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Gipi'
Dio minore
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Residenza: Vicenza e il mondo possibilmente dall'alto (magari del Teide ;-)

MessaggioInviato: 25 Feb 2006 18:51    Oggetto: Rispondi citando

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Il Vescovo, noncurante del dolore che il legaccio improvvisato gli procurava, cercava di liberarsi dimenandosi e muovendo le braccia, ma il nodo non si allentava. Gridava per attirare l'attenzione di qualcuno ma il suo studio era ben insonorizzato e la porta imbottita nella faccia interna era chiusa. Era preoccupato per il giovane prete che non aveva ancora ripreso conoscenza.
Finalmente un prete passò nel corridoio antistante lo studio e sentì le grida del Vescovo. Entrò nello studio e dopo un attimo di smarrimento si affrettò a liberare il suo superiore.
"Ma cos'è successo eccellenza?" chiese sbigottito, "sono entrati due stranieri armati e mi hanno costretto a consegnare loro il contenuto della cassaforte" rispose il Vescovo, "ora però dobbiamo chiamare un'ambulanza per padre Noel, ma dal telefono della sacrestia chè questo è rotto". Detto questo i due si apprestarono a dare un primo soccorso al giovane prete, e sminuendo la gravità dell'accaduto convinse il suo socorritore che non era necessario avvisare la Gèndarmerie per una busta e pochi soldi.

Il Vescovo aveva un'altro compito da eseguire.
Padre Noel fu caricato sulla lettiga, e constatato che era solo una forte contusione, l'ambulanza si avviò senza sirene verso l'ospedale di Motelimar dove avrebbero eseguito degli accertamenti.
Nel frattempo si era fatto buio. Il monsignore si diresse verso la chiesa e una volta all'interno percorse la navata laterale sinistra e si fermò presso un altare minore. Il piano dell'altare era sostenuto da due colonne in marmo arricchite da numerosi bassorilievi. Si avvicinò alla colonnina di destra, e a circa metà altezza, il lavoro dell'anonimo scultore che molti secoli prima aveva abbellito il marmo, rappresentava un fregio quadrato di circa 8 centimetri di lato con incise cinque lettere, due "G" sopra, due "G" sotto capovolte ed una "M" centrale. Protetto dalla scarsa luce ed assicuratosi di non essere visto, il prete, con una mano prese ai lati il fregio e cercò di staccarlo dalla colonnina stessa. All'inizio sembrava non muoversi ma dopo un pò cedette ed il fregio lasciò la sua sede; vi era assicurato tramite due spine in bronzo lunghe qualche centimetro inserite a secco in due fori pittosto precisi. Senza indugio lo ruotò di 180° capovolgendolo e lo rimise al suo posto. Anche ad un occhio attento sarebbe stato difficile notare la manomissione dato che l'unica differenza era la "M" che era diventata una "W". Soddisfatto tornò verso la navata centrale, si inginocchiò in uno dei primi banchi e si raccolse in preghiera.
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anabasi
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MessaggioInviato: 27 Feb 2006 01:33    Oggetto: Rispondi citando

La scelta dell'istante in cui lanciarsi dall'auto era stata una decisione dalla quale dipendeva la sua vita. Altre volte, nella sua carriera, aveva dovuto affrontare scelte importanti, e quasi sempre il tempo che aveva avuto per decidere era ridotto a pochi secondi. In quel caso, non aveva avuto neppure quelli.
Appena intravvide il ciglio del dirupo, l'ispettore Perutz si lanciò, avendo cura di calibrare la spinta: voleva allontanarsi dall'auto quanto bastava per evitare di esserne travolto, ma non voleva spingersi più del necessario al di là del bordo della strada ed iniziare così una caduta rovinosa.
Oltre la massicciata di pietra che sorreggeva la strada c'era un dislivello inferiore a due metri; il terreno proseguiva per un paio di metri con un'inclinazione modesta, quindi la montagna iniziava a digradare, con una pendenza che nessun automezzo avrebbe potuto dominare, ed arrivava a fondo valle, dopo aver intersecato più volte la stessa strada che Perutz aveva percorso, nei chilometri precedenti.
Il suo addestramento, la capacità di valutare e prendere una decisione rapida anche sotto tensione, ed una notevole dose di fortuna lo aiutarono a cadere in quel breve tratto tra la massicciata e l'inizio del dirupo. Appena toccò terra si aggrappò con tutte le sue forze ai bassi cespugli che coprivano quel tratto di montagna, e riuscì a rallentare ed a fermarsi prima che la sua caduta ricominciasse, senza più speranze di interromperla.
Una frazione di secondo più tardi la Dacia e la motrice passarono sopra la sua testa, spinte dalla forza d'inerzia, come se fossero state lanciate da un trampolino; superarono il paio di metri nei quali l'ispettore aveva trovato rifugio ed iniziarono la rovinosa caduta. I due mezzi si separarono subito, a causa del differente peso. Avendo il baricentro più alto, la motrice iniziò subito a rotolare su se stessa. L'auto percorse i primi metri sulle sue ruote, rivolta con il cofano anteriore verso la sommità della montagna, incontrò un masso che la fece impennare e di lì in poi seguì la motrice nel suo destino. Rotolando, i due mezzi raggiunsero la strada una prima volta, la attraversarono e ripresero la discesa. Quando incrociarono per la seconda volta la strada, la larghezza della carreggiata fu sufficiente alla Dacia per smorzare la sua forza d'inerzia e fermarsi. Il camion continuò la sua corsa, verso il fondo valle.
Perutz rimase un paio di minuti immobile, sdraiato sui cespugli nani, respirando affannosamente.
?Non ho più l'età per queste cose!? pensò mentre iniziava a sentire le conseguenze della caduta. Alzò gli occhi in alto, e vide che il ciglio della strada, dal quale si era lanciato, era un paio di metri sopra di lui. I cespugli non avevano contribuito molto ad attutire la caduta, il terreno era sassoso e Perutz non aveva potuto assorbire l'impatto rotolando su se stesso, come aveva fatto molte volte in addestramento, perché non poteva permettersi di sprecare spazio ed avvicinarsi pericolosamente al dirupo. Non sentì più alcun rumore: i due mezzi avevano terminato la loro corsa. Si alzò a fatica, e si accorse con piacere di non avere niente di rotto. Non c'era una parte del suo corpo che non si lamentasse per il trattamento ricevuto, e la testa sembrava dovesse scoppiargli: si toccò la nuca e sentì il gonfiore che stava crescendo, segno di un incontro ravvicinato con una pietra. Dette una controllata agli abiti che indossava: la giacca era strappata in più punti, ed anche i pantaloni all'altezza delle ginocchia. Infilò una mano nella tasca destra della giacca: la Nagant era rimasta al suo posto, fedele. Non era certamente nelle condizioni migliori per presentarsi a qualcuno, ma era comunque un bilancio più che positivo, viste le premesse.
Guardò in giù, e vide la Dacia della figlia di Ionescu: si era fermata sul bordo della strada, cinquanta metri più in basso, con le ruote appoggiate a terra. Sembrava quasi fosse stata parcheggiata da un automobilista disattento, se non fosse stato per la capote schiacciata, il baule aperto e la mancanza del parabrezza e del lunotto, usciti dalla loro sede. Iniziò, con circospezione, a scendere lungo la ripida costa della montagna, cercando di sfruttare gli appigli ed i tratti meno ripidi. Rischiò più di una volta di perdere l'equilibrio e raggiungere l'auto rotolando, ma riuscì a tenersi in piedi e ad arrivare all'asfalto. Si era ricordato che nella Dacia c'era qualcosa di molto importante, che doveva assolutamente recuperare. La sua borsa da viaggio aveva una tasca, nella quale aveva nascosto, al momento della partenza da Praga, i documenti di Padre Jacob. Erano la principale ragione del suo viaggio nella Moldavia romena: i documenti trovati nello studio del religioso, alcuni antichi ed altri, più recenti, scritti probabilmente dallo stesso Padre Jacob, erano redatti in una lingua a lui sconosciuta e perciò incomprensibili. L'obiettivo principale del viaggio era portare quei documenti nel monastero di Suceviţa, affinché Padre Mihail potesse interpretarli.
Doveva recuperare la borsa. Arrivò al livello della strada, un tornante più indietro rispetto al punto dell'agguato: l'auto era distante poco più di venti metri. Si fermò a guardarla, e le condizioni in cui era ridotta gli fecero venire in mente che avrebbe potuto trovarsi al suo interno, ed in quel caso non avrebbe avuto soltanto un semplice mal di testa ed un numero imprecisato di ammaccature. Subito dopo, si ricordò del suo amico Ionescu: avrebbe dovuto telefonargli, in seguito, e dirgli che fine aveva fatto la macchina di sua figlia.
Sorrise all'idea, e riprese a camminare. In quell'istante, la Dacia esplose: pezzi di metallo contorto vennero scagliati a metri di distanza, e l'onda d'urto scaraventò Perutz a terra, un paio di metri più indietro.
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MessaggioInviato: 28 Feb 2006 01:03    Oggetto: Rispondi citando

Quando aprì gli occhi, vide sopra di sé un viso magro e mal rasato, segnato da una lunga cicatrice sulla guancia sinistra ed un folto paio di baffi spioventi, ingialliti dai segni della nicotina. Portò istintivamente la mano alla tasca destra, ma la fermò prima di estrarre il revolver: l'uomo, accortosi che Perutz era vivo e stava rinvenendo, aveva allargato il viso in un sorriso. Quel sorriso sdentato aveva contribuito a tranquillizzare l'ispettore: difficilmente l'Ordine avrebbe utilizzato quell'uomo per fornire copertura al killer ed intervenire, in caso di necessità, per ultimare il lavoro. Era molto più probabile che fosse uno dei pochi abitanti del luogo, e che fosse stato attirato dall'esplosione.
Perutz sollevò la testa di qualche centimetro, e sentì una fitta fortissima, lancinante; non si arrese, e si costrinse a rimanere in quella posizione per qualche altro secondo, in modo da poter esaminare la situazione. Il fuoco stava divorando la sua auto con una veemenza inimmaginabile: gli interni di materiale plastico non erano certamente ignifughi, ed il vento fresco che percorreva la valle creava, nell'abitacolo privo di vetri, il ricambio d'aria necessario a tenere vive le fiamme. Per avvicinarsi alla carcassa avrebbe dovuto aspettare che terminasse di bruciare, e poi ancora qualche ora affinché si raffreddasse a sufficienza: ma, a quel punto, sarebbe stato inutile cercare la borsa con i documenti. L'ispettore guardò oltre l'auto e vide, fermato ad una distanza di sicurezza, un carretto, come quelli che aveva superato durante il viaggio. Era la conferma alla sua supposizione: un contadino, oppure un allevatore, che lo aveva visto esanime e si era fermato a soccorrerlo.
Decise che poteva permettersi di abbassare la guardia: lasciò che la testa si appoggiasse al terreno, e si sentì immediatamente un poco meglio. L'uomo estrasse da una borsa che aveva a tracolla una bottiglia e gliela avvicinò alle labbra. Perutz bevve avidamente, senza chiedersi cosa fosse: non era acqua, ma neppure vino. Probabilmente un vino leggero, allungato con acqua, che l'uomo usava per dissetarsi durante il lavoro.
Cercò di abbozzare un sorriso di riconoscenza, ma sentì che le forze gli mancavano: il suo organismo non aveva avuto ancora il tempo di assorbire il trauma dell'esplosione. Rimase in uno stato di semi incoscienza, mentre il suo soccorritore lo afferrava saldamente per le ascelle e lo trascinava verso il carretto. Qualche istante dopo, perse nuovamente conoscenza.
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GrayWolf
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MessaggioInviato: 28 Feb 2006 08:07    Oggetto: Rispondi citando

Jorge attese per tutto il pomeriggio, esaminando ogni singolo passeggero che usciva dal terminal, con la coda dell'occhio vide che un poliziotto lo stava fissando, fingendo di non essersi accorto dell'uomo in divisa, si affrettò a importunare una coppia di turisti, offrendosi di portare loro i bagagli, al loro naturale rifiuto, si ritrasse e si girò verso il poliziotto che osservava la scena, guardandolo con l'aria più rassegnata che gli riusciva, allargò le braccia con le palme delle mani in fuori, il poliziotto lo guardò con aria severa e poi scuotendo la testa si interessò di altro non considerando più Jorge. Dopo il tramonto l'emissario non era arrivato, se avesse protratto l'attesa, soprattutto dopo l'episodio con il poliziotto, avrebbe potuto far nascere qualche sospetto, inforcò la bicicletta e tornò verso casa. Appena entrò nell'ingresso Katrina gli venne incontro, nei suoi occhi c'era qualcosa che assomigliava ad un temporale, non era per il suo ritardo, aveva visto il baule aperto e sapeva cosa significava, lui l'aveva avvisata. Lo guardò intensamente e disse solo poche parole: «La sacca è pronta» lui ammirò sua moglie, se ne innamorò un po' di più e rispose: «Non questa sera» lei di rimando sorrise: «Allora vieni a mangiare» seguendola in cucina Jorge pensava: «Che donna magnifica, se non sapessi dove è nata, direi che viene dalla mia terra».



Mentre attraversava il parco, Roberto stava pensando furiosamente a come raggiungere la sua meta. Aveva escogitato quel piano pazzesco, per liberarsi di quello che presumeva fosse un sicario dei loro, non sapeva il loro nome, tutti gl'istruttori lo avevano sempre messo in guardia contro quelli che erano sempre stati chiamati: «i nemici». Ora si trovava a Budapest, ben lontano dalla sua meta, anche se era passata meno di un'ora da quando aveva attuato il suo stratagemma, era in ritardo, non avrebbe più fatto in tempo a risalire sull'aereo che l'avrebbe portato a Chisinau, dove ad aspettarlo, c'era il suo corrispondente per prendere in carico la preziosa busta. Il plico si trovava nella tasca interna della sua giacca di pelle, la tasca era chiusa quasi ermeticamente da una striscia di velcro, per impedire che un qualsiasi movimento la facesse uscire e andare persa.

Giunto alla fine del parco, quasi parallelamente alla riva del fiume, vide una cosa che lo rallegrò: un'insegna colorata con la scritta «Botel Hotel Lisa», capì di essere sulla riva del Soroksar, un affluente del Danubio, era sulla Helsinky Ă?t a 17 chilometri dall'aeroporto. Conosceva Budapest, c'era stato diverse volte in ricognizione, in passato, il suo addestramento era consistito nel percorrere tutte le probabili tappe del percorso che ora stava compiendo, conosceva l'ungherese, il rumeno, lo slovacco, gli avevano fatto una testa così per impararle. Un sorriso su quella faccia impertinente, era sinonimo che era pronto a fare qualcosa di strampalato, cosa che gli riusciva meglio. Girando intorno all'hotel avvicinandosi al parcheggio vide quello che gl'interessava: la navetta che recuperava gli ospiti all'aeroporto per portarli in albergo. L'autista stava aspettando l'ora di partire, fumando una sigaretta e guardandosi pigramente intorno, Roberto gli si avvicinò con un largo sorriso sulla faccia e disse in ungherese quasi perfetto: «Ehi amico, stai andando all'aeroporto?» l'altro lo guardò un po' stupito nel sentire la sua lingua così ben cadenzata, rispose facendo un cenno di assenso con la testa, il giovane continuò: «Che vitaccia eh?» l'altro si strinse nelle spalle, incalzante Roberto presentò la sua richiesta: «Non è che porteresti anche me, sai arriva una mia amica e vorrei farle una sorpresa, in realtà non ce la faccio ad aspettare un'altra ora, mi capisci vero?» chiese con l'aria di chi vuole farsi un complice, l'autista fece un largo sorriso ma l'espressione diceva: «Mi spiace non posso» come per magia un fascio di leu spuntò dalla tasca dei jeans del giovane, non era la moneta locale, ma sempre soldi erano e promettevano di cambiare mano, se il piacere fosse stato fatto. Con un lampo di cupidigia negli occhi, l'autista con il pollice indicò il sedile del passeggero, 10 leu cambiarono velocemente proprietario, «Deve essere proprio innamorato questo tizio, darmi 700 fiorini per un viaggio che poteva fare gratis» pensava l'autista mentre accendeva il motore del pulmino, Roberto si permise un po' di relax mentre la macchina si avviava.

Arrivati in aeroporto, salutò l'autista con un cenno della mano e si confuse tra la folla, il tabellone delle partenze dichiarava che il volo 2M124 con un Saab 340B per Chisinau sarebbe partito alle 12.50 e alle 15.20 sarebbe stato a destinazione. Si avviò verso la biglietteria, contento della fortunata combinazione quando vide qualcosa che lo impietrì: anche il sicario era rimasto a terra, ora stava guardandosi in giro per vedere se individuava Roberto, non si era lasciato ingannare dalla messinscena del ragazzo ed ora stava controllando se riusciva a intercettarlo. Svelto il giovane si nascose dietro una cabina telefonica, sbirciava l'uomo cercando affannosamente di escogitare qualcosa, mentre si arrovellava per trovare una scappatoia, vide il garzone del bar che si stava avviando verso un gruppo di passeggeri, reggendo un vassoio con delle bibite. Aspettò che il ragazzino facesse la sua consegna, poi quando gli passò davanti, lo chiamò con un sussurro, confabularono per un paio di minuti poi il ragazzo si avviò per rientrare nel bar, ne uscì quasi subito, reggendo una bottiglia di liquore e un gelato, la bottiglia finì nelle mani di Roberto e 10 leu nelle mani del ragazzo che reggeva ancora il gelato, spedito il barista si avviò quasi correndo in direzione dell'uomo che stava controllando i passeggeri, meglio di un attore consumato, quando fu a due passi dall'uomo, finse d'inciampare e la coppa di crema e cioccolato finì sul petto dell'uomo, il ragazzino proseguì nella messinscena finendo per terra, subito due o tre persone lo aiutarono a rialzarsi, impedendo così all'uomo di reagire e di prendere a schiaffi il ragazzo come avrebbe voluto fare, frustrato e furente l'uomo si avviò verso i bagni per ripulirsi, seguito da Roberto che incrociando il giovane barista, gli strizzò l'occhio ricevendo in cambio lo stesso gesto accompagnato da un sorriso.

Uno degli «zii», quand'era uno scugnizzo, gli aveva dato un consiglio: «Se puoi, non uccidere, neutralizza, ma non uccidere, un cadavere porta polizia e la polizia porta danno» gli aveva ripetuto più volte. Roberto deciso a far tesoro di quelle parole, seguì l'uomo nella toilette e svelto s'infilò nel primo bagno, fortunatamente libero, prima che l'altro si girasse e lo notasse. Davanti al lavabo, l'uomo con delle imprecazioni in lingua tedesca, iniziò a pulirsi il davanti della camicia da quella decorazione che oramai lo imbrattava fino alla cintura, preso dall'operazione di pulitura, non si accorse dell'ombra che gli scivolava alle spalle, un colpo ben assestato alla base della nuca e la successiva pressione sulle arterie ai lati del collo fecero svenire il sicario, l'azione non aveva richiesto più di trenta secondi e in quel momento nei bagni non c'era nessuno, cosa di cui Roberto si era assicurato prima di agire. Svelto trascinò l'uomo nel gabbiotto che aveva occupato fino a poco prima, una volta dentro, calò i pantaloni all'uomo dopo averlo disposto a sedere sulla tazza, indi prese la bottiglia, cercò di far ingurgitare al fantoccio seduto un'abbondante dose di liquore, l'alcol sembrò far rinvenire l'uomo, questa volta fu la spazzola destinata alla pulitura del water, a mettere di nuovo fuori combattimento il malcapitato, il resto della bottiglia finì sugli abiti e persino un po' nelle scarpe, di quello che a prima vista era un ubriacone addormentatosi nel momento più imbarazzante. Compiuto il suo lavoro, Roberto si avviò per acquistare il biglietto e partire, quando arrivò allo sportello sentì l'altoparlante che annunciava la partenza dell'aero che avrebbe voluto prendere, non c'era tempo per imbarcarsi, altrettanto velocemente si diresse di nuovo all'uscita. La navetta con l'autista, fatto il pieno di ospiti, stava ripartendo per tornare in albergo, con un fischio Roberto attirò l'attenzione dell'autista che lo guardò con aria interrogativa, il giovane con un'espressione sconsolatissima, aprì l'indice e il pollice e li mosse in un gesto oscillatorio: «Niente da fare», con un ghigno l'autista gli fece un cenno di salire, l'avrebbe riportato in albergo.
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MessaggioInviato: 28 Feb 2006 21:26    Oggetto: Rispondi citando

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Un vento fresco e teso gli sferzava la faccia, ma Gèrard Masson non se ne lamentava, anzi gli piaceva, gli dava il senso della vita, del mondo in continuo ed inesorabile cambiamento, e lì di movimento madrenatura ne offriva parecchio.
Gèrard andava spesso alla torre-faro di Perros-Guirec sulla "costa di granito rosa" a pochi km da Paimpol. Da quando si era ritirato in Bretagna amava quel posto, fonte di ispirazione per le sue poesie, una delle sue passioni. Amava quella gente abituata a vivere con quello che offriva il mare e la campagna, gente orgogliosa della propria origine, fiera e determinata.

Qui, la costa Bretone e' famosa per le spettacolari maree che a volte, conforme la stagione, raggiungono anche la decina di metri, lasciando chilometri di battigia libera dall'acqua e le barche in porto appoggiate a delle "stampelle" per evitare che si rabaltino. Lo spettacolo della marea che cresce ed avanza, come dicono qui "al passo di cavallo" e' indescrivibile e mai monotono e caratterizza, oltre che turisticamente, anche economicamente la regione.

Gèrard, poco piu'di 55 anni, un po' piu' alto della media, un corpo muscoloso e ben mantenuto, brizzolato con barba e baffi, nato nel sud della Francia dove era cresciuto con i sui genitori, modesti proprietari terrieri discendenti di un casato nobiliare della vicina Loira, che hanno investito negli studi di Gèrard per garantirgli un futuro senza problemi economici. Ha abitato per molti anni a Saint Paul Trois Château dove ha frequentato la scuola gestita dai preti della cattedrale per poi proseguire gli studi alle superiori e all'università di Montelimar specializzandosi in fisica nucleare.
Non ha mai avuto problemi di apprendimento, un dono naturale ed una mente superiore alla media gli ha sempre permesso di distinguersi. Al termine degli studi, integrati da una borsa di studio per un master, messa a disposizione dalla stessa centrale nucleare di Montelimar, ha trovato impiego nella centrale stessa. Qualche anno dopo la laurea, perde i genitori in un banale incidente d'auto, così decide di trasferirsi e di prender casa direttamente a Montelimar.
Nel contempo si e' iscritto alla scuola di volo del vicino aeroporto di Aubenas Vals-Lanas, non ha potuto farlo prima per la troppa paura di sua madre, terrorizzata al solo pensiero di saperlo "staccato da terra", dove ha conseguito il brevetto di pilota privato con abilitazione al volo strumentale su mono e plurimotori e la licenza di radiofonia in inglese, indispensabile per poter volare fuori della propria nazione.
Dopo oltre 25 anni di lavoro presso la centrale, ha deciso di lasciare il lavoro dipendente e di trasferirsi al nord, a Paimpol, sulla costa Bretone, a mezz'ora di strada da Saint Brieuc dove ancora vivevano dei lontani parenti da parte di padre.

Un certo languore ed alcuni rumorini di stomaco, ricordano a Gèrard che è ora di pranzo. Si avvia con il suo fuoristrada sulla strada costiera che lo riporta a Paimpol. Oggi preferisce fermarsi nella piccola trattoria del porto dove Annette, a lui non proprio indifferente, sa preparare uno spezzatino di "mules" insuperabile, accompagnato da una mezza bottiglia di rosso francese. Il solo pensiero è bastato a Gèrard per pigiare più a fondo l'acceleratore.

Dopo pranzo si intrattiene a chiaccherare con Annette in attesa che finisca le proprie faccende per poi andare a fare quattro passi assieme sul lungomare del paese. Congedatosi da lei fa ritorno verso casa. Una villetta sulla costa, non grande ma con un ampio garage dove Gèrard, ora che ha tempo, si dedica al restauro di qualche vecchia auto e moto. Parcheggia il suo fuoristrada e sale in casa. Arredata in maniera essenziale ma accogliente, la sala centrale con il caminetto è la stanza preferita da Gèrard per leggere e scrivere le sue poesie. Entrando nota la spia della segreteria che indica la presenza di messaggi, per lui cosa insolita perchè chi lo conosce sa che lo può trovare nel tardo pomeriggio. Incuriosito si appresta ad ascoltare il messaggio e la voce artificiale che lo annuncia scandisce oltre all'orario anche il prefisso ed il numero del mittente e riconoscendo il prefisso della sua vecchia zona di residenza, si appresta ad ascoltare la registrazione:

............................................."Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam"

Non pensava che sarebbe venuto il momento ma era preparato. Gli anni passati alla scuola dei preti di Saint Paul Trois Château lo avevano portato a fare amicizia con il vecchio padre bibliotecario della cattedrale, che, resosi conto di avere davanti un giovane particolare, sveglio svelto e di sani principi, lo aveva scelto ed istruito per quella particolare missione, quella che sarebbe diventata la "Sua Missione".
Quando si trasferì a Montelimar e si congedò dall'ormai vecchio Padre Simon, questi gli consegnò un piccolo astuccio d'argento foderato di vellutino rosso che conteneva un fregio anche lui d'argento.

Gèrard sapeva che il tempo era nemico della "Sua Missione", guardò l'orologio, erano da poco passate le 16.00, avrebbe potuto partire quel pomeriggio stesso.

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MessaggioInviato: 02 Mar 2006 23:31    Oggetto: Rispondi citando

Nell'attesa del tanto agognato pasto, Marta iniziò a guardare con sempre crescente attenzione la vetrina con le foglie intagliate...
Vi riconosceva qualcosa di familiare...sì, ma cosa?
Ma certo!! Che stupida!!
La scatola di radica tanto cara alla nonna e che ora faceva bella mostra di sè dietro le antine di vetro..La scatola in cui la nonna custodiva con cura e amore il ciondolo che le aveva svelato il segreto di tutta la sua vita, la scatola in cui riponeva la sua curiosa spilla d'argento con cinque lettere stilizzate, la scatola tutta foderata di velluto blu che tante volte avrebbe voluto aprire per indossare i "tesori" della nonna, se non l'avesse sempre trovata chiusa a chiave!
E ora eccola lì, sopravvissuta alla nonna, sopravvissuta al tumulto delle loro esistenze, lì a pochi passi da lei...
Ma nemmeno dirlo!! Zampettando su una sola gamba si trascinò fino alla vetrina e ne estrasse la scatola.
Che bello...le sembrava di sentire ancora il profumo della sua nonna sprigionarsi dalle nervature del legno...
Ne percorse con la punta delle dita le levigate pareti e alla fine osò sollevare il coperchio...e...era aperto!!
Sbirciò con curiosità puerile all'interno e fissò i propri occhi negli occhi che a loro volta la fissavano dallo specchio interno...gli occhi dello stesso identico colore del nonno...così azzurri e così intensi allo stesso tempo...
Finalmente potè toccare il prezioso velluto e immaginare i meravigliosi tesori dell'infanzia, ora, purtroppo, spariti!
Accidenti, sul fondo c'era un piccolo taglietto...."Ma che peccato" - pensò - "un velluto così bello rovinato"...
Ora voglio proprio vedere se riesco a sistemare questo disastro!
Ma mentre maneggiava con cura la scatola, si accorse che lo spessore dello specchietto aveva un che di innaturale....troppo spesso....che razza di vetro era mai quello?
mmmmmmhhhhhh
Una leggera pressione sul bordo destro dello specchio , uno splendido ghirigoro d'argento ad incorniciare l'ovale, e ....voitlà!
Il disastro era compiuto!!
Lo specchietto si era staccato dal lato opposto....era riuscita a rovinare la preziosa scatola della nonna!!
Che disastro, che disastro!!
Ed ecco scivolare fuori un foglietto con la grafia della nonna....
"Eva Zecovic - Senovazne Namesti,13 - Praga"
E in basso, quasi invisibile nell'angolo destro, un misterioso simbolo....
Eva.....Eva Zecovic......Ma certo!!!!!
La sua tata!!
Come aveva potuto dimenticare la sua amatissima Eva? Come aveva potuto rimuovere totalmente quel suo periodo di vita dai ricordi?

Passi nel corridoio....stavano tornando....si nascose in fretta il bigliettino nella tasca dei jeans e zampettò veloce verso il divano...Ormai la decisione era presa...doveva assolutamente andare a Praga dalla "sua" tata, l'unica persona in grado di poterla aiutare!
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MessaggioInviato: 03 Mar 2006 03:33    Oggetto: Rispondi citando

Aprì un occhio e subito dopo l'altro: lo sguardo vagò per la stanza, registrandone per un paio di secondi i particolari. Appena Perutz ebbe coscienza di trovarsi in un posto a lui sconosciuto, si svegliò del tutto e, in una frazione di secondo, gli tornarono in mente gli ultimi avvenimenti: l'agguato, l'esplosione, l'intervento dello sconosciuto. Si rese immediatamente conto di non essere a conoscenza di tutto ciò che era accaduto: l'ultima immagine impressa nella sua mente si riferiva a quando lo sconosciuto lo stava trascinando verso il carretto, ma in quel momento si trovava in una stanza.
Si drizzò immediatamente sul letto, tirandosi su ed appoggiandosi con le braccia tese; era pronto a difendersi, ma non sapeva da che cosa e, rifletté dopo un secondo, neppure in che modo.
Completò l'esame della stanza: era una camera da letto, piccola, con un paio di letti affiancati ma separati, illuminata da una piccola finestra adornata da tendine semplici ma curate. Si trovava certamente in una casa privata, e quella sembrava la camera di un paio di ragazzine, a giudicare dai poster appesi alle pareti. L'arredamento era povero ma curato, e la stanza nell'insieme era in ordine. Appoggiati su una sedia, ad un paio di metri dal letto, c'erano i suoi vestiti, piegati con ordine nonostante le loro pessime condizioni. Sollevò la coperta: indossava un vecchio pigiama, profumato di bucato.
?Dove sarà la Nagant?? fu il suo primo pensiero. Vedendo i vestiti piegati, si era reso conto che chi li aveva sistemati non aveva potuto fare a meno di accorgersi dell'arma.
?Ed i documenti? Ed il denaro?? continuò a chiedersi.
Stava per alzarsi, quando sentì un rumore di passi. Rimase nella posizione semi sollevata, pronto ad alzarsi del tutto se ne avesse ravvisato la necessità. Si accorse con piacere che il suo corpo rispondeva agli stimoli ed i muscoli, pur indolenziti, si tendevano a comando. Anche il suo cervello aveva riacquistato lucidità, e stava analizzando le differenti situazioni che avrebbero potuto presentarsi e le contromisure che avrebbe dovuto prendere.
Con sollievo si accorse che al di là della porta non c'era una minaccia. L'uscio si aprì lentamente, ed il viso di una donna si insinuò nello spiraglio tra la porta e la cornice. Appena la donna si accorse che l'ospite era sveglio, aprì completamente la porta ed entrò nella stanza. Era sulla cinquantina, non molto curata, i capelli grigi raccolti in uno chignon, alta e magra, vestita con una gonna lunga ed un maglione. Sembrava una donna abituata a svolgere i lavori della campagna, e Perutz immaginò che fosse la moglie dell'uomo che era intervenuto a soccorrerlo.
Si fermò al centro della piccola stanza, ad un paio di passi dal letto e guardò il suo ospite, sorridendo.
«Sta meglio, si è svegliato» disse. Sembrava un po' imbarazzata: probabilmente non erano abituati ad avere ospiti, e tanto meno stranieri raccolti vicino ad un'auto incendiata.
«Si, grazie. Dove mi trovo?» La donna aveva parlato in romeno, e Perutz le rispose nella stessa lingua.
« A casa nostra, poco lontano da Vatra Dornei. E' svenuto mentre mio marito la stava portando sul carro, e non si è svegliato fino ad adesso. E' stato sempre molto agitato, la notte scorsa. Parlava...»
«Parlavo? E di cosa?» chiese l'ispettore, un po' preoccupato. Sperava di non essersi lasciato scappare niente di importante: conosceva troppi segreti, e molti di essi avrebbero dovuto rimanere tali, per sempre. Ad ogni modo, la sua lingua madre non era certo il romeno, e di conseguenza era molto improbabile che nel delirio avesse usato quella lingua.
«Non lo so. Parlava in una lingua che non conosco. L'unica cosa che si capiva era il nome di un certo Padre Mihail e quello di una donna, Marta. E' sua moglie?»
«No, ma è una persona che conosco. Ha detto ?la notte scorsa?: da quanto tempo mi trovo qui?» In quel momento una nuova preoccupazione si stava affacciando nella mente di Perutz. Quanto tempo aveva perso, con quell'incidente?
«Mio marito l'ha portata a casa ieri, nel pomeriggio»
«Ed adesso, che ora è?»
«Non lo so, più o meno le sette di pomeriggio»
«Ho dormito un giorno intero!» esclamò stupefatto Perutz, consapevole di aver sprecato, anche se non per sua volontà, ventiquattr'ore che avrebbe potuto impiegare in ben altro modo.
«Si vede che era molto stanco, ed ha anche preso una brutta botta» concluse la donna, con la saggezza della semplicità.
Aveva ragione: era stato sotto tensione per più giornate, dormendo molto poco, talvolta nulla, sempre pronto a valutare le situazioni a cui andava incontro, a prevedere i potenziali pericoli, ed a reagire in caso se ne fosse presentata la necessità. La stanchezza accumulata ed il trauma dell'esplosione ravvicinata avevano sommato i loro effetti. Tutto sommato, non era una cosa negativa: i prossimi giorni sarebbero stati forse ancora più impegnativi, e non avrebbe potuto pretendere tanto dal suo organismo. Quella pausa ristoratrice era arrivata al momento giusto, ed era anche stata utile per far perdere le sue tracce. Nessuno avrebbe potuto immaginare che lui si trovasse nella casa isolata di un pastore, tra quelle montagne: nessuno lo avrebbe cercato lì.
Guardò fuori dalla finestra, ed ebbe conferma delle parole della donna: il cielo si era fatto meno luminoso, la giornata era al termine. Di lì a poco, il sole sarebbe sceso al di sotto del profilo delle montagne, le ombre si sarebbero allungate e per quella giornata non avrebbe avuto più la possibilità di riprendere il viaggio. Non poteva avventurarsi con il buio da solo per quelle montagne sconosciute: aveva ancora bisogno dell'aiuto di quella famiglia.
La donna uscì dalla stanza, dopo aver avvertito che non mancava molto alla cena. Perutz ricordò che non faceva un pasto da un paio di giorni, e fu felice della notizia. Pochi minuti dopo, la donna ritornò. Aveva con sé un paio di pantaloni, ancora in buone condizioni, una camicia ed un maglione: il necessario per sostituire gli indumenti che lo avrebbero fatto sembrare reduce da un bombardamento. L'ispettore ringraziò, sinceramente colpito dalla generosità di quella famiglia e, appena la donna fu nuovamente uscita, si alzò e si vestì.
Uscì dalla stanza, percorse il corridoio ed uscì nel cortile. La casa era esattamente come l'aveva immaginata: rustica, non rifinita all'esterno, costruita in economia ma ospitale. Guardò attorno a sé, nell'ultima luce della giornata: i Carpazi si estendevano davanti ai suoi occhi e, ammirandone il profilo, sembrava che i suoi problemi e l'oscura minaccia rappresentata dall'Ordine fossero lontani nello spazio e nel tempo. Naturalmente, Perutz sapeva che non era così: la minaccia alla sua vita era arrivata fin lì, a pochi chilometri di distanza, ed il tempo a sua disposizione era molto poco, e scorreva inesorabilmente.
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MessaggioInviato: 03 Mar 2006 06:04    Oggetto: Rispondi citando

Il mendicante si girò a guardare Giorgio con un lampo divertito nell'occhio buono e sorrise: «Invece è possibile, che fratello sarei se non ti aiutassi quando hai bisogno?» «Tu sei morto» disse Giorgio boccheggiante «Ti sembro un fantasma? Sono ridotto male si, ma non del tutto» rispose l'altro con un ghigno, dopo aver pulito la lama sugli abiti del morto, la stava facendo rientrare nel braccio finto, spingendola per la punta utilizzando un largo braccialetto, probabilmente rinforzato, che gli fasciava il polso destro.
Non ci fu tempo per altro, la macchina si era fermata all'imbocco del vicolo, l'autista sceso come gli era stato ordinato, intuendo che era successo qualcosa di strano entrò nel vicolo con l'arma spianata,
Giacomo parlò per la prima volta dall'inizio dell'azione: «Attento, è armato!» il suo avvertimento però, sembrò non raggiungere l'interessato a cui era rivolto, nel vicolo erano rimasti solo lui e Giorgio, l'altro sembrava volatilizzato, sparito nel nulla. Quando il sicario li raggiunse, vedendo il suo compagno a terra e il sangue che inumidiva l'asfalto, alzò la pistola pronto a sparare ai due credendoli responsabili dell'uccisione, le ombre alle sue spalle sembrarono animarsi, il lungo pastrano, ottima mimetizzazione nelle zone buie, svolazzò frustando l'aria accompagnando un sibilo, il sangue del secondo uomo, sgorgando dalla carotide recisa si mischiò a quello del primo. Il rito della pulitura della lama e il suo rientro nell'inusuale fodero si compì per la seconda volta.

Era il momento delle spiegazioni, frugando nelle tasche delle sue vittime, Amedeo aveva trovato le chiavi e ora stava armeggiando per liberare Giacomo che a sua volta liberò Giorgio. La domanda era sospesa nelle pupille di Giorgio che ancora incredulo, sembrava un bambino davanti al suo primo regalo, il gigante aveva un'aria tenera, commossa e felice. «Come faccio ad essere ancora al mondo?» sorridendo Amedeo disse: «Ricordi quando mi hanno investito? dandomi per morto mi hanno portato all'obitorio, ero solo in uno stato di coma così profondo da potersi definire morte apparente. Il vecchio medico che mi spogliò per farmi l'autopsia, trovò nelle mie tasche il fregio che ci è stato insegnato di portare sempre con noi, quell'uomo era un'Aquila, uno di noi, per una forma di rispetto usò su di me un po' più di cura di quanta ne usasse con gli altri cadaveri, questo gli fece notare il lieve palpito della mia iugolare, non tutto era perduto, ero attaccato alla vita per un filo, ero ancora vivo! Con tutta la sua influenza riuscì a portarmi a casa sua, una piccola clinica, dove cercò di rimettermi insieme, alcuni «pezzi» erano distrutti, ho perso tutta la parte sinistra, la gamba, il braccio e l'occhio, tutta la parte, dove mi ha colpito la macchina quando sono stato travolto, era irrecuperabile, ma il resto era ancora buono. Con le protesi e la riabilitazione di un paio d'anni sono riuscito ad essere ancora operativo» l'ultima frase fu detta con un sorriso e con una strizzatina d'occhio.

«Il resto è facile da intuire, tutti, compresi voi, dovevano credermi morto, ma soprattutto dovevano credere morto te, nessuno dei nostri nemici sapeva che nostra madre aveva messo al mondo due gemelli. Quello che avete seppellito, era un cadavere utilizzato per le lezioni di anatomia. Per rendere più credibile la storia, tutto quello che mi apparteneva vi fu restituito, fregio compreso, a proposito... ce l'hai ancora?» a queste parole Giacomo si frugò in tasca e preso il sacchettino di velluto lo porse ad Amedeo. «Tienilo tu, ragazzo» fu la risposta «Vi aspetta un viaggio e io vi sarei d'intralcio, tu mi sembri svelto e in grado di aiutare questo mastodonte» mentre parlava con la mano destra cercò di pizzicare la pancia del fratello, riuscì a prendere fra le dita solo la pelle, tanto erano duri i muscoli del gigante che con la bocca semiaperta, lo stava ancora fissando incredulo «Ah, però ci siamo tenuti in allenamento... e bravo fratellino» a quest'uscita, Giorgio arrossì un poco e in un impeto di felicità abbracciò il fratello ritrovato, non dosando la forza con cui compiva il gesto.
«Aaarrrghh, mettimi giù bestione, vuoi forse fracassarmi le poche ossa che mi sono rimaste sane?» reclamò Amedeo, ma con un sorriso così largo da lasciare intendere che non gli sarebbe importato nulla, se l'altro davvero gli avesse incrinato o rotto qualche costola.

Giacomo non sapeva se essere più contento di essere stato liberato o di vedere la felicità dei due uomini, oramai considerava Giorgio un Amico, di quelli con la A maiuscola, e un po' lo stupiva che quella specie di carro armato, si comportasse in modo così entusiastico, in special modo dopo aver ammirato la freddezza e la capacità di controllo di cui l'uomo era capace. «Perché non vieni con noi?» fu la sua domanda, pur non avendo nessuna idea di dove fossero diretti. «No ragazzo, io devo stare qui, ci sono cose che si devono ancora compiere, poi... lo ripeto... vi rallenterei parecchio, voi dovete muovervi velocemente e io...» l'ultima frase fu accompagnata dal suono sordo, prodotto dal braccio artificiale battuto sulla gamba altrettanto artificiale. Giacomo dovette ammettere che Amedeo aveva pienamente ragione «Per fortuna con quell'arnese sei ben protetto» disse indicando con rispetto il «fodero» della lama che pochi attimi prima aveva bevuto il sangue di due uomini. «Ah, Polly... sapete la chiamo così in onore della figlia del buon dottore, siii, se la cava bene e mi ha tirato fuori dagli impicci parecchie volte, poi ti assicuro, è in buona compagnia... non è l'unica sorpresina che il vecchio Amedeo è in grado di riservare». Dicendo questo l'uomo sghignazzò all'indirizzo dei due ottenendo ancora di più la loro ammirazione. «Ah, a proposito di sorpresine, voglio darti qualcosa» con la mano buona estrasse dalla tasca un pacchetto di forma circolare, porgendolo a Giacomo disse: «Aprilo», il ragazzo fece come gli era stato ordinato e si trovò per le mani una corda di pianoforte molto spessa, poteva essere solo quella corrispondente al do, due piccoli pezzi di un manico di scopa forati latitudinalmente e due morsetti di quelli che si usano per fermare la tiranteria delle moto. «Sai cos'è, la sai usare?» Giacomo, con un brivido, fece un gesto di assenso con la testa. «L'ho trovata in tasca all'ultimo che ha cercato di darmi fastidio, a me evidentemente, non serve» alzando il braccio finto. «Se s'indovina la congiunzione fra le vertebre cervicali, è possibile decapitare un uomo con questa» fu la risposta cupa di Giacomo, con lo sguardo che si oscurava, al ricordo di alcuni fatti del suo passato militare. «Bene, tienila potrà sempre servirti!» Giorgio, come risvegliandosi da un sogno esclamò: «Abbiamo perso fin troppo tempo, dobbiamo muoverci, per fortuna questi gentili signori hanno acconsentito a donarci un mezzo di trasporto adeguato» mentre parlava aveva frugato nelle tasche dell'autista, recuperando le chiavi della potente berlina nera che li avrebbe portati dove sarebbero stati condannati a morte. Prese con la destra, la mano artificiale del fratello, cingendolo con il braccio sinistro l'attirò a sé stringendoselo al petto, l'altro dal canto suo passò il destro attorno a quello di Giorgio e gli diede delle pacchette sulla schiena, stemperando così l'emozione del momento. «Presto, andate» furono le sue parole. Tutti e tre si avviarono verso la macchina, Giorgio e Giacomo salirono, il gigante al posto di guida, il ragazzo sul sedile del passeggero. Amedeo rimase in piedi dietro la macchina per vederli partire. Giorgio, come sempre, partì facendo fischiare le gomme, mentre si allontanava alzò lo sguardo per vedere nel retrovisore il fratello che, in mezzo alla strada, li stava salutando alzando un braccio, per un secondo dovette riportare gli occhi sulla strada davanti a sé, quando li rialzò, lo specchietto gli restituì l'immagine della strada completamente deserta.
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MessaggioInviato: 05 Mar 2006 12:35    Oggetto: Rispondi citando

Un senso di inquietudine lo pervase: iniziò a pensare che quell'inattesa fermata di ventiquattr'ore sarebbe stato l'elemento che avrebbe permesso all'Ordine di completare i suoi piani, di annodare gli ultimi fili pendenti di una complessa trama intessuta nell'arco di più generazioni. E tutto questo a causa di una sua reazione istintiva: probabilmente, se non avesse colpito il killer sulla motrice, il pesante mezzo non avrebbe sbandato. Avrebbe continuato la sua corsa verso il precipizio, senza chiudere lo stretto varco che rimaneva aperto davanti al muso della Dacia, e Perutz avrebbe potuto sganciarsi dall'agguato senza perdere l'auto, i documenti ed un'intera giornata.
?Macché una giornata? aggiunse tra sé, mentre camminava meditabondo nel cortile della casa ?ben trentasei ore sprecate?. Non pensava più alle necessità del suo fisico: avrebbe comunque dovuto fare una sosta per recuperare sonno ed energie, ma questo gli appariva irrilevante.
Anche la perdita della borsa contenente tutti i documenti di Padre Jacob contribuiva a renderlo pessimista. Non era sicuro che fossero fondamentali per la sua missione: Padre Jacob, nel corso degli anni, aveva svolto le sue indagini nel sottobosco delle sette e delle associazioni segrete esistenti a Praga, e solo casualmente si era imbattuto nell'Ordine della Rinascita. All'inizio l'aveva considerata, al pari delle altre sette, soprattutto un pericolo per gli ingenui che vi aderivano; soltanto in seguito ne aveva intuito le potenzialità e l'estrema pericolosità che essa rappresentava per l'intera società. Perutz, dopo la scomparsa del religioso, aveva potuto accedere alle sue carte ed aveva preso con sé tutto ciò che aveva trovato e che immaginava potesse essere utile. In particolar modo, alcuni documenti redatti in una lingua a lui completamente sconosciuta. Alcuni di essi erano molto antichi, altri sembravano più recenti e scritti con la grafia ordinata ma riconoscibile di Padre Jacob. L'ispettore aveva pensato che si trattasse di una lingua morta: non era né latino né greco antico (κοινέ), delle quali gli era rimasto qualche ricordo dai tempi del liceo, ma un'altra, molto meno conosciuta. D'altronde, Padre Jacob era uno studioso ed un apprezzato umanista: probabilmente era riuscito a tradurre quei testi antichi, e lui stesso aveva utilizzato quella lingua per tenere traccia delle sue scoperte e delle conclusioni a cui era arrivato, mantenendo così la necessaria segretezza. Soltanto un uomo con il suo stesso livello di preparazione avrebbe potuto venire in possesso di quelle informazioni, ed era la persona che Perutz voleva incontrare a Suceviţa: Padre Mihail, uomo di cultura e persona fidata, che già in passato aveva svolto un prezioso ruolo di consulenza in situazioni analoghe.
Ma, a quel punto, non essendo più in possesso dei documenti, Perutz si stava chiedendo che utilità avesse il proseguire il viaggio: Padre Mihail non avrebbe potuto essergli di aiuto e probabilmente lui avrebbe potuto contrastare meglio il nemico in qualunque altro posto tranne che in Moldavia. Tanto valeva tornare indietro, raggiungere Bistriţa e di lì fare ritorno a Praga senza perdere altro tempo.
Di solito freddo e razionale, in quel momento era quasi un altro uomo: sentiva enormemente l'importanza di non sbagliare una mossa in quegli ultimi giorni. Come gli ultimi sprazzi di gioco in una lunghissima partita a scacchi, nella quale gli errori commessi all'inizio potevano essere rimediati, ma quelli commessi nelle ultime fasi ben difficilmente avrebbero concesso un'altra opportunità.

Camminando avanti ed indietro nel cortile, si avvicinò ad una bassa costruzione, ancora meno rifinita rispetto alla casa principale: era da un lato il magazzino degli attrezzi e dall'altro la stalla. Si affacciò e vide che il carretto ed il cavallo mancavano: il padrone di casa non era ancora tornato. Dietro l'anta chiusa del portone vide qualcosa che lo sollevò: una vecchia motocicletta con il sidecar, una cecoslovacca Java 250. Sorrise tra sé: quell'immagine lo aveva riportato alla sua giovinezza. Non aveva mai potuto permettersi una moto, ma uno zio paterno ne possedeva un'esemplare, senza il sidecar, e lui qualche volta aveva avuto occasione di guidarla. Con le ragazze, la Java si era dimostrata un'arma formidabile. Allora come in tempi più recenti, Perutz non aveva avuto bisogno di simili aiuti per coltivare le relazioni personali, ma indubbiamente il presentarsi in sella ad una moto rappresentava una carta in più.
Non erano però stati i ricordi a sollevare il morale dell'ispettore, quanto una considerazione pratica. Perutz temeva che l'unico mezzo a disposizione dell'allevatore fosse il carretto, e fino a quel momento la sua impressione era stata confermata: nessuna auto era parcheggiata nelle vicinanze della casa. La moto gli avrebbe permesso di abbreviare i tempi di spostamento per ritornare a Bistriţa, facendogli recuperare un po' del tempo perso.
In quel momento, sentì i tipici rumori degli zoccoli di un cavallo ed il rumore delle ruote sulla strada bianca che portava alla casa. L'allevatore stava rientrando, dopo una giornata di lavoro.
Scese agilmente dal carro, e Perutz rivide il sorriso sdentato con il quale l'uomo lo aveva accolto, appena risvegliatosi dopo l'esplosione. Non era più anziano di lui, o forse di poco, ma era certamente molto meno curato e dimostrava più anni di quanti avesse. Si avvicinarono, e si strinsero la mano. Perutz si accorse che era un uomo di poche parole, più schivo della moglie, e ciò era giustificato dal lavoro solitario che svolgeva.
L'uomo si voltò, appoggiando un piede sulla ruota anteriore destra si sollevò oltre la sponda laterale del carro ed allungò un braccio. Un attimo dopo stava porgendo allo stupito ed incredulo Perutz una borsa da viaggio impolverata e sdrucita sugli angoli.
«Probabilmente è sua» disse porgendogliela.
«Si, certamente!» esclamo l'ispettore, ancora incapace di realizzare che aveva recuperato la borsa ed il suo prezioso contenuto «Dove l'ha trovata?»
«Sulla montagna, a qualche decina di metri dal luogo dell'incidente, tra i cespugli»
Perutz ricordò che il cofano del baule della Dacia si era aperto, mentre l'auto rotolava nel dirupo: la borsa era uscita dal baule in quegli istanti, ed aveva proseguito da sola la sua corsa verso il fondo valle, fermandosi però molto prima dell'auto. L'uomo, portando gli animali al pascolo nella stessa zona del giorno precedente, l'aveva ritrovata.
A quel punto, la situazione era completamente differente: il suo viaggio verso Suceviţa aveva nuovamente ragione di essere portato a termine, e nel più breve tempo possibile. Padre Mihail avrebbe avuto l'opportunità di esaminare i documenti e l'ispettore, se fosse riuscito a recuperare in parte il tempo perso, avrebbe potuto ancora contrastare l'Ordine.

In quel momento, uscì in cortile la moglie per avvisare che la cena era in tavola. Il padrone di casa fece strada e, pochi minuti dopo, erano tutti seduti attorno al tavolo della cucina. La donna aveva portato un paio di pentole, ed iniziò a versare nei piatti, prendendo da entrambe. Perutz capì immediatamente: era uno dei piatti tradizionali della Moldavia romena. Polenta di granturco servita densa, ed accompagnata da tre contorni nello stesso piatto: spezzatino di maiale in bianco, uova fritte e formaggio di pecora. Era un cibo povero, ma molto gustoso e soprattutto molto nutriente: Perutz aveva già avuto occasione in passato di apprezzare quel piatto, e non si tirò indietro. Si era accorto di essere ospite di una famiglia non agiata, ma senza problemi di sopravvivenza, e ne mangiò con gusto un'abbondante porzione: aveva saltato molti pasti, in quegli ultimi giorni. Anche il vino era gradevole: probabilmente non proveniva dai vigneti del delta del Danubio, ma era di buona qualità. Accanto al bicchiere del vino, un bicchiere molto più piccolo attendeva di essere riempito. Il padrone di casa aveva utilizzato il suo fin dall'inizio del pasto, e Perutz ne seguì l'esempio, cercando di non abusare delle sue doti di resistenza agli alcolici. In quelle zone era abituale pasteggiare bevendo zuica, un distillato di pere e prugne molto forte. Probabilmente il vino era stato aggiunto per riguardo nei confronti dell'ospite straniero. Perutz ricordava che la zuica, chiamata palinca in altre località, poteva essere molto forte, ed arrivare a settanta gradi alcolici, specialmente se prodotta artigianalmente. Una delle poche frasi che il taciturno ma ospitale padrone di casa pronunciò fu per dire che l'acquavite era stata prodotta da lui stesso. Perutz, dopo il primo assaggio, non ne ebbe alcun dubbio: era fortissima e poco dolce, ma comunque manteneva quel particolare aroma di frutta che la rendeva unica. Non riuscì a trattenersi dal riempire il bicchierino più volte, sia per compiacere il padrone di casa, visibilmente soddisfatto di avere un commensale che apprezzava le tradizioni locali, sia perché trovava quel distillato molto gradevole e sapeva che comunque i suoi effetti sarebbero svaniti il mattino seguente.
C'era anche un altro motivo: Perutz voleva familiarizzare con l'allevatore anche perché aveva intenzione di fargli una richiesta che non sapeva se sarebbe stata accolta favorevolmente.
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MessaggioInviato: 06 Mar 2006 22:18    Oggetto: Rispondi citando

Per non destare ulteriori sospetti, nonostante sapesse di perdere almeno altre 24 ore, Roberto, riaccompagnato in albergo, prese una camera singola, piccola, ben organizzata e con la finestra che dava direttamente sulla riva dello Soroksar, «Bene» pensò «Di qui c'è la possibilità di eclissarmi».
Dopo aver trascorso il resto del pomeriggio sulla terrazza dell'hotel, fingendosi un turista, non volendo appesantirsi, consumò una cena abbastanza leggera ma sostanziosa, a base di una zuppa di pesce, l'halaszle, e del buonissimo retes, lo strudel ripieno di mele, amarene, noci e ricotta, rientrò in camera e si concesse un sonno ristoratore, dopo aver posizionato la preziosa busta sotto il guanciale. Abituato com'era ad una vita non propriamente lineare e grazie al suo addestramento, poteva permettersi di dormire con i sensi sempre all'erta, in grado di essere sveglio e pronto a reagire al minimo rumore, in pochi secondi.
La notte trascorse tranquilla e senza inconvenienti, il mattino dopo, rilassato, scattante e pronto a terminare la sua missione, sbrigò le pratiche per lasciare la stanza, incontrò «l'amico autista» che sghignazzando gli chiese: «Ci riprovi anche oggi?» con un sorriso che voleva sembrare di rassegnazione, Roberto rispose: «Magari oggi sarò più fortunato, la mia amica arriverà, se arriva non aspettarci... ci siamo capiti?» strizzando l'occhio in cenno d'intesa; l'autista, quasi sentendosi coinvolto, assunse l'espressione tipica di chi ha perfettamente capito le intenzioni di un maschio, alzando le mani all'altezza delle spalle, con le palme rivolte al suo interlocutore, cambiò l'espressione di lussuria in una di falsa innocenza come per dire: «Io non ne so niente, non ti ho nemmeno visto». Con una pacca sulla spalla dell'uomo Roberto si avviò verso la terrazza dell'hotel ove si concesse una colazione e attese che arrivasse l'ora di andare in aeroporto.
Il viaggio sul pulmino, verso il terminal, fu rilassante e pieno di battute più o meno irripetibili, denso di consigli, da parte dell'autista, su quali «localini» visitare, nel caso l'amica di Roberto fosse arrivata, quali invece frequentare se anche quel giorno non si fosse presentata. In questo modo il ragazzo si era assicurato che non vedendolo tornare, l'autista avrebbe dimenticato l'accaduto, convinto che l'amica fosse arrivata e i due fossero andati allegramente a spassarsela felici e beati.

In orario perfetto, il volo 2M124 partì per Chisinau, in capo a quattro ore la sua missione sarebbe terminata.



Katrina aveva insistito più volte affinché Jorge le insegnasse a cucinare i piatti tipici del suo paese, «Fa parte dell'amore» diceva, l'uomo, gratificato da tali attenzioni, era stato ben felice di insegnarle a preparare paella, empanada, tarta di Santiago, la sopa de bacalao con pimientos, e il suo piatto preferito:il leche frita, il latte fritto. Quest'ultimo era abbastanza lungo come preparazione, Katrina però non se ne curava, appena poteva, svegliandosi un po' prima dell'orario solito a cui erano abituati ad alzarsi, lo preparava solo per la soddisfazione di vederlo contento e famelico, quando a colazione trovava sul tavolo il piatto che prediligeva. Quella era una mattina particolare, il suo amato doveva compiere qualcosa d'importante, lei non sapeva cosa fosse, lui doveva essere in forze, era questa l'unica cosa che le importava. Superò se stessa, cucinò un piatto abbondante e così buono che Jorge non poté fare a meno di sentirsi riconoscente verso sua moglie. Con lo stomaco pieno, la concentrazione e la determinazione tipiche del suo carattere, cinse una nuova cintura che permetteva di agganciare meglio il contenitore ed aveva, in corrispondenza del centroschiena, un fodero particolare, a molla, modificato da Jorge perchè fosse orizzontale nel verso della cintura. Il fodero che ospitò la navaja di Albacete era fatto in modo da tenere il coltello chiuso e con con il dorso della la lama rivolto verso l'alto mentre lasciava scoperto il manico, rivolto in basso e facile da impugnare velocemente, la molla che teneva il coltello ben fissato nel fodero offriva anche la resistenza necessaria per aprire parzialmente il coltello mentre veniva impugnato, uno scatto secco del polso avrebbe fatto compiere alla lama il semiarco necessario a serrarsi sul manico tramite il fermo d'acciaio. Indossata la sahariana, Jorge provò un paio di volte l'estrazione della navaja per verificare la prontezza della molla e la sua velocità ad impugnare l'arma, Katrina dalla porta della cucina lo guardava con un po' di apprensione: «Ci sarà pericolo?» chiese, l'uomo, guardandola con gli occhi neri che parevano due pozze d'acqua in una notte con poca luna, rispose: «Non più che vivere» detto questo la baciò, prese la sacca che lei gli aveva preparato il giorno prima, inforcò la bicicletta e si avviò verso l'aeroporto.
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MessaggioInviato: 08 Mar 2006 23:43    Oggetto: Rispondi citando

Nella sua casa, situata in un posto abbastanza isolato nelle campagne fuori Budapest, Auguste Rondel camminava avanti e indietro, il percorso si stava ripetendo da tempo, tanto che il folto tappeto davanti al camino, conservava la traccia di quella maratona dettata dall'ansia.

Aveva telefonato al suo segretario, Jan, ricevendo l'informazione che tutti i contatti, presenti sulla lista lasciatagli dal sovrintendente, avevano ricevuto la telefonata e il conseguente ordine: «Aspetta». Da quel lato era a posto, doveva solo pazientare altri dieci, oramai nove giorni. Anche Karl, nominato proprio quel pomeriggio viceambasciatore, avrebbe avuto un po' più di tempo per muoversi e sistemare al meglio le cose. Quello che preoccupava Auguste era il ritardo degli uomini che dovevano portare le due Aquile, catturati da Karl e momentaneamente reclusi nelle stanze dietro gli studi del museo. Una telefonata nel tardo pomeriggio, l'aveva messo al corrente che il «pacco» come lui l'aveva chiamato parlando con il suo segretario, era stato recapitato e ora aspettava rinchiuso in quella stanza, per conoscere quale sorte gli fosse riservata dal Gran Maestro.
Il tragitto dal museo a casa sua era poco più di un'ora, lui aveva dato ordini precisi: trasferire i due prigionieri solo dopo la chiusura del museo e per essere sicuri anche dopo il tramonto, portandoli lì a casa sua dove nessuno li avrebbe disturbati, dove nessuno sarebbe andato a curiosare nel campo dietro gli olmi, un cimitero privato, in cui giacevano tanti nemici dell'Ordine e suoi. Erano le 23.30 e quegli uomini non si erano ancora visti. Fremeva all'idea di dover aspettare così a lungo per avere la soddisfazione di decretare la morte dei due uomini, non prima di aver sbattuto loro in faccia la potenza dell'Ordine, aver giustificato la loro morte così come voleva la Regola, solo a pensare la parola fu compiuto il gesto di rispetto: la mano destra chiusa a pugno sul cuore prima, sulla fronte poi e aperta davanti alla bocca a conclusione. Avrebbero saputo perché morivano, e sarebbero morti con la disperazione di non poter più abbracciare la Verità, di non poter più essere al servizio dell'unica, grande e potente, forza che avrebbe posto fine alla barbarie, all'oscurantismo, all'insubordinazione e anarchia dei popoli. Tutti sarebbero stati raccolti sotto un'unica egemonia che pur se dura e inflessibile, li avrebbe portati alla salvezza. All'idea che fra pochi giorni il mondo intero sarebbe stato riconoscente all'Ordine e a lui, le sue narici fremettero, gli occhi si illuminarono di orgoglio, si fermò fissando il fuoco nel camino, un fuoco purificatore avrebbe distrutto quelli che non accettando l'Ordine si fossero ribellati. Lo stesso fuoco a cui i suoi avi erano scampati quando le forze politiche e religiose, influenzate sicuramente dal maligno, avevano distrutto la più grande, onesta e pura congrega di guerrieri, difensori della Verità e della fede cristiana, che il mondo avesse mai visto. «Rudolph, Rudolph» urlò per chiamare il suo servitore, avrebbe potuto chiamarlo con il campanello, urlare lo faceva sentire più importante, più sicuro, per troppo tempo al museo aveva dovuto e ancora doveva, mostrarsi compassato, distaccato e calmo senza mai perdere l'aplomb che si confà al sovrintendente di un museo, sbraitare per chiamare l'uomo che gli faceva anche da maggiordomo, gli serviva da sfogo. Nella stanza entrò una specie di armadio con l'espressione un po' stolida dipinta sul volto. «Che notizie ci sono?» chiese Auguste con la voce calma quasi incolore, Rudolph conosceva quel tono, sapeva esser dovuto ad una grande tensione che non presagiva niente di buono per il destinatario, «Non buone signore» cercando di farsi piccolo piccolo, non voleva subire le ire per essere il latore di brutte informazioni «Henrich è stato arrestato, per ubriachezza molesta e resistenza alla polizia».
Auguste perse l'aspetto compassato e sbraitò: «Henrich ubriaco? ma... ma... non è possibile!! Cosa ha combinato quell'imbecille?» «Stava seguendo uno dei corrieri su un aereo diretto a Chisinau, stranamente l'hanno trovato nella toilette degli uomini dell'aeroporto, qui a Budapest, ubriaco fradicio e con i pantaloni calati» dicendo questo Rudolph non potè nascondere un sorrisino, la visione della scena semicomica, fece sbollire un po' della rabbia del sovrintendente che accennò un mezzo sorriso, immaginandosi il sicario blaterante e con i pantaloni alle caviglie, poi si riprese e bruscamente: «E poi, che è successo?» «un poliziotto ha cercato di farlo alzare dalla tazza mentre Henrich stava cantando a squarciagola un motivetto tedesco, lui ha reagito violentemente picchiando il poliziotto, ce ne sono voluti altri quattro per immobilizzarlo» Il commento di Auguste fu: «Anche da ubriaco sa fare il suo mestiere, lasciamolo dov'è, se cercassimo di tirarlo fuori, attireremmo qualche sospetto e in questo momento è proprio l'ultima cosa che ci serve, e il corriere, altre brutte notizie?» domandò di nuovo e scontrosamente «Il corriere... volatilizzato, altre brutte, no! Anzi... hanno telefonato dalla Francia, sono riusciti a recuperare una delle due buste».
Un po' più sollevato il sovrintendente disse: «Bene, anche se uno ci è scappato, senza una delle due buste, quei maledetti non potranno fare niente, avvisami quando arriva qualcuno, li sto aspettando da ore, ma è mai possibile che sia circondato da imbecilli?» domando più a se stesso che a Rudolph, picchiandosi con un pugno il palmo dell'altra mano tenuta aperta, «Ora vedi di non deludermi anche tu, portami un bicchiere di cognac».
Rudolph, visibilmente sollevato di non esserci andato di mezzo, nonostante la sua mole si mosse come un ballerino, in un attimo fu al mobile bar, versò nel classico bicchiere, un napoleon di fine cristallo boemo, una generosa porzione della bevanda richiesta, la consegnò al suo principale e in un attimo sparì dalla sua vista.
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MessaggioInviato: 09 Mar 2006 01:10    Oggetto: Rispondi citando

Il mattino seguente, molto prima dell'alba, i due uomini erano nel magazzino degli attrezzi. Perutz era seduto sui talloni e stava esaminando il motore della Java; l'allevatore era a pochi metri di distanza, davanti ad un bancone affollato da un'ampia varietà di utensili disposti alla rinfusa, della provenienza più varia, e stava scegliendo le chiavi fisse della misura necessaria. Dal portone semi aperto filtrava una lama di luce che percorreva tutto il cortile, dividendolo in due parti. Il cielo era ancora scuro, e Perutz si era accorto, mentre attraversava il cortile, che le stelle splendevano più di quanto ricordasse. La spiegazione era data dalla mancanza della luna, e dal fatto che lui era abituato ormai da troppo tempo a trascorrere le notti in città: l'aria di Praga non era certamente paragonabile alla fredda e limpida atmosfera dei Carpazi.
Il cane aveva iniziato ad abbaiare, appena aveva visto i due uomini avvicinarsi alla costruzione; poco dopo aveva riconosciuto l'andatura del padrone ed era tornato ad accucciarsi nel suo angolo, protetto dal vento pungente che spazzava la vallata.

La sera precedente, l'allevatore era rimasto sorpreso della proposta fattagli dall'uomo che aveva salvato ed ospitato. La Java era l'unico mezzo a motore che lui possedesse, e gli veniva chiesto di privarsene. Nei minuti seguenti, la sorpresa era stata sostituita dalla curiosità, quindi dall'interesse per la proposta che gli era stata fatta.
Lo straniero gli aveva parlato di un importante compito che doveva svolgere, e del poco tempo che gli rimaneva a disposizione. Non gli aveva fornito nessun dettaglio, ma gli aveva fatto capire che la questione era veramente importante. E di ciò l'allevatore iniziava ad esserne persuaso. La moglie, la sera precedente, dopo che avevano messo a letto l'uomo svenuto, aveva riordinato i suoi indumenti ed aveva trovato il revolver. Lo aveva consegnato al marito, che aveva immediatamente riconosciuto l'arma: era una pistola di fabbricazione russa, vecchia di qualche decina di anni, molto utilizzata in tutti gli Stati appartenenti all'area d'influenza sovietica, ed in quegli anni ancora utilizzata, specialmente dalle forze di polizia locali. L'allevatore iniziò a pensare che lo sconosciuto fosse un poliziotto, forse in incognito, che dovesse svolgere qualche delicata indagine. Il giorno seguente, mentre pascolava il bestiame, si era accorto che la carcassa della Dacia non era l'unico oggetto ad aver modificato il panorama che vedeva, immutabile, giorno dopo giorno: in fondo alla vallata si vedevano chiaramente i resti di un mezzo pesante, ormai quasi irriconoscibile, coricato su un lato. Durante la giornata, aveva notato un'auto della polizia avvicinarsi prima al mezzo pesante, poi risalire la strada ed esaminare l'auto. Due poliziotti erano scesi ed avevano esaminato accuratamente le carcasse. Da lontano, all'allevatore era parso che avessero estratto da ciò che rimaneva della cabina di guida il corpo di un uomo.
Dopo aver raggiunto l'auto, lo videro e gli si avvicinarono. Gli chiesero se aveva visto o sentito qualcosa, e lui istintivamente rispose di no: non era mai stato in grande confidenza con le autorità, e non aveva alcuna intenzione di iniziare quel giorno. I poliziotti non avevano elementi che indicassero un suo coinvolgimento nella vicenda, e lo lasciarono ai suoi animali, tornando ad occuparsi degli automezzi.
Lui, nelle ore seguenti, aveva trovato la borsa da viaggio. Era ovvio che appartenesse allo straniero: la borsa era stata abbandonata da poco. La tentazione di aprirla era stata molto forte: se non fosse stato per l'arma, per i poliziotti, ed il camion con il corpo all'interno, non avrebbe avuto dubbi. Ma tutti quegli elementi smorzarono la sua curiosità: lasciò la borsa chiusa come l'aveva trovata e la riconsegnò, a fine giornata, al suo proprietario.
La curiosità venne sostituita dall'interesse quando lo straniero gli disse che avrebbe pagato generosamente, e che non era sua intenzione acquistare la moto ma soltanto poterla utilizzare per completare il viaggio. La promessa di un 'offerta generosa venne mantenuta: con il denaro che ricevette avrebbe potuto quasi acquistarne una più recente.

L'allevatore sottoponeva la Java ad un'attività abbastanza intensa, percorrendo, spesso a pieno carico, quelle strade bianche o asfaltate ma tenute in pessime condizioni. Infatti, il sidecar serviva per il trasporto della famiglia, ma anche di provviste o sacchi di mangime.
Nonostante ciò, le condizioni del mezzo erano soddisfacenti: il motore e le parti meccaniche erano state sottoposte ad una discreta manutenzione. Perutz salì in sella, appoggiò le mani sul manubrio come per cercare di far rivivere quelle sensazioni e l'esperienza che gli avevano lasciato le gite giovanili sulla moto dello zio. Chinò il busto in avanti, ed allungò il braccio sinistro verso il basso, alla ricerca della chiavetta della benzina. La raggiunse e la girò, permettendo il flusso del carburante. Fece le necessarie regolazioni per un avviamento a freddo, ed appoggiò con forza il piede sinistro sulla leva dell'accensione. Dopo alcuni tentativi il motore iniziò a borbottare, dapprima irregolarmente, poi in modo sempre più rotondo: il vecchio bicilindrico era forse la cosa più efficiente dell'intera moto.
L'allevatore si avvicinò, stringendo in mano un paio di chiavi fisse. Perutz spense il motore e scese dalla moto. L'accordo stretto la notte precedente prevedeva che il mattino, di buon'ora, avrebbero provveduto a separare il sidecar dalla motocicletta. L'ispettore non aveva intenzione di portarsi dietro quell'ingombro: non ne aveva bisogno, lo avrebbe rallentato, e non ne aveva esperienza di guida. Sapeva soltanto che l'assetto del mezzo, con l'aggiunta del sidecar, veniva talmente modificato da rendere necessaria una particolare tecnica di guida, specialmente nell'affrontare le curve. Se avesse avuto bisogno di sganciarsi da qualcuno che lo avesse rintracciato, avrebbe dovuto essere il più veloce ed agile possibile, e poter padroneggiare al meglio il mezzo.

Non fu necessario molto tempo: il sidecar era imbullonato al telaio della moto, ed il lavoro fu abbastanza semplice. L'allevatore recuperò e mise da parte bulloni e dadi, e Perutz ne sorrise: non si accontentava di aver ricevuto più del valore della moto, e si preparava per il successivo rimontaggio, dopo averla recuperata. Infatti, l'uomo si era fatto promettere che l'ispettore lo avrebbe contattato per comunicargli dove la Java era stata lasciata, in modo da poterla riportare indietro. A Perutz non dispiacque fare quella promessa: se avesse potuto mantenerla, ciò avrebbe significato che un'altra parte della sua missione era stata completata senza incontrare problemi insormontabili.
Quando la moto venne separata dal sidecar, quest'ultimo venne spinto in un angolo del magazzino, e coperto con un telo. La Java venne lasciata vicino al portone d'ingresso, appoggiata sul suo cavalletto. I due uomini rientrarono in casa, soddisfatti del lavoro svolto: dopo essersi dati una ripulita, fecero una frugale colazione.
Perutz si accomiatò, salutando la moglie dell'allevatore. Quest'ultimo lo accompagnò al magazzino, e rimase a guardare. L'ispettore legò saldamente la borsa dietro la sella, controllando che non rischiasse di cadere. Spostò la Nagant, trattenendola tra la cintura ed i pantaloni, in modo che non gli fosse d'impaccio durante la guida e che fosse facilmente estraibile, in caso di necessità. Mise una manciata di proiettili nella tasca sinistra della giacca, salì in sella e cercò di trovare la giusta posizione; la canna dell'arma urtava contro la sella, e dovette spostarla più di lato. Quando si sentì a suo agio, spinse con il piede sinistro la leva ed al primo tentativo il motore si avviò, ancora tiepido. Diede una leggera spinta, facendo scendere la moto dal cavalletto; premette la leva della frizione e cercò con il piede la leva del cambio. Era una leva a bilanciere, che permetteva di essere azionata dai due lati. Il cambio era in folle; uno scatto, ed il primo rapporto venne inserito. Con la destra strinse la mano che l'allevatore gli stava porgendo, in un saluto silenzioso.
Pochi secondi dopo, aveva attraversato il cortile e si era avviato lungo la strada sterrata che lo avrebbe portato a Vatra Dornei. Il sole non si era ancora alzato al di sopra del profilo delle montagne, ma il cielo ormai era diventato chiaro.
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MessaggioInviato: 10 Mar 2006 14:04    Oggetto: Rispondi citando

Arrivato all'aeroporto, Jorge, parcheggiò la bicicletta in uno degli appositi spazi, dopo essersi assicurato di aver chiuso l'apposito antifurto, si mise la sacca in spalla e si avviò all'ingresso del terminal, non sapeva quando e da dove il latore della busta sarebbe arrivato, per non insospettire qualcuno, avrebbe finto di essere un fannullone che non aveva niente di meglio da fare che trascorrere il tempo gironzolando fra bar, edicola, shop, con l'aria un po' annoiata ma con i sensi all'erta per riconoscere chi portava un fregio come il suo, appuntato sul colletto della camicia che «distrattamente» faceva capolino dal bavero della sahariana.

Il suo sesto senso, sviluppatosi in gioventù per la vita trascorsa in clandestinità, gli stava dicendo che lì intorno c'era pericolo, non riusciva a togliersi di dosso la spiacevole sensazione che però non era suffragata da nessun fatto concreto, le persone che circolavano negli spazi da lui percorsi, gli sembrava si comportassero normalmente, i dipendenti delle varie attività, svolgevano le loro mansioni, nessuno dava a vedere di averlo notato, i passeggeri in attesa del proprio volo, alcuni seduti a chiacchierare, altri girellanti come lui, non davano adito a nessun sospetto, al bar, il barista gli aveva servito il caffè senza degnarlo di un occhiata, eppure lui aveva quel pizzicore in prossimità della nuca che, se fosse stato un lupo, lo avrebbe fatto ringhiare e il pelo gli si sarebbe rizzato sulla schiena. Imputò la cosa alla tensione dovuta all'evento che l'aveva portato lì. La sua missione consisteva nel prendere in carico una busta e portarla in un luogo ben preciso nella zona dei monasteri di Suceava, cercò di non farci caso e diresse la sua attenzione sui passeggeri in arrivo. Appena fu uscito dal bar, l'uomo dietro il banco estrasse di tasca un telefono cellulare, compose velocemente un numero, quando all'altro capo della linea sentì la voce che rispondeva disse solo due parole: «Chisinau, aeroporto», il cellulare tornò in tasca e altri clienti furono serviti.

Alle 15.20 l'aereo da Budapest, atterrò, Jorge si avvicinò all'uscita passeggeri, tra la folla vide un ragazzo snello, sembrava un gatto da come si muoveva, sul bavero della sua giacca di cuoio spiccava un fregio uguale a quello indossato da Jorge. Le cinque lettere sembravano brillare di luce propria e Jorge ebbe un fremito nel vederle indossate da un altro, istintivamente gli venne da considerarlo se non un fratello, un commilitone dal quale, in battaglia, può dipendere la propria vita. Non ci furono né ammiccamenti né gesti segreti e ancor meno parole, solo occhi negli occhi, bastò quello per intendersi, due persone vissute nel pericolo non hanno bisogno d'altro, Jorge capì da quello sguardo che ci avrebbe pensato l'altro, a trovare il modo per passagli la preziosa busta. Roberto, come al solito fece la cosa più inaspettata, girò la testa guardando da un'altra parte, come se cercasse una persona che lo stesse aspettando, nel frattempo iniziò a camminare in diagonale, in direzione di Jorge che fermo sembrava invece interessato ad una passeggera molto attraente. Superati i pochi metri che lo separavano dall'altro, Roberto andò a sbattere contro Jorge, immediatamente si bloccò e iniziò a scusarsi facendo il gesto di spolverare la giacca dell'altro, passando le mani sui baveri della sahariana di panno, Jorge alzò un braccio con un gesto cortese per sottolineare che non importava, capiva che lo spintone era stato involontario, il tutto non durò più di una trentina di secondi, il tempo necessario a Roberto, abile borseggiatore, di infilare la busta sotto l'ascella di Jorge che sentito il fardello, strinse il braccio contro il torace per evitare che il plico cadesse a terra. Roberto, con la sua solita sfacciataggine, prese sottobraccio una bella ragazza che stava camminando davanti a lui e a voce alta disse: «Hai visto cara? sono arrivato finalmente!» lo stupore che si dipinse sul viso della ragazza poteva benissimo essere scambiato per piacevole sorpresa, riavutasi dal momento di sbandamento, nel trovarsi di fronte uno sconosciuto che secondo lei stava cercando di abbordarla, la ragazza esclamò indignata: «Ma lei chi è? io non la conosco, se ne vada!» Roberto con un'espressione fra la stupore e il rammarico la guardò e rispose: «Mi scusi, l'ho scambiata per una mia carissima amica, guardandola però devo dire che lei è molto più bella» detto questo schioccò un bacio sulle labbra della ragazza, l'aria stralunata che questa assunse, strappò a Roberto un sogghigno trasformatosi poi in sorriso mentre si allontanava tra la folla, la scenetta aveva come unico scopo di permettere a Jorge di eclissarsi senza essere notato, Roberto si sentiva entusiasta e forse anche un po' dispiaciuto: la sua missione era finita

Jorge uscì dal terminal, sempre tenendo la busta tra braccio e torace, sotto la sahariana, nel frattempo si guardava in giro sospettoso, la sensazione di pericolo non l'aveva ancora abbandonato, anzi ora era più forte di prima, arrivò dove aveva parcheggiato la bicicletta, si accucciò per togliere la catena antifurto dalla ruota anteriore del veicolo, finse di armeggiare con il lucchetto che doveva sembrare resistere all'apertura, nello stesso istante lasciò che il braccio allentasse la presa e la busta cadesse a terra, sempre fingendo di farsi sfuggire le chiavi, raccolse il plico dalla polvere e velocemente lo depose nella tasca interna della giacca. Alzando gli occhi al cielo come se stesse imprecando dette uno sguardo veloce alla piazza che stava di fronte al terminal, i suoi sospetti erano più che giustificati, vide il barista uscire dal bar e andarsi a sedere su una macchina nera, parcheggiata sul lato opposto al quale si trovava lui, nella macchina sedevano altre tre persone. La macchina non si mosse e lui ebbe la certezza che i quattro individui fossero lì proprio per lui. Facendo l'indifferente, liberò la bicicletta dalla catena, con calma fissò la sacca al portapacchi, salì e iniziò a pedalare lentamente dirigendosi verso la città. «Non mi hanno preoccupato cinquanta uomini della Guardia Civil, figuriamoci se ci riescono questi quattro beccamorti» fu il suo pensiero mentre si allontanava fischiettando e godendosi aria e sole sul viso.
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MessaggioInviato: 12 Mar 2006 22:32    Oggetto: Rispondi citando

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Aveva preparato in fretta una sacca con un cambio, dal frigo aveva prelevato un paio di banane e una bottiglia di thè, aveva raccolto la sua borsa di volo con il necessario e si era avviato. Mezz'ora dopo Gèrard, al volante della sua auto, si stava avvicinando all'aeroporto di Lannion che distava una trentina di chilometri da casa sua. Qualche anno prima aveva coronato un vecchio sogno ed aveva acquistato usato uno splendido Piper Seneca PA34, un aereo da turismo bimotore pittosto veloce.
Appena arrivato all'aeroporto, Gèrard si reca all'ufficio metereologico per le informazioni locali e per le previsioni relative alla sua destinazione. Doveva arrivare all'aeroporto di "Aubenas Vals Lanas" nella val d'Ardèche, un volo di 410 miglia (circa 760 Km) che avrebbe coperto in poco più di due ore; il suo aereo permetteva una velocità di crocera di oltre 190 nodi che corrispondono a oltre 350 KmH. Terminate le operazioni all'uficio metereologico e ricevuta l'autorizzazione al piano di volo, si dirige verso il suo hangar dove ad aspettarlo c'è il meccanico che era stato avvisato in anticipo da Gèrard. Parcheggia l'auto all'interno dell'hangar, raccoglie la sacca e la borsa di volo e le deposita all'interno dell'aereo. Terminati i controlli esterni prevolo si mette ai comandi e richiede l'autorizzazione alla torre di controllo. Ricevuto il consenso, accende i due motori e dopo aver completato i controlli si appresta a rullare allinenandosi in pista. Ultimi controlli e poi via al decollo; "in volo alle 17.00" gli comunica la torre, sarebbe arrivato al tramonto poco dopo le 19.00.

Jiri guidava velocemente la BMW nera, in direzione dell'aeroporto di Marsiglia distante 150 km, ignorando qualsiasi limite di velocità, ma erano in ritardo. Avrebbero dovuto salire sul volo per Budapest in partenza alle 17.05, e la faccia del "capo" Petr manifestava tutto il suo disappunto.
Il Gran Maestro aveva scelto lui, Petr Komarek, per il grado di addestramento avuto e per la sua copertura che gli permetteva di avvalersi di un passaporto diplomatico. La sconfitta "dell'Ordine delle Aquile della Libertà" dipendeva fortemente dall'esito della sua mssione e questo ritardo lo avrebbe messo in cattiva luce. Il volo sucessivo sarebbe stato solo all'indomani alle 6.40 con arrivo alle 11.10 a Budapest.
Nonostante questo non poteva ignorare che la busta che teneva fra le mani conteneva le indicazioni utili al ritrovamento di importanti documenti, che avrebbero potuto destabilizzare l'ordine mondiale; gli sembrava quasi che scottasse. Avrebbe dato la vita per questa consegna.

Jean Pierre, senza fretta, al termine della sua frugale cena, scende dalla camera e con la scusa di fare due passi prima di coricarsi esce dall'albergo e raggiunge la cabina telefonica, inserisce un po' di monetine e compone il numero come da istruzioni, ed attende risposta. Il suo interlocutore all'altro capo del telefono risponde in una lingua a lui sconosciuta ma lui lo sapeva, appena l'altro tace, Jean Pierre pronuncia la frase

<< Per frater Mihail, aquila in nidus est!, vous avez comprì? >> (per fratello Mihail "l'aquila è nel nido" avete capito?),

e ripetendo la frase

<< Per frater Mihail, aquila in nidus est! >>

attese la risposta

<< advolo libertas, frater, advolo libertas >> (vola verso la libertà fratello, vola verso la libertà) fu la risposta.

Uno senso di commozione e serenità attraversò Jean Pierre che, soddisfatto e con gli occhi lucidi si riavviò verso l'albergo.

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MessaggioInviato: 13 Mar 2006 01:27    Oggetto: Rispondi citando

Erano trascorsi molti anni da quando aveva utilizzato la Java dello zio, percorrendo la pianura tra Praga e Brno, oppure spingendosi verso le montagne ed il confine con l'Austria. Ciò avveniva specialmente d'estate, quando l'anno scolastico era terminato e lui poteva abbandonare per un periodo di tempo abbastanza lungo i libri e la città di Praga.
Non aveva vent'anni, ed in quel periodo storico l'atmosfera della capitale non era lontanamente paragonabile a quella attuale: la sensazione di essere controllato era costante, ed a lungo andare diventava opprimente. Il turismo proveniente dai Paesi al di fuori dell'influenza sovietica non esisteva, salvo casi sporadici, ed il turismo interno oppure proveniente dai Paesi del blocco era semplice, frugale, essenziale. Un'auto, per chi poteva permettersela, ed un rimorchio ad un asse era più di quanto si potesse sperare per una vacanza. Gli alberghi erano pochi, e poco frequentati; molto più successo avevano i più economici campeggi, situati soprattutto in prossimità delle località balneari cecoslovacche: i laghi di montagna. Popolo senza sbocco al mare, avevano sopperito utilizzando i bellissimi e freddi laghi alpini.
Quelle erano le mete preferite delle sue scorribande motociclistiche giovanili: spesso da solo, preferibilmente con una compagna di liceo seduta dietro, sul sellino lungo.
Il giovane Gustav aveva sempre ringraziato in cuor suo che lo zio avesse acquistato un modello con il sellino lungo: in quegli anni erano ancora reperibili esemplari leggermente più vecchi, dotati del tradizionale sellino triangolare, molto simile a quello delle biciclette, ed idoneo ad ospitare soltanto il pilota; tutt'al più, per brevissimi tratti, un passeggero che, probabilmente, avrebbe declinato l'offerta in una successiva occasione.
La Java non era una moto potente, neppure per quei tempi. Era piuttosto una moto robusta, priva di orpelli e vezzi ma in grado di svolgere egregiamente il suo compito: trasportare da un luogo ad un altro, in un tempo ragionevole. Ad ogni modo, viste le scarse prestazioni di tutti i mezzi circolanti in Cecoslovacchia in quegli anni, la Java dello zio era un mezzo decisamente veloce, specialmente agli occhi di un ragazzo di quell'età: imparando a conoscerla, ed a tenerla su di giri per sfruttarne al meglio i cavalli, si poteva provare l'ebbrezza di guidare sportivamente. Conosceva bene le strade che portavano ai laghi, verso il confine con l'Austria, e sapeva valutare le condizioni e le caratteristiche delle numerose curve che si susseguivano, dando così ancora più soddisfazione alla guida. Quell'allenamento gli aveva portato in dote la capacità di valutare il percorso che gli si snodava davanti, anche quando non lo aveva mai affrontato in precedenza: sapeva individuare le difficoltà che una curva avrebbe potuto presentare e comportarsi di conseguenza, inserendo il rapporto corretto, evitando di ?arrivare lungo? e percorrendola alla massima velocità possibile senza rischiare la propria incolumità. Questa sua attitudine gli era già stata utile, in precedenza, sia durante l'attività addestrativa sia nell'esecuzione di operazioni rischiose, realizzate in zone a lui sconosciute. Perutz sentiva che tutto ciò gli sarebbe stato ancora una volta utile.

In pochi minuti il cielo completò la sua trasformazione: si era già schiarito mentre Perutz imboccava la strada sterrata, e prima che la casa dell'allevatore fosse scomparsa dalla sua visuale l'alba aveva diffuso la sua luce dappertutto. Non avrebbe potuto partire prima: una buona visibilità era necessaria per proseguire il viaggio su strade in quelle condizioni. L'ispettore sapeva che fino a Vatra Dornei avrebbe percorso un terreno molto accidentato: una prima parte non asfaltata e quindi, dopo essersi reinserito nella strada che era stata teatro dell'incidente, una seconda parte asfaltata ma in pessime condizioni. I suoi ricordi gli suggerivano che dopo quel centro abitato la situazione sarebbe migliorata, e con essa anche la sua velocità di marcia.
Procedette con cautela per i primi chilometri, sia per il fondo stradale sia perché sentiva la necessità di familiarizzare con la motocicletta. Non guidava da anni, ma quasi subito si accorse che la sua esperienza stava riaffiorando. Curva dopo curva, cambiata dopo cambiata si sentiva sempre più tutt'uno con la moto, ne percepiva i segnali e riusciva ad interpretarli come un tempo.
?Non è un'automobile: è molto importante anche la posizione del tuo corpo. La motocicletta si guida anche con il sedere? Era uno dei suggerimenti che lo zio gli aveva dato, le prime volte che lo aveva accompagnato, ancora ragazzino, a fare dei brevi giri per i viottoli di campagna. Gli tornò in mente mentre, ormai raggiunta la parte asfaltata, aveva trovato un breve tratto in buone condizioni ed aveva voluto provare a spingere un po'. Lo zio si riferiva al fatto che il baricentro del mezzo era influenzato dalla posizione del corpo del pilota, ed un suo spostamento sulla sella permetteva di facilitare il corretto inserimento in curva. Sorrise pensando al vecchio zio motociclista, ormai malfermo di salute e non più in grado di guidare la sua Java: l'aveva conservata, come un cimelio dei bei tempi andati, quando entrambi erano più giovani.
Ormai si sentiva a suo agio: aveva appreso pregi e difetti del motore e del telaio, ed avrebbe potuto spingere di più, se la strada glielo avesse permesso. Non si era ancora perfettamente impratichito del cambio: non riusciva ancora ad individuare con sicurezza la posizione di folle, e qualche scalata si era impuntata, ma la sensibilità gli sarebbe tornata in fretta, guidando.

A quell'ora, a Praga avrebbe appena iniziato a consumare la prima colazione, ed invece lì, sui Carpazi, aveva già raggiunto Vatra Dornei. Non era una città, bensì soltanto un grosso paese: aveva la piazza principale, ed alcuni edifici che dimostravano qualche pretesa, tra i quali il municipio ed un albergo. La sua caratteristica più rilevante, ma che per Perutz era di nessuna utilità, era la presenza di una stazione ferroviaria: Vatra Dornei era un grosso scalo merci che serviva tutta l'area circostante, non raggiunta dalla ferrovia. La linea arrivava da sud e proseguiva verso nord, attraversando tutto l'altipiano. Perutz ricordò che la prima volta, arrivato percorrendo quella stessa strada disastrata, si era stupito nello scoprire che il paese era collegato dalla ferrovia.
I suoi ricordi erano esatti: appena terminato il centro abitato, le condizioni della strada migliorarono e gli permisero di aumentare la media. Si sentì rinfrancato: la strada era poco frequentata, le buche si erano diradate ed avrebbe potuto recuperare un po' del tempo perso. Sapeva che Padre Mihail l'avrebbe aspettato al monastero di Suceviţa finché lui fosse arrivato, ma non voleva rischiare che coloro che gli avevano teso l'agguato sulle montagne avessero intuìto quale fosse la sua meta e lo anticipassero, impedendo al religioso di completare il lavoro di Padre Jacob. Non poteva permetterlo, perché non voleva mettere in pericolo la vita del frate più di quanto già avesse fatto e perché lo studioso era l'unica persona che avrebbe potuto decifrare i documenti.
Percorse velocemente i chilometri, superando i rari camion adibiti al trasporto delle merci verso la zona dei monasteri e le ancor più rare automobili. Si costrinse a non pensare alle indagini, ma a concentrarsi esclusivamente sulla guida: la strada era migliorata ma, come in tutte le strade della Romania, all'improvviso apparivano buche sufficientemente profonde da essere molto pericolose a quell'andatura. Qualunque mezzo, auto o moto, che non le avesse evitate avrebbe subìto gravi danni: infatti, era abituale vedere i mezzi percorrere lunghi tratti contromano, quando soltanto una metà della carreggiata era danneggiata.
Improvvisamente, dopo un'ampia curva, gli apparve in lontananza Campulung Moldovenesc.
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MessaggioInviato: 13 Mar 2006 07:45    Oggetto: Rispondi citando

Aveva parecchio tempo a disposizione prima di poter fare ciò che aveva in programma.

Sogghignando fra sé e sé si disse: «Facciamo ballare un po' quei signorini», iniziò una specie di gimcana, sfruttando quelle corsie che si creano fra le macchine quando il traffico è un po' congestionato, gli automezzi che procedono nella stessa direzione sono rallentati e pur muovendosi creano delle code, un ciclista un po' spericolato e capace di qualche acrobazia riesce a non risentire dei rallentamenti, pur essendo su un mezzo più lento riesce a superare in velocità le auto che gli stanno intorno.
A Jorge, sembrava di essere tornato ragazzino tanto si stava divertendo, fingeva un impedimento a proseguire, quando si accorgeva di distanziare troppo la macchina che recava a bordo i quattro ceffi che lo stavano seguendo.
Sapeva benissimo che un nemico innervosito è un nemico debole, lui era un artista nell'esasperare la gente, soprattutto quelli che gli stavano antipatici, Katrina gli ripeteva sovente: «Sei peggio di un monello di strada, dispettoso e impertinente... e anche noioso» l'ultima parte della frase era di solito accompagnata da una scherzosa sberla o una finta resistenza, quando lui, ridendo, l'abbracciava forte e le faceva il solletico cercando contemporaneamente di baciarla. «Ma se lo fai penso che vada bene così, perché sei un uomo giusto e corretto, è certo che se vuoi, sai essere insopportabile come pochi !!» era la consueta conclusione della scaramuccia, con la frase amorevole celata dietro il finto rimprovero, fatto con un'aria che voleva essere seria ma che non avrebbe convinto nessuno.

I quattro nella macchina si stavano davvero innervosendo, l'uomo seduto a lato del guidatore sembrava quello più autorevole e continuava a ripetere: «Muoviti, incapace! non perderlo, non vedi che si sta allontanando? Se decide di girare al prossimo incrocio lo perdiamo e... se lo perdiamo...» fece la giusta pausa per sottolineare che quella era una minaccia, era nervoso, era il primo lui a sentirsi minacciato da un eventuale fallimento. Aveva visto più di una volta il capo infuriarsi «Devo ricordarmi di chiamarlo maestro, non mi viene bene, però» si auto-riprese e rabbrividì al ricordo della fine che aveva visto fare ai malcapitati, tornati a mani vuote o che non avevano eseguito alla lettera un ordine. A lui era stato impartito un ordine: quando il suo uomo, fatto assumere come barista al bar dell'aeroporto e incaricato di controllare persone e comportamenti particolari, l'aveva avvisato che: «L'uomo con il fregio era apparso», la frase non era stata letteralmente quella ma il significato era lo stesso, lui, si era affrettato a telefonare al capo «Maestro, maestro... accidenti a me... questa mia linguaccia sarà la mia rovina» avvisandolo; la risposta chiara e concisa, non lasciava dubbi: «Eliminatelo e tornate con tutto quello che ha in tasca, non vi consiglio di fallire un'altra volta».
Al ricordo di quelle parole, un rivolo di sudore freddo gli corse lungo la schiena, l'unico modo che aveva per allentare la tensione, era strapazzare quelli che erano in macchina con lui. «Sei sicuro che sia lui, lo hai visto prendere qualcosa?» domandò al barista che rispose: «Ma no, non ha fatto niente di strano, ha bevuto un caffè, ha gironzolato un po', poi dopo che tutti i passeggeri del volo delle 15.20 sono andati via, se ne andato anche lui,si vede che quello che aspettava non è arrivato»
«Ma... gli hai visto fare qualche stranezza?» «Stranezze... mmm no, ah, è stato urtato da uno che cercava la sua ragazza» «Imbecille!!» scattò l'uomo «ma è possibile che tu sia così decerebrato? Ma non capisci? Quello era la persona che doveva incontrare, idiota, idiota! e l'altro?» «Sparito» fu la risposta del barista che si stava facendo piccolo piccolo sul sedile posteriore, investito da tutta quella veemenza. La tensione all'interno dell'abitacolo era talmente forte da essere tangibile: Jorge stava raggiungendo il suo scopo.

Piroetta dopo piroetta si avviò in direzione della stazione: il treno per Suceava partiva alle 17.10, avrebbe fatto scalo a Tecuci, a Ungheni avrebbe passato la frontiera, da Tecuci sarebbe ripartito alle 4.04 per arrivare a Suceava alle 7.27, sfruttando la notte per viaggiare, l'indomani avrebbe avuto tutto il giorno per cercare il monastero con l'arco, non sapeva ancora dove si trovasse, una volta là si sarebbe documentato, i riferimenti che aveva dovuto imparare a memoria erano: «Suceava, trova un monastero che abbia un portale costituito da un un arco gotico, sull'arco è incisa una frase, la prima riga del salmo 113b che conosci benissimo, è la frase che darà il via alla tua missione, lì troverai altre persone come te, le riconoscerai perché hanno un fregio come quello che ti è stato dato e dal quale non devi mai separarti, in quel momento saprete cosa occorre fare».
Quella frase se l'era ripetuta, l'aveva cantata ogni giorno del suo addestramento, per quelle parole aveva cercato un significato, fino a quando nella sua fantasia, le aveva associate alla corda di un arco che l'avrebbe scagliato come una freccia, al centro dell'azione.

Arrivato alla stazione, si assicurò che i suoi inseguitori lo vedessero entrare e dirigersi verso il deposito bagagli, rivolto all'addetto chiese: «¿puede tenerme el bolso por dos horas?», l'altro prese il bagaglio e gli consegnò lo scontrino che lui tenne platealmente fra il police e l'indice, come se avesse paura di perderlo prima di consegnarlo a chi di dovere, i suoi gesti avevano come scopo di attirare l'attenzione dei quattro, entrati anche loro a piedi per non perderlo di vista. Individuò fra la folla un signore ben distinto che evidentemente sceso da un treno appena arrivato, si stava avviando all'uscita, lo intercettò e gli chiese: «¿excusa, el restaurante dónde está?» l'interpellato lo guardò stranito e rispose: «Mi spiace non lo so, sono appena arrivato» e Jorge: «no entiendo,el restaurante dónde está?» mentre con la mano che reggeva il biglietto, finse di spazzolare la giacca dell'altro da un pelucco inesistente e con un'abile mossa del polso, fece sparire il talloncino proprio come fanno i prestidigitatori, dando così l'impressione di averlo consegnato infilandolo nel taschino del suo occasionale interlocutore, l'altro infastidito gli disse: «Guardi, là c'è l'ufficio informazioni» indicando la direzione da prendere con il braccio: «Loro le sapranno dire ciò che le serve» Jorghe si girò nella direzione indicata, mise ancora la mano sul braccio dell'altro e assentì vigorosamente con la testa, a conferma che pur non avendo capito un'acca di ciò che lo sconosciuto gli stava dicendo, avrebbe seguito il consiglio: «muchas gracias»e si allontanò nella direzione indicata. Con la coda dell'occhio vide che il suo stratagemma aveva funzionato: ad uno spettatore esterno la scena poteva sembrare che i due si conoscessero, che Jorge avesse consegnato il talloncino e l'altro gli avesse indicato dove aspettarlo, dopo aver ritirato la preziosa sacca nella quale probabilmente, c'era ciò che gli sgherri cercavano. Il gruppetto si divise: due di loro seguirono l'uomo interpellato da Jorge, gli altri due continuarono a seguire lui.
Arrivato al chiosco delle informazioni, improvvisamente scartò a sinistra e s'infilò in una rientranza fra due cabine telefoniche che erano lì a fianco, per uscirne subito dopo girando intorno a quella di sinistra e rimanendo coperto dalla parete esterna, i due che lo seguivano ebbero un attimo di panico e subito dopo si comportarono come Jorge aveva previsto: si divisero, uno dei due si avviò alla destra del chiosco e l'altro a sinistra, verso le cabine per finire proprio nelle grinfie dello spagnolo.
Quando se lo trovò davanti, l'inseguitore aprì la bocca per dire qualcosa, la richiuse immediatamente quando la punta acuminata della navaja di Jorge, gli ebbe scalfito la pelle del ventre attraverso la camicia. Preso l'uomo sottobraccio, Jorge sempre tenendo la navaja nella stessa posizione si confuse tra la folla, sembravano due amici che ritrovatisi, se ne stessero andando via a braccetto. Poco lontano da lì c'era uno sgabuzzino che i portantini usavano come deposito dei loro carrelli, in quel momento era aperto e vuoto, Jorge spinse dentro l'uomo e con il rottame di un carrello sfasciato abbandonato in un angolo, si assicurò che la porta fosse sprangata.
Passò il coltello dalla pancia alla gola dell'uomo e lo costrinse a sdraiarsi bocconi sul pavimento, con la cintura dell'uomo gli legò i polsi alle caviglie, facendogli assumere la classica posa dell'incaprettato, senza però che il legaccio gli passasse intorno al collo. «Y ahora, cabrón me dices quien te manda», «Dimmi chi ti manda, caprone» esclamò. Il suo prigioniero scosse la testa energicamente tenendo le labbra serrate, «Bien!» disse Jorge estraendo dal contenitore appeso alla cintura, una boccetta di vetro spesso che aveva un tappo a vite con la peretta di gomma collegata al contagocce immerso nel liquido un po' vischioso e incolore che sembrava acqua, lo pose davanti agli occhi dell'uome e continuò «Sai cos'è questo?» l'altro scosse ancora la testa, «E' nitroglicerina, cabrón» gli occhi dell'altro si spalancarono per il terrore, «Ora sai che succederebbe se te ne versassi un paio di gocce in mezzo alle gambe e poi le colpissi da una buona distanza con quel pezzetto di ferro, ho un'ottima mira sai, sapevo prendere i conigli selvatici tirando loro i sassi. Siamo al chiuso e le mie orecchie ne risentirebbero un po'... ma tu...» e lasciò in sospeso la frase.
«Non posso dirti niente, perché non so niente» urlò l'altro terrorizzato e divenuto improvvisamente ciarliero, «Dovevamo catturarti, sottrarti la borsa, quello che hai nelle tasche e poi ucciderti, lo giuro questo è tutto quello che so» «Niente altro?» riprese Jorge, iniziando a svitare il tappo, il panico ormai annebbiava gli occhi dell'altro che ebbe un moto di rabbia: «Puoi anche uccidermi, ma non la farai franca, se hai intenzione di uscire dal paese, non ce la farai, ad ogni posto di frontiera c'è uno dei nostri e come ti abbiamo riconosciuto noi, ti riconoscerà uno di loro, sono anni che ti teniamo d'occhio, dovevamo solo aspettare che ti muovessi» Jorge sentì l'eccitazione assalirlo, finalmente l'azione, finalmente ancora in gioco, con calma glaciale iniziò a tagliare i pantaloni del suo prigioniero a strisce, alcune di queste costituirono un bavaglio per l'uomo, le altre furono annodate fra loro fino a formare una bindella che andava dalle gambe dell'uomo alla maniglia della porta del deposito.
Fra i rottami del carrello scelse una piastra grande quanto un palmo, un capo della bindella lo legò intorno alla piastra, svitò completamente il tappo della boccetta, con la precauzione dell'esperienza depositò a terra una serie di gocce, cinque, in modo sparso intorno alle gambe dell'uomo, poi gli posò delicatamente la piastra sulle suole, a causa della particolare imbracatura che lo imprigionava, erano rivolte verso l'alto.
«Ora stai buono e non muoverti, se fai cadere la piastra... booom, saltiamo in aria tutti e due, non hai voglia di volare in cielo, vero?» l'altro scosse un'altra volta la testa, «Fermo, non agitarti altrimenti la piastra cade e ciao, ciao» l'altro diventò di marmo. Jorge si avviò verso la porta svolgendo la bindella che aveva costruito, fece un piccolo anello che passò intorno alla maniglia, se qualcuno l'avesse abbassata, la bindella si sarebbe tesa a sufficienza per far cadere la piastra appoggiata sulle scarpe dell'uomo. Molto delicatamente, tolse la spranga, socchiuse la porta, uscì e senza abbassare la maniglia, se la tirò dietro fino a quando lo scatto della molla gli disse che la porta era chiusa. Velocemente si allontanò, quando fu a metà strada per l'uscita, si sentì un boato considerevole, qualcuno aveva aperto la porta, i danni erano stati pochissimi, sapeva quali erano le quantità giuste per non rovinare più del necessario, qualcun altro ci avrebbe messo un bel po' a ripulire quella stanza.

Con un ghigno sul volto, mentre tutta la gente accorreva per vedere l'accaduto, si diresse verso l'esterno della stazione, doveva fare ancora una cosa prima di partire: una telefonata.
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MessaggioInviato: 18 Mar 2006 19:28    Oggetto: Rispondi citando

Il telefono squillò improvvisamente.
«Signore, c'è una persona al telefono che vuole parlare con l'ispettore Perutz. Gli ho detto che è fuori città, ma insiste: dice che è una cosa importante e vuole che gli dia un recapito telefonico al quale contattare l'ispettore.»
«Non dargli niente! Chiedi che cosa vuole, e fatti lasciare un messaggio: avvertiremo noi l'ispettore.» Konrad Cŏster appoggiò la cornetta del telefono sulla forcella, e si rilassò nella comoda poltrona dell'ispettore.
Essendo assente il capo della sezione CZ, lui ne svolgeva i compiti e pertanto si era trasferito nel suo ufficio. Non era stato necessario fare molti spostamenti: le pratiche che Cŏster in quel periodo stava seguendo erano appoggiate sul piano della scrivania, accanto a quelle relative alle indagini coordinate direttamente dall'ispettore. Non era un periodo di lavoro molto intenso, ed inoltre l'assenza del superiore si sarebbe protratta soltanto per qualche giorno: sarebbe stato un periodo relativamente tranquillo, ed il giovane sovrintendente avrebbe avuto l'opportunità di progredire nelle sue indagini personali, di cui nessuno all'interno della sezione era a conoscenza.
Un minuto dopo aver concluso il dialogo con il giovane poliziotto, nuovo acquisto della sezione, che era stato assegnato al centralino, Konrad Cŏster ebbe un'ispirazione. Si drizzò di scatto sulla poltrona, alzò la cornetta ed ottenne la comunicazione con il centralino.
«Hansi, quella persona che voleva parlare con l'ispettore...è ancora in linea?»
«No, mi dispiace» rispose l'agente «ma gli ho riferito quello che lei mi ha detto di dire»
«Va bene lo stesso»
Non era vero: c'era la possibilità che lo sconosciuto fosse collegato a ciò che gli premeva scoprire, forse ancor di più della sua stessa vita, ma non voleva assolutamente che l'agente se ne accorgesse «Ha detto il suo nome, oppure ha lasciato un messaggio?»
«Si, signore.» Cŏster sentì il rumore di un foglio stropicciato «Ha lasciato un messaggio, ma credo che fosse uno scherzo, oppure quell'uomo era un svitato»
«Che cosa ha detto?» scandì il sovrintendente, con più enfasi di quanto avrebbe voluto.
«Una frase strana: non ho capito niente, ma mi è sembrato latino. Ho dovuto farmela ripetere un paio di volte, per scriverla tutta senza errori. La frase è: ?Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam?»
Cŏster appoggiò la cornetta, in preda allo sconforto. Avrebbe dovuto intercettare lui quella telefonata, in modo da filtrare l'informazione e decidere se inoltrarla a Perutz, dopo essersi consultato con i suoi superiori. A quel punto, non era in grado di fare molto: se fosse stato necessario, non avrebbe potuto ordinare al giovane agente di dimenticare una telefonata indirizzata all'ispettore. Avrebbe dato adito a sospetti sul suo conto: fino a quel momento era stato irreprensibile, tanto che perfino l'ispettore, vanto della polizia di Praga e bandiera dell'approccio scientifico all'indagine, non aveva mai sospettato e l'aveva addirittura nominato suo assistente.
Si alzò dalla poltrona, e si mise a camminare a lunghi passi nell'ampio ufficio, riflettendo sulla migliore strategia da impostare, sia nei confronti dell'agente sia del signor Rondel. Con il primo, avrebbe potuto far valere il suo grado ed il suo ruolo di assistente dell'ispettore, e dirgli che avrebbe provveduto personalmente a riferire quello strano messaggio, aggiungendo che avrebbe comunque dovuto chiamare il superiore quella sera per aggiornarlo sugli sviluppi delle indagini. Con il secondo....sarebbe stato meglio parlargli soltanto dopo aver risolto il problema con l'agente.
Tornò alla scrivania ed alzò la cornetta. «Hansi, per quella telefonata arrivata pochi minuti fa per l'ispettore, me ne occupo io. Questa sera dovrò telefonargli per aggiornarlo, e gliene parlerò»
«Si signore, ma....»
«Ma cosa?»
«Quell'uomo mi ha fatto promettere che glielo avrei riferito di persona, e che non me ne sarei dimenticato. E' stato tanto insistente, e mi è sembrato preoccupato del fatto che fosse fuori città. Forse non si tratta di uno scherzo.»
«Ho capito, forse non era uno scherzo. Ad ogni modo, me ne incarico io. Non temere, non me ne dimenticherò»
«Si signore» fu la risposta, ma il tono era rimasto incerto.
Cŏster appoggiò la cornetta alla forcella e riflettè. Temeva di non aver convinto l'agente. Era un buon elemento, forse anche troppo zelante: voleva soltanto farsi apprezzare, e cercava di ottenere quel risultato facendo al meglio il suo lavoro. ?Con tutti i centralinisti indolenti di Praga, proprio un boy scout dovevano mandarci!? esclamò sottovoce, incerto sul da farsi.
Quel giovane era una mina vagante che avrebbe potuto far naufragare la sua copertura, così ben mantenuta in tutti quegli anni. Certo, se tutto fosse andato come avrebbe dovuto, la copertura avrebbe avuto ragione di esistere soltanto più per pochi giorni, ma nulla di tutto ciò che stava accadendo era certo. Se le esigenze fossero mutate ed avesse dovuto continuare in quel ruolo per altro tempo?
Sollevò nuovamente la cornetta, ma quella di un altro telefono, appoggiato su un tavolino leggermente più basso della scrivania, disposto ad ?elle? di fianco ad essa. Quel telefono era collegato all'esterno con una linea diretta, che non passava attraverso il centralino. Era un privilegio riservato soltanto al capo di una sezione e, ovviamente, ai suoi superiori. Non era soltanto un privilegio, ma rispondeva ad una necessità: i responsabili delle sezioni e degli altri reparti dovevano poter avere conversazioni telefoniche libere dal rischio che la curiosità dei sottoposti prevalesse sui loro doveri. E ciò era proprio quello di cui Cŏster aveva bisogno, in quel momento.
Compose il numero, sentì il segnale di libero: in qualche luogo, un telefono stava squillando. Al quarto squillo, il poliziotto guardò l'orologio al polso: era orario d'ufficio anche per colui al quale era indirizzata la telefonata.
Dopo altri tre squilli, qualcuno sollevò il ricevitore.
«Auguste Rondel, chi parla?»
«Signore, sono Konrad Cŏster, da Praga.»
«Bene Konrad, era un po' che non ti facevi sentire. Hai avuto notizie del tuo ispettore, è ancora vivo?»
«Come....?è ancora vivo??, signore?»
«Si, mio buon Konrad, abbiamo intercettato il tuo capo, la leggenda della sezione CZ» rispose sarcastico « mentre si arrampicava su per i tornanti dei Carpazi, in Romania, a bordo di un'utilitaria. Abbiamo cercato di fermarlo, ma pare che sia sopravvissuto e da allora più nessuno ne sa nulla. Non è stato trovato il suo corpo né all'interno dell'auto, né nella zona circostante. E' vero che l'auto è rotolata per qualche centinaio di metri giù per una scarpata, ma i miei uomini avrebbero dovuto trovarlo comunque.»
Cŏster sentì un rivolo di sudore gelido scendergli lungo la schiena. Non sapeva quale dei suoi due capi temere maggiormente: l'ira di Rondel quando, di lì a poco, avrebbe saputo che aveva permesso che altri venissero a conoscenza della frase, oppure la punizione di Perutz qualora fosse sopravvissuto e l'operazione non fosse andata in porto come sperato.
«Signore, c'è un problema. Qualcuno ha telefonato alla sezione, chiedendo di parlare con l'ispettore Perutz. Il centralino gli ha risposto che era fuori città, e lo sconosciuto gli ha lasciato un messaggio. Il testo era composto dalla frase che lei ben conosce.»
«E tu cosa hai fatto?» chiese gelido il suo interlocutore.
«Gli ho detto che mi sarei incaricato io di inoltrare il messaggio all'ispettore, perchè comunque avrei dovuto telefonargli. Ma temo di non averlo convinto del tutto.»
«Uccidilo. Fai in modo che sembri un incidente, oppure una rapina da parte di balordi, terminata male»
«Sissignore» rispose Cŏster, ed un istante dopo sentì lo scatto che indicava che la comunicazione era stata chiusa. Non ebbe il tempo di contraddirlo, ma probabilmente non ne avrebbe comunque avuto il coraggio. L'ultima cosa che avrebbe voluto era inimicarsi un uomo così potente e spietato, e si augurò che mai Rondel avesse in futuro una simile conversazione con qualcuno, riferita a lui.
Aveva anche risolto un suo dilemma, riflettè amaramente: temeva di più Rondel che Perutz.
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MessaggioInviato: 18 Mar 2006 21:20    Oggetto: Rispondi citando

Il gigante riportò gli occhi sulla strada, la sua espressione era ancora un misto di incredulità e felicità contemporaneamente, aveva ritrovato il fratello creduto morto e per di più, gli aveva salvato la vita e aveva salvato la missione.
Giacomo intanto stava armeggiando con il regalo di Amedeo, controllò i morsetti, la vite, che normalmente si stringeva con una chiave, era stata sostituita con una dalla testa a farfalla, i fori nei «manici» avevano un diametro appena superiore a quello della corda di pianoforte, perfetta, un'arma micidiale per chi la sapeva usare e lui... «Dove hai intenzione di mettere quell'aggeggio?» domandò Giorgio incuriosito, vedendo che il ragazzo stava armeggiando con l'interno della sua giacca, «La corda può essere ospitata dal passante della coulisse, un morsetto ad un capo mi permetterà di sfilarla in un attimo e questi» mostrando i due pezzi di manico di scopa di circa 8 cm., «Sono due pezzetti di legno talmente innocui da passare inosservati, quando il tutto è montato e hai la necessità di fare le cose in silenzio...» lasciò la frase in sospeso ma si capiva benissimo a cosa alludesse. «Speriamo che non ce ne sia il bisogno» fu il commento non troppo convinto di Giorgio e l'argomento fu chiuso.

Uscirono velocemente da Budapest, Giacomo alla luce di un lampione vide un cartello stradale che indicava Debrecem come direzione nella quale stavano andando, sembrava che il suo compagno sapesse dove andare, lo sapeva sempre e di questo il ragazzo non si stupiva più, però la curiosità ebbe il sopravvento: «Mi vuoi spiegare una buona volta, cosa caspita stiamo facendo?» senza lasciare il tempo all'altro di rispondere continuò: «Nel giro di tre giorni mi sono trovato coinvolto in un viaggio, ho ucciso un uomo, salta fuori uno che sembra un fantasma, che poi fantasma non è, questi pazzi che vogliono a tutti i costi farmi fuori e io nemmeno li conosco, tu che fai delle cose come se le avessi sempre fatte, sono in Ungheria insieme a uno che guida la macchina come se fosse un pilota da gran premio, non ne posso più, mi spieghi tutto o ti fermi e mi lasci qui!!» Giorgio sorrise all'ultima affermazione e rispose, «Già, se ti lascio giù cosa fai, l'autostop e chiedi in ungherese a qualcuno di portarti a casa?» sbigottito Giacomo lo guardò per un attimo, poi scoppiarono entrambi in una risata che ebbe l'effetto di annullare la tensione accumulatasi nelle ultime ore. Giorgio inspirò a fondo e iniziò a parlare: «Quello che sto per dirti, è il minimo indispensabile per la tua sicurezza, meno sai e più possibilità di rimanere in vita» l'altro replicò: «Eh già, fino ad ora abbiamo fatto una gita turistica, ci siamo rilassati, abbiamo viaggiato gratis...» non poté continuare con l'ironia, il tono serio e deciso del gigante lo ammutolì, «Zitto, non interrompermi!» era quasi un ordine e Giacomo fu tutto orecchi, sapeva quando era il momento di concentrarsi e prestare la massima attenzione.

La voce di Giorgio tornò pacata: «L'inizio risale al 1118, non starò a farti tutta la cronistoria, circa duecento anni dopo un venerdì 13, per inciso da qui è nata la superstizione, accadde un fatto increscioso, molto grave che diede l'origine a tutto». «Fammi capire, noi ora siamo nei guai perché settecento anni fa qualcuno ha fatto un torto a qualcun altro?» l'interruppe Giacomo esterrefatto che si aspettava di tutto ma non questo. «Zitto, lasciami continuare! In sintesi è così , la cosa però è molto più grave, in questi secoli si è giocata una partita a scacchi, fatta di mosse e contromosse, i giocatori si sono tramandati l'incombenza di continuare la partita, da entrambe le parti si sono fatti proseliti, si sono addestrate sempre più persone, in attesa di un evento, preannunciato, previsto, studiosi di entrambe le fazioni hanno fatto calcoli su calcoli, determinando che la fine della partita sarebbe avvenuta ai nostri giorni, in realtà i calcoli indicavano l'anno venturo, allo scadere esatto dei settecento anni, per qualche motivo però è stato fatto un errore e ora non abbiamo un anno, abbiamo solo otto giorni!» l'ultima frase fu accompagnata da un pugno che Giorgio diede sulla plancetta sotto il parabrezza, con il risultato di far aprire il cassettino portaoggetti e di far schizzare via l'accendisigari, Giacomo, che non aveva dubbi sulla forza dell'uomo di fianco a lui, fu molto contento di essergli amico.
Giorgio, calmatosi, continuò: «L'addestramento di quelli che mi hanno preceduto nei secoli, ha avuto come unico scopo di tramandare la memoria e tener vivo l'obiettivo, loro lo sapevano e hanno fatto il loro dovere fino in fondo, sapendo fin dall'inizio che non avrebbero mai visto il risultato del loro lavoro, eppure l'hanno svolto con abnegazione, solo per questo, per il rispetto loro dovuto non dobbiamo fallire». A Giacomo il tono accorato dell'amico suscitò un rispetto ancora maggiore, pur avendo capito poco, si fece ancora più attento e disse: «Non falliremo amico mio, stanne certo!», l'altro continuò: «I compiti sono stati diversi, gli studiosi esaminavano i manoscritti e hanno fatto i calcoli, gli osservatori raccoglievano prove, registravano fatti e documentavano, gli strateghi controbilanciavano e anticipavano le mosse degli avversari, con contromosse per non far precipitare la situazione, impedire che le cose si verificassero prima del previsto, il mondo non era ancora pronto a sconvolgimenti come quello che abbiamo il compito di arginare, infine, come dicevo, gli operativi, di cui io faccio parte, sono stati addestrati in diverse discipline fra cui quella di preparasi itinerari, punti di riferimento, acquisire alleati e conoscenze per poter raggiungere un luogo, la nostra destinazione attuale.»

Giacomo sentiva l'eccitazione pervadergli il corpo e l'energia accumularsi nei suoi muscoli, una sensazione che in passato lo assaliva prima di ogni missione e lo rendeva pronto a scattare, come una tigre affamata che si prepara a saziarsi. «Dobbiamo incontrare i tuoi amici?» domandò «Sì, possiamo chiamarli così, per me sono più che amici sono come fratelli» «Ah, e chi sono?» «Non lo so!» «Ma...» «Ti stupisce vero? Eppure è così l'unica cosa che ci permetterà di riconoscerci è quel fregio, quello che ti ho dato, e sì, ora anche tu sei un'Aquila» «Un'Aquila?» «Sì, noi siamo l'Ordine delle Aquile per la Libertà e ora sei dei nostri, volente o nolente» «Volente, volente, ti assicuro!» esclamò Giacomo al colmo dell'eccitazione, l'adrenalina aveva iniziato a scorrergli nelle vene ma ora non aveva più il sapore di allora, un sapore che alla fine l'aveva nauseato, le parole di Giorgio erano diverse, sembravano dettate da un'ideale così alto che per niente al mondo avrebbe rinunciato a combattere, niente l'avrebbe fermato, non
erano la patria, l'onore e tutte le altre cose che, quando aveva redatto il bilancio della sua vita, gli erano sembrate l'alibi del paese per giustificare la necessità di potere e supremazia sugli altri, per questo aveva mandato tutto al diavolo e si era ripromesso di condurre un'esistenza tranquilla. Ora c'era quest'omone, gli raccontava una storia lunga di secoli, non parlava solo di onore, di rispetto, parlava di affermare la giustizia, di salvare le persone, anche se lui non aveva ancora capito da cosa, si sentiva pronto a farlo, si sentiva un'Aquila! Poi... c'era Marta, la concitazione degli eventi, il loro susseguirsi burrascoso, gli aveva fatto dimenticare qual'era l'origine di questa sua avventura.
Quasi intuisse l'ultimo pensiero del ragazzo, Giorgio chiese: «Ricordi il quaderno che ti ho mostrato?» Giacomo assentì in silenzio, stranito, sembrava che l'altro gli avesse letto nella mente, «Non so ancora che ruolo abbia, in tutta questa vicenda, la mia stupidità non ha permesso di riconoscerla alla stazione, forse doveva andare così, dovevo incontrarti, siamo parte di un disegno superiore, sento che corre un grave, gravissimo pericolo perché in qualche modo lei è la chiave, ma non so di cosa, lo scopriremo quando arriveremo a destinazione e avremo incontrato gli altri, su quelle pagine si parla anche di una prova da affrontare ma non è specificata la sua natura, qualunque cosa sia l'affronteremo insieme» «Ci puoi contare!» fu la risposta laconica.

Mentre si svolgeva il dialogo, grazie alla guida di Giorgio, non proprio conforme a qualsiasi codice stradale, avevano percorso i duecento chilometri circa che li separavano da Decebrem, così diceva il cartello visto da Giacomo. Quando giunsero in prossimità della cittadina, ancora illuminata dalle luci dei lampioni, Giorgio prese una strada che portava in aperta campagna, completamente buia e a tratti non asfaltata, giunsero ad una fattoria, l'auto si fermò nello spiazzo antistante la casa colonica, il gigante scese e deciso bussò una volta sola, Giacomo conosceva quel modo di bussare, l'aveva già visto e pensò: «Adesso dice quelle parole», una luce si accese e una testa si sporse alla finestra, un deja vu che rinnovava il mistero, come recitando un copione, Giorgio iniziò a pronunciare le parole della frase che Giacomo aveva memorizzato, ancora in macchina e sottovoce le ripetè insieme a lui:
«Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam».
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Gipi'
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MessaggioInviato: 19 Mar 2006 21:30    Oggetto: Rispondi citando

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Il volo si stava svolgendo senza problemi e Gèrard, nonostante fosse impegnato ai comandi, si lasciava andare con nostalgia al ricordo dell'insegnamento impartitogli da padre Simon.
Faceva parte dell'Ordine delle Aquile della Libertà ed era a conoscenza che, come lui, ne esistevano altri, ma naturalmente, non aveva mai conosciuto nessun'altro all'infuori del suo stesso mentore. Il giorno che si fossero riuniti si sarebbero riconosciuti per il fregio in loro possesso ma, cosa piu' importante, perchè l'ordine mondiale sarebbe stato in pericolo. Il momento era arrivato.
Era venuto il momento di agire, e questo esercizio mentale del ricordo cominciava a dare i suoi frutti e l'adrenalina cominciava circolare nel corpo di Gèrard con l'effetto di risvegliare i suoi sensi.
Si stava avvicinando velocemente all'aeroporto di Aubenas e, dopo aver contattato la torre di controllo, chiede l'autorizzazione all'avvicinamento e sucessivo atterraggio. Ricevutole si appresta ai controlli e alle operazioni previste per l'atterraggio.
Il sole e' tramontato da poco e la luce sta via via lasciando il posto all'imbrunire.
Le luci della pista sono accese e Gèrard controlla il proprio allineamento, poco dopo tocca terra all'inizio degli oltre 1400 metri di pista e al termine del rallentamento la lascia per imboccare la via di rullaggio che lo porterà all'hangar dove lo attende il vecchio amico meccanico Gasparre conosciuto durante la sua permanenza a Montelimar, e compagno di lunghe serate al bar dell'aeroporto ad ascoltare le numerose storie che aveva da raccontare.
Scambia velocemente le ultime comunicazioni con la torre che gli indica la chiusura del piano di volo alle 19.16. Spegne i motori, effettua gli ultimi controlli e si appresta a scendere.
Saluta con un caloroso abbraccio Gasparre ed insieme si avviano verso l'hangar. Gèrard aveva contattato Gasparre poco prima di partire e gli aveva chiesto se poteva trovargli un mezzo per potersi spostare il giorno sucessivo. << Gèrard, tieni, sono le chiavi della mia Laguna >> gli disse Gasparre, << ma tu come fai? >>, << non preoccuparti, ho ancora quella vecchia Moto Guzzi che abbiamo sistemato insieme e funziona ancora come un orologio, mi muoverò con quella, che poi mi piace di più che guidare l'auto >> e lo disse strizzando l'occhio a Gèrard in maniera "complice" ed insieme si avviarono a piccolo parcheggio riservato al personale. Arrivati all'auto, Gèrard infila nel bagagliaio la sua sacca e la borsa di volo ed invita Gasparre al bar per una bevuta. Per quel giorno non avrebbe piu' dovuto volare e poteva quindi permettersi una birra in compagnia del vecchio amico. Piu' tardi avrebbe preso una stanza nella locanda poco distante dall'aeroporto.

Petr Komarek batteva i pugni furiosamente sulla plancia della BMW mentre Jiri guidava a passo d'uomo in una autostrada bloccata da un incidente poco prima dello svincolo per Aix en Provence. Il volo era perso, avrebbero dovuto prendere quello delle 6.40 della mattina sucessiva, ma quello che era peggio, avrebbe dovuto avvisare il Gran Maestro del ritardo, consapevole che le punizioni per chi sbagliava erano particolarmente crudeli.

Padre Alexandru, dopo aver risposto alla strana telefonata secondo la formula che gli era stata insegnata, se mai avesse sentito quella strana frase al telefono, si diresse verso la cella di padre Mihail, uno dei decani del monastero di Suceviţa con la carica di Maestro dei Novizi. Il suo compito è quello di educare i novizi, i giovani che vogliono diventare monaci, e assisterli durante questo momento di formazione e crescita spirituale. Viene scelto per questo incarico un monaco, il più delle volte anziano, con molta esperienza e molta sapienza.

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MessaggioInviato: 25 Mar 2006 15:43    Oggetto: Rispondi

Rimase per alcuni minuti a riflettere, con la mano ancora appoggiata al ricevitore del telefono. Non sapeva che cosa fare: ubbidire all'ordine di Rondel, oppure salvare la vita al suo sottoposto?
Se non avesse ubbidito, il suo futuro sarebbe stato segnato: qualche emissario dell'Ordine avrebbe verificato la mancata scomparsa dell'agente, ed avrebbe riferito al capo. Da quel momento, nessuno avrebbe più scommesso sulla sua vita.
Non aveva alternative: si era messo da solo in quella situazione, e da solo avrebbe dovuto uscirne, anche se a farne le spese sarebbe stato il giovane agente.
Cŏster non aveva mai ucciso nessuno, prima di allora, né per cause di servizio né per eseguire gli incarichi che gli erano stati affidati dall'Ordine.
Per quei lavori, avevano degli specialisti a contratto, efficienti e sicuri. Erano efficienti perché avevano una lunga esperienza in quel settore, già prima di essere contattati dall'Ordine. Erano sicuri perché non appartenevano all'Ordine e non erano a conoscenza di nulla: venivano contattati volta per volta, in maniera anonima, mediante una procedura collaudata, e sapevano soltanto lo stretto indispensabile per poter procedere. Ad incarico eseguito, venivano pagati mediante complesse transazioni bancarie, che non permettevano di essere seguite a ritroso. In un paio di occasioni aveva avuto l'incarico di contattare uno di loro, per affidare un lavoro: tutto era stato semplice ed asettico. Quasi non sapeva chi fosse l'obiettivo, se non per la fotografia e la scheda con nome ed informazioni personali che aveva consegnato all'esecutore: prima di lasciare la busta nel luogo prefissato per lo scambio, l'aveva aperta e ne aveva esaminato il contenuto. Non conosceva le persone che di lì a poco avrebbero avuto un incidente mortale, e non se ne curò. Fece però delle copie di quei documenti, e li ripose in un posto ben nascosto, nella casa dei suoi anziani genitori.
Fin dall'inizio della sua affiliazione all'Ordine, avvenuta poco dopo la conclusione degli studi all'Accademia di Polizia, aveva sempre cercato di mantenere in parte il controllo della situazione, per quanto possibile, conservando i documenti dei quali veniva in possesso: erano molto compromettenti anche per se stesso, ma alcuni di essi coinvolgevano esponenti di primo piano dell'Ordine, ed avrebbero potuto essergli utili. All'inizio, era entrato in quell'associazione segreta convinto della bontà degli ideali che suoi membri professavano, e dal desiderio di partecipare a qualcosa che avrebbe mutato le sorti dell'intero continente. In seguito queste motivazioni gli apparvero sempre più deboli e meno attraenti, e vennero sostituite da altre aspettative, più pragmatiche: ottenere posizioni di potere e, conseguentemente, la ricchezza. Non si sarebbe accontentato di trascinare la sua carriera lungo il normale iter, come aveva fatto negli anni precedenti l'ispettore Perutz, sia pur con eccellenti risultati.

Si stava avvicinando la fine dell'orario di servizio: aveva trascorso le ore precedenti svolgendo le sue abituali mansioni, ma ogni sua energia mentale era rivolta all'analisi della situazione ed alla preparazione di un piano.
Avrebbe dovuto essere semplice, efficace, poco rischioso e soprattutto incruento. Quest'ultima condizione era molto importante: Cŏster non era abituato ad uccidere, e non ne provava nessun particolare piacere. Non avrebbe mai potuto eliminare qualcuno usando un coltello, per esempio, né assistere alla sua morte da vicino. Se avesse potuto, si sarebbe appostato sul terrazzo del palazzo di fronte alla sede della sezione, avrebbe atteso che l'agente uscisse e lo avrebbe colpito con una carabina di precisione. Un lavoro pulito, ed eseguito a distanza, senza un eccessivo coinvolgimento.
Purtroppo, l'ordine di Rondel era stato preciso: far sembrare la morte dell'agente ?un incidente, oppure una rapina da parte di balordi?, ed i balordi non si appostano su un terrazzo con un'arma da cecchino.
La seconda opzione che gli venne in mente fu un incidente d'auto. Avrebbe potuto investirlo all'uscita dal lavoro, mentre rincasava. Era un piano troppo vago, ed eccessivamente esposto alle variabili ambientali: se l'uomo non avesse percorso una strada deserta, se i testimoni avessero notato modello e targa della sua utilitaria? Aveva commesso l'errore di sceglierne un modello poco venduto nella Repubblica Ceca, per distinguersi dalla massa pur non potendo permettersi l'acquisto di un'auto di lusso: in quel momento, la sua ambizione di emergere si era rivelata controproducente. Se avesse avuto una qualunque vecchia Skoda, avrebbe potuto sporcare di fango la targa e nessuno l'avrebbe individuato: sarebbe sembrato un incidente causato dal solito ubriaco che aveva esagerato con la Plzen.
Avrebbe potuto raggiungerlo a casa, ed ucciderlo lì. Ma sarebbe stato necessario almeno un sopralluogo: non sapeva neppure dove abitava, e se viveva da solo o con qualcuno. Fino ad allora, conoscere la vita del nuovo arrivato era stato l'ultimo dei suoi interessi.
Impiegò i momenti liberi della giornata ad analizzare le probabilità di riuscita dei piani che man mano gli venivano in mente, ed a scartarli uno dopo l'altro. Si accorse, suo malgrado, che preparare un assassinio con un preavviso di poche ore non era affatto facile, pur avendo competenza e una buona conoscenza delle tecniche, derivante dal suo lavoro.

Trascorsero altre ore: avrebbe potuto essere a casa già da tempo, invece era rimasto in ufficio, apparentemente intento ad esaminare i fascicoli lasciatigli dall'ispettore ed a organizzare le indagini per la giornata seguente. Man mano tutti i suoi colleghi avevano lasciato l'antico palazzo e raggiunto le loro auto o i mezzi pubblici. Nel frattempo, erano arrivati i pochi colleghi che avrebbero assicurato la continuità del servizio per la notte.
Erano quasi le ventidue: si stava avvicinando il momento del cambio turno anche per il centralinista. Cŏster chiuse l'ultima cartella e si alzò dalla poltrona: mai una giornata di lavoro gli era sembrata così interminabile. Uscì dall'ufficio di Perutz e si avviò all'altra estremità del lungo ed ampio corridoio che divideva gli uffici. Superò le stanze destinate agli interrogatori, e la camera di sicurezza. L'ultima stanza era occupata dal centralino: Perutz, quando la sezione si era insediata nel palazzo, aveva preteso che le comunicazioni telefoniche fossero smistate da un centralino interno, e non da quello, gestito da personale civile, che si occupava del traffico relativo agli altri uffici e dipartimenti. Quella precauzione era stata voluta per assicurare maggiore riservatezza nelle comunicazioni, e maggior efficienza nel servizio. ?Aveva ragione? rifletté Cŏster ?avrei potuto convincere facilmente un centralinista civile a lasciare a me l'incarico di informare l'ispettore, e non mi troverei in questa situazione?.
Arrivato in fondo al corridoio, aprì la porta ed entrò. Il giovane agente era seduto al centralino, e fece l'atto di alzarsi, ma il sovrintendente lo fermò con un cenno della mano. Il suo cambio non era ancora arrivato, e Cŏster aveva qualche minuto per iniziare una conversazione.
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