sezione ed il centralinista un suo sottoposto. Aveva cercato in archivio la sua scheda e ne aveva studiato con attenzione tutte le informazioni contenute: in pochi minuti aveva saputo sul giovane poliziotto che tutti chiamavano familiarmente Hansi molto di più di quanto avesse saputo nelle settimane precedenti.
Il suo indirizzo poteva essere utile, ma non in modo rilevante: era l'informazione di base, e sarebbe stato necessario almeno un sopralluogo, ma Cŏster non aveva tempo da dedicare alla preparazione. Poteva già ritenersi fortunato per il fatto che l'ispettore Perutz non aveva telefonato per tutta la giornata. Se l'avesse fatto, Hansi l'avrebbe certamente informato dello strano messaggio, prima di passare la chiamata al sovrintendente: il centralinista sarebbe stato salvo, ma sarebbero iniziati i problemi per Cŏster.
La scheda riportava che l'agente non era sposato; era indicato il nominativo di una ragazza, la sua fidanzata, ma per il momento non erano conviventi.
La sua famiglia di origine non era residente a Praga, ma in una piccola cittadina lontana dalla capitale tanto da rendere molto scomodo farvi ritorno ogni giorno, anche a causa degli orari particolari a cui la sua mansione lo costringeva. In conclusione, Hansi viveva da solo, in un piccolo alloggio di periferia.
Queste informazioni avrebbero potuto essergli utili, se avesse deciso di aggredirlo in casa.
Stava per prendere quella decisione, quando gli occhi tornarono sulla riga in cui erano riportati luogo e data di nascita: il suo bersaglio avrebbe compiuto gli anni di lì ad un paio di giorni. In pochi secondi il piano prese corpo nella mente di Cŏster: semplice, sicuro e poco violento. E, soprattutto, la sua morte sarebbe stata attribuita ad una fatalità o ad un'imprudenza. Un sorriso appena abbozzato si disegnò sul suo volto: avrebbe risolto il problema prima dell'inizio del prossimo turno di servizio, e in modo molto semplice, come piaceva a lui.

Appena entrato nella stanza del centralino vide una sedia vuota accanto a quella utilizzata dall'agente, e vi sedette. Erano quasi le ventidue: il traffico telefonico dalla sezione verso l'esterno era inesistente, e le chiamate in ingresso erano molto rare. Avrebbero potuto parlare con tranquillità per alcuni minuti, fino all'arrivo del centralinista che avrebbe prestato servizio durante la notte. Quest'ultimo era un agente anziano che, durante uno scontro a fuoco, aveva subìto gravi ferite ed in seguito era stato destinato ad un incarico sedentario, in attesa di maturare il diritto alla pensione. Sarebbe arrivato di lì a poco, avrebbe attivato la suoneria tramite altoparlante, disattivando le cuffie, e si sarebbe sdraiato sulla branda preparata ad un paio di metri di distanza. Molto probabilmente, avrebbe trascorso l'intero turno senza la necessità di intervenire.

Hansi, fino a quel momento, non aveva mai immaginato che il sovrintendente fosse così amichevole con i subordinati. Durante le poche settimane in cui aveva prestato servizio nella sezione, avevano scambiato al più un paio di frasi; Cŏster non si era interessato a lui, se non per motivi strettamente di servizio. Invece, quella sera era passato a trovarlo ed aveva iniziato a chiacchierare amichevolmente, del più e del meno: gli aveva chiesto della sua famiglia e del piccolo borgo di origine, e gli aveva raccontato qualche particolare della sua situazione familiare e della città in cui era nato. Hansi pensò di aver sbagliato a giudicare il sovrintendente una persona fredda e distaccata, ed il suo giudizio mutò più radicalmente quando Cŏster accennò alla data del suo compleanno: leggendo le schede informative del personale si era accorto che il giovane agente avrebbe compiuto gli anni un paio di giorni dopo, ed aveva deciso di fargli gli auguri. Anzi, aveva aggiunto che l'occasione andava festeggiata, e che appena terminato il turno avrebbero brindato ai suoi vent'anni in una birreria che conosceva: ottima birra e belle ragazze.
Hansi era meravigliato e soprattutto lusingato dall'interessamento del suo superiore: accettò senza esitazioni la proposta, e pensò che probabilmente la sua carriera in polizia non si sarebbe arenata nella stanzetta del centralino. Non si era certamente arruolato per fare il telefonista: quello era un lavoro adatto al suo anziano e malridotto collega, ma non ad un giovane nel pieno delle forze e dotato della giusta ambizione. Il sovrintendente doveva aver intuito che le sue capacità erano sottoutilizzate, e probabilmente gli si era avvicinato per conoscerlo meglio e capire se avrebbe potuto affidargli incarichi di maggior responsabilità. Parlando con lui, trascorrendo la serata in birreria, avrebbe avuto l'occasione di mostrarsi per quel che valeva, e forse avrebbe anche trovato l'occasione di parlargli delle sue ambizioni di carriera. E chissà, forse avrebbero anche conosciuto un paio di ragazze. Quella sera era libero da impegni: la sua fidanzata era rimasta al paese, e lui prevedeva soltanto di tornare a casa e vedere la televisione in compagnia di una bottiglia di birra. Non era ancora riuscito a farsi dei nuovi amici e neppure amicizie femminili, ma con un po' di fortuna le cose sarebbero cambiate proprio in occasione del suo compleanno.

Pochi minuti dopo arrivò il cambio: l'anziano agente salutò il sovrintendente, e chiese al suo collega se c'era qualcosa che dovesse sapere; eseguito il rapido passaggio delle consegne, il giovane agente e Cŏster uscirono dalla stanza del centralino. Erano entrambi pronti per la serata in birreria: nessuno dei due indossava la divisa poiché, a causa dei compiti esclusivamente investigativi che svolgevano i membri della sezione, le divise venivano utilizzate molto raramente. Questo giocava a favore del piano di Cŏster: due giovani in abiti sportivi si sarebbero confusi nella massa dei loro coetanei che frequentavano le movimentate notti praghesi. Al contrario, un uomo in borghese ed uno in divisa sarebbero stati facilmente notati, e qualcuno avrebbe potuto ricordarsi di loro.
Raggiunsero il cortile interno del palazzo che ospitava la sezione, e si avvicinarono all'automobile del sovrintendente. Questi spiegò che la birreria nella quale voleva accompagnare il giovane agente era in un quartiere periferico, ed entrambi salirono sull'auto. Si immisero nell'arteria sopraelevata che attraversava la città ed in pochi minuti, grazie allo scarso traffico della tarda serata, entrarono nel quartiere di periferia che interessava a Cŏster.
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MessaggioInviato: 30 Mar 2006 01:14    Oggetto: Rispondi citando

La birreria era un locale di grosse dimensioni, molto frequentato dai giovani praghesi, nel quale il sovrintendente si era recato poche volte: era impossibile che qualcuno si ricordasse di lui, e dal comportamento dell'agente era evidente che non conosceva quel locale. Sarebbe stato molto improbabile che qualcuno li notasse in quell'occasione: occorreva soltanto che si comportassero come le decine di loro coetanei, che stavano vuotando grossi boccali da un litro, scherzando rumorosamente tra di loro. Trovarono un tavolo libero, in una posizione defilata nella sala, ed ordinarono. Dopo pochi minuti una ragazza portò al loro tavolo i boccali, ed i due ripresero la conversazione interrotta all'arrivo dell'anziano centralinista. Cŏster si impegnò a mostrare un sincero interesse nei confronti di ciò che il giovane agente gli diceva, facendogli le domande necessarie affinché continuasse a parlare di sé e delle proprie ambizioni, ma la sua attenzione era rivolta a far si che avesse sempre il boccale pieno, e che lo svuotasse regolarmente. Anche lui era costretto a bere, ma cercava di far durare i suoi boccali di più di quanto durassero quelli che la solerte cameriera metteva davanti ad Hansi. Inoltre, era un bevitore allenato, ed era quasi sicuro che tra i due, all'uscita dal locale, sarebbe stato lui quello con i sensi e le forze meno annebbiate dall'alcool.
Rimasero nella birreria un paio d'ore: a quel punto, Cŏster sapeva quasi tutto della vita del suo giovane collega. La giovinezza nel piccolo borgo di campagna, i suoi genitori, l'occasione di evadere dalla vita nei campi rappresentata dal concorso in polizia, la fidanzata lasciata ad attenderlo al paese, per la quale provava un sincero affetto che non gli impediva di fantasticare eccitanti avventure con le più disponibili ragazze della capitale, o addirittura con una bella turista straniera. Ogni volta che la cameriera portava un nuovo boccale di birra, lo sguardo del giovane si illuminava: sembrava quasi che si impegnasse a terminare in fretta il proprio boccale per anticipare il ritorno della ragazza al tavolo.
Cŏster ebbe più di una volta un momento di rimorso, pensando alla trappola che aveva preparato e che si stava chiudendo su quel giovane: di per sé, non avrebbe potuto essere una minaccia per nessuno, ma il rischio era troppo elevato, e la sua eventuale generosità nel salvargli la vita avrebbe potuto ritorcersi proprio contro di sé. Non poteva lasciare che il centralinista parlasse con l'ispettore Perutz del messaggio ricevuto, né poteva correre il rischio che qualche altro appartenente all'Ordine, mandato dal signor Rondel a controllare l'esecuzione dell'incarico, si accorgesse che il giorno seguente il giovane era ancora al suo posto, nel centralino.
Cŏster ripeté a se stesso quei concetti più volte, per scacciare quel moto di simpatia che si accorgeva con sorpresa di provare per il collega.
Quando ebbe la certezza che le capacità motorie e la prontezza di riflessi della sua vittima erano sufficientemente ridotte dagli effetti dell'alcool, decise che la serata stava per concludersi. Si alzò, si recò alla cassa e pagò: era un conto abbastanza elevato, ma non in maniera tale da essere fuori del comune. In quella serata molti altri avventori avevano consumato la stessa quantità di birra, e molti altri avrebbero seguito il loro esempio. Infatti, il corpulento e baffuto proprietario del locale, seduto dietro alla cassa, non lo degnò di un'occhiata: si limitò a controllare il biglietto sul quale la cameriera aveva segnato le consumazioni, ed a fare il conto. Cŏster pagò con un biglietto di poco superiore al valore complessivo delle consumazioni, ed attese che l'uomo gli desse il resto: non era quello un locale nel quale lasciare la mancia, e non aveva intenzione di farsi notare commettendo un piccolo errore come quello. Nel frattempo, l'agente era andato in bagno e, quando Cŏster lo vide uscire dalla toilette, si accorse che la sua andatura era leggermente incerta. Riusciva a dissimulare abbastanza bene: probabilmente non voleva far capire al suo superiore che non era in grado di assorbire l'alcool senza subirne gli effetti, o piuttosto che non era stato capace di fermarsi qualche boccale prima. Anche Cŏster risentiva dell'abbondante bevuta, ma era consapevole di essere in migliori condizioni: la sua corporatura più robusta gli aveva permesso di assorbire meglio gli effetti dell'alcool, ed inoltre aveva avuto l'accortezza di limitarsi, per quanto possibile.

Uscirono dal locale, leggermente malfermi sulle gambe, e si avviarono verso l'auto. Pochi metri prima di raggiungerla, Cŏster propose di fare ancora qualche passo a piedi: la serata era fresca ma non fredda, e sarebbe stato gradevole percorrere uno dei viali lungo la Moldova. Il giovane agente accettò di buon grado, nella speranza che l'aria fresca ed il movimento lo aiutassero a smaltire. Si avviarono verso il fiume, raggiunsero il viale e lo percorsero per un centinaio di metri. La conversazione si era fatta meno brillante: l'agente non aveva più molto da raccontare, e gli erano rimaste poche energie per farlo. Il sovrintendente non si curava più di assecondare i discorsi del collega: ormai erano arrivati al ponte. Non aveva nulla in comune con i ponti storici del centro della città, come il famoso Karlův Most, con la fila di statue ai due lati e la vista del Castello e del Duomo. Era comunque perfetto per mettere in pratica il piano: un moderno ponte di cemento, con la carreggiata centrale percorsa dalle auto durante il giorno ed in quel momento deserta, e due marciapiedi laterali, protetti da una ringhiera di ferro.
Iniziarono a percorrere il ponte, lentamente, come se non avessero la necessità di attraversare il fiume ma semplicemente volessero godere della brezza che lo accarezzava. Quando arrivarono a metà del ponte, Cŏster si fermò; appoggiò un piede contro la parte inferiore della ringhiera e si mise ad armeggiare con i lacci di una scarpa, come se si fossero slacciati. Anche l'agente si fermò, e nell'attesa che il suo superiore terminasse quell'operazione, istintivamente si avvicinò alla ringhiera e guardò in basso, verso l'acqua scura.
Cŏster si aspettava quel comportamento: si drizzò in piedi e superò il paio di metri che lo separavano dalla sua vittima.
«Perdonami, Hansi» disse e prima che potesse voltare la testa verso di lui, sorpreso dalla frase, lo colpì sulla nuca con il taglio della mano. Fu un colpo violento, inferto con perizia, che fece perdere i sensi al giovane agente. Prima che il corpo si afflosciasse al suolo, il sovrintendente lo afferrò per le spalle e lo spinse oltre il bordo della ringhiera. Pochi secondi dopo si udì il tonfo nelle fredde acque della Moldova, poi più niente.
Cŏster rimase per alcuni secondi appoggiato alla ringhiera, con il respiro affannoso e le braccia tremanti. Non aveva mai ucciso nessuno, fino a quel momento. Ripeté a se stesso che lo aveva fatto per la sua sopravvivenza, ed interiormente sapeva che era effettivamente così. Si guardò attorno, voltando la testa a destra ed a sinistra: non c'era nessuno. Aveva già controllato mentre fingeva di allacciarsi le scarpe: non avrebbe messo in pratica il piano se ci fosse stato un passante o un'automobile in avvicinamento; quel secondo controllo era necessario per assicurarsi che nessuno avesse potuto assistere neppure alla fase conclusiva. Sentì un rumore che si stava velocemente avvicinando: un'auto imboccò il ponte e lo percorse senza rallentare. Cŏster rimase nella posizione in cui si trovava, dando le spalle alla carreggiata e per l'autista sarebbe stato impossibile riconoscere la persona che osservava in piena notte il fiume dal ponte. La respirazione si stava stabilizzando, ed il tremito era scomparso; ormai non poteva fare più nulla, né poteva controllare l'esito del suo piano. Avrebbe sicuramente saputo qualcosa la mattina seguente. Staccò le mani dalla ringhiera e si avviò con calma all'auto.
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MessaggioInviato: 03 Apr 2006 22:56    Oggetto: Rispondi citando

Mentre sorseggiava il suo cognac, Auguste ripensò agli avvenimenti della giornata: Karl vice ambasciatore: bene; Henrich arrestato: male; due Aquile in procinto di morire: bene; una delle due lettere recuperata; bene, Cŏster si sarebbe occupato di non far pervenire il messaggio a Perutz: bene; ancora dieci giorni, ormai nove, per portare a termine la grande operazione:male.
Tutto sommato, poteva sentirsi soddisfatto, tutto procedeva secondo i piani, peccato dover aspettare ancora un po' per vedere la conclusione di tutti i suoi sforzi e quelli dei suoi predecessori, fra qualche giorno sarebbe stato potente, famoso, ricco e soprattutto, finalmente, la Verità avrebbe trionfato. Si permise di rilassarsi e sentendo che la tensione provata fino a quel momento lo stava abbandonando, sprofondò nella poltrona e allungò le gambe, percepiva attraverso le piante dei piedi, il calore del fuoco che scoppiettava nel camino, ciò gli dava la sensazione di una mano amorevole che lo stesse massaggiando, si lasciò cullare dal piacevole pensiero di come e per quanto avrebbe potuto far soffrire i due che gli stavano portando.
Il rumore di una porta aperta alle sue spalle lo distolse dai suoi pensieri, si girò vedendo Rudolph che entrava nella stanza. Rivolgendogli un sorriso lo apostrofò: «Bene, dimmi vecchio mio, sono arrivati?» Il viso scuro dell'omone che gli stava davanti e il fatto che questi stesse stropicciando i piedi, fecero sparire ad Auguste il sorriso di compiacimento esibito al maggiordomo. Rudolph, sconcertato per il sorriso e preoccupato di essere il latore di cattive nuove rispose incerto: «Ehm signore, hanno telefonato dal museo e....» «Sono in ritardo quegli incapaci, lo sapevo, lo sapevo! Ah ma quando arrivano la pagheranno cara e salata» l'esclamazione fu espressa con un tono rabbioso che non lasciava spazio a fantasie, «Ehm, no signore, non sono in ritardo, sono morti... e manca una macchina». La veemenza con cui Auguste si alzò dalla poltrona, fece indietreggiare il maggiordomo che, pur sovrastando il suo padrone di almeno venticinque centimetri, ne aveva una paura folle.
Il napoleon volò attraverso la stanza per infrangersi contro la parete, mentre il sovrintendente stava urlando, Rudolph sembrava interessato più al liquido che colava lungo la parete, tutto andava bene, pur di non vedere scoppiare l'ira dell'uomo che tanto temeva e che in un impeto di rabbia avrebbe potuto prendersela con lui. «Ma come morti!?» «Li hanno trovati nel vicolo in un lago di sangue, Victor quasi decapitato» «E i prigionieri?» «Volatilizzati» «Maledizione, se usi ancora quella parola ti faccio volatilizzare io, in un bagno d'acido!» il sovrintendente era fuori di sé. Trasse un lungo respiro, la maggiore quantità d'aria inalata, ebbe i potere di far sbollire di poco la sua rabbia: «Bene, ormai è andata, incarica la squadra di pulizia, che facciano sparire tutto, loro sanno come liberarsi dei corpi, puliscano il vicolo, dovessero impiegare tutta la notte, domattina voglio vedere il selciato davanti e intorno al museo, brillare più di questi pavimenti.» Sempre tenendosi a distanza di sicurezza Rudolph disse: «Già fatto, si sono già messi in moto, ma... c'è un'altra cosa...» con la stizza che gli stava ritornando, Auguste sbraitò: «Ancora!?? Cosa altro c'è, cosa è successo?» «Gli uomini di Chisinau hanno fallito, il secondo corriere con la prima lettera si è volat... ehm, è sparito, hanno perso le tracce e non sanno dov'è» «Pure! Che massa di imbecilli! Come fa un uomo a concludere qualcosa, quando è circondato da una massa di incapaci, buoni a nulla, fannulloni, capaci solo di chiedere denaro senza saper portare a termine il compito più facile, erano in quattro, quattro contro uno e questo se ne è andato, cose da pazzi, non mi posso fidare proprio di nessuno, proprio di nessuno!!» La voce dell'uomo aveva raggiunto toni altissimi, molto vicini all'isterismo. «me la pagheranno, oh se me la pagheranno, avrò qualcuno su cui rifarmi, smetteranno per sempre di essere così inutili». Rudolph, facendosi piccolo piccolo disse con un fil di voce: «Non credo li troverete, poi sono rimasti in tre, Yakov è morto» «Come?» «Boom» disse l'omome allargando le braccia simulando l'esplosione, «saltato per aria in un deposito di carrelli alla stazione di Chisinau» Auguste fece per parlare ma lo stupore lo lasciò a bocca aperta e non gli riuscì di profferir parola, vedendo l'espressione del suo padrone a Rudolph venne da ridere, si guardò bene dal farlo e continuò: «Nitroglicerina, dicono gli esperti, ci hanno messo due ore a staccare i pezzi dalle pareti». La frustrazione stava prendendo il sopravvento sull'autocontrollo che il sovrintendente normalmente possedeva, fino a dieci minuti prima tutto sembrava andare per il meglio e ora, sembrava che il destino stesso complottando per far fallire tutto, ma le profezie parlavano chiaro, i calcoli erano stati fatti, questo era il momento, in realtà avrebbe dovuto essere l'anno successivo esattamente alla stessa data, lui aveva accelerato i tempi, non poteva permettersi di far trascorrere un altro anno, con il rischio che qualcosa andasse male, i suoi studiosi l'avevano avvertito che il fattore d'imponderabilità sarebbe stato più alto, che alcune circostanze in quel momento sfavorevoli in un anno avrebbero potuto trasformarsi in favorevoli, portando così il fattore d'imponderabilità a livelli accettabile. Lui seccamente aveva risposto: «Le circostanze sfavorevoli si eliminano, il vostro fattore d'imponderabilità tornerà a buoni livelli, ora!» aveva chiuso l'argomento con un gesto secco della mano che significava: «Non ne voglio più sentir parlare». Ora il peso delle sue scelte lo faceva sentire meno certo, non era più sicuro del suo operato e questo lo faceva arrabbiare tantissimo. Contrariamente a tanti altri, la rabbia anziché offuscargli la mente, lo rendeva più lucido; una domanda improvvisa, folgorante, gli attraversò la mente: «Che ci facevano alla stazione quegli uomini?» la risposta arrivò altrettanto improvvisamente, come improvvisamente seppe qual'era la soluzione: «Ma siete davvero tutti cretini? Ci vuole così poco a capire che quello è salito su un treno, sarà sicuramente diretto alla zona dei monasteri, dove c'è....» si fermò prima di pronunciare un nome che nemmeno il suo maggiordomo doveva sapere. La sua arma segreta non la conosceva nessuno e non poteva fidarsi di nessuno, non poteva permettersi che la costruzione di anni crollasse per una sua disattenzione. «Presto, gorilla stolido, vammi a prendere un orario ferroviario, muoviti, sei più lento di un bradipo, vai!» all'esortazione di Auguste, Rudolph, vedendo il suo padrone tornato normale, si affrettò ad uscire dalla stanza, ritornando subito dopo con un grosso volume che riportava gli orari e i percorsi di tutti i mezzi di trasporto dei Balcani e glielo porse. «Dunque, vediamo» disse meditabondo Auguste «A che ora è successa l'esplosione» «Alle 16 e 30» fu la risposta, il sovrintendente iniziò a sfogliare le pagine, quando trovò quella che cercava, fece scorrere l'indice fino a fermarsi su un percorso con l'orario di partenza: «Mmm questo è il più probabile e anche l'unico possibile: Chisinau-Suceava con passaggio della frontiera a Ungheni, sosta e cambio a Tecuci, sì direi che è proprio questo... forse forse ce la facciamo a...» mentre parlava esaminò l'orologio e scosse la testa: «Niente da fare a quest'ora ha già passato la frontiera, fermarlo lì con i nostri arruolati nelle guardie di confine, non se ne parla» rivolgendosi bruscamente al maggiordomo disse: «Muoviti, telefona a quelli di Galati ,in un'ora dovrebbero farcela, avvisali che devono trovarsi a Tecuci entro le 3 e 30, se lo sai, descrivi l'uomo che devono fermare» «E' uno di 45 anni, scuro e muscoloso, sembra uno spagnolo, indossa una sahariana di panno a righe, non abbiamo fotografie ma quelli che lo controllavano e che mi hanno telefonato, me l'hanno descritto» «Non dirlo a me, imbecille, dillo a loro e digli anche di fermarlo a ogni costo, muoviti altrimenti nemmeno questi fanno in tempo!» «Vol... vado, vado» fu la risposta.
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MessaggioInviato: 15 Apr 2006 04:35    Oggetto: Rispondi citando

Ruben entrò reggendo un vassoio di legno sul quale facevano bella mostra di sè, una scodella fumante, un pezzo di pane fatto in casa e un piatto il cui contenuto emanava un profumino...
Roska iniziò a scodinzolare sperando in qualche pezzettino di ciò che emanava quell'effluvio e che gli aveva solleticato nari. Rudolph vedendo la reazione del cane lo redarguì dicendo: «Tu nooon f..f..faare il g.g.gooloso. ch.che hai g.gi.già mmaangiato» il brontolio dello stomaco di Marta approvò, tutti e tre scoppiarono a ridere; Roska un po' deluso per il rimbrotto del padroncino, si vivacizzò di nuovo capendo che non era stato un rimprovero serio quando lui gli dette qualche colpetto affettuoso sulla testa.

Appoggiatole il vassoio sulle gambe Ruben disse: «E' roba buona, ti darà sostanza, mangia» Rudolph intanto, alle spalle della ragazza, le sistemava i cuscini dietro la schiena in modo che lei non facesse fatica a mantenersi eretta mentre consumava il pasto. A Marta non sembrava vero, due perfetti sconosciuti la stavano aiutando, le stavano riservando delle premure come se fosse stata loro sorella.
La fiducia ispiratale dai due la fece decidere, iniziò a raccontare loro la sua pazzesca avventura.
Iniziò con l'impulso strano di prendere un treno per Praga, la fuga dal treno, l'aquila che l'aveva guidata, la lettera del nonno, di come quella casa le fosse familiare, a questo punto Rudolph che aveva ascoltato con gli occhi sgranati si rivolse al fratello indicando Marta e dicendo: «M.ma aallora è llei» Ruben con un'occhiata imperiosa zittì il fratello le cui guance si colorarono di rosso e abbassò gli occhi imbarazzato.
«Sarei io che?» rivolgendosi a Ruben con fare inquisitorio «Ma.. niente non dargli retta, ogni tanto parla a sproposito» e dicendo questo lanciò un'altra occhiata di rimprovero al fratello che se possibile, cercò di farsi ancora più piccolo arrossendo di nuovo. «Eh no! Ora parli, io sono stata sincera con voi, vi ho raccontato la mia storia, ora tocca a voi, su forza!» Ruben cercò di tergiversare: «Ma.. non è niente d'importante, storie di paese, solo gli stupidi ci credono... e ne parlano» scoccando un terza occhiataccia al fratello che ora, con fare indifferente e al colmo dell'imbarazzo, stava accarezzando Roska che beato, si era messo sulla schiena a zampe all'aria, per godersi meglio le coccole.
Gli occhi azzurri di Marta assunsero un'aria inquisitoria fissando Ruben, come resistere a due occhi come quelli? La reticenza del ragazzo sparì come neve al sole e lui con voce calma, iniziò a raccontare: «Guarda che è una storia che circola qui in paese, non c'è niente di vero, anche se per questo, nessuno ha mai voluto abitare in questa casa, l'hanno data a noi perchè non avevano altro posto dove metterci, quando i nostri genitori sono morti.» «Mi piacciono le storie, forza racconta!» lo interruppe Marta con una voce tanto morbida che Rudolph e Roska smisero di fare quello che stavano facendo, affascinati dalla dolcezza di lei e Ruben capitolò definitivamente.
«Circola una storia su questa casa, dicono che porti sfortuna a chi ci abita, circa vent'anni anni fa, vi abitavano due anziani, lui era un professore, mi pare, e lei una signora che aiutava tutti quelli che lo chiedevano, avevano una nipote, una bimbetta di cinque anni» L'attenzione di Marta era talmente forte da essere quasi palpabile, Ruben continuò «Una notte queste persone, tutti e tre, sparirono, misteriosamente, di loro non si seppe mai nulla, qui in paese dicono che sono stati gli spettri maligni a portarseli via, c'è chi giura di aver visto delle ombre muoversi intorno alla casa quella notte. Da quel giorno fu considerata una casa maledetta, anche perché qui la gente crede che chi è stato portato via dagli spiriti, un giorno tornerà a riprendere possesso della casa, quello sarà un periodo oscuro per tutti gli abitanti, che saranno puniti per aver permesso agli spiriti di fare quello che hanno fatto. Come vedi...» a questo punto il ragazzo non poté più continuare perchè il viso di Marta aveva assunto un pallore mortale e gli occhi, sgranati, avevano iniziato a versare lacrime.
La ragazza cercò di parlare ma i singhiozzi glielo impedivano, Rudolph, prontamente si avviò in cucina e ritornò immediatamente con un bicchiere d'acqua: «B.b.be.eevi e c.calmati, nnoon f.fare c.c.c.così» la sua eccitazione era così forte che erano più i balbettii delle parole dette per intero.
Ringraziandolo con lo sguardo e sorridendogli, Marta prese il bicchiere e lo bevve tutto d'un fiato.
Calmatasi un poco iniziò a parlare: «Quanto credete a queste cose?» domandò e Rudolph: «Beh io c.ci c.cr.credo un p.po'» il fratello invece, accompagnando la frase con un gesto della mano: «Tutte sciocchezze!» «E se ti dicessi che Rudolph ha ragione, che sono io quella bimbetta? Che non sono stati degli spiriti ma della gente in carne e ossa a portarci via?» «Vuoi dire che la faccenda degli spiriti è solo una fantasia, mentre tutto il resto è vero, davvero hai abitato qui da piccola?» «Sì e te lo posso provare, c'è un angolino in soffitta, dove nascondevo la mia bambola, prima che mi spedissero a letto non permettendomi di portarla con me, per via dei microbi, dicevano, così io la mettevo là per farla stare al sicuro, ero certa, così facendo, che nessuno me l'avrebbe portata via e io l'avrei ritrovata il mattino dopo; naturalmente la notte del rapimento, solo così si può chiamare, non ebbi il tempo di riprendermela e probabilmente è ancora là» strofinandosi il mento fra l'incredulo e il sospettoso Ruben disse: «Mah, mi sembra una cosa così strana, dovrebbe essere ancora là dici? Ora andremo a vedere» non aveva finito di parlare che il piccolo Rudolph era scattato in piedi come una molla, imitato da Roska allarmatosi dal movimento improvviso del ragazzo. Svelto, seguito dal cane scodinzolante, si avviò per le scale che portavano al piano di sopra e da lì in soffitta. Dopo pochi minuti si sentì un trapestìo rumore di oggetti smossi e in capo a qualche altro minuto, Roska apparve sulla porta della stanza con un trofeo in bocca: una bambola di pezza con i capelli fatti da fili di lana e un vestito a quadri bianchi e rossi, fatta di quel materiale che sembra panno spugna con i lineamenti costituiti da pezzettini di stoffa cuciti sulla faccia tonda e piatta. Dietro di lui apparve un trafelato Rudolph che al colmo dell'eccitazione, incespicava sempre di più nelle parole: «L.l.l.l'ha t.r.tr.tr.trovaaata l.l.lui, s.s.sembraaava s.s.sapeeeesse d.doove aaandaaare a c.c.cercaaare» Ruben, oramai convintosi della verità delle affermazioni della ragazza, disse: «Bravo Roska, il tuo fiuto non mente, hai riconosciuto l'odore anche dopo vent'anni» con orgoglio diede una carezza al cane che, sedutosi al suo fianco, con la bambola ancora in bocca, si aspettava proprio quel tipo di ricompensa. «Bene, e ora che si fa?» domandò. «Devo assolutamente arrivare a Praga» disse Marta, estraendo dalla tasca il biglietto appena trovato nel cofanetto portagioie della nonna. «Là c'è la mia tata, se è ancora viva, lei potrà spiegarmi quello che è successo e che fine hanno fatto i miei nonni». Rudolph con aria afflitta disse «N.noi n.non aabbiamo n.neesun meezzo d.di t.t.traaasporto» e Ruben di rimando: «Noi no, Jan sì» negli occhi della ragazza apparve la domanda muta «E' l'uomo che porta il latte del villaggio al caseificio di Praga, è deciso, domani il nostro amico avrà un passeggero, ora prepariamoci per la notte, domattina ci si leva alle quattro, Jan parte alle cinque, su forza» così dicendo raccolse gli avanzi del pasto e portò il vassoio in cucina, tornato disse: «Vieni, ti mostro dove potrai passare la notte» prese per mano la ragazza che zoppicante, lo seguì, Rudolph e Roska chiudevano il corteo. Sbrigate le consuete operazioni igeniche, Marta s'infilò nel letto indossando come pigiama una camicia di Rudolph che le arrivava un po', un bel po', sopra il ginocchio, una volta sotto le coperte, con un sorriso e una malizia del tutto femminile, pensò allo sguardo ammirato che il ragazzo le aveva rivolto quando l'aveva vista con la propria camicia indossata. Inutile dire che nonostante la stanchezza per il concitato susseguirsi degli eventi, l'eccitazione era così forte che non le riuscì di prendere sonno.
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MessaggioInviato: 15 Apr 2006 23:27    Oggetto: Rispondi citando

Cŏster entrò con l'auto nell'ampio cortile del palazzo che ospitava la sede della sezione CZ. Trovò libero, come sempre, il posto nel quale era solito parcheggiare. Subito alla sua destra, un posto vuoto: era quello riservato all'ispettore Perutz, ormai assente da alcuni giorni. Avviandosi verso lo scalone che portava agli uffici ed al seminterrato utilizzato come sede della sezione, iniziò a chiedersi dove potesse essere in quel momento il suo superiore. Fino alla sera precedente non aveva dato notizie di sé. Quando gli aveva detto che si sarebbe allontanato da Praga per qualche giorno, Cŏster aveva tentato di scoprire dove fosse diretto, offrendosi di aiutarlo ad organizzare il viaggio; d'altronde, era uno dei suoi compiti e l'aveva sempre eseguito con efficienza nelle occasioni precedenti. Quella volta, però, l'ispettore era stato vago sulla sua reale destinazione, e con una scusa aveva evitato che il suo vice lo aiutasse. La motivazione che aveva addotto era più che plausibile, tuttavia l'intuito di Cŏster aveva rilevato che il suo superiore gli stava mentendo. Nonostante i suoi sospetti, non era riuscito a sapere di più. Aveva fatto fare indagini molto discrete da un poliziotto, suo vecchio compagno di studi, che non apparteneva alla sezione e quindi non aveva legami di riconoscenza o di semplice ammirazione nei confronti dell'ispettore: era risultato che aveva acquistato un biglietto ferroviario per Budapest e, a quanto pareva, era effettivamente salito su quel treno. Dove fosse sceso, alla stazione successiva oppure a Budapest, e di lì dove si fosse diretto: era un completo mistero. Aveva immediatamente avvertito il signor Rondel della partenza di Perutz, ed aveva dovuto sopportarne la violenta sfuriata, intrisa di sarcasmo, per non aver saputo seguire le tracce del suo superiore: ?A cosa mi serve un elemento come lei, inutile parassita, tronfio nella sua carica di vice comandante della sezione investigativa più efficiente di Praga? Rudolph avrebbe lavorato meglio di lei!? aveva concluso, riferendosi al suo maggiordomo.

In seguito, aveva dovuto contattare nuovamente l'irascibile Auguste Rondel, per avvertirlo di quella strana telefonata in codice, ed ammettere che aveva lasciato che un estraneo ne venisse a conoscenza. Aveva però rimediato brillantemente, eliminando il centralinista in modo pulito: Hansi sarebbe stato trovato quella mattina, o al più nel pomeriggio, qualche chilometro a valle oltre la città, impigliato in un ramo galleggiante oppure arenato lungo la riva del fiume. Erano molte le chiatte che percorrevano quel tratto di fiume, trasportando merci, e c'era anche un servizio di pattuglia organizzato dalla polizia fluviale: qualcuno avrebbe notato il corpo. La successiva analisi autoptica avrebbe mostrato un elevato tasso di alcol nel sangue, e questo avrebbe giustificato l'incidente come causa della morte. Il poveretto aveva bevuto troppo, forse per un festeggiamento anticipato del suo compleanno, e tornando a casa aveva perso l'equilibrio, cadendo nelle fredde acque della Moldova. Nessuno avrebbe indagato ulteriormente. Comunque, se anche nessuno avesse visto e recuperato il corpo, per Cŏster era indifferente: l'importante era che l'agente non potesse più parlare, e tanto a lui bastava. Appena entrato nell'ufficio di Perutz, avrebbe telefonato al signor Rondel per fargli una rapida relazione sugli avvenimenti della sera precedente, dettagliata quanto bastava affinché il Maestro capisse che aveva di fronte a sé un valido elemento, affidabile anche nelle situazioni più scabrose.

Arrivato allo scalone, iniziò a scendere e si accorse di non aver ancora smaltito completamente l'abbondante bevuta della sera precedente. Si sentiva intorpidito, ed il suo equilibrio non era ancora del tutto tornato. Inoltre, a tratti, gli compariva davanti agli occhi la scena che si era svolta sul ponte: lui che afferrava per le spalle il giovane agente reso incosciente dal colpo e lo spingeva al di là della ringhiera. Era preda di sensazioni contrastanti: in certi momenti si rimproverava di aver troncato la vita del collega, in altri si rimproverava di avergli chiesto scusa mentre lo uccideva. D'altronde ?mors tua, vita mea?: quella era una delle massime cui si ispirava, e mai ciò era stato più vero. Rondel non avrebbe esitato ad eliminarlo, se lui non avesse provveduto a risolvere la situazione: sarebbe diventato pericoloso per l'Ordine, oltre che inaffidabile.
Superò l'antico portone di noce che separava lo scalone dagli uffici della sezione, e si addentrò per il lungo corridoio. Gli uomini del turno di notte stavano per uscire e tornare a casa, ed una parte del personale che avrebbe coperto il turno diurno era già arrivata; quel giorno Hansi avrebbe dovuto prestare servizio dall'ora di pranzo, quindi ancora per qualche ora nessuno si sarebbe incuriosito non vedendolo arrivare. Il centralinista del turno del mattino era già al lavoro; il suo anziano collega era uscito pochi minuti prima dell'arrivo del sovrintendente. Cŏster salutò i colleghi, affacciandosi a quasi tutte le porte che si aprivano sul corridoio e scambiando una battuta con molti di loro: era uno dei membri con maggiore anzianità nella sezione e questo, nonostante la sua età relativamente giovane, gli dava quell'autorità che gli era necessaria per svolgere i suoi compiti, anche nei confronti degli agenti con una maggiore età anagrafica.
Si affacciò anche alla porta del centralino, in fondo al corridoio. Non avrebbe commesso due volte lo stesso errore: tutto sommato, sarebbe risultato molto improbabile che due centralinisti della sezione annegassero nella Moldova in due giorni consecutivi, e la sua fantasia nell'organizzare omicidi aveva già dato il massimo.
«Peter, mi raccomando» esordì, mentre l'agente si voltava verso di lui accennando ad alzarsi, subito bloccato da un cenno della mano del sovrintendente «Se telefona qualcuno per l'ispettore Perutz, avvertimi immediatamente e fammi parlare con lui. Non prendere messaggi e non passare la chiamata ad altri: solo io so cosa dire, secondo gli ordini che l'ispettore mi ha lasciato. Ovviamente, se telefona l'ispettore chiamami immediatamente»

Dopo essersi accertato che il centralinista, conosciuto nella sezione per non essere molto sveglio, avesse compreso correttamente le istruzioni, lasciò la stanzetta del centralino e percorse il corridoio fino all'ufficio del capo della sezione. Cŏster sperava che sarebbe rimasto di Perutz ancora per poco tempo: se gli uomini del signor Rondel avessero individuato l'ispettore e lo avessero eliminato, molto probabilmente il suo posto e l'ufficio sarebbero passati a lui. Sarebbe stato il primo passo di una veloce carriera, che avrebbe avuto un'ulteriore accelerazione qualora l'Ordine fosse riuscito a portare a termine l'ambizioso progetto, preparato da secoli e via via perfezionato ed aggiornato nei suoi dettagli. Anzi, probabilmente non sarebbe rimasto a lungo comandante della sezione CZ: avrebbe avuto incarichi di maggior potere e prestigio, forse nella polizia, grazie alla sua esperienza, o forse in altri organismi. Ciò che gli interessava, era avere una carriera brillante, che gli portasse potere ed una buona disponibilità finanziaria. Non si curava più, come invece aveva fatto nei primi tempi della sua militanza nell'Ordine, degli ideali che venivano propugnati: li aveva sostituiti con il suo personale interesse, e talvolta sospettava che il signor Rondel lo avesse intuito. L'atteggiamento nei suoi confronti era cambiato: sembrava che non lo trattasse molto meglio dei killer a pagamento che venivano incaricati di volta in volta, come se, appunto, si fosse accorto che la molla che lo muoveva non era più l'ideale bensì l'interesse. ?Ho venduto l'anima al diavolo? concluse tra sé e sé, mentre apriva la porta dell'ufficio ?per il denaro ed il potere. Speriamo almeno di potermeli godere?.

Chiuse con cura dietro di sé la porta a vetri, e si sedette alla scrivania. Guardò l'orologio: forse era troppo presto per cercare il signor Rondel al museo. L'avrebbe chiamato al numero di casa, al quale rispondeva sempre il fidato Rudolph. Spostò la sedia verso il tavolino che sorreggeva il telefono collegato direttamente con l'esterno, senza l'intervento del centralino, e sollevò la cornetta. Attese un attimo, per rivedere quali fossero i punti essenziali da riferire al Maestro, e compose il numero.
«Abitazione del dottor Rondel» rispose una voce professionale, ben impostata. Era il maggiordomo, Rudolph.
«Rudolph, sono il sovrintendente Cŏster » replicò «il signor Rondel è ancora in casa?»
«Si, glielo passo subito» fu la risposta.
Appena udì la voce del Maestro, Konrad iniziò la sua relazione, spiegando nei dettagli gli avvenimenti della sera precedente ed evidenziando l'opportunità delle sue scelte, grazie alle quali nessuno avrebbe potuto sospettare una morte dolosa anziché accidentale. Auguste Rondel sembrò molto soddisfatto, ed in realtà lo era: finalmente qualcosa andava per il verso giusto, e forse avrebbe dovuto rivedere il suo giudizio severo su quel giovane collaboratore. Tutto sommato, nel momento della necessità era stato in grado di portare a termine il suo compito, anche se al di fuori del suo campo specifico di addestramento.
«Bene Konrad» concluse Rondel «Ha svolto un eccellente lavoro. Voglio sperare che anche in futuro lei mi dia questi buoni risultati. Soprattutto, ci avverta qualora avesse notizie di Perutz»
«Sissignore, sarà fatto» rispose Cŏster, quasi fosse una recluta, sorpreso dall'elogio inaspettato «la avvertirò appena avrò qualche notizia»
La comunicazione venne chiusa da entrambi i capi della linea.
Dopo alcuni istanti di silenzio, il registratore da intercettazione nascosto nelle viscere dell'antico palazzo di piazza Středočen si fermò automaticamente.
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MessaggioInviato: 19 Apr 2006 17:26    Oggetto: Rispondi citando

Il tipico rumore ipnotico che fa il treno, non distoglieva Jorge dall'eccitazione che stava provando.
Finalmente, un'altra volta in azione: gli ultimi fatti alla stazione l'avevano fatto sentire ancora vivo e giovane. Nello spazio buio fuori dal finestrino, rivedeva le scene di tante azioni, compiute nel suo paese natio, pensava con tristezza agli amici persi «in battaglia» e ai nemici uccisi, fatti saltare in aria grazie agli ordigni che sapeva costruire. Istintivamente la mano accarezzò il contenitore che portava appeso alla cintura, la sua «amica» non l'avrebbe mai tradito, a patto che lui la trattasse con il rispetto e le precauzioni dovutegli. «¡Ésta es vida, la sangre todavía corre en las venas!» esclamò a voce alta, poi si accorse dello sguardo incuriosito della corpulenta passeggera che gli stava seduta di fronte, sorridendo replicò: «¡No nos haga caso soy un poco loco!» accompagnando la frase con l'indice che picchiettava la tempia a sottolineare di non essere del tutto sano di mente; l'altra ricambiò con un sorriso accondiscendente e distolse l'attenzione.

Dopo qualche ora arrivarono a Ungheni, la frontiera con la Romania; i suoi sensi furono subito in stato di allerta: qualcuno poteva riconoscerlo, il suo vecchio istruttore l'aveva avvertito: «Ognuno che incontri può essere un nemico che ha l'intento di distoglierti dalla missione, non fidarti mai di nessuno, anche se ti sembra una persona innocua, sotto le vesti di agnello può nascondersi un serpente» con l'arroganza tipica dei giovani lui aveva risposto: «Cabrones, serpiente, todos animales... ¡Jorge sabe cómo tratarlos!» ma non aveva mai dimenticato quell'avvertimento e ora sentiva la tensione irrigidirgli i muscoli del collo. Era un uomo d'azione e sapeva benissimo che se si fosse fatto prendere dall'ansia, avrebbe potuto compiere qualche sciocchezza: la missione era troppo importante, non poteva permetterselo. Fu sufficiente questo pensiero a farlo calmare di una calma glaciale e pronto a qualsiasi evenienza. Sul treno salirono le guardie confinarie per il consueto controllo dei passaporti; il funzionario che controllò il suo, ebbe un attimo di esitazione: guardò e riguardò il passaporto di Jorge sfogliandolo più di una volta; nello scompartimento iniziò a percepirsi un po' di tensione: normalmente le guardie confinarie davano un'occhiata distratta ai documenti, poi li restituivano in fretta ai loro proprietari. Il gendarme sembrava indeciso, quasi che la foto sul passaporto gli ricordasse qualche foto segnaletica; l'atteggiamento dell'uomo fece sì che Jorge si preparasse all'azione, aveva già valutato la situazione: nello scompartimento di fronte a lui c'era la donna corpulenta a cui si era rivolto prima, l'espressione della signora era quasi di consapevolezza, lui glielo aveva detto: «sono un poco matto» per lei era chiaro che anche la guardia se ne fosse accorta. A fianco della donna un posto vuoto, sul sedile a fianco della porta occupata dalla guardia, un omino magro che alternava lo sguardo dall'uomo in divisa a Jorge, come per capire quale fosse la causa di quella lungaggine, di fianco a Jorge sedeva una ragazza, carina, che istintivamente cercava di scostarsi da Jorge di quel poco che i braccioli le permettevano.
Con un movimento indifferente, il basco appoggiò le palme sul sedile come a volersi accomodare meglio, poi ne rialzò solo una, l'altra rimase appoggiata sul sedile un poco più indietro del suo fianco, a poca distanza dalla cintura dove stava appesa la navaja pronta ad essere impugnata.
Il piano era semplice: percorrere il breve spazio che lo separava dall'agente, accoltellarlo, sfruttare la confusione che ne sarebbe scaturita per dileguarsi nella notte, l'aveva già fatto altre volte, almeno tre della Guardia Civil erano sottoterra a causa di quell'azione fulminea e sorprendente e lui era ancora libero. L'uomo squadrò Jorge e disse: «E' un po' lontano dal suo paese signor Sasieta» lui mentendo spudoratamente rispose: «Estoy de vacaciones y he venido a encontrar a un amigo, ahora estoy yendo a encontrar a mi hermana» quando l'altro fece il cenno di non aver capito, Jorge, simulando una grossa difficoltà a parlare il rumeno, tradusse: «Sono en vacanzia a encontrar un amico, e ahora veder... mmmm... ¿cómo se dice? mia sorella, ¿entiende?» l'altro sorridendo alla difficoltà incontrate dall'uomo nel dare la spiegazione, sorrise e restituendogli il passaporto gli disse: «faccia buon viaggio» la tensione abbandonò Jorge e gli altri passeggeri, dopo poco il treno si rimise in moto con destinazione Tecuci, lì ci sarebbe stato il cambio di treno con circa tre ore di attesa.

Il resto del viaggio si svolse nella più assoluta tranquillità, i compagni di viaggio di Jorge avendo sentito che l'uomo faceva fatica a parlare la lingua dei Balcani, gli rivolgevano un sorriso quando lui distoglieva lo sguardo dal finestrino per scrutarli, le poche frasi che scambiarono fra di loro dovevano essere incomprensibili all'uomo che invece capiva benissimo, ma sostenendo la parte che aveva scelto, faceva finta di niente; ridacchiò dentro di se, quando la donna grassa di fronte a lui disse: «Poverino, non è del tutto registrato, non sa parlare nemmeno bene, eppure va in giro come se niente fosse», l'omino magro con un po' di astio rispondeva: «Se stessero a casa loro, guardate il tempo che ci ha fatto perdere alla frontiera» e la ragazza di rimando: «E' un bell'uomo, un po' strano ma nel complesso è affascinante, se sapesse parlare meglio magari chissà... potrebbe essere interessante approfondire un po' di più la sua conoscenza» la signora, un po' scandalizzata la redarguiva: «Ragazzina, ricorda il proverbio: «Mogli e buoi dei paesi tuoi», è uno straniero, non sai cosa gli passa per la testa». Quello che passava per la testa a Jorge era una sola cosa: portare a termine la sua missione, non aveva mai fallito ma questa volta l'impegno era maggiore, non poteva permettersi il benché minimo errore e tutti gli ostacoli dovevano essere abbattuti. Sorrise pensando a Katrina che lo chiamava scherzosamente «Il ciclone Jorge» e sorridendo aggiungeva: «Quando si mette in testa una cosa, non c'è verso di distoglierlo dai suoi intenti». Jorge era pronto a tutto, aveva già programmato la sua attesa a Tecuci, il riposo nel viaggio che lo separava da Suceava, cosa avrebbe fatto una volta arrivato là: si sarebbe informato sui monasteri della zona, cercando quello che indicativamente poteva corrispondere a ciò che cercava: un convento con il portale d'ingresso a forma di arco gotico sul quale doveva essere incisa un'iscrizione, avrebbe trovato l'uomo che esibiva un fregio come il suo, gli avrebbe consegnato la lettera. Tutto chiaro, tutto lineare, niente poteva andare storto. Non facendosi notare, accarezzò il fregio che per precauzione si era appuntato all'interno della sahariana, pensando con un po' di nostalgia al suo vecchio istruttore, disse tra se: «¡ha llegado la hora maestro, estarás orgulloso de mí!».
Alle 1.30 arrivarono puntualmente a Tecuci, i passeggeri dello scompartimento si erano già preparati a scendere, Jorge dietro a tutti attese che gli altri uscissero, quando anche la ragazza stava varcando la porta, con un sorriso le disse: «buenas noches niña», l'altra capendo la gentilezza del saluto, sorrise e alzò una mano in risposta. Arrivati al portellone del vagone, Jorge vide una donna in difficoltà con una grossa valigia, subito si apprestò a darle una mano, scusandosi con gli altri, scese velocemente e fece cenno alla donna di passargli il grosso bagaglio, questo gli diede modo di esaminare la pensilina di aspetto e quello che vide lo mise in allarme: due uomini stavano scrutando i passeggeri uno a uno come se cercassero qualcuno, lo facevano in modo indifferente, cercando di non dare nell'occhio; a Jorge però non sfuggì il comportamento dei due, «dos cabrones que buscan que comer» si disse e continuando: «cercate da mangiare? Bene, Jorge sarà felice di accontentarvi, ¡serpientes vestidos por cordero!», doveva agire velocemente: invitò la signora a seguirlo facendole capire che le avrebbe portato lui il bagaglio, almeno fino all'ingresso, la debole rimostranza della donna fu subito tacitata con un gesto di noncuranza: «soy fuerte y este no es pesado»; quegli uomini erano troppo lontani per sentire che aveva parlato spagnolo. Con un sorriso la donna accettò l'aiuto, detto fatto Jorge si caricò la valigia sulla spalla destra e offerse il braccio sinistro alla donna che, sempre sorridendo, accettò con grazia anche questa seconda gentilezza; si avviarono verso l'uscita. Uno spettatore esterno, poteva benissimo scambiare i due per una coppia di passeggeri arrivati a destinazione. Passando davanti ai due uomini, lasciandoli alla sua destra, Jorge, fece bene attenzione che la valigia nascondesse il suo viso allo sguardo dei due, in fondo loro cercavano un uomo solo e pericoloso non fecero nemmeno caso alla coppia: avevano visto da lontano la scena e non si preoccuparono di controllare. Arrivati all'uscita e fuori dalla vista dei due, l'uomo depositò il bagaglio a terra, rispose con un sorriso accattivante ai ringraziamenti dicendo: «nada, ha sido un placer» e pensando: «il piacere l'avete fatto me, tu e la tua valigia», svelto si eclissò nell'oscurità.

I suoi piani erano cambiati, quei due costituivano un ostacolo, dovevano essere eliminati, già ma come? La nitroglicerina non andava bene, avrebbe fatto troppo rumore e attirato gente, doveva essere fatto tutto in silenzio e lontano da occhi indiscreti, se si fosse fatto vedere, i due avrebbero cercato di raggiungerlo e si sarebbe comunque creata della confusione inopportuna: l'ultima cosa che lui voleva. Mentre faceva queste considerazioni, la folla dei passeggeri che scendevano dal treno si era diradata, i due non avendolo trovato sarebbero tornati sui loro passi, aveva pochissimo tempo, in quel momento vide la soluzione: parcheggiata nel piazzale prospiciente la stazione c'era la macchina dei due sgherri, grossa, nera, potente e anonima. La portiera posteriore non era bloccata, svelto, s'infilò nello spazio fra i sedili posteriori e quelli anteriori, estrasse la navaja e attese. L'attesa non fu lunga, da lì a poco i due salirono in macchina mentre uno diceva all'altro: «Ci hanno dato l'informazione sbagliata, su questo treno non c'è quello che cerchiamo» e l'altro rispondeva: «Adesso chi lo dice a quello, che ci ha fatto fare un viaggio a vuoto?» «Io no di sicuro, sai benissimo cosa succede a chi gli dà brutte notizie», mentre si svolgeva il dialogo, quello seduto al posto di guida fece per avviare il motore, in quel momento Jorge scattò: con un movimento velocissimo tagliò la gola, da un orecchio all'altro, di quello seduto a fianco del guidatore, mentre questi rantolando, con le mani cercava di fermare il sangue e la vita che lo stava abbandonando, Jorge velocemente puntò la lama alla gola dell'altro che, impietrito fissava il sangue del compagno imbrattare l'abitacolo. Con la voce gelida disse: «Allora cabron, vuoi fare la stessa fine del tuo compagno?» l'altro iniziò a scuotere la testa, il movimento repentino fece sì che la lama affilatissima, gli procurasse un taglio superficiale sotto la carotide sulla quale era appoggiata, immediatamente l'uomo si immobilizzò di nuovo, «Ecco bravo, stai fermo, hai visto la mia piccola cosa è in grado di fare!» la voce di Jorge era più fredda della lama che stava minacciando l'uomo, un flebile «Sì» fu la risposta. «¡Ahora, dime quién te manda!, dimmi chi ti manda», con la voce che pareva un sussurro l'uomo rispose: «Abbiamo ricevuto degli ordini....» come se questo spiegasse tutto; Jorge avvicinò le labbra all'orecchio dell'uomo e con una strana gentilezza disse: «Il nome o ti apro una seconda bocca, ma ti rimarrebbe poco tempo per mangiare» il balbettio fu quasi incomprensibile: «Il.. il.. signor Rondel» «Ah, bravo, vedo che ci tieni a vivere, ahora cabron, metti in moto e andiamocene di qui, svelto». L'altro non se lo fece ripetere due volte, avviò il motore e partì a razzo, «Piano serpiente, vuoi che mi sbilanci e ti faccia del male?» il motore scese di giri e la macchina rallentò fino a raggiungere una velocità normale; «Ecco bravo, dirigiti fuori città» fu il commento del basco.
Quando si furono lasciati le ultime luci della città alle spalle, Jorge si rivolse di nuovo all'autista: «Fermati al primo spiazzo deserto che trovi, dobbiamo gettare la spazzatura» disse indicando l'uomo morto e accasciato sul sedile di fianco, il guidatore, tremando come una foglia, accostò la macchina in prossimità di una radura alla fine della quale si sentiva lo scorrere dell'acqua, probabilmente di una roggia o di un canale d'irrigazione. Quando l'auto fu completamente ferma il basco pronunciò una sola parola: «Addio!» accompagnandola con un gesto repentino del braccio: l'autista fece la stessa fine del suo compare.

Imprecando fra i denti, Jorge scaricò i due corpi inerti dalla macchina e li fece rotolare nell'acqua, salì sulla macchina, cercò di pulire alla bella e meglio per non imbrattarsi con il sangue che ne sporcava l'interno, girò l'automezzo e si avviò per tornare verso la stazione: da lì a qualche ora se non fosse successo niente altro, avrebbe preso il treno per Suceava.
Mentre lasciava la macchina, nello stesso posto in cui era parcheggiata quando si erano allontanati, disse sottovoce: «Signor Rondel, da questa notte hai un nemico in più».
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MessaggioInviato: 20 Apr 2006 00:20    Oggetto: Rispondi citando

Aveva mantenuto un'andatura più elevata di quanto avesse immaginato: non era ancora ora di pranzo, ed era già arrivato a Campulung Moldovenesc. Rallentò, e percorse gli ultimi chilometri che lo separavano dall'abitato. A differenza di Vatra Dornei, che aveva attraversato poche ore prima, era un centro più importante. Non avrebbe potuto ancora essere definita una città, ma era in grado di offrire molte comodità, tra le quali un telefono.
Dal momento in cui era uscito dal suo ufficio alla sezione CZ, l'ispettore Perutz non aveva più avuto contatti con i suoi sottoposti. Non sapeva che cosa fosse accaduto, quali sviluppi avessero avuto le indagini che la sezione stava seguendo; forse era stata trovata qualche traccia di Padre Jacob, oppure qualche informazione importante era sfuggita all'analisi dei suoi uomini, che erano a conoscenza di pochi particolari di quell'indagine che l'ispettore seguiva personalmente. Avrebbe dovuto anche contattare i suoi superiori: non gli era mai accaduto di rimanere isolato per più giorni dai vertici della polizia di Praga. Infatti, la prassi era una riunione due volte la settimana tra tutti i responsabili di sezione, e contatti telefonici quotidiani tra di loro ed il responsabile dei servizi di polizia della capitale.

Era quello il motivo principale della linea telefonica diretta, che non aveva la necessità di passare tramite il centralino della sezione o, ancora peggio, quello dell'intera struttura di piazza Středočen, gestito da personale civile.
Ed era quello uno dei motivi di quell'accessorio supplementare, che Perutz aveva installato personalmente, senza l'aiuto di nessuno, utilizzando le competenze in materia di intercettazione derivanti dall'addestramento ricevuto dai cugini sovietici, negli ultimi anni prima che il ?patto di Varsavia? si sgretolasse.
Erano trascorsi alcuni anni da allora: le tecnologie si erano notevolmente evolute, ma per lui era sufficiente un impianto funzionante, anche se obsoleto. Tutto sommato, l'intercettato era lui stesso, quindi nessuno se ne sarebbe lamentato. Sarebbe stato sufficiente individuare un nascondiglio sicuro per l'impianto di registrazione, possibilmente non troppo lontano dal suo ufficio, e nascondere per bene i cavi in modo che i suoi uomini non li scoprissero.
Il fatto che gli uffici della sezione fossero situati nel seminterrato di un palazzo ottocentesco gli aveva semplificato il compito: al di sotto della sezione c'era ancora un livello, composto da locali che in passato erano utilizzati come cantine per la conservazione delle derrate alimentari dei ricchi proprietari del palazzo. Erano vani molto ampi, ma poco alti e pertanto erano stati giudicati non più utilizzabili. Nessuno si avventurava fino al secondo piano interrato, se non era a caccia di topi ed altri piccoli animali. Perutz aveva individuato un locale angusto, non dotato di impianto elettrico e di conseguenza condannato ad un'oscurità perenne, situato proprio al di sotto del suo ufficio. Pochi metri di cavo elettrico e di cavo per il segnale uscivano da un foro nascosto dagli scaffali della libreria, ed il gioco era fatto. Il registratore era dotato di grosse bobine, e registrava ad una velocità molto bassa. La qualità non era elevata, ma l'autonomia si: l'ispettore aveva verificato che, in base all'utilizzo che faceva di quella linea telefonica, la bobina durava quasi una settimana. Un sensore avviava il registratore all'inizio di ogni conversazione telefonica e l'interrompeva dopo un certo numero di secondi di silenzio.

Si avvicinò a Campulung Moldovenesc a bassa velocità, con il motore della vecchia Java che girava a poco più del minimo. Non voleva farsi notare più di quanto fosse necessario: probabilmente gli uomini dell'Ordine lo stavano ancora cercando. Avevano certamente controllato i rottami della Dacia, e il tratto scosceso lungo il quale l'auto era rotolata: non avevano trovato alcun corpo, tranne quello dell'autista della motrice. Anche se non più identificabile, non avrebbero potuto scambiarlo per lui. Di conseguenza, avrebbero ripreso le ricerche, allargando progressivamente il raggio d'azione, ed avrebbero rapidamente individuato la casa dell'allevatore che lo aveva ospitato. Era un brav'uomo, ma Perutz non si faceva illusioni: una discreta somma di denaro lo avrebbe convinto a raccontare tutto, anche della Java e della direzione che aveva preso.
Nessuno lo aveva superato su quella strada, ma l'Ordine aveva molti più mezzi di lui: come poteva escludere che un elicottero avesse permesso ai suoi cacciatori di arrivare a Campulung Moldovenesc prima di lui? Era anche possibile che colui che organizzava la ricerca avesse fatto confluire nella zona altri uomini dal capoluogo, Suceava. In quel modo lo avrebbero stretto in una morsa, dalla quale avrebbe avuto difficoltà a sganciarsi.
Per il momento, non poteva fare altro che farsi notare il meno possibile, rimanere nel paese lo stretto necessario, ed allontanarsi. Campulung Moldovenesc, per la sua posizione geografica, era al centro di tre strade importanti: quella da cui era arrivato, quella per Suceava e quella per Radauţi. Dunque, i suoi inseguitori sapevano da dove sarebbe arrivato, ma non potevano sapere quale delle altre due strade avrebbe imboccato. Inoltre, per una fortunata circostanza, la strada che doveva prendere era quella meno importante e meno diretta, perciò quella meno probabile. La strada dalla quale era arrivato attraversava il paese e proseguiva in pianura ed in linea retta verso il capoluogo. La strada per Radauţi si staccava dalla principale subito prima del paese, ed immediatamente iniziava ad arrampicarsi sulla montagna: era quella la strada che avrebbe percorso. La sua meta non era Radauţi, ma per i primi chilometri la strada sarebbe stata in comune.

In lontananza vide un paio di auto ferme al bivio, subito prima del paese. Nei pressi del punto in cui le strade si intersecavano c'era una stazione di servizio; le auto erano ferme nell'area della stazione, leggermente distanti dalle pompe dei carburanti. Grazie alla bassa velocità, poté fermarsi senza che lo notassero. Accostò sul ciglio della strada, scese dalla moto e la sollevò sul cavalletto senza spegnere il motore. Estrasse dalla borsa da viaggio un piccolo binocolo, lo tolse dalla custodia e concentrò la sua attenzione su quelle due auto e sugli occupanti. Non erano auto locali: le targhe erano romene, ma in quella zona poco sviluppata le auto occidentali di grossa cilindrata erano alla portata di pochi. Ed era ancora meno probabile vederne due ferme a pochi metri di distanza, allo stesso bivio. In entrambe le auto riuscì a distinguere almeno tre occupanti, ed ogni dubbio svanì.
Colui che coordinava le ricerche aveva lavorato di deduzione, e le sue conclusioni erano corrette. Certamente aveva lasciato almeno un'auto nel paese, ed un'altra all'uscita opposta, verso Suceava.
Per Perutz sarebbe stato troppo rischioso tentare di entrare nel paese: in pochi secondi mise a punto le necessarie modifiche ai suoi programmi. Le telefonate avrebbero dovuto attendere, e così pure il pranzo. Non avrebbe neppure potuto cambiare mezzo: la Java ormai era conosciuta, ma quello era l'unico centro della zona nel quale trovare un auto a noleggio. A Radauţi o, meglio ancora, a Suceava avrebbe avuto più possibilità, ma entrambi i centri erano molto oltre la sua destinazione: avrebbe continuato con la moto e, tutto sommato, la cosa non gli dispiaceva. Era un mezzo più agile e più indicato per quelle strade, e l'ispettore sapeva che i prossimi chilometri sarebbero stati molto tortuosi; inoltre, spostarsi in quel modo lo faceva sentire più giovane. Da molto tempo non sentiva il vento nei capelli e non vedeva l'asfalto scorrere sotto i suoi piedi; infine, e sorrise al pensiero, poteva persino permettersi di viaggiare senza casco, come la maggior parte dei motociclisti locali.
Rimise il binocolo nella custodia, lo ripose nella borsa da viaggio e risalì in sella alla Java. Un pensiero si affacciò alla sua mente: avrebbe potuto sfidarli ed entrare in paese a piedi, per i campi. Probabilmente nessuno lo avrebbe individuato, ma quali vantaggi ne avrebbe avuto? Ben pochi, a fronte dei rischi ai quali si sarebbe esposto.
Decise di mantenere il programma che aveva appena elaborato. Appoggiò i piedi a terra e diede la necessaria spinta affinché la moto avanzasse di mezzo metro ed il cavalletto si chiudesse; si assicurò che da quella distanza gli uomini sulle auto non potessero vedere la manovra, voltò la moto e si allontanò dal bivio.
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MessaggioInviato: 26 Apr 2006 17:09    Oggetto: Rispondi citando

La testa sparì dal riquadro della finestra, poco dopo un rettangolo di luce indicò che era stata aperta la porta d'ingresso. Giorgio, nel frattempo, aveva fatto segno a Giacomo di scendere dalla macchina e di raggiungerlo. La figura massiccia apparsa sulla porta pronunziò: «jó reggelt!», Giacomo non sapeva cosa rispondere e Giorgio, sorridendo, gli disse: «Ti ha detto: buongiorno» «Ah, buongiorno a lei» rispose il ragazzo sorridendo e aggiunse: «Dovrai farmi da interprete». L'uomo sulla porta, sorridendo a sua volta disse: «Nem problema, io parlo la tua lingua, così no traduzione est necessaria». Scostandosi dalla porta aggiunse: «Prego, entrate, Giorgio che piacere rivederti, penso che Mirtha sarà ancora più contenta di me» l'ultima frase fu accompagnata da un sorrisetto malizioso, che l'uomo esibì sotto i grossi baffi. Giacomo guardò l'amico e vide che le orecchie del gigante s'imporporarono a sentire quel nome, era la prima volta che il ragazzo vedeva il grosso amico imbarazzato, sorridendo si annotò mentalmente il particolare; Giorgio fece le presentazioni : rivolgendosi a Giacomo disse: «Questo è Pavel Saraş, un vecchio amico» rivolgendosi all'altro continuò: «Pavel, ti presento Giacomo Molai, è un tipo in gamba» i due si strinsero la mano calorosamente, entrambi un po' stupiti della forza che possedeva l'altro: Giacomo non pensava che un uomo dell'età che dimostrava Pavel potesse avere una stretta così poderosa e Pavel dal canto suo, ingannato dalla corporatura del ragazzo, si aspettava una stretta debole, mentre la mano che serrava la sua, sembrava dura come il ferro.

La stanza, in cui furono fatti accomodare, era la classica cucina contadina: il centro del locale era occupato da un grosso tavolo di legno massiccio, circondato da sedie della stessa fattura; nell'angolo opposto alla porta, faceva bella mostra di se un gigantesco camino, con la struttura per cuocere le vivande da una parte e con una panca di pietra, ove sedersi per godere del caldo, dall'altra; una cucina economica di ghisa smaltata di bianco, era appoggiata alla parete a fianco dell'ingresso, evidentemente la praticità aveva preso il sopravvento sulla tradizione del cucinare. Nell'aria si percepiva un caldo odore di legno bruciato e di verdure lessate; l'insieme era rilassante e accogliente, nel camino, dalla brace guizzavano alcune lingue di fuoco che contribuivano a rendere l'ambiente ancora più confortevole. Giacomo, che non aveva dimenticato niente del suo addestramento, percepì tutte queste cose contemporaneamente, la tensione di trovarsi un un luogo estraneo l'abbandonò ed ebbe la sensazione di trovarsi fra veri amici, gli sembrò addirittura un ambiente così familiare che istintivamente prese una sedia e si sedette, rivolse uno sguardo interrogativo gli altri come per dire: «Beh, che fate lì in piedi, sedetevi no!!??». Giorgio e il contadino guardarono il ragazzo che sentendosi osservato, avvampò e si alzò dicendo: «Scusate, non volevo essere invadente», il gigante a vedere la confusione dell'amico scoppiò in una sonora risata dicendo: «Non ti preoccupare, qui da Pavel è sempre così... uno entra e si sente a casa sua» sotto i grossi baffi dell'ungherese apparve di nuovo il sorriso: «La mia casa è la vostra casa».

Dei passi leggeri, si udirono per le scale che dal piano di sopra portavano alla cucina, una voce cristallina precedette la proprietaria: «György,meddig tart a szabadságod!?» una specie di ciclone in gonnella, scesa dall'ultimo gradino, attraversò la stanza e gettò le braccia al collo di Giorgio, le cui orecchie ora erano dello stesso colore della brace, «Ehm, salve Mirtha» la ragazza lo guardò con sospetto e replicò: «György, nem beszél magyarul?» «No Mirtha, il mio amico non capisce l'ungherese» «Allora parleremo la sua lingua, così tu non dovrai tradurre» disse la ragazza con un'alzata di spalle. Giacomo la osservava: più alta di lui, circa un metro e ottanta, robusta, i capelli neri le scendevano lisci fino a metà schiena, gli occhi magnetici in un viso ovale dai lineamenti fini, in contraddizione con il luogo e il tipo di vita condotta. Il fisico era generoso forse un po' in sovrappeso, ma probabilmente era solo apparenza, il fare deciso e i movimenti fluidi, denunciavano una muscolatura non comune in una donna. Quello che colpì Giacomo erano gli occhi di lei: verdi, chiari, luminosi, erano però occhi che promettevano tempesta se qualcuno l'avesse fatta arrabbiare. Giacomo trasferì lo sguardo sul suo grosso amico, il colore delle sue orecchie stava tornando normale, gli occhi del gigante non avevano lasciato il viso della ragazza nemmeno per un attimo, la luce di quello sguardo stupì il ragazzo: non avrebbe mai pensato di vedere una tale tenerezza nelle pupille dell'uomo d'azione che Giorgio aveva dimostrato di essere, anche la calma del gigante sembrava aver ceduto il passo all'eccitazione tipica, generata da quel sentimento che fa sentire «le farfalle nello stomaco» «Amico mio, l'amore ha preso anche te!» pensò Giacomo; quasi intuendone il pensiero, Giorgio, si ricompose tornando ad essere il serafico e granitico gigante di sempre. Rivolgendosi al contadino disse: «Dobbiamo andare in Romania e dobbiamo farlo il più discretamente possibile» dando la maggiore enfasi possibile alla parola «discretamente». Pavel con un sorriso che gli attraversava la faccia rispose «Nem problema, Mirtha vi porterà di là con l'aereo che usiamo per irrorare i campi, anche se sconfiniamo nessuno dirà qualcosa, ogni tanto capita, le guardie confinarie chiudono un occhio, un po' perché sono tutti innamorati di mia figlia e un po' grazie ai miei prosciutti che ogni tanto, guarda il caso, cadono dal furgone proprio davanti al posto di guardia» e strizzò l'occhio con un cenno d'intesa. La ragazza a sentire l'allusione alla sua bellezza avvampò come una scolaretta, strappando il sorriso di tutti, quando i suoi occhi iniziarono a mandare piccoli lampi d'irritazione, gli uomini si guardarono bene dal continuare, a Giacomo sembrava una pantera sul punto di sfoderare gli artigli e pronta a dare una lezione ai presenti, subito un pensiero affiorò nella sua mente: «Solo di una donna così ti potevi innamorare caro mio e lei sembra lo sia altrettanto, fate proprio una bella coppia».

«Ora però dovete rifocillarvi» disse Pavel, «La mia Mirtha è anche una brava cuoca, tu Giorgio ne sai qualcosa» «Oh, sì» rispose l'interpellato prendendosi fra pollice e indice la pelle dello stomaco, ricevendo una sonora pacca sulla spalla dalla ragazza che stando al gioco, replicò con tono severo: «Cosa vorresti dire bestione, che ti faccio ingrassare?» ma lo disse sorridendo e con l'aria soddisfatta di chi ha appena ricevuto un complimento. La scenetta fece venire un po' di nostalgia a Giacomo: lui non era mai riuscito a scherzare così con Marta, non era mai nemmeno riuscito a dirle quanto l'amasse, ora sentiva il desiderio struggente di averla vicino per dirle tutte le cose che non le aveva mai detto, tutte insieme, per sommergerla con quel sentimento che gli veniva dal cuore.
Notando il velo di tristezza negli occhi del ragazzo, Mirtha lo interpellò con fare che non ammetteva repliche: «Tu» puntando l'indice contro di lui «Tu mangerai il doppio degli altri, voglio vederti sorridere e guai a te se avanzi una briciola» Giacomo sorridendo all'imposizione, portò la mano tesa alla fronte rispondendo: «Ai suoi ordini comandante» la sua uscita scatenò un'altra risata generale e per un momento la tensione e i pericoli, la missione stessa, sembrarono inesistenti.

Prendere posto nell'aereo non fu facile per uno della stazza di Giorgio, bofonchiando e sbuffando salì e si sedette a fianco del pilota, Giacomo, salito prima si era messo dietro, per ultima salì Mirtha che si posizionò al posto di pilotaggio, indossava un paio di jeans e un vecchio giubbotto di cuoio, probabilmente appartenuto a suo padre, nonostante fosse così infagottata ,aveva sempre un aspetto molto piacevole, soprattutto ora che si era raccolta i capelli a crocchia sulla nuca. In un attimo decollarono, senza scossoni con una leggerezza che indicava l'abilità della ragazza e la sua abitudine a portare il mezzo, probabilmente quello era una parte del suo lavoro. Una volta in cielo, il ritmo costante del motore cullava i pensieri, lo spazio azzurro che li circondava sembrava volesse invitare a rilassarsi, a godere del panorama sottostante e non pensare a nient'altro. C'era da pensare invece, ci si doveva organizzare, Giorgio fu il primo a parlare: «Dove siamo diretti?» «Andiamo a Oradea, fuori città c'è la fattoria di Pier, mio cugino» il gigante subito all'erta replicò: «Dobbiamo proprio? meno gente sa della nostra presenza, meglio è!» quest'ultima frase fu detta con un tono che indusse la ragazza a guardarlo con apprensione: «C'è così tanto pericolo?» «A sufficienza» rispose Giorgio con aria indifferente studiata ad arte per tranquillizzarla, ma con scarso risultato, l'espressione della ragazza rimase allarmata e continuò: «Non c'è da preoccuparsi, Pier è innamorato di me, non farà parola con nessuno» un po' piccato e con una nota dura nella voce il gigante chiese: «Ah, e quando vi sposerete?» nel sentire la nota gelosa nella voce dell'uomo Mirtha sorrise compiaciuta e replicò: «Ma sei scemo? E' mio cugino, poi... è lui ad essere innamorato di me, io ho un'altra visione per la mia vita» «Ma come? Una bella famigliola, tanti bambini, poi se anche lui ha una fattoria, anche economicamente...» non poté continuare perché lei stizzita disse: «György!» in tono perentorio, aveva pronunciato il nome nella sua lingua natale, questo significava solo una cosa: «Basta così!» l'argomento fu chiuso su questa ultima battuta.

Atterrarono su una pista di terra battuta che terminava davanti ai silos adibiti a contenitori di grano.
Nel sentire il rumore dell'aereo, un uomo era uscito sull'aia, alto, muscoloso, con la pelle di quel colore tipico di chi passa molte ore lavorando sotto il sole. Vedendo la figura femminile scendere dall'aereo affrettò il passo per accorciare la distanza che li separava, rallentò subito dopo e il suo atteggiamento divenne sospettoso: dall'aereo vide scendere una strana coppia di individui: un gigante, alto più di due metri, e un ragazzo che quasi scompariva al suo fianco benché fosse appena più basso di Mirtha, sembrava un ragazzino accompagnato dal padre. La sua reazione non era sfuggita alla ragazza che gli andò incontro, lo baciò sulla guancia e gli disse: «Nessuna preoccupazione, sono amici ai quali ho dato un passaggio» «Garantisci tu per loro?» fu la risposta dell'uomo che ricambiò il bacio ma di sottecchi stava sbirciando il gigante con un po' di apprensione. Distolse lo sguardo rivolgendosi nuovo alla ragazza: «Cosa posso fare per te cuginetta bella?» «Per il momento farci riposare poi... Voi due dove dovete andare?» chiese la ragazza ai due che si erano tenuti un po' in disparte «Dalle parti di Suceava» rispose Giorgio nella voce del quale si sentiva la stessa nota di fastidio avuta in precedenza. Mirtha si rivolse al cugino e gli chiese: «Hai una macchina da darci?» «Ma certo, bambina mia, sai che per te andrei fra le gambe del diavolo» il tono era di sfida, avendo percepito la nota di fastidio nella risposta di Giorgio, sott'intendeva: «Non ho paura di te, anche se sei grosso come una montagna, farò di tutto per conquistare questa bella ragazza». Il tipico intuito femminile fece percepire alla donna il momento di tensione e i ringhi muti che i due si stavano scambiando, interruppe la silenziosa contesa dicendo: «Bene, allora pranzeremo, poi ricovereremo l'aereo nel capannone, nel primo pomeriggio partiremo per Suceava» a questo punto Giorgio disse: «Ragazza, tu non vai da nessuna parte, Pier è così gentile da prestarci una macchina e lo ringrazio, ma il tuo viaggio finisce qua» la frase fu detta con un tono così autorevole che Giacomo si aspettava una rassegnata accondiscendenza da parte della ragazza. Aveva dimenticato di averla paragonata ad una pantera, infatti lei si mise le mani sui fianchi a gambe larghe in mezzo all'aia disse: «Giorgio Beaugio, non penserai che io ti faccia attraversare la Romania con quella faccia, quanto tempo è che non dormi?» Sorpreso dalla reazione di lei e preso alla sprovvista dalla domanda, il gigante rispose: «Mah, saranno due notti, niente, che ci vuole a fare un viaggetto?» lei scuotendo la testa disse: «Quando uno ha la testa di legno... Non se ne parla nemmeno: pranzeremo, saliremo in macchina, tu e il tuo amico dormirete finché non siamo a destinazione!» Il tono era così deciso che né Giorgio né Giacomo e tanto meno Pier cercarono di replicare. L'unica cosa che Giorgio fece fu quella di guardare Giacomo, stringersi nelle spalle e sussurrare: «Che donna impossibile, mai vista una testarda così!» mentre si avviavano all'interno della casa per pranzare, il ragazzo se la rideva sotto i baffi.
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MessaggioInviato: 28 Apr 2006 23:30    Oggetto: Rispondi citando

Percorse cinquecento metri ad andatura molto lenta; svoltò in prossimità di un viottolo che penetrava nel bosco e, appena fu al riparo della vegetazione, voltò la moto ed attese, con il motore acceso. Rimase in attesa per alcuni minuti, il tempo necessario agli uomini di guardia al bivio per avviarsi e raggiungere l'intersezione del viottolo con la statale. Con le mani appoggiate sulle impugnature consumate del manubrio, le dita della sinistra allungate a toccare la leva della frizione ed il piede sinistro pronto ad inserire il rapporto, non mosse un muscolo per tutto il tempo in cui attese gli eventi.
La quiete del bosco era appena disturbata dal brontolio sommesso ed un po' irregolare del vecchio motore: quel rumore, che Perutz ben conosceva, gli infuse una sensazione di calma e di capacità di controllare la situazione. Utilizzò quei pochi minuti per analizzare ancora una volta l'insieme delle variabili e decidere il suo comportamento per ciascuna di esse.
Se le due auto avessero percorso il tratto di strada senza rallentare ed avessero superato il viottolo, avrebbe atteso ancora un minuto, poi sarebbe tornato sulla strada ed avrebbe nuovamente raggiunto Campulung Moldovenesc; avrebbe preso la strada per Radauţi, sicuro che nessuno per il momento lo avrebbe seguito.
Se l'auto fosse stata soltanto una, ciò avrebbe significato che i membri dell'Ordine sapevano svolgere il loro compito in modo efficiente, ed avevano lasciato un'auto al bivio per ogni evenienza; l'ispettore avrebbe atteso che l'auto tornasse indietro, quindi si sarebbe rimesso in marcia allontanandosi dal paese.
Se non avesse visto arrivare nessun autoveicolo, avrebbe raggiunto la statale e si sarebbe allontanato da Campulung Moldovenesc, alla ricerca di una strada secondaria che gli permettesse di aggirare l'ostacolo ed inserirsi su quella per Radauţi qualche chilometro più avanti.
Rimaneva l'eventualità più pericolosa: una o entrambe le auto avrebbero potuto individuare il viottolo in cui si era fermato, e tentare di bloccarne l'uscita in modo da impedirgli di raggiungere la strada principale. L'ispettore avrebbe potuto proseguire la fuga addentrandosi nel bosco: il viottolo si restringeva fino a diventare un semplice sentiero, accessibile alla sua Java ma non ai suoi inseguitori. Non ne conosceva però il percorso e sospettava che dopo poche decine di metri si interrompesse. Non avrebbe rischiato di chiudersi da solo in trappola, se proprio non ne fosse stato costretto. Decise che l'alternativa più vantaggiosa sarebbe stata cogliere gli inseguitori di sorpresa, senza dar loro il tempo di bloccare completamente l'accesso del viottolo, e tornare sulla strada.
Non accadde nulla di tutto ciò: nessun mezzo transitò per la strada, né in un senso né nell'altro.
Perutz aspettò per il tempo che aveva stabilito, poi raggiunse la strada principale, voltò e si allontanò da Campulung Moldovenesc.

Non gli fu necessario percorrere più di un paio di chilometri: dopo una curva a destra trovò ciò che stava cercando. Una strada male asfaltata, che negli anni aveva avuto una manutenzione quasi inesistente. Le pessime condizioni indicavano che era utilizzata soltanto per il traffico locale, ma le dimensioni della carreggiata e la presenza di paracarri di pietra dicevano che era qualcosa di più dei viottoli che si perdevano tra la boscaglia ed i pochi campi coltivati. Voltò, percorse qualche decina di metri e, quando fu certo di non essere più visibile dalla strada, si fermò. Estrasse dalla giacca una carta stradale, la orientò secondo i punti di riferimento dati dalla strada principale e controllò: la strada non era indicata, ma sembrava portare nella direzione voluta. D'altra parte, non aveva alternative: tornare indietro fino a Vatra Dornei sarebbe stato inutile oltreché molto rischioso. Ripose la carta e riprese il viaggio.
La strada in alcuni tratti sembrava migliorare; Perutz aumentò l'andatura e dopo la curva successiva fu costretto a frenare bruscamente per evitare le profonde buche che avrebbero posto fine al suo viaggio. Dopo un paio di tentativi ed altrettante cadute evitate per poco, si persuase che non era possibile recuperare in quel tratto il tempo perso all'ingresso del paese. Individuò una velocità che gli permetteva di anticipare con sicurezza le insidie del terreno, e la mantenne. In quella situazione c'era almeno un aspetto positivo: nessuno lo avrebbe cercato in quel tratto di strada. Poteva rilassarsi, concentrarsi sulla guida e riflettere sulle prossime mosse, senza essere costretto a guardarsi indietro. Ma sapeva che non sarebbe durato: appena avesse raggiunto la statale per Radauţi, i problemi si sarebbero ripresentati.
Stava iniziando a domandarsi se avesse scelto la strada giusta quando, dopo una curva, vide l'asfalto regolare della strada nella quale voleva immettersi. Rallentò, verificò che nessun altro mezzo si stesse avvicinando, e voltò a sinistra.
Aveva aggirato i posti di blocco organizzati dall'Ordine, e con molta probabilità nessuno si era accorto di lui; pertanto, poteva sperare di avere qualche ora di vantaggio sugli inseguitori, e questo gli sarebbe bastato per arrivare al bivio per il monastero Suceviţa. Di lì in avanti sarebbe stata questione di pochi chilometri, da percorrere su strade locali ma ben tenute, nelle quali difficilmente l'Ordine avrebbe disperso i suoi uomini per dargli la caccia.
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MessaggioInviato: 06 Mag 2006 20:30    Oggetto: Rispondi citando

Il viaggio fu abbastanza monotono, Jan era un uomo di poche parole e vista l'ora, a Marta andava benissimo. La notte insonne, l'agitazione, la levataccia, non erano certo il presupposto della tranquillità e del buonumore. Alle quattro quando Rudolph aveva bussato alla porta, lei aveva risposto: «Cinque minuti e sono pronta». I due ragazzi l'aspettavano nell'aia e Roska, in fondo, vicino alla siepe, stava dando la caccia a qualcosa di inesistente o almeno così sembrava. Scodinzolava e ringhiava di gola per stanare un nemico che solo lui poteva vedere.
Quando la ragazza uscì, percependo la sua presenza, il grosso cane smise immediatamente la sua attività e corse a strofinare il naso sulle gambe di lei, sperando nella carezza che immancabilmente arrivò. Ruben scrutandole il viso disse: «N.n.non s.s.semmbra cche ttu a.a.abbia ri.ri.riposato mmmolto» Marta con un sorriso stanco: «Troppi avvenimenti, troppo strani e troppo vicini» Rudolph, sbrigativamente disse: «Andiamo o non faremo in tempo a intercettare Jan» il quartetto si avviò verso il paese: dalla piazza sarebbe partito il camion del latte. Prima di salire sull'autocarro, Marta con rammarico salutò i due ragazzi, fece l'ultima carezza a Roska diligentemente seduto al fianco di Rudolph, una volta in cabina, guardando dal finestrino vide i due con il muso lungo e il cane che si era accucciato, aveva capito che quella era l'ultima volta che vedeva la sua nuova amica: era troppo, scoppiando in lacrime scese dall'automezzo e abbracciò prima Ruben, il normale balbettio del ragazzo era accentuato dal momento emozionante: «T.t.t.t.t.tooorna a t.t.t.t.rrrovarci quaaando vuoi» Rudolph che cercava di darsi un contegno, quando lei lo abbracciò, le sussurrò all'orecchio: «Noi ci saremo sempre, se ne hai bisogno» Roska prese a uggiolare quando lei gli prese la grossa testa fra le mani e per dimostrarle a suo modo di apprezzare il saluto, iniziò a leccarle la faccia, quasi a volerla pregare di non andarsene. Jan iniziando a dare segni d'impazienza: «Il latte non aspetta» interruppe i saluti e Marta, svelta, riprese posto nel sedile del passeggero.

Il silenzio dell'uomo, il rumore del motore, il ballonzolio del mezzo sulla strada sconnessa, indussero in Marta un benefico torpore che terminò quando lo scossone, del camion che si fermava, le annunciò che erano arrivati. Scesa dal camion si accorse di non aver benché la minima idea di quale fosse la direzione da prendere. Estrasse di tasca il bigliettino trovato nel portagioie della nonna e lo mostrò al suo taciturno autista, vedendo l'indirizzo l'uomo assunse un'aria perplessa e iniziò a grattarsi la testa: «Chissà come mai quella ragazza voleva andare in uno dei più prestigiosi hotels di Praga?» decise che non erano fatti suoi e sorridendo le indicò la la fermata di un tram dicendo: «čtrnáct» allo sguardo interrogativo della ragazza, vedendo che non capiva aprì tutte e due le mani mostrando dieci dita e poi ne chiuse una e mostrando solo quattro dita con quella rimasta aperta, «Devo prendere il tram numero 14?» l'altro fece un cenno di assenso con la testa; poi utilizzò indice e medio, mimando due gambe in cammino e di nuovo disse: «devĕt» mostrando le cinque dita di una mano e quattro dell'altra, «Devo scendere dopo nove fermate?» chiese Marta, altro cenno d'assenso dell'uomo. «Grazie» replicò sorridendo Marta e l'altro: «Prosím, dobrý den!, na shledanou!» queste parole scatenarono nella mente una incredibile quantità di ricordi: le riconosceva, sapeva cosa significavano, l'uomo le aveva detto: «Prego, buongiorno, arrivederci», alzò una mano e accomiatandosi si avviò nella direzione indicatale. Nel turbinio dei ricordi e delle emozioni un pensiero le affiorò alla mente: quest'avventura è iniziata su un tram e sembra che debba proseguire con lo stesso mezzo, ridacchiando fra se salì sul tram che in quel momento era arrivato. Con un po' di difficoltà e grazie ad un passeggero molto gentile, che le pagò la corsa e non volle il corrispondente nella valuta che la ragazza possedeva, finalmente arrivò all'indirizzo del biglietto. Lo sgomento e lo sconforto l'assalirono quando si trovò davanti ad un lussuoso hotel che sicuramente non era l'abitazione della sua tata.

Eva Zecovic, una specie di giunone di sessant'anni stava guardando dalla finestra della sua villetta, ed era soddisfatta: poteva vantare quel piccolo spazio, al 18 di Senovazne Namesti, di fronte al prestigioso Carlo IV, Boscolo Luxury Hotel, in una delle zone più centrali di Praga: quella denominata Praga 1 di cui fa parte il quartiere Mala Strana; non era da tutti avere uno spazio in una zona così prestigiosa e ben frequentata. La donna che viveva sola, non era agiata: aveva lavorato tutta la vita come governante, cameriera, balia, tutte attività che non potevano certo averle fruttato la somma di denaro che le aveva permesso di comprarsi quella casetta e con il rimanente godersi il meritato riposo della pensione. Ai vicini non aveva mai raccontato la sua vita, anzi era molto riservata e non parlava volentieri con loro, li considerava un po' impiccioni e questo la infastidiva.
Si accontentava della sua casetta, del piccolo giardino in cui coltivava i suoi fiori; dopo aver sbrigato le consuete faccende domestiche e aver prestato le cure necessarie al giardino, si sedeva sulla poltrona posta davanti alla finestra e guardava la vita che scorreva nella via, sentendosi partecipe di quell'animazione. Quando regolarmente usciva per acquistare le provviste, il tratto di via che la finestra permetteva di vedere, lei lo percorreva con la sensazione che fosse di sua proprietà, tante erano le ore passate a guardarlo e a immaginarsi la storia di ogni passante che percorreva quello spazio. Sul marciapiede di fronte, proprio davanti al prestigioso hotel, che in qualche modo sovrastava la sua casetta, vide una ragazza che con l'aria sperduta si guardava in giro affranta. Una delle tante turiste, vengono qui, non sanno una parola e pensano, solo perché hanno un bel faccino, che tutto sia facile, che tutto sia alla loro portata, eh ragazza mia, la vita è dura, non basta essere carine per ottenere ciò che si vuole. Con questi pensieri Eva continuava a cercare di capire cosa stesse affliggendo quella ragazzina. Stranamente la sua attenzione era più accentuata del solito, le movenze della ragazza scatenavano in Eva qualcosa che la donna non riusciva a individuare; le sembravano familari, cercò nei ricordi ma da questi non affiorò il minimo indizio; la sensazione persisteva ed Eva decise che era ora di cambiare gli occhiali, la sua vista stava diminuendo e questi erano gli scherzi che gli occhiali, insufficienti alla crescente miopia, le stavano facendo: vedeva una cosa per un'altra.

Continuando ad alternare lo sguardo, dal biglietto che teneva in mano alla pretenziosa facciata dell'hotel che le stava di fronte, Marta, delusa e amareggiata, aveva voglia di piangere, gli occhi le si riempirono di lacrime rendendo tutto quello che vedeva, tremolante come il suo mento, sento che mi verrà una crisi isterica, stava pensando, devo farmi forza, mi sono illusa e ora pago lo scotto per questa illusione, povera scema, pensavi forse che le cose fossero così facili? Trovi un biglietto e subito credi che tutto si risolva, magari una volta, vent'anni fa qui c'era davvero una casa, ma ora c'è questo edificio per soli ricchi e la mia tata chissà dove sarà ora! Nonno mi dispiace, hai posto troppa fiducia in me, ora sono qui e non so nemmeno dove andare, ti ho deluso su tutta la linea. Mentre si diceva tutto questo, aveva rivolto lo sguardo ad una targa in pietra, posta sulla facciata di uno dei due edifici che componevano il palazzo, nel vedere la data incisavi sgranò gli occhi, con il dorso della mano si deterse le lacrime per assicurarsi di vederci bene: «1890» recitava la targa, la data era seguita da altre: «1920...1940» intercalate da parole in lingua ceca a lei incomprensibili. Una lingua di speranza iniziò a scaldarle il cuore: se queste sono le date che indicano la costruzione e le modifiche al palazzo, ci deve essere un errore da qualche parte e non può essere che sul biglietto. Avvicinando il foglio agli occhi, si accorse di una cosa che in precedenza le era sfuggita: quello che aveva scambiato per un tre, in realtà era un altro numero, cancellato in parte dall'usura o da un poco di umidità, guardando ancora meglio e controluce si vedeva abbastanza chiaramente che il numero originale era un otto! L'indirizzo originale era Senovazne Namesti 18. Non tutto era perduto! Iniziò a guardarsi in giro per capire quale era la sequenza dei numeri civici, capì che il numero cercato doveva corrispondere a un punto situato all'altro lato della strada, senza nessun indugio, attraversò la strada.

Eva, nonostante la decisione presa di non interessarsi della ragazzina, continuava di tanto in tanto a controllare le sue azioni, quando la vide attraversare la strada e dirigersi verso la sua casa, la curiosità prese il sopravvento, quella sensazione di familiarità persisteva e a Eva causava una sorta di fastidio, come se si fosse seduta su uno spillo; rimase seduta, ben decisa a non farsi coinvolgere né dalle sue fantasie né dalla probabile richiesta di aiuto che poteva pervenire dalla ragazza. Troppo comodo, pensava, non sai cosa fare e ora vieni da me a farti aiutare, sperando di ottenere chissà che cosa, eh no! Cara mia dalla vecchia Eva non avrai proprio niente. Il diavoletto seduto su una spalla era tutto gongolante: la sua assistita si stava comportando in un modo veramente degno; dall'altro lato il piccolo angelo non si arrese alla sconfitta: fece in modo che all'anziana signora tornasse in mente il suo passato di governante e l'amore che aveva provato nell'allevare figli altrui. Il cuore della donna si riempì di tenerezza per quella fanciullina: le sembrava così sperduta e spaventata che il suo istinto materno, oramai scatenatosi, le fece venire una gran voglia di stringerla fra le braccia e rassicurarla. Con la lentezza dovuta all'età, agli acciacchi e alla mole, la donna si alzò e si avviò verso la porta, la aprì e percorse il corto vialetto che portava al cancellino sulla strada. «Cara, ti sei persa? Hai forse bisogno di qualcosa?» domandò alla ragazza che si stava avvicinando. «Cerco una persona» rispose Marta, «La signora Eva Zecovic».

Eva sentendo il suo nome rimase interdetta: «E.... cosa desideri da questa signora?» il diavoletto pensò di aver segnato un altro punto a suo favore: il sospetto e la diffidenza, sue alleate, stavano facendo scomparire la tenerezza. Marta rispose: «E' la mia tata, la signora che mi allevato e curato fino a quando....» non poté finire la frase perché l'anziana signora aveva aperto il cancellino, l'aveva abbracciata e ora la stava stringendo, quasi soffocandola con quell'enorme seno di cui era proprietaria. «Sono io, piccola mia!» le lacrime scendevano copiose sulle gote dell'anziana che ancora non credeva alle proprie orecchie. «La mia piccola Marta, dopo tutti questi anni! Come hai fatto a trovarmi? Come mai sei qui? Cosa ti ha spinto a cercarmi? Ma guardati come sei cresciuta, sei una donna, e che donna!» Travolta dal fiume di parole Marta non sapeva se ridere o piangere, anche lei con gli occhi pieni di lacrime di gioia disse: «Tata, ho bisogno del tuo aiuto, proprio come quando ero piccola» «Certo piccola mia, vieni dentro, non diamo spettacolo, non sta bene!» altri ricordi sommersero Marta: quante volte aveva sentito quelle parole.
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MessaggioInviato: 11 Mag 2006 06:27    Oggetto: Rispondi citando

Percorse la statale per Radauţi ad un'andatura piuttosto elevata, confidando nella sua abilità e nelle buone condizioni del fondo stradale: voleva raggiungere il bivio per Suceviţa nel più breve tempo possibile, in modo da lasciare la strada principale prima che qualche appartenente all'Ordine lo individuasse. A quel punto, era chiaro che lo stavano cercando in quella zona, ma non avevano elementi per restringere il campo di ricerca, e lui non aveva nessuna intenzione di fornirglieli, almeno non prima di aver incontrato Padre Mihail ed avergli consegnato gli antichi documenti. Erano sopravvissuti nei secoli a minacce altrettanto gravi, protetti sovente a rischio della vita, e Perutz non avrebbe mai permesso che cadessero nelle mani degli emissari dell'Ordine proprio mentre erano in sua custodia. Aveva rischiato di perderli durante l'incidente causato dalla motrice, sui tornanti dei Carpazi, e li aveva recuperati soltanto grazie ad un colpo di fortuna, ed alla curiosità del pastore che lo aveva soccorso. Da quel momento, aveva cercato di prevedere ed evitare ogni possibile situazione di rischio per i documenti.
Quando era partito da Praga per i monasteri della Moldavia romena, non era convinto dell'importanza di quei documenti tanto quanto lo era in quel momento: le energie messe in campo dall'Ordine per rintracciarlo gli avevano fatto comprendere che probabilmente aveva con sé documenti di grande valore per la sopravvivenza dell'Ordine. Infatti, un tale dispiego di uomini e mezzi non era giustificato per la sua persona e per ciò che fino ad allora era riuscito a scoprire: aveva collezionato un'infinità di piccoli tasselli, aveva ottenuto numerose informazioni, ma le zone d'ombra erano ancora molte e gli mancava la visione d'insieme. Inoltre, avrebbero potuto catturarlo a Praga, qualche giorno prima, con molta più facilità. Soprattutto, non sapeva perché l'Ordine negli ultimi tempi avesse aumentato l'intensità e l'importanza delle operazioni, arrivando a rapire e far scomparire Padre Jacob: sembrava quasi che si stessero avvicinando ad un momento particolarmente importante per loro, per il quale dovessero completare qualche oscuro progetto.
In conclusione, pensò mentre si voltava per l'ennesima volta a guardare la strada sgombra dietro di sé, non avrebbe abbandonato la borsa con i documenti per nessuna ragione. Era un esperto di tecniche di polizia ed aveva ricevuto un ottimo addestramento militare: poteva intuire come avrebbero ragionato e quali misure avrebbero messo in atto i suoi antagonisti. Aveva una buona esperienza, un'intelligenza duttile ed elastica, un'età ancora giovane ed un fisico allenato: tutto questo, unito alla buona conoscenza di quei luoghi, gli avrebbe permesso di rendere molto difficile la loro caccia.
Percorse gli ultimi chilometri di statale rallentando leggermente l'andatura, mantenendo comunque una velocità molto più elevata di quella tenuta dagli altri mezzi che percorrevano la strada verso Radauţi. L'unico specchietto retrovisore di cui la Java era dotata vibrava tanto da risultare inutilizzabile: la strada dietro di sé risultava come una macchia indistinta. Per ciò che riguardava le normali esigenze di guida, Perutz non ne aveva bisogno: essendo molto più veloce degli altri mezzi, poteva iniziare il sorpasso dei vecchi camion che trasportavano merci o degli altrettanto vecchi pullman carichi di turisti senza curarsi di controllare dietro di sé.
Il motivo per cui, ad intervalli più o meno regolari, voltava la testa per una frazione di secondo, dopo essersi assicurato che l'asfalto davanti alla moto non presentasse qualche buca imprevista, era un altro: temeva di vedere avvicinarsi una delle due potenti berline che aveva visto al bivio di Campulung Moldovenesc. Non poteva permettere che gli si avvicinassero troppo, ma non avrebbe potuto aumentare di molto la sua andatura: se si fosse verificata quella situazione, avrebbe deciso sul momento, anche in base alle caratteristiche del tratto di strada. In generale, la migliore strategia era portare gli inseguitori su un terreno a loro sfavorevole; in quel momento, il terreno che stava percorrendo era più favorevole ad un automezzo recente che ad una vecchia motocicletta, ma la situazione sarebbe rapidamente cambiata a suo favore se avesse imboccato uno dei numerosi viottoli di campagna che attraversavano la strada principale. La velocità sarebbe scesa, ed avrebbero acquistato importanza l'agilità e le ridotte dimensioni della Java. Poche ore prima aveva scartato la decisione della fuga nei boschi, perché non conosceva il percorso e la lunghezza di quei viottoli, e perché aveva una valida alternativa; in quella nuova situazione, probabilmente sarebbe stata l'unica speranza di sganciarsi.
Stava ancora pensando a come comportarsi in una simile emergenza, quando intravvide in lontananza il bivio per Suceviţa. Rallentò, e scalò i rapporti fino alla seconda. Ebbe così il tempo, voltando a sinistra, di osservare l'area attorno a sé senza doversi fermare: in quel momento nessun mezzo stava sopraggiungendo, né da Radauţi, né da Campulung Moldovenesc. Un istante prima di completare la curva, guardò ancora dietro di sé: non vide nessuno, fino alla curva precedente. Diede gas, e la Java riprese giri più velocemente di quanto si sarebbe potuto immaginare, giudicandola dall'età e dalle condizioni. In pochi secondi sparì dalla vista di chiunque avesse percorso la statale: se qualcuno era sulle sue tracce, non avrebbe potuto intuire la sua svolta in quella strada secondaria, ed avrebbe proseguito per Radauţi. Nessuno lo aveva visto svoltare; il bivio era in aperta campagna e quindi i suoi inseguitori non avrebbero avuto nessuno da interrogare.
Aveva buone possibilità di arrivare al monastero per l'ora di cena, senza incontrare ulteriori sorprese. La strada era secondaria, ma tenuta in buone condizioni a causa dell'intenso traffico turistico che i monasteri generavano; mantenne una velocità non molto elevata, in modo da non essere notato. Nonostante la vecchia moto con targa romena, Perutz non si illudeva di riuscire a mimetizzarsi con gli abitanti di quelle zone. Soprattutto, era consapevole che, più di ogni altra cosa, un'andatura molto veloce lo avrebbe fatto notare: quasi tutti gli altri motociclisti mantenevano l'andatura tipica di chi non ha fretta di arrivare.
Superò un paio di pullman recenti, con targa tedesca, e percorse gli ultimi chilometri gustando il paesaggio: una lunga sequenza di declivi appena accennati, coperti da boschi lussureggianti, intervallati da zone coltivate. Il sole iniziava ad abbassarsi alla sua sinistra, mentre la moto affrontò una serie di curve abbastanza ampie.
Improvvisamente, Perutz vide davanti a sé l'imponente mole del monastero di Suceviţa, sul lato destro della strada. Di fronte ad esso, sul lato opposto, un ampio parcheggio a disposizione dei pullman e delle auto dei turisti e dei pellegrini. L'ispettore rallentò, voltò a sinistra ed entrò nel parcheggio, ormai deserto: l'orario delle visite era terminato. Indirizzò la moto verso il monastero, spense il motore, posizionò il cavalletto e rimase qualche istante fermo, nel silenzio del bosco dietro di sé, intento ad ammirarne la bellezza.
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MessaggioInviato: 13 Mag 2006 01:05    Oggetto: Rispondi citando

Il monastero di Suceviţa era situato all'ingresso del paese, che non occorreva attraversare nel caso si arrivasse dal bivio per Radauţi. Perutz ricordava di aver letto qualcosa al suo riguardo: edificato verso la fine del XVI secolo, era abitato da monache ed era uno dei più imponenti e spettacolari che avesse visto. Come la maggior parte dei monasteri della zona, all'esterno aveva più l'apparenza di un castello fortificato che di un luogo di culto. Era infatti protetto da spesse mura che disegnavano un perimetro quadrato attorno alla chiesa, rafforzate da quattro torri di guardia agli angoli. Distante dalla strada, era collegato ad essa da un lungo viale alberato, che conduceva i visitatori al portone d'ingresso ricavato nella torre centrale. L'impressione che generava in chi si trovava a passare per quella strada per la prima volta era di inattesa ammirazione per la sua maestosità e per il perfetto stato di conservazione. La cosa che maggiormente lo aveva meravigliato, durante il suo primo viaggio, erano stati gli affreschi: non abbellivano solamente le pareti interne della chiesa, come aveva sempre visto negli altri Paesi, bensì anche quelle esterne. Secondo gli esperti, erano stati usati colori dalla composizione chimica tuttora sconosciuta, che avevano permesso agli affreschi di mantenere quasi intatte l'intensità e la vividezza dei propri colori, nonostante l'esposizione per secoli alle intemperie.

Perutz non rimase a lungo ad ammirare il monastero: pur essendo ormai minimo il rischio di essere individuato su quel tratto di strada da un membro dell'Ordine, era comunque più prudente nascondere la Java. Riaccese il motore, attraversò la strada in quel momento deserta e percorse lentamente il lungo viale di accesso. Il pesante portale inserito nella torre centrale era già stato chiuso. Nonostante ciò, l'arrivo dell'ispettore venne notato: fece in tempo a scendere dalla moto, sollevarla sul cavalletto lasciandola con il motore al minimo, e sentì il rumore di un catenaccio che veniva fatto scorrere. Pochi istanti dopo, si aprì una piccola porta ricavata nel portale e comparve la sagoma minuta di una suora di mezz'età. Rimanendo all'interno del varco, diede un'occhiata all'abbigliamento di Perutz ed alla moto, quindi gli si rivolse in romeno, chiedendogli il motivo della visita. Non gli disse che l'orario per i visitatori era ormai terminato, probabilmente perché i vestiti stazzonati dal lungo viaggio in moto, l'aria stanca, la barba non fatta e l'anzianità della Java non lo facevano apparire un turista.
L'ispettore rispose con un sorriso un po' forzato e, nel suo romeno incerto, ma sufficiente per essere compreso, disse:
«Sono atteso da Padre Mihail»
La suora comprese immediatamente chi fosse lo straniero; gli domandò, in inglese:
«Lei è la persona di Praga che Padre Mihail aspettava per ieri?» e, senza neppure attendere la risposta fece un passo indietro ed iniziò ad aprire maggiormente la portina, per fare entrare l'ospite.
«Si, sono io. Purtroppo ho avuto molti contrattempi» Vedendo il gesto della suora, fece un passo verso di lei. Immediatamente dopo, si accorse che non poteva lasciare la Java davanti al portone. Qualcuno avrebbe potuto notarla e dedurre la sua presenza in quel luogo. Inoltre, l'indomani mattina non l'avrebbe certamente più trovata: benché scomoda, gli era stata molto utile e forse lo sarebbe stata ancora. La piccola porta disegnava un'apertura nel grosso portale, ma non arrivava al livello del terreno: gli ospiti dovevano alzare i piedi di una ventina di centimetri, e farvi passare una motocicletta sarebbe stato complicato.
«Ho la necessità di far entrare anche la moto; non posso lasciarla qui»
«Si, certamente» rispose la religiosa, e richiuse la piccola porta. Perutz sentì il catenaccio rientrare nella sua sede, poi sentì altri rumori di chiavistelli più pesanti che venivano rimossi. Dopo un tempo che apparve abbastanza lungo, il pesante portone iniziò a muoversi verso l'interno; l'ispettore si appoggiò con entrambe le mani al lato esterno ed iniziò a spingere per aiutare la suora, e comprese che l'apertura completa del portale non era una cosa abituale per la vita del convento. Nonostante il suo impegno, l'antico portone si spostava lentamente sui cardini arrugginiti, rompendo il silenzio dell'ambiente con un cigolio quasi sinistro.
?Per fortuna non mi trovo più in Transilvania? si sorprese a pensare, con un sorriso che iniziava ad allargarsi sul viso. Si accorse che, da quando aveva scambiato battute scherzose con il suo vecchio amico Ionescu, quella era la prima volta in cui riusciva a sorridere della situazione.
Con l'energico aiuto di Perutz, il pesante portone si aprì quanto bastava a permettere l'accesso della moto. «E' sufficiente così» disse alla suora, ed entrambi smisero di spingere. Tornò sui suoi passi, spense il motore della Java e la fece passare, spingendola, per il varco che era stato creato. Percorsi pochi metri, sollevò la moto sul cavalletto e ritornò al portale per aiutare la monaca a richiuderlo.
«Lo apriamo raramente» precisò la religiosa «soprattutto quando arriva il furgone che ci porta le provviste».
Accostato il portale al battente, fece scorrere i robusti chiavistelli che lo ancoravano alla sua cornice ed al suolo, e si voltò verso l'ospite. Gli sorrise, come ad una persona conosciuta; Perutz dedusse che Padre Mihail aveva detto, a lei e probabilmente anche ad altre sorelle, qualcosa di più su di lui e sul motivo della sua visita. Si augurò che non fosse stato troppo prodigo di informazioni: un monastero è certamente un luogo sicuro e fidato, ma le informazioni sovente prendono strade impreviste ed arrivano là dove nessuno avrebbe voluto giungessero. Avrebbe preferito essere considerato un semplice pellegrino in visita all'anziano monaco, ma capì che invece sarebbe stato un ospite di riguardo nella piccola comunità. La suora parve percepire la perplessità sul suo volto, e si affrettò a tranquillizzarlo, suscitando la sua ammirazione per la capacità di osservazione e di deduzione: «Non si preoccupi, conosciamo la sua identità soltanto io e la madre superiora; Padre Mihail ce ne ha parlato, perché ha dovuto assentarsi, e voleva che noi fossimo in grado di aiutarla nelle sue necessità e di indicarle dove raggiungerlo»
«Non è qui?» domandò d'impulso, contrariato dalla notizia inaspettata. Un attimo dopo, riflettendo, ricordò di essere in ritardo di più di ventiquattr'ore. Era naturale che il sacerdote avesse dovuto andare altrove: aveva molti compiti in quell'estesa area disseminata di monasteri, e lui apparteneva al monastero di Putna, a pochi chilometri di distanza.
«No; purtroppo un'anziana sorella del monastero di Dragomirna, già cagionevole di salute, si è aggravata e Padre Mihail ha dovuto recarsi là.»
L'ispettore conosceva bene anche il monastero di Dragomirna, come quello di Putna; per raggiungere il primo dei due avrebbe dovuto percorrere ancora un discreto tratto di strada, avvicinarsi a Radauţi, deviare verso il capoluogo Suceava e fermarsi pochi chilometri prima di arrivarvi. La Java gli sarebbe ancora servita: era improbabile che le monache avessero nel cortile del monastero un'utilitaria da imprestargli. Restava il problema rappresentato dal fatto che la vecchia moto era quasi certamente conosciuta dei membri dell'Ordine: vi avrebbe pensato in seguito. In quel momento, le uniche cose a cui pensava volentieri erano un buon pasto caldo ed una notte di sonno in un comodo letto. Non aveva potuto consumare pasti regolari praticamente da quando era partito da Praga, a parte la parentesi trascorsa nella fattoria sui Carpazi, ed aveva dovuto evitare di entrare in Campulung Moldovenesc, dove avrebbe trovato ciò che cercava. Un'altra necessità di cui si ricordò, era trovare un telefono: ne avrebbe parlato con la suora.
«Padre Mihail ci ha incaricato di dirle che l'aspetterà a Dragomirna» continuò la suora «ha detto che si tratterrà quanto necessario, fino al suo arrivo.» Dopo un istante di silenzio aggiunse «A proposito, sa come arrivarci?».
«Si, grazie. Conosco abbastanza bene tutta la zona: è poco prima di Suceava» rispose, accennando un sorriso. La religiosa stava cercando di prevenire le difficoltà che lui avrebbe potuto incontrare. Si stava dimostrando una persona pratica ed affidabile, oltre che una buona osservatrice: era una persona a cui chiedere, in caso avesse avuto bisogno di assistenza. Come sua abitudine, però, sperava di non averne la necessità: l'esperienza gli aveva insegnato che era molto più sicuro affidarsi esclusivamente a stessi, tutt'al più richiedere l'aiuto di persone di provata fedeltà e capacità, come il suo vecchio amico e collega Adrian Ionescu, il comandante della Poliţia Rutiera della Transilvania. Era una delle poche persone nelle mani del quale avrebbe affidato volentieri la sua stessa vita; infatti, era esattamente ciò che era accaduto nei giorni precedenti, oltre che in un lontano passato comune.
«Purtroppo non potrò mettermi in viaggio prima di domani mattina. Potreste ospitarmi fino ad allora?» continuò, rivolto alla religiosa.
«Si, certamente. Uno degli edifici, quello più piccolo laggiù» così dicendo, indicò con la mano un fabbricato isolato dagli altri, ma sempre compreso nel perimetro protetto dalle mura «è stato adibito a foresteria ed accoglie i pellegrini di passaggio, e gli ospiti. Immagino che non abbia ancora cenato: fra mezz'ora suonerà la campana, e ci troveremo tutti nel refettorio, nell'edificio di fianco alla foresteria.»
Iniziò ad avviarsi verso la dependance, facendogli strada. Perutz richiuse il cavalletto della Java, e la spinse seguendo la monaca, lungo i curatissimi vialetti che si intersecavano, dividendo in tante aree verdi l'ampio spiazzo, al centro del quale si ergeva imponente la chiesa. Fu necessario attraversare l'intera area, ed un paio di minuti dopo sollevò nuovamente la motocicletta sul cavalletto, con il proposito di non spostarla fino all'indomani mattina. Liberò la borsa, legata al portapacchi posteriore, e seguì la religiosa all'interno dell'edificio.
«Per cortesia, potrei fare una telefonata a Praga? E' una cosa importante» chiese, cercando di non apparire troppo invadente. Sapeva che i monasteri si reggono su delicati equilibrii e rigide regole, mutualmente accettate da tutti i membri. Lui era un ospite gradito, in quanto presentato da Padre Mihail, ma era pur sempre un estraneo; inoltre, era ospite in un monastero di sole monache. Sapeva che i monasteri ed i conventi ortodossi non sempre adottavano una rigida separazione tra i sessi, ed era normale la presenza congiunta di monache e monaci, ma era comunque sua intenzione disturbare il meno possibile, rimanere lo stretto necessario e partire il giorno seguente di mattina presto.
«Abbiamo il telefono, ma la notte scorsa c'è stato un forte temporale, e la linea si è interrotta. Stiamo aspettando che venga ripristinata» rispose la suora «Potrà provare domani mattina: forse funzionerà»
«Grazie; farò un tentativo domani, prima di partire»
Guardò l'orologio da polso e si accorse che era già tardi: era probabile che Konrad Cŏster, libero di organizzarsi come preferiva, non fosse più in ufficio, alla sezione CZ.
Avrebbe fatto un tentativo il giorno seguente.
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MessaggioInviato: 19 Mag 2006 15:10    Oggetto: Rispondi citando

Salì i pochi gradini che conducevano al portone d'ingresso della chiesa. Appoggiò la mano alla maniglia e premette: l'antica porta di legno si mosse, aprendosi docilmente, e gli permise di entrare. Ricordò la particolare pianta delle chiese ortodosse moldave: era completamente differente da quanto poteva attendersi il turista dell'Europa occidentale, alla sua prima visita.
Innanzi tutto, i portoni d'ingresso: non si affacciavano sul lato più corto della costruzione, quello opposto all'abside, bensì sulle pareti laterali, nella parte più lontana dall'altare. I due portoni, uno opposto all'altro, conducevano i fedeli in una specie di ampio vestibolo, che a sua volta permetteva l'accesso, tramite un altro portone, a quella che Perutz considerava la chiesa vera e propria.
La pianta non era suddivisa in navate che si sviluppavano in senso longitudinale, come le chiese cattoliche; al contrario, era suddivisa in più ambienti, larghi quanto l'intera larghezza dell'edificio, disposti uno di seguito all'altro e comunicanti tra loro grazie ad ampie aperture ad arco. Talvolta, le aperture erano talmente ampie da essere poco appariscenti e creare l'effetto di un unico ambiente; in altre chiese, le aperture erano relativamente strette, e risultava molto evidente la disposizione longitudinale degli ambienti.
Le chiese ortodosse erano composte da quattro ?stanze?: dopo il vestibolo, una stanza intermedia, una molto ampia destinata ad accogliere la maggior parte dei fedeli, e l'ultima, con il lato posteriore curvo, disegnato dall'abside.
L'ultima ?stanza?, più piccola delle altre, ospitava l'altare, ed era separata dagli altri ambienti tramite una parete lignea alta fino al soffitto, decorata in oro e coperta da preziose icone. Soltanto i sacerdoti potevano accedervi, attraverso una porta ricavata nella parete di legno; essa veniva aperta solamente durante le funzioni religiose, in modo che i fedeli potessero vedere l'altare. L'officiante stava, a seconda dei momenti della funzione, nell'ultima ?stanza?, di fronte all'altare, oppure nell'ambiente più ampio, a contatto con i fedeli.
Un'altra caratteristica che aveva colpito Perutz la prima volta, era la mancanza di sedie e panche. Al contrario del rito religioso cattolico, quello ortodosso prevedeva che i fedeli seguissero la funzione rimanendo in piedi; venivano disposte soltanto poche sedie, addossate alle pareti laterali, riservate alle persone anziane. D'altra parte, la durata delle funzioni ortodosse era molto minore di quella delle funzioni cattoliche, aveva notato con curiosità l'ispettore: anche i matrimoni, pur essendo molto suggestivi e ricchi di spunti legati alla tradizione, venivano completati con una rapidità sconosciuta agli occidentali.
Le pareti interne della chiesa erano completamente affrescate, con una ricchezza pari a quella degli affreschi esterni, ma Perutz sapeva che non era la regola: altre chiese moldave avevano soltanto affreschi all'interno, oppure all'esterno.
La chiesa in quel momento era deserta; l'ispettore scostò una delle sedie dal muro e, sedutosi, continuò a contemplare gli affreschi che dalle pareti si estendevano fino a coprire la grande cupola sovrastante la ?stanza? più ampia. Un pesante lampadario dorato, trattenuto da una lunga catena fissata al centro della cupola, scendeva fino a sfiorare la testa dei fedeli.

Sentì la campana: era giunta l'ora della cena. Si alzò, rimise la sedia al suo posto e si avviò verso l'uscita. Raggiunto il giardino, lo attraversò nella direzione che gli era stata indicata dalla suora, mezz'ora prima.
La monaca lo aveva accompagnato alla foresteria: era entrata, facendogli strada, e Perutz l'aveva seguita fino alla stanza che avrebbe occupato quella notte. La religiosa era rimasta sulla soglia, dandogli il tempo di entrare e posare la borsa da viaggio. All'ispettore era stato sufficiente un rapido sguardo per trovare conferma di ciò che aveva immaginato: una stanza non molto ampia, arredata in modo semplice, pulita e luminosa nel suo colore candido. Aveva notato anche l'inginocchiatoio, l'unico elemento dell'arredamento che non prevedeva di utilizzare. Tornato nel corridoio, la religiosa gli aveva indicato la porta dei servizi comuni, e si era accomiatata rinnovandogli l'invito a prestare attenzione alla campana della cena.

Raggiunse la scala che portava al refettorio e salì, insieme ad un gruppo di monache che non mostrarono alcuna sorpresa nel vederlo, ed un paio di religiosi, temporaneamente ospiti del convento. Si trovò in un ampio ambiente, piuttosto spoglio: l'arredamento era costituito principalmente da tavoli, disposti in modo da formare un lungo ferro di cavallo, affiancati da un elevato numero di sedie. Le religiose erano poche, rispetto alla capienza della sala, ed anche la presenza degli ospiti non era sufficiente ad eliminare l'impressione che in passato il monastero fosse molto più popolato. Nessuno si era ancora seduto: tutti avrebbero atteso l'arrivo delle ultime monache, occupate in mansioni svolte nelle aree più lontane del complesso di edifici che componevano il monastero. Perutz si accorse che una religiosa anziana era in piedi nel settore centrale dei tavoli, e parlava con la monaca che lo aveva accolto; dal modo in cui quest'ultima le si rivolgeva, l'ispettore comprese che era la madre superiora. Si avvicinò alle due religiose, e si presentò, indicando il proprio nome e cognome ma non la professione né accennando al motivo che lo aveva condotto fino a Suceviţa: ne erano già a conoscenza, e l'ispettore voleva evitare che anche le altre monache lo venissero a sapere.
«Padre Mihail ci aveva avvisato del suo arrivo, e dell'importanza della sua missione» disse la madre superiora, rivolgendo a Perutz uno dei suoi rari sorrisi ed evitando di approfondire l'argomento. L'ispettore ne fu felice: soltanto le due religiose erano al corrente di ciò che Padre Mihail aveva ritenuto fosse necessario conoscessero. Per tutte le altre, ed i due frati ospiti, avrebbe potuto essere un semplice pellegrino, o un amico del monaco.
Ringraziò per l'ospitalità, vennero scambiate ancora due frasi di circostanza e Perutz si accomiatò; raggiunse una zona sgombra del lungo tavolo, ed attese.
In pochi minuti arrivarono nel refettorio le monache che ancora mancavano; ognuna di esse prese posto davanti ad una sedia. Si attese ancora qualche istante in silenzio, quindi la madre superiora iniziò una preghiera di ringraziamento, seguita dalle voci delle altre religiose.
Poco dopo, iniziò la cena. Fu un pasto frugale, in linea con la semplicità di vita delle monache, ma venne comunque apprezzato da Perutz. In particolare, gradì la ciorba, una minestra tradizionale romena, resa leggermente acida dallo yogourt e composta da vari ingredienti, tra i quali carne di pollo. Era un piatto nutriente e corroborante, che gli ricordò piacevolmente i precedenti viaggi in quel Paese: al confine tra due mondi, quello occidentale e quello russo, il popolo romeno, in particolar modo nelle regioni settentrionali, aveva saputo assimilare cultura, tradizioni ed abitudini alimentari di entrambi, in una mescolanza molto interessante per un viaggiatore attento.
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MessaggioInviato: 24 Mag 2006 01:06    Oggetto: Rispondi citando

La serata trascorse in compagnia dell'amico Gasparre, a cena e poi a bere birra, ricordando i bei momenti trascorsi insieme a Montelimar. Avevano gareggiato a chi ricordava meglio: la volta che avevano passato giorni interi a litigare con quel motore che non voleva mettersi in moto oppure l'altra, in cui dopo aver faticato settimane su quello sputacchiante dodici cilindri, si erano alzati in volo al tramonto con il vecchio biplano, incoscienti come due ragazzini sempre pronti a combinar marachelle. La nottata era stata tranquilla e lui aveva dormito come un sasso. Alla graziosa figlia del proprietario della locanda ove aveva preso alloggio, aveva chiesto di essere svegliato alle sei. Ora, corroborato dal sorriso della ragazza, da una sostanziosa colazione, dal sole che dorava i tetti e dall'aria frizzante che stava inspirando a pieni polmoni, si sentì pronto come non mai a mettersi in viaggio per portare a termine il suo compito. Salì sulla Laguna prestatagli dall'amico e si mise in viaggio.

Uscito da Aubenas, si fermò al ciglio della strada, spense il motore e iniziò a riflettere: studiare,progettare,programmare era il suo lavoro da sempre. Nel suo lavoro di fisico nucleare non aveva mai dovuto permettersi nemmeno il più piccolo sbaglio, ne andava della vita di molte persone; analogamente, in questo frangente la programmazione era oltremodo necessaria alla missione che stava per compiere. Il pensiero affettuoso che rivolse a Padre Simon subito gliene fece sorgere un'altro: l'importanza di un'azione ben ponderata e calcolata nei minimi particolari, gli avrebbe permesso di non deludere la fiducia del vecchio religioso, bibliotecario e amico che, credendo in lui, l'aveva arruolato nel prestigioso Ordine delle Aquile per la Libertà. Lui era un'Aquila, un operativo, ma non si sentiva e non era un un uomo d'azione; quando aveva espresso questo dubbio al vecchio amico e maestro, questi gli aveva risposto sorridendo: «Ragazzo mio, dove non arrivano i muscoli, arriva il cervello e di quest'ultimo, tu ne hai da vendere». Quasi inconsciamente fletté la braccia, sentì i bicipiti gonfiarsi nelle maniche della camicia e compiaciuto sussurrò: «Se fosse necessario ci sono anche quelli», si riprese dall'attimo di nostalgia, riavviò il motore e partì alla ricerca della prima stazione di servizio: ora aveva le idee chiare, sapeva cosa fare, gli mancava solo una cosa: i tempi necessari all'attuazione. Dopo pochi chilometri trovò quello che cercava: affogata nel verde della campagna una stazione di servizio, le insegne gli dissero che avrebbe trovato tutto quello di cui aveva bisogno: carburante, cartine stradali, depliants turistici, caffè, e telefono. Seguì alla lettera e nell'ordine gli inviti: dopo aver rifornito la macchina di carburante, davanti ad un buon caffè consultò le cartine e le bruchures appena acquistate, annotando su un taccuino le svolte, le diramazioni e il tempo presumibilmente necessario a percorrere ogni tratto di strada. Il caffè era terminato e ne ordinò un altro mentre faceva le somme necessarie, ora mancava solo l'ultima cosa: chiese di poter fare una telefonata; dopo tre segnali di attesa, una voce familiare rispose al telefono e lui esordì: «Ciao Sebastian, sono Gèrard» dall'altro capo: «Ciao vecchia canaglia, come stai?» «Bene, grazie e tu?» «Mai stato meglio, moglie e figli sono dalla madre di Babette e io me la godo un mondo, esco tutte le sere con gli amici e torno a casa all'ora che voglio; dimmi che sei nei paraggi così questa sera festeggiamo» «Ehm, mi piacerebbe ma questa non è una telefonata di solo piacere per sentire la tua vociaccia, ho bisogno di una informazione professionale» un po' di rammarico trasparì all'altro capo del cavo «Ah, dimmi che ti serve?» «A che ora parte l'ultimo aereo per Budapest?» si sentì un rumore di fogli smossi: «Alle 19.05, sei là per le 23, se non ci sono ritardi» «Bene, ce la fai a riservarmi un posto?» «Ma certo, male che vada t'imbarco come bagaglio» facendo seguire da una risata l'ultima affermazione, «Grazie Seb, sei un vero amico!» «Per così poco? cerca di tornare prima che il mio sergente istruttore torni con la truppa a seguito, così faremo bisboccia, ciao vecchio ragazzo» e la comunicazione s'interruppe. Gérard guardò con un misto di sentimenti il ricevitore che protestando con il segnale di linea libera, chiedeva di essere riattaccato; Sebastian era così: nessuna domanda, nessuna richiesta di spiegazioni, nessuna curiosità; un amico gli aveva chiesto un piacere? pronti! si fà, anche a costo di andare fra le gambe del diavolo. Ora aveva il quadro completo della situazione: in un totale di undici ore avrebbe dovuto percorrere circa settecento chilometri, trecentocinquanta per andare, fare ciò che si doveva, altri trecentocinquanta per prendere l'aereo e alla sera sarebbe stato a Budapest: molto bene!
Salì in macchina e dando un paio di pacche al volante disse sorridendo: «Vecchia mia preparati a fare una sfacchinata» all'improvviso si ricordò una cosa: tornò nella cafetteria e chiese di fare un'altra telefonata: questa volta i segnali di attesa furono un po' di più; al settimo, una voce assonnata rispose: «Pronto» «Ciao Gasparre, sono Gèrard» «Ciao, ma lo sai che ore sono?» «Si, le sette e quindici, scusami, volevo chiederti un piacere» «Dimmi» «Devo partire questa sera, per te è un problema se lascio la tua macchina a Lione?» «E tu mi svegli all'alba per chiedermi queste piccolezze? lasciala nel parcheggio dell'aeroporto, poi vai da Charles, il capomeccanico e dagli le chiavi, deve venire a portarmi il vino, lo farà con la mia macchina e poi lo riaccompagno io con uno dei miei gioiellini» l'aggettivo era riferito ad uno dei piccoli aerei che Gasparre si divertiva a restaurare e a mettere in funzione, «Ha proprio bisogno del collaudo e quale migliore occasione di questa? vai tranquillo, ciao, torno a dormire» Gèrard si sentì fortunato, un altro vero amico, cosa può volere un uomo di più? Portare a termine il suo compito, si disse e imperiosamente si ordinò: «Muoviti che il tempo stringe, se vuoi arrivare in tempo devi avere il piede di piombo alla faccia dei limiti di velocità». Svelto tornò in macchina e per quanto fosse concesso al vecchio motore, partì a razzo.

Mentre la strada si snodava sotto le ruote, lasciò ai rilessi automatici di guidatore la conduzione della Laguna, avendo così la possibilità di fare un riepilogo della situazione. Padre Simon l'aveva istruito su quelli che erano i punti fondamentali della missione: quando avesse sentito la frase chiave, avrebbe dovuto recarsi in un certo luogo segreto predisposto da lungo tempo, in una nicchia particolare avrebbe trovato una busta sigillata, la busta andava consegnata a un'altra Aquila. Alla domanda di Gèrard: «Ma come farò a sapere che si tratta proprio di un Aquila?» la risposta era stata: ?Esibirà un fregio come quello che ti ho dato e sarà ancora più indicativo perché lo incontrerai in un luogo inusuale: devi recarti nella zona dei monasteri, a Suceava, in Romania, là dovrai trovare un monastero particolare, quello che sull'arco del portone d'ingresso, reca incisa la frase «Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam», la stessa che rappresenta l'ordine per metterti in moto e iniziare la missione. La curiosità superò il rispetto per il vecchio maestro: «Ma cosa contiene la lettera, poi che devo fare, non può essere solo questo, fare il postino non mi sembra una missione così importante e con la necessità di tutta questa segretezza» alzando gli occhi al cielo, il vecchio religioso, con la voce che aveva un'aurea di mistero, aveva risposto: «Quello che seguirà è nelle mani di Dio e nelle profezie, sii tranquillo ma attento, allena la mente a considerare molto di più che le apparenze, non farti corrompere né dal potere né dal denaro, fidati solo di te stesso e ricordati che ognuno può esserti nemico, occorre essere molto preparati per avere l'onore di essere un soldato delle legioni del Signore». Gèrard si ricordava parola per parola le frasi dettegli allora dal vecchio, aveva condotto la sua vita sulla scorta di quelle parole e se le era ripetute tante di quelle volte che erano diventate il suo modo di essere, il sistema di condurre la sua vita; ora finalmente, era arrivato il momento di metterle in pratica e verificare se fosse stato veramente capace di essere un'Aquila.
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MessaggioInviato: 29 Mag 2006 00:03    Oggetto: Rispondi citando

Arrivò cinque minuti prima di mezzogiorno, Giusto il tempo di fare il biglietto per l'ultima visita del mattino.
Scese dalla macchina e si avviò verso la biglietteria, non prima di aver dato una carezza affettuosa, al cofano dell'automezzo che l'aveva condotto lì, sussurrandole: «Brava, vecchia mia, Gasparre ha fatto miracoli con il tuo motore, abbiamo fatto mangiare la polvere a tutti quelli che pensavano di poterti snobbare, li abbiamo lasciati con un palmo di naso ad arrancarci dietro». Sorridendo alla cassiera chiese il biglietto d'ingresso per l'Aven d'Orgnac, lei porgendolo gli disse: «Si sbrighi, la visita guidata sta partendo!» le rivolse un altro sorriso e svelto si accodò alla comitiva di turisti che stava entrando in quella specie di città sotterranea.

Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi, una volta varcato l'ingresso, quasi gli tolse il respiro, percepiva la stessa reazione in quelli che gli stavano intorno, sussurri di meraviglia e commenti erano espressi a voce bassa, quasi a non voler offendere la maestosità del luogo: la natura si era proprio messa d'impegno per costruire una tale magnificenza; il susseguirsi delle grotte, i pilastri di pietra, le ombre create dalla luce artificiale, davano il senso di trovarsi in un altro mondo; ci si aspettava che delle fate o dei folletti ridenti, scendessero da da uno dei torrioni che si levavano alti o uscissero da qualche anfratto nascosto, per accompagnare la comitiva a percorrere la strada che avrebbe portato tutti alla sala del trono, ove avrebbero trovato un re benevolo ad accoglierli. Gèrard si mantenne in coda alla fila di persone, fingendo di rimanere indietro ogni tanto per ammirare una stalattite o una stalagmite particolari, in verità non doveva nemmeno fingere troppo: le cose che vedeva erano davvero belle; si ripromise che portata a termine la missione, avrebbe rifatto il viaggio per poter ammirare con tutta calma quelle meraviglie. Questo pensiero lo riportò bruscamente alla realtà: non doveva perdere tempo, doveva muoversi e alla svelta; quando la comitiva s'inoltrò in un lungo corridoio laterale, lui proseguì diritto e scavalcò le transenne dopo essersi ben assicurato che nessuno lo vedesse. Padre Simon l'aveva obbligato a studiare la pianta e a imprimersela nella memoria, per essere sicuro che non dimenticasse nessun particolare del percorso, l'aveva obbligato a descriverla a occhi chiusi, riprendendolo più volte, quando sbagliava qualche particolare, lo faceva ricominciare daccapo scuotendo la testa ed esclamando con finta disperazione: «Povero me, morirò prima che tu abbia imparato qualcosa, ci vorranno anni per vedere qualche risultato appena appena decente !!» la lunga barba non riusciva a nascondere il sorriso che gli piegava gli angoli della bocca, un sorriso di soddisfazione per aver scelto un giovane così promettente.
Percorse le gallerie e le passerelle utilizzati solo dagli speleologi e dagli addetti ai lavori; dopo un tragitto abbastanza breve, arrivò alla sua meta: a sinistra del sentiero sul quale si trovava, una cavità fra due rocce, simulata così bene da sfuggire anche all'esame più attento: era l'ingresso della camera segreta, scavata molti secoli prima e che doveva essere servita a ospitare ben più che il piccolo tesoro che lui stava cercando. Dovette ricorrere alla torcia tascabile, di cui prudentemente s'era dotato alla stazione di servizio, acquistandola quando si era provvisto delle piantine stradali e delle brochures turistiche. Il fascio di luce illuminò una stanza circolare con tredici nicchie scavate nelle pareti, al centro della stanza una sporgenza di pietra, il cui basamento che era tutt'uno con il pavimento irregolare, come se un paziente artigiano avesse intagliato la roccia sporgente dal suolo, fino a farne un tavolo ellittico come quelli che si usano nelle moderne sale riunioni. L'emozione che Gèrard provò era di un'intensità stordente: lì dentro si respirava un'aurea di storia antica, gli pareva di vedere austeri personaggi che, seduti intorno al tavolo discutevano di religione, di concetti, di valori, teorizzando e prevedendo il futuro dell'uomo. Le tredici nicchie, per strana analogia con il loro numero, gli fecero venire in mente il Cenacolo, il dipinto di Leonardo da Vinci nel refettorio domenicano posto a fianco della chiesa S. Maria delle Grazie a Milano, meta di una delle sue gite turistiche in Italia. Accarezzò la superficie del tavolo quasi a volerne ricevere la forza che questo sembrava emanare; percorse lo spazio laterale per tutta la lunghezza del piano di pietra, senza mai togliere la mano dalla superficie: quel contatto gli dava una sensazione di sicurezza che non aveva mai provato, ogni dubbio svaniva, a ogni passo si sentiva sempre più parte di quel disegno superiore che, pur conoscendone solo alcuni particolari, qualche volta l'aveva spaventato per la sua importanza. Dopo pochi passi si trovò davanti alla nicchia centrale, scavata in posizione diametralmente opposta all'ingresso, quasi che qualcuno avesse voluto unire i due punti con una linea immaginaria, rappresentata dall'asse più lungo dell'ellissi di pietra. Armeggiando con le dita, riuscì a svellere la lastra che costituiva il fondo della nicchia, nella cavità sottostante era depositato un involto protetto da un foglio di plastica: la lettera, oggetto della sua missione. Quella lettera andava consegnata a uno dei suoi "fratelli", come spesso li aveva definiti Padre Simon, era di vitale importanza che non cadesse in mani estranee, soprattutto che non cadesse in mano ai nemici. Con estrema cautela e reverenza svolse la plastica protettiva e si trovò in mano una busta di carta ingiallita dal tempo e sigillata dalla ceralacca, puntò la torcia sul sigillo e si stupì per quello vide: il sigillo recava in rilievo quattro G affiancate due a due e speculari in senso verticale e tutte incrociate con la M posta al centro; il primo istinto fu la curiosità: la tentazione di rompere il sigillo e consultare il contenuto della busta era forte; avrebbe finalmente ottenuto la risposta, più di una volta richiesta al vecchio amico e maestro e da questi mai pervenuta. Gèrard era un uomo la cui etica era ineccepibile, il rispetto per l'amico religioso e le sue ferree regole morali lo fecero desistere dall'azione, dettata solo dalla debolezza, si disse; riavvolse la busta nel suo involucro di plastica e la pose nella tasca interna del giaccone, vicino al cuore, si complimentò con se stesso per essere stato capace di resistere alla tentazione, diede un'ultima occhiata alla stanza circolare, facendo scorrere lo sguardo sulle pareti e soffermandosi per un momento ad ogni nicchia, rimise a posto la lastra sul fondo della nicchia centrale e si apprestò a uscire. Giunto all'ingresso un impulso strano lo fece fermare, sentì il bisogno di rivolgersi alle nicchie vuote e sottovoce mormorò: «Proteggetemi», si fece il segno della croce, uscì con la sensazione di aver ricevuto un cenno affermativo. Percorse a ritroso il cammino fatto all'andata e giunto oltre le transenne, si fermò assumendo l'aria del turista che bighellonante, s'è perso il resto del gruppo e ora stava in attesa di ricongiungersi alla comitiva. Da lì a poco il gruppo di turisti riapparve e lui si unì a loro, fece finta di non notare che qualcuno scuoteva la testa con commiserazione per quello sprovveduto che, per ammirare qualche particolare insignificante, s'era perso il meglio della meraviglia che si stava visitando.
Una volta all'aperto, consultò l'orologio: erano le tredici, aveva parecchio tempo davanti a se, percorrere i trecentocinquanta chilometri che lo separavano da Lione avrebbe comportato meno delle sei ore che mancavano alla partenza dell'aereo, avrebbe fatto in tempo anche a pranzare.
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MessaggioInviato: 31 Mag 2006 14:16    Oggetto: Rispondi citando

Il suono di una campana lo svegliò: di lì a poco sarebbe iniziata una funzione religiosa. Cercò l'orologio da polso, appoggiato sul tavolino vicino al letto, e si accorse che aveva dormito di più di quanto aveva previsto. Altre campane avevano suonato nelle prime ore della mattina, ma Perutz, affaticato dalle intense giornate trascorse, non le aveva sentite. Ad ogni modo, si accorse di aver recuperato le energie, e questo deponeva a favore del buon esito della sua missione.
Si preparò con rapidità, uscì dalla foresteria e raggiunse l'edificio centrale del monastero. Lì incontrò la monaca che per prima lo aveva accolto, la sera precedente, e le parlò della sua necessità di fare una telefonata.
«Si, ricordo» rispose la religiosa «ho già controllato: la linea telefonica è stata ripristinata.»
Si avviò verso una porta che si affacciava sull'ampio corridoio al piano terreno, la aprì e fece accomodare l'ispettore in una stanza arredata ad ufficio. Era, probabilmente, l'ufficio della madre superiora: arredato con semplicità, aveva all'estremità destra della scrivania un vecchio telefono nero a disco, perfettamente intonato con l'austerità dell'ambiente. Nessun telefono del convento aveva l'accesso diretto all'esterno: la monaca sollevò il ricevitore e parlò brevemente con la consorella che controllava la guardiola all'ingresso e che aveva come secondo compito la gestione dell'antiquato centralino. Le chiese di effettuare una chiamata esterna, e di passare la linea nell'ufficio; Perutz disse il numero di telefono del centralino della sezione CZ a Praga, e la monaca lo ripeté alla consorella, poi abbassò il ricevitore. L'attesa fu molto breve: dopo poco più di un minuto il telefono nella stanza iniziò a squillare, e la monaca con un gesto cortese sollevò la cornetta e la porse all'ispettore.
«Sezione CZ, Polizia di Praga» disse in modo molto formale una voce maschile: Perutz la riconobbe come quella di Peter, che dei tre centralinisti era quello meno sveglio.
«Peter, sono io» esordì, con il suo abituale tono informale ma comunque idoneo a mantenere le differenze gerarchiche: da anni aveva sperimentato che, nei rapporti con i collaboratori, altri atteggiamenti, apparentemente più democratici, erano inadatti agli ambienti di lavoro organizzati con una struttura verticale, quali le forze armate o le forze di polizia. Era inutile voler sembrare un collega di lavoro: la sua posizione di comando non poteva essere indebolita con atteggiamenti eccessivamente familiari. Nel caso del centralinista Peter, ciò era ancora più evidente: era soprattutto un mediocre esecutore, a condizione che gli ordini gli venissero impartiti in modo chiaro e senza lasciargli discrezionalità di azione. Completamente differente era l'altro giovane centralinista, l'agente Hansi: quello era un ragazzo promettente, aveva capacità, era riflessivo ma determinato, ed era in grado di interpretare un ordine, adeguandolo alle condizioni del momento. Avrebbe fatto carriera nella sezione, se avesse continuato ad impegnarsi, e presto avrebbe abbandonato quell'incarico poco indicato per le sue capacità.
«Il sovrintendente Cŏster dovrebbe essere già arrivato; passamelo, per cortesia» continuò l'ispettore, dopo essere rimasto in silenzio un paio di secondi, per dar tempo all'agente di riconoscerlo.
«Sissignore, è arrivato pochi minuti fa. Provo a rintracciarlo nel suo ufficio»
?Il mio ufficio? rifletté silenziosamente l'ispettore, ed immaginò il suo vice seduto sulla comoda poltrona che lui aveva fatto portare fin dal trasferimento della sezione nell'antico palazzo vicino alla Moldova, e che lo aveva per molti anni confortevolmente accolto, mentre dedicava intere serate a riflettere sui casi più complessi.
Dopo anni di attività lavorativa in comune, si era fatto una precisa opinione sul suo vice, ed era ragionevolmente certo che fosse giusta. Era l'uomo più dotato della sezione: il fisico possente ed atletico, eredità della sua precedente attività semiprofessionista nel rugby, era affiancato da una mente agile, duttile, dalla capacità di stabilire rapporti cordiali con chiunque e da una sviluppata volontà di emergere. Forse, quest'ultima qualità avrebbe potuto trasformarsi in un difetto: negli ultimi tempi, Perutz aveva notato, in differenti occasioni, che il suo sottoposto sembrava incline ad accantonare i principi di obiettività e rigore nelle indagini pretesi dall'ispettore, a favore di una veloce conclusione delle inchieste. Perutz non avrebbe mai accettato di privilegiare la quantità a discapito della qualità: l'accuratezza nelle indagini era un requisito essenziale, e non avrebbe mai presentato al Procuratore Generale un fascicolo se non fosse stato certo di quanto vi veniva affermato. Comprendeva, però, che il giovane funzionario volesse ben figurare di fronte ai superiori, ed un'elevata quantità di casi risolti in breve tempo era uno dei migliori biglietti da visita. Per il momento, provvedeva l'ispettore a smussare questo comportamento, e confidava che il tempo e l'esperienza avrebbero fatto modificare al suo assistente le priorità. Ad ogni modo, Perutz aveva un ruolo determinante nella carriera di Cŏster: le sue periodiche valutazioni sui membri della sezione facevano parte del fascicolo personale di ognuno di loro, ed erano importanti per le promozioni.
«Buongiorno ispettore!»esclamò Cŏster con il suo abituale tono di voce energico «Non abbiamo sue notizie da giorni! Va tutto bene?»
A Perutz parve che il sovrintendente fosse sinceramente interessato alla sua situazione, ma aveva deciso di comunicare il minor numero possibile di informazioni ai membri della sezione. Aveva sempre avuto il sospetto che qualcuno di loro potesse essere in contatto con l'Ordine, ma era soltanto una sensazione: non aveva mai ottenuto riscontri che la potessero confermare. L'ultimo episodio, in ordine di tempo, era stato l'aver trovato sul parabrezza della sua auto, parcheggiata nel cortile interno della sede della sezione, un foglio di quaderno piegato a metà: sul lato interno era raffigurata, in un disegno abbozzato a matita, il viso di una ragazza che assomigliava in modo sorprendente a Marta, quella ragazza italiana. Sembrava un avvertimento, un invito ad interrompere le indagini sull'Ordine; era grave che qualcuno avesse potuto introdursi all'interno di una struttura ben sorvegliata, ma sarebbe stato ancora più preoccupante se il latore del messaggio fosse stato un appartenente alla Polizia oppure addirittura un membro della sezione.
«Si, abbastanza» rispose evasivamente «E' successo qualcosa, in sezione? C'è qualcosa che io debba sapere? »
«Nossignore, tutto regolare» rispose Konrad Cŏster e, dopo una brevissima pausa: «Forse c'è qualcosa: Hansi Schroêder, il nuovo centralinista, manca da un paio di giorni. Ieri mattina non si è presentato, e neppure questa mattina l'abbiamo visto»
«Non ha avvertito, non ha chiesto un permesso?»
«No, e non ha parlato di nulla con nessuno dei colleghi.»
«Avete approfondito la cosa?»
«Finora no; ieri abbiamo pensato ad un'ubriacatura in qualche birreria oppure ad un'avventura con una turista, ed abbiamo preferito aspettare...per non metterlo nei guai. Se non si presenterà nelle prossime ore, farò delle indagini. Potrebbe essergli successo qualcosa»
?Strano? pensò l'ispettore ?Mi sarei aspettato un simile comportamento da molti altri membri della sezione, ma non da lui?
«Va bene; dategli ancora un paio d'ore, poi intervenite. Passate dall'alloggio che affitta in città, poi chiedete ai suoi genitori ed alla fidanzata....mi sembra che ne abbia una, in campagna. Se non lo trovate, e non ne avete notizie, diramate un ordine di ricerca.»
«Sissignore»
«Ci sono altre cose?»
«Nossignore.» Dopo un attimo di pausa, il sovrintendente continuò: «Se avessi necessità di contattarla, per Schroêder o per altro, come posso fare?»
«Sarebbe troppo complicato per me lasciarle un recapito: sono sempre in movimento. Vi chiamerò io domani mattina, a quest'ora»
«Ma...in caso d'emergenza...»
«Konrad» lo interruppe l'ispettore «Lei ha tutta l'esperienza necessaria per far fronte a qualunque problema. Sarà un'ottima occasione per mettersi alla prova, ed abituarsi alle responsabilità del comando»
?Strano? rifletté ?Una frase del genere detta proprio da Cŏster?
«Sissignore»
«Bene, la richiamerò domani» concluse l'ispettore, e riappese.

Il sovrintendente Cŏster attese un paio di minuti, poi sollevò la cornetta del telefono collegato con il centralino, ed attese che l'agente di turno intervenisse.
«Si, sovrintendente?»
«Peter, ho appena terminato di parlare con l'ispettore Perutz. Mi ha detto il nome della località in cui si trova, ma non me lo sono segnato. Hai avuto modo di capire da dove stava telefonando?»
«Sissignore» rispose l'agente, fiero di essere utile al superiore «La centralinista che ha effettuato la chiamata ha detto....aspetti, controllo sul registro....»
«Va bene, aspetto»
«Si, ecco....?monastero di Suceviţa?. Mah, non ho idea di dove si trovi!»
«Va bene così» concluse Cŏster «E' proprio il nome che non ricordavo. Grazie, Peter»
Appoggiò la cornetta sull'apparecchio e spostò la mano a quella del telefono collegato direttamente all'esterno. La sollevò e compose un numero.
«Abitazione del dottor Rondel» rispose Rudolph, il maggiordomo.
Il registratore nascosto nel seminterrato dell'antico palazzo iniziò il suo lavoro.
«Buon giorno,Rudolph. Sono il sovrintendente Cŏster; il dottor Rondel è ancora in casa?»
«Si; attenda un attimo, per cortesia»
Dopo pochi istanti, Cŏster sentì la voce del Maestro «Bene Konrad, mi fa piacere sentirti. Spero che tu abbia qualche buona notizia da darmi.»
«Sissignore»Il giovane funzionario di polizia non riusciva a sconfiggere quel senso di inferiorità e di timore che provava ogni volta in cui parlava con il Maestro, e in particolar modo al telefono «So dov'è. Monastero di Suceviţa. E' di lì che ha telefonato, un paio di minuti fa.»
«Ottimo! Questa è veramente un'informazione utile. Ne avevamo perso le tracce, nonostante che avessi mandato tutti gli operativi disponibili nella regione.»
Conclusa la telefonata, Cŏster rimase per qualche minuto in silenzio, seduto sulla poltrona del suo superiore, riflettendo sul fatto che probabilmente lo aveva condannato a morte.
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MessaggioInviato: 06 Giu 2006 15:15    Oggetto: Rispondi citando

Salì in macchina e consultò il suo taccuino: uscito dall'Aven doveva imboccare la D217 e poi prendere la D174; attraversati Laval-Saint-Roman e Pont-Sant-Esprit avrebbe trovato la D994 che l'avrebbe portato a Bollène: l'ipotetica porta della Provenza. Il suo umore era alle stelle: aveva trovato la busta, la prima parte della sua missione era compiuta, si sentiva protetto da una forza molto più grande di lui; le nicchie gli avevano risposto, avevano dato il loro assenso, apprezzato lo sforzo di volontà che l'aveva fatto resistere dal rompere il sigillo per consultare il contenuto di quello che considerava un tesoro. Istintivamente accarezzò la parte destra della giacca nella cui tasca interna era riposto il plico. Il sole illuminava le alture e i prati, la sua guida era rilassata e lui si stava godendo il paesaggio circostante; il suo pensiero si spostò sulle prelibatezze gastronomiche, tipiche della regione, con le quali aveva intenzione di pranzare: «Gèrard ti devi mantenere leggero, l'avventura è appena iniziata, non puoi strafogarti di cibo, devi essere ben sveglio e presente se vuoi portare a termine ciò che devi fare» l'autorichiamo alla disciplina e al rigore lo fece concentrare sulla guida, la tensione, molte volte provata nel suo lavoro, era lo stimolo che gli aveva sempre permesso di non commettere sbagli, lui sapeva come sfruttarla evitando che si trasformasse in paura e al contrario, diventasse una fonte di forza. Il paesaggio circostante sparì: c'erano solo la strada da percorrere e l'obiettivo da raggiungere, niente altro contava. L'euforia del primo successo aumentò ancora di più la determinazione, s'impose di non fantasticare, di non anticipare niente, tutto era scritto lì, sul taccuino, doveva solo seguire gli appunti che al mattino, nella stazione di servizio, aveva scritto con una precisione quasi maniacale e che gli davano il senso di sicurezza, necessario a fugare ogni dubbio sul fatto di essere o no all'altezza del compito assegnatogli. «Sono un'Aquila, per volere di Dio, in Suo nome porterò a termine il mio compito, dovesse costarmi la vita!» disse a voce alta; il motore, quasi a rispondere alla sua affermazione, salì di giri e i pneumatici morsero la strada facendo compiere all'autovettura un balzo in avanti. L'attimo di compiacimento, per la risposta quasi esoterica, del mezzo meccanico, svanì immediatamente: ridendo di se stesso si accorse che nella foga di pronunciare la frase aveva spinto a fondo l'acceleratore, per fortuna Gasparre era un meccanico coi fiocchi, altrimenti quel fuori giri improvviso avrebbe rovinato la Laguna, compromettendo così la sincronia che si era preparato.
Giunto alle porte di Bollène rallentò, scrutando a destra e sinistra per vedere l'indicazione di qualche locanda in cui fermarsi a pranzare, a un certo punto ne vide una che, costituita da una piccola asse intagliata, sembrava molto invitante: "Da Paul e Pauline - vera cucina provenzale casalinga", imboccò il viottolo sterrato sorridendo alla coincidenza dei due nomi dei proprietari della locanda, chissà se erano stati scelti ad hoc o se erano quelli veri, la sua mente riflessiva lo riportò subito alla realtà: «Che te ne importa? smetti di fantasticare, nulla succede a caso, soprattutto smetti di pensare a dei particolari insignificanti, mangia e rimettiti in viaggio, la strada è ancora lunga».
Parcheggiò nel cortile davanti all'ingresso, la Laguna era l'unica macchina nel parcheggio, questo lo insospettì un po': erano le 13.30, l'ora di pranzo, avrebbero dovuto esserci almeno altri automezzi, a meno che... A fugare i suoi dubbi, un uomo corpulento e abbronzato, con due bei baffoni e bardato con un mezzo grembiule bianco, apparve sulla soglia e lo apostrofò: «Prego s'accomodi», vedendo che Gèrard si guardava intorno, aggiunse: «Oggi non c'è nessuno perché sono tutti alla festa del paese, a dire la verità, stavo pensando di chiudere per raggiungere mia moglie e gli altri» Ripetendosi di non pensare alle coincidenze, Gèrard entrò nel locale; tutta la sala da pranzo era rivestita di legno scuro, il soffitto formato da larghe assi era attraversato da grosse travi che sostenevano il piano superiore, i tavoli tutti rotondi, tranne un paio molto lunghi e rettangolari, erano coperti da vivaci tovaglie a quadretti, rossi o verdi e bianchi, i due tavoli lunghi erano posti a L e occupavano la parete a destra e di fronte all'ingresso, sulla sinistra troneggiava un grosso camino di pietra entro il quale era montata una grossa griglia per cuocere la carne. Sembrava di entrare nella sala da pranzo di un castello: i tavoli lunghi avevano le sedie solo dalla parte della parete, cosicché chi sedeva poteva vedere tutti gli altri commensali, compresi quelli seduti ai tavoli piccoli e posti al centro; proprio dietro il posto centrale del tavolo di fronte, una finestra più grossa della altre sembrava significare che quel posto era riservato al personaggio più importante del convivio, illuminato dalla luce che proveniva dai vetri limpidi e tersi, oltre ai quali si vedeva un bel prato verde digradante, lasciando all'occhio la possibilità di spaziare per tutta la valle. Il profumo proveniente dalla cucina stimolava ancora di più l'appetito, Gèrard prese posto ad uno dei tavolini nel centro della sala, spostò la sedia in modo da poter ammirare il panorama che si presentava dalle finestre e contemporaneamente tenere d'occhio la porta d'ingresso. Il locandiere si avvicinò sorridente, pose la bottiglia di vino, senza etichetta, che reggeva in una mano e con una strizzatina d'occhio si portò l'indice alla guancia, facendo roteare il polso per sottolineare che quello era vino buono «Viene dalla mia vigna, è speciale... Cosa le porto?» «Una ratatouille» «Ah, vedo che ve ne intendete, è una nostra specialità, ma... c'est suffisant pas» «Devo fare molta strada e voglio stare leggero, Lione è ancora lontana» «Oh, no monsieur, solo 190 chilometri» Gèrard consultò il suo taccuino: «Secondo i miei calcoli, i chilometri da fare sono ancora 320» rispose un po' piccato «Vero, se percorrete la strada vecchia! Alla rotonda dopo il paese potete prendere l'A7, la strada l'hanno aperta da poco, forse voi avete consultato una vecchia mappa". Una nuova pagina del taccuino accolse le nuove informazioni «Alla rotonda avete detto?» «Oui, ora anche noi possiamo andare velocemente in città» fu la risposta orgogliosa, tutto sembrava mettersi al meglio: «Allora che mi consigliate di buono oltre alla vostra specialità di verdure?» con il petto gonfio come quello di un tacchino e con un sorrisone stampato sul viso il locandiere disse: «Vi porterò un gardianne de taureau, un'altra mia specialità; giusto questa mattina mi hanno portato la carne di toro fresca, un po' di pazienza e vi leccherete i baffi da quanto è buona, la farò per voi come se dovessi farla per me» ciò dicendo si allontanò svelto entrando in cucina, tutto soddisfatto di poter far assaggiare un'altra specialità al cliente solitario. Dopo pochi minuti uscì con il piatto di verdure chiesto all'inizio: «Questo per far tacer lo stomaco, abbiate un po' di pazienza e arriverà anche il resto» «Ho tutto il tempo che mi avete regalato con la vostra informazione» disse Gèrard sorridendo e si preparò a gustare una delle più famose specialità provenzali.
Il piatto a base di carne di toro era veramente prelibato, tutto sembrava stesse succedendo per agevolarlo nello svolgimento del suo compito, la sua mente razionale rifiutava l'insieme di coincidenze che la fantasia, per contro, cercava di fargli vedere come segni del destino, eppure si sentiva rilassato e sempre più pronto a portare a termine ciò che doveva fare; una sorta di consapevolezza, suffragata da questi piccoli e piacevoli accadimenti, lo faceva sentire forte e sicuro che tutto sarebbe andato per il meglio; una vocina fastidiosa, che veniva dal fondo del cuore, gli diceva: «Non perdere mai l'attenzione, sii cauto, non lasciarti andare a facili entusiasmi, sii sempre come il subacqueo dilettante che ha paura dell'esaurirsi dell'aria nelle bombole e non perde mai di vista il manometro» quella vocina assomigliava molto a quella di Padre Simon, smise di crogiolarsi nei piacevoli pensieri in cui si era immerso e riprese il controllo. Pagato il conto, salutato il simpatico ospite, salì sulla Laguna, attraversato il paese con qualche difficoltà: per via della festa dovette fare un giro tortuoso fatto di sensi unici provvisori, finalmente arrivò alla rotonda indicata, prese la A7 come indicato dai cartelli e trovandosi in autostrada, benché avesse ancora tempo a disposizione, pigiò sull'acceleratore, voleva avere un po' di tempo da trascorrere con l'amico Sebastian, prima d'imbarcarsi per Budapest.
Il viaggio fino all'aeroporto di Satolas si svolse senza inconvenienti; sistemò la Laguna nel parcheggio, ritirò lo scontrino e si avviò all'officina per consegnare chiavi e tagliando a Charles, l'amico di Gasparre; svolta l'incombenza salì la scaletta che portava all'ufficio di Sebastian, quando lo vide entrare, l'amico girò intorno alla scrivania e con il suo vocione disse: «Ma che bella sorpresa!» gli andò incontro e lo abbracciò, era come essere abbracciati da un orso, Sebastian non era più alto di Gèrard ma era grosso il doppio e la maggior parte della sua massa non era grasso. «Molto bene!» proseguì con la voce che sembrava un tuono «Sei in anticipo, giusto il tempo per berci una buona birra ghiacciata» riprendendo il fiato che l'abbraccio gli aveva tolto dai polmoni, sorridendo Gèrard disse: «Ben volentieri amico mio, così partirò rilassato» «Ti ho riservato un posto su un areo della British Midland Airways, farai scalo a Francoforte e da lì prenderai l'aereo che ti porterà a Budapest, anche se sono inglesi, in queste cose sono abbastanza precisi, dovresti arrivare in orario» l'ultima frase, che denotava la ben nota rivalità fra le due nazioni, fece sorridere Gèrard che sapeva essere tutta apparenza; Sebastian da ragazzo, in tempo di guerra, quando stava con i partigiani, aveva rischiato più volte la vita per salvare due aviatori inglesi precipitati sul suolo francese. Non poté fare a meno di apprezzare la discrezione dell'amico, anche ora di persona, non aveva fatto la minima domanda sulla strana destinazione e sul poco tempo di preavviso per riuscire a farlo partire. L'ora seguente la passarono parlando di Babette, la moglie di Sebastian e dei loro figli.
Giunta l'ora dell'imbarco si salutarono con un abbraccio, Gèrard con le costole doloranti salì sull'aereo.
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MessaggioInviato: 12 Giu 2006 04:15    Oggetto: Rispondi citando

Come tutte le mattine alle sette in punto, la sveglia iniziò a diffondere le note dell'overture della nona sinfonia di Beethoven, era con quella musica che Auguste Rondel programmava l'apparecchio quando andava a letto di buonumore. Le cose andavano per il meglio: i due a Tecuci avrebbero intercettato l'emissario, dalla Francia presto sarebbero arrivati Petr e il suo tirapiedi con la lettera estorta al vescovo; da lì a pochi giorni, otto per la precisione, i suoi sogni avrebbero avuto il giusto coronamento. Con il dito, come fosse una bacchetta, iniziò a dirigere l'orchestra inesistente che stava diffondendo le note per la stanza. Un pensiero lo fece sorridere e lo mise ancor più di buonumore, da lì a poco il mondo avrebbe suonato la musica diretta da lui: onore e lustro sarebbero stati finalmente ridati a tutte le generazioni passate, il loro lavoro, i sacrifici fatti sarebbero stati ricompensati con il ripristino del rispetto che competeva loro... e a lui, naturalmente.
Smise immediatamente la mimica quando sentì bussare la porta, il suo atteggiamento ritornò quello di sempre: freddo e distaccato come si confà a un sovrintendente di museo: «Avanti!» Rudolph entrò, reggeva il vassoio della colazione con una sola delle grosse mani, aveva il giornale, fresco di stampa, infilato sotto l'ascella e la solita aria stolida dipinta sul volto: «La colazione» «Già e cos'altro alle sette di mattina, forse la cena?» fu la risposta sarcastica. L'aria dell'uomo divenne ancora più stolida e gli occhi si appannarono d'incomprensione: «Uova, pane tostato, spremuta e caffè» scuotendo la testa con commiserazione il sovrintendente esclamò: «Cosa me ne farò mai di uno che non sa apprezzare nemmeno un filo di humor?», il viso del maggiordomo, guardia del corpo, tuttofare, si allargò in un sorriso: il suo principale si stava comportando normalmente, non era nemmeno un po' arrabbiato, per lui questo era un sollievo. "Va bene, lascia tutto sul tavolino, ora mi preparo, tu aspettami di sotto". Quando la porta si chiuse alle spalle di Rudolph, dopo aver sbrigato le solite faccende di igiene mattutina, mentre faceva colazione sfogliò il giornale, l'unica notizia rilevante era lo slittamento del voto per l'elezione del presidente dell'Unione, questo gli fece perdere, solo per un attimo, il buonumore, subito riacquistato al pensiero della lettera in arrivo dalla Francia, alla sua "arma segreta", al fatto che quelli di Galati non avevano mai fallito, tutti gli ingaggi erano stati portati a termine con soddisfazione di entrambe le parti, sua: nel vedere i suoi ordini eseguiti con precisione cronometrica, loro: per il denaro, tanto denaro, guadagnato, d'altra parte, pensò, i professionisti si devono pagare profumatamente se si vuole che il lavoro sia fatto a puntino. Con queste considerazioni che gli turbinavano in testa scese al piano di sotto, non permettendo al suo viso di lasciar trasparire l'eccitazione che provava. Rudolph aveva già portato la macchina davanti all'ingresso e ora stava aspettando, seduto tranquillo, su un divanetto nell'ampio atrio. Mentre scendeva le scale lo apostrofò ordinandogli: «Informati come è andata la faccenda di stanotte e perché quei due non si sono ancora fatti sentire» vedendo che il maggiordomo guardava significativamente l'orologio disse: «Il mattino ha l'oro in bocca, non lo sai? Le buone notizie dovrebbero giungere all'alba e non quando si è finito di poltrire... già ma cosa vuoi capirne tu di queste cose» «Come la colazione alle sette in punto» ribatté l'omone orgoglioso di dimostrare che aveva capito. «Bravo, proprio così! Vedi che se ti ci metti d'impegno, ce la puoi fare?» l'evidente nota di sarcasmo sfuggi all'uomo che rispose con un sorriso raggiante, convinto di aver ricevuto un complimento, caspita! non capitava tutti i giorni di ricevere una nota benevola da quell'uomo sempre così austero e terribile.

Alle otto precise fermò la macchina davanti al museo, scendendo, si guardò in giro per rilevare qualche indizio di ciò che era accaduto la sera prima; niente, la squadra di pulizia aveva fatto un ottimo lavoro, digrignò i denti pensando alle prede fuggite a ancora una volta si rammaricò dell'incapacità dei suoi uomini: «Imbecilli!!» sibilò fra i denti, trasalì un attimo quando una voce alle sue spalle disse: «Buongiorno, signore, stava dicendo a me?» si girò lentamente per avere il tempo di riassumere l'espressione compassata che lo caratterizzava, si trovò di fronte Jan, anche lui in perfetto orario e sorridente, austero rispose: «Buongiorno, no non stavo parlando con lei, stavo considerando che devo far lavare la macchina» tenne in sospeso la frase giusto il tempo per sentire la risposta di prammatica: «Ci penserò io, chiamerò Victor e lo incaricherò di farlo subito" nemmeno un muscolo sul viso del sovrintendente si contrasse sentendo pronunciare il nome dell'uomo morto poche ore prima, con tutta naturalezza rispose «Victor non c'è, l'ho incaricato di fare una commissione fuori città, tornerà forse domani» «Ah, va bene, troverò qualcun altro» fu la risposta e l'argomento fu chiuso.
Arrivato nel suo ufficio, chiuse la porta garantendosi l'insonorizzazione perfetta, era fiero del lavoro fatto eseguire anni prima, all'esterno della stanza, quando la porta era chiusa, non si percepiva il benché minimo rumore, nemmeno se li dentro qualcuno avesse urlato a squarciagola, era capitato più di una volta e nessuno si era mai accorto di niente, nonostante il corridoio fosse il passaggio dalle sale del museo agli uffici posti sul retro. Sedutosi alla scrivania, alzò il ricevitore dell'apparecchio della linea privata che non passava dal centralino ed era schermata a qualsiasi tipo di intercettazione. «Pronto!» «Karl?» l'apparecchio restituì una riverente risposta: «Buon giorno Maestro, mi dica» «Devi recarti nella zona dei monasteri a Suceava, c'è un compito delicatissimo che devi svolgere» «Subito?» «Cos'è, da quando sei diventato viceambasciatore le missioni le svolgi solo per appuntamento?» la voce era diventata tagliente come la lama di un rasoio, dall'altra parte del ricevitore la voce venata dall'ombra del timore rispose: «No, Maestro, con tutto il rispetto, è proprio questo il guaio, la mia carica m'impone la presenza finché l'ambasciatore non torna, sarà di rientro fra tre, quattro giorni al massimo» Rondel fece due conti veloci, la rabbia era sfumata, aveva ancora del tempo: poteva avere a disposizione la sua arma segreta con quattro giorni di anticipo, un tempo sufficiente per utilizzarla, se qualcosa fosse andato storto; la sua voce perse la durezza con la quale aveva apostrofato il suo interlocutore: «Va bene lo stesso, ma che siano al massimo quattro giorni, se vuoi diventare siniscalco, dovrai inventarti qualcosa, è il tempo massimo che ti concedo». Il sollievo nella voce dell'altro gli fece capire di avere la sua massima devozione: «Non dubiti, Maestro, assolverò qualsiasi compito Lei vorrà assegnarmi, deve capire che...» non riuscì a finire la frase: «Basta così, ho capito, vedi di non deludermi!» «Obbedienza, sempre!» fu la risposta ossequiosa, Rodel chiuse la comunicazione senza nemmeno salutare. Il resto della mattinata la passò a sbrigare le pratiche e a controllare il lavoro dei ricercatori, nel primo pomeriggio, appena dopo essere rientrato da pranzo, mentre stava consultando un antico manoscritto, l'apparecchio della linea privata squillò, il visore dichiarava il numero della sua villa: «Dimmi Rudolph» «Ho le notizie che mi ha chiesto» «Devo forse implorarti per averle, stupido gorilla?» fu la risposta secca. «Hanno trovato la macchina alla stazione di Tecuci, sporca di sangue, l'abitacolo era tutto imbrattato» «Ah, bene, quei signori si sono divertiti parecchio, il soggetto ci deve aver messo un bel po' a rendere l'anima al diavolo» la soddisfazione trapelava dalla voce di Auguste.
«Cosa ti hanno detto quei due?» «Niente» «Ma come niente!» Rondel stava perdendo la pazienza «Non sono stati loro ad avvisarmi, di loro non c'è traccia, sembrano vol... spariti nel nulla, della macchina me l'ha detto un nostro uomo, quello che presta servizio come portabagagli» l'impazienza si stava trasformando in ira: "Quei due galantuomini dove sono? Sicuramente ubriachi fradici, in qualche bettola dove sono andati a festeggiare, spendendo in anticipo i soldi del lauto compenso che sperano d'incassare!» all'altro capo del filo si sentiva solo il respiro ansioso, benché fosse abituato alle sfuriate del suo principale, ogni volta che questi sbottava, per Rudolph era sempre un momento di tensione. «Rudolph!» «Si, signore?» «Quando quei due si fanno vedere per riscuotere la ricompensa, dagli la stessa che hai dato all'ultimo» «Va bene, signore» «Mi raccomando, questa volta fallo in giardino, l'ultima volta ci ho rimesso uno dei miei bellissimi tappeti persiani per la tua stupidità; gli spari in testa, quando sono in giardino, chissà che il loro sangue non faccia crescere meglio le mie rose, hai capito, stupido bestione?» «Si, signore» Rondel chiuse la comunicazione sbattendo con rabbia il ricevitore nel suo alloggiamento. Inspirò profondamente, cercò di calmarsi, ci riuscì soltanto pensando che avrebbe ottenuto un doppio risultato, si era liberato di un emissario di quei bastardi delle Aquile, Rudolph avrebbe sistemato i due sicari, gli assassini prezzolati, non guardano chi li paga, prima o poi, non essendo dei fedeli avrebbero potuto vendere delle notizie compromettenti sul suo conto o peggio: magari l'avrebbero fatto gratis per patteggiare se per caso fossero stati "pizzicati" dalle forze dell'ordine. La loro fine era comunque segnata, una volta conquistato il potere non poteva permettersi di lasciare in giro testimoni scomodi. Per analogia, un altro pensiero si affacciò alla sua mente, sollevò il ricevitore, compose il numero, quando fu stabilita la connessione, una voce all'altro capo disse: «Casa del signor Rondel» «Rudolph» subito la voce divenne deferente. «Si, signore» «Informati dove abita ora Eva Zecovic, se è ancora viva» «Si, signore»
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MessaggioInviato: 18 Giu 2006 22:00    Oggetto: Rispondi

Il pranzo fu piacevole e rilassante, a base di prodotti locali, «provenienti direttamente dalla mia terra» aveva tenuto a precisare Pier: «Tutta roba genuina e di sostanza, non quelle porcherie che vendono in città, nei supermercati dove la carne sembra di plastica». I quattro, nella sala da pranzo, trascorsero quasi due ore a chiacchierare e a scambiarsi battute, stemperando la tensione iniziale dell'incontro, Giorgio e Pier, nonostante la tacita rivalità, sembravano diventati amici, Mirtha e Giacomo di conseguenza, si rasserenarono e il loro umore migliorò notevolmente. Verso la fine del pranzo, Giorgio, cercando di non farsi notare iniziò a sbirciare l'orologio: stava diventando irrequieto, l'atteggiamento era quello di sempre: serafico,calmo e sorridente, non riuscì però a ingannare Mirtha che a un tratto disse: «Giorgio, rilassati, fino a questa sera ce ne staremo qui buoni buoni», preso in contropiede il gigante cercò di celare la fretta che lo rendeva impaziente di partire: "Ma... sono calmo, non capisco...» la ragazza sorridendo e sollevando l'indice agitandolo avanti e indietro, come una maestra che ammonisce uno scolaretto sorpreso a fare una marachella, disse: «Giorgio, Giorgio... non ti conoscessi... se è vero che c'è così tanto pericolo, sarà più prudente viaggiare di notte». Alla parola "pericolo" Pier s'irrigidì e si fece attento, Giacomo dal canto suo, abituato a reagire a certe parole chiave, involontariamente gonfiò i bicipiti e si sentì pronto a scattare. Giorgio aprì la bocca per ribattere ma fu bloccato da Giacomo che disse: «Ha ragione, amico mio, se partissimo ora, arriveremmo di notte, poi dovremmo comunque aspettare il mattino, tanto vale...». Alzando la mano grossa come un badile e puntando l'indice verso Mirtha l'omone ribatté: "Questa testona vuole guidare lei, sono quasi cinquecento chilometri, secondo lei noi dovremmo dormire mentre lei si fa questa bella sfacchinata, non mi sembra una buona idea». Gli occhi della ragazza iniziarono a mandare quei lampi che Giacomo aveva già visto quando erano ospiti a Debrecen e pensò: «Ahi, ahi, amico hai svegliato la pantera e ora preparati a essere graffiato». La reazione della ragazza non si fece attendere: «Senti chi parla di testa dura, il grand'uomo... lui non dorme da due giorni e viene a fare la predica a me, sono grande abbastanza sai? So gestirmi da sola, nemmeno mio padre mi dice quello che devo fare e tanto meno puoi farlo tu, ora mentre voi ricoverate l'aereo e vi fate una bella doccia, io andrò a riposare, questa sera verso le dieci partiremo, guidare di notte mi piace e mi rilassa, domattina saremo a Suceava e tu, bestione hai l'ordine di chiudere gli occhi quando partiamo e di aprirli quando saremo arrivati!» poi rivolgendosi a Giacomo, con lo stesso tono di comando: «Questo vale anche per te che sei il suo degno amico!», il ragazzo non poté far altro che ripetere il gesto di portarsi la mano tesa alla fronte, senza profferire parola.

Portare l'aereo dell'hangar posto dietro ai silos, comportò poco tempo, Pier alla guida mentre i due amici spingevano il leggero velivolo; l'operazione dette a Giacomo la conferma della forza inaudita del gigante: gli sembrava di non fare alcuno sforzo spingendo sull'ala dietro alla quale si era posizionato, dall'altro lato, l'amico stava imprimendo una spinta così potente che lui ebbe la sensazione di passeggiare. Le vene del collo di Giorgio erano gonfie e le maniche della camicia erano tese dai grossi muscoli che coprivano; il ragazzo aveva iniziato a conoscere l'uomo che accompagnava, sapeva che per Giorgio quello era un modo per scaricare la tensione, dovuta alla preoccupazione di aver involontariamente coinvolto la persona che amava in un'impresa pericolosa; ora si stava sfogando sull'aereo che scivolava sulla pista di terra battuta come se fosse sull'asfalto. Il resto del pomeriggio lo passarono sulla veranda a chiacchierare: i modi di fare di Pier evidenziarono che, nonostante passò quasi tutto il tempo a descrivere il lavoro e le risorse della fattoria, non era un semplice contadino e allevatore. Prima che arrivasse l'ora di cena, i due amici si concessero una doccia e un cambio d'abiti.

Dopo una cena leggera, a base di verdure, Pier portò la macchina fuori dal garage posto a fianco della casa: una grossa berlina dall'aspetto pesante si fermò davanti agli scalini che conducevano alla veranda, l'auto era completamente anonima e un po' impolverata: era quello che faceva al caso loro; Pier scendendo accarezzò il cofano del veicolo e disse: «Con questa viaggerete comodi e sicuri» Mirtha guardando la macchina disse: «Pier, non l'ho mai vista, dove la tenevi?» strizzando l'occhio il cugino rispose: «Ci sono parecchie cose che non sai cuginetta bella... questa signorina ha i vetri antiproiettile e le portiere sono rinforzate all'interno con delle lastre di acciaio, anche muso e paraurti sono rinforzati, potreste speronare un camion e i vostri danni sarebbero minimi, comunque più lievi di quanti ne potreste causare» Giorgio esclamò: «sembra l'auto di un contrabbandiere» Pier, con fare misterioso e strizzando l'occhio rispose: «Nella vita ci si deve sapere arrangiare, altrimenti è finita!» poi continuò: «Ho sentito parlare di pericolo a pranzo, se vi servisse un aiuto, se doveste difendervi, dietro la libreria in salotto, ho quello che fa al caso vostro» fece il gesto per andare a prendere ciò che aveva appena descritto ma Giorgio lo fermò: «Non ce n'è bisogno, grazie, il ragazzo qui mi ha dimostrato cosa è capace di fare, in quanto a me...» alzò le grosse mani a completare la frase, per tutta risposta Pier sorrise e facendo un cenno d'intesa rispose: «Si, penso che bastino, io resto sempre dell'idea che, da quando hanno inventato la polvere da sparo, i muscoli servano di meno» Giacomo con tono bellicoso rispose: «Non ci sono solo i muscoli» Pier, sempre sorridendo: «Mi piacciono i cuccioli che mordono» poi rivolgendosi alla cugina continuò: «Ragazza mia, penso di lasciarti i buone mani» per tutta risposta ricevette una linguaccia.


Si lasciarono alle spalle le luci della fattoria e imboccarono la E60 per Cluj-Napoca. La macchina rispondeva bene ai comandi, il potente motore ronfava come un gattino che fa le fusa. Mirtha esordì dicendo: «Che strano, una macchina così potente e pesante, si guida come un'utilitaria» Giorgio con una vena di preoccupazione nella voce disse: «Mi raccomando, ragazza mia, non esagerare con la velocità, da quello che ho capito questa può fare miracoli, fai in modo che nessuno ci noti» un po' piccata la ragazza rispose: «Mio caro, non sono nata ieri, ho capito benissimo che dobbiamo essere discreti, stai tranquillo e mettiti a dormire, ne hai proprio la necessità, hai una faccia...» «Già, proprio così!» fu la risposta, cercando di non intralciarla nella guida si sistemò con la grossa testa appoggiata al finestrino laterale e chiuse gli occhi. La strada era deserta, i fari illuminavano anche la parte laterale della carreggiata lasciando intravvedere la rigogliosa vegetazione attraversata dalla statale. Un leggero russare proveniente dal sedile posteriore confermò a Mirtha che anche Giacomo era nelle braccia di Morfeo. Mentre guidava sentendosi molto rilassata e sicura con un mezzo di quel tipo, esaminò mentalmente il percorso da fare: arrivati a Cluj-Napoca avrebbero preso la E576 che, passando da Bistrita, li avrebbe portati a Suceava. «Forza ragazza» si disse «Il viaggio è lungo, occorre portare questo testone e il suo amico a destinazione» rivolse uno sguardo pieno di tenerezza al gigante seduto al suo fianco e si apprestò a fare il lungo viaggio.

Giorgio aprì gli occhi: la luce del sole che stava sorgendo gl'illuminava il viso attraverso il parabrezza; immediatamente presente, sentì che Mirtha stava canticchiando una canzoncina a bassa voce:

Tavaszi Szél vizet áraszt
Virágom, virágom
Minden madár társat választ
Virágom, virágom

Hát én immár kit válasszak
Virágom, virágom
Te engemet, én tégedet
Virágom, virágom


«Buongiorno", la ragazza smise di canticchiare e rispose. «Umpf!», l'uomo un po' stupito chiese: «Dove siamo?» «In viaggio, quasi arrivati» sempre più stupito le rivolse un'altra domanda. «Sei stanca?» la risposta secca fu: «Lo sembro?», imputando il comportamento alla stanchezza e alla tensione della guida, Giorgio ammutolì e si chiuse nei suoi pensieri. Il dialogo aveva svegliato Giacomo che dal sedile posteriore disse stirandosi: «Buongiorno» Mirtha fece un sorriso, guardò nello specchietto retrovisore e rispose: «Buongiorno a te, dormito bene?», notando la differenza di comportamento Giorgio emise un grugnito. Giacomo percependo un po' di tensione rispose: «Si grazie, mi ci voleva proprio, tu Giorgio hai dormito?» altro grugnito. Il viaggio proseguì in silenzio, i cartelli stradali indicavano che per Suceava mancavano ancora una decina di chilometri, Giacomo ruppe il silenzio dicendo: «Ora ci vorrebbe proprio una bella colazione» «Buona idea» disse Mirtha, «Appena troviamo una stazione di servizio o una caffetteria ci fermiamo», da lì a un paio di chilometri l'insegna di una locanda con servizio di bar, invitava a entrare nello spiazzo che si allargava a destra. Nel piazzale erano parcheggiati alcuni camion, la ragazza entrò nello spiazzo e parcheggiò in modo che la macchina fosse nascosta dalla fila di camion e invisibile dalla strada. Scendendo, Giacomo catturò con lo sguardo quello di Mirtha, rivolse gli occhi verso Giorgio e tornò subito a guardarla esprimendo la muta domanda: «Ma cosa ha?» la ragazza gli rispose con aria innocente scuotendo la testa a significare «Non so»; Giorgio che aveva notato la scena sbottò: «Io non ho niente, io!» puntandosi l'indice al petto e poi rivolgendolo alla ragazza, continuò "Tu, piuttosto, tutta zucchero e miele alla sera e fiele al mattino, ma solo con me!». Le gote della ragazza s'imporporarono e gli occhi iniziarono a luccicare: "Io fiele? Tu piuttosto, fai il misterioso, non dici niente e poi ti sogni di una certa Marta e la chiami nel sonno e io stupida che in un primo momento ho pensato stessi chiamando me!» Giorgio trasecolò: «Ma cosa stai dicendo?» con le gote infiammate Mirtha reagì: "Oh, mio caro ora mi dici chi è questa Marta e chi è Amedeo, altrimenti mi riprendo la macchina e vi pianto qui, in mezzo alla strada!» A Giacomo, sembrò di trovarsi nel bel mezzo di una baruffa familiare, fece la cosa più sbagliata che potesse fare: s'intromise e disse: «Scusate, vi sembra il caso di lit...» non poté finire la frase che gli altri due, si girarono verso di lui e all'unisono gl'intimarono: «Zitto, tu!». Giacomo chiuse la bocca di scatto con una smorfia così comica che i due cessarono il battibecco, si guardarono e accorgendosi di aver detto la stessa cosa contemporaneamente, scoppiarono in una risata: la tensione se ne era andata, il momento critico passato e i tre si avviarono, per godersi una sana e abbondante colazione.
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