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liver
Dio maturo
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MessaggioInviato: 02 Feb 2006 12:57    Oggetto: Rispondi citando

All'interno della chioma del salice, Marta si infilò nel sacco a pelo, badando a non fare alcun rumore.

"она прошла около этого (È passata di qui)", urlò uno degli inseguitori all'altro, distante un centinaio di metri, resi visibili da alcune grosse torce elettriche. La loro lingua non le era del tutto incomprensibile, visto che da bambina era quella che si parlava in casa.

Pochi minuti di silenzio, e i due passarono oltre.
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Brujeria
Eroe in grazia degli dei
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MessaggioInviato: 02 Feb 2006 14:28    Oggetto: sogni... Rispondi citando

il fatto di trovarsi sotto quel grosso albero a lunga chioma riportò a galla alcuni ricordi che Marta non pensava nemmeno fossero suoi
quella vecchia casa in legno appoggiata sulla sommità della collina, come fosse la classica ciliegina della torta
le sue mille stanze, di cui tante chiuse a chiave, troppe ora che ci ripensava...
la cantina della casa, anch'essa sprangata da un'infinità di lucchetti
il solaio, luminoso e fresco, dal quale si poteva ammirare il laghetto in tutto il suo luccichio, e dal quale la vista volteggiava sopra l'intera vallata, come un rapace in cerca della preda
la vecchia altalena cigolante appesa al grosso ramo del suo nocciolo preferito, quello su cui si arrampicava con il suo amico...come diavolo si chiamava quel ragazzino che era sempre con lei?
alto, robusto, con i capelli corti corti e gli occhi vivaci e guizzanti, tutto era chiaro e definito, ma il nome proprio non se lo ricordava
vabbè, si convinse che fosse per colpa della stanchezza, e decise di lasciar perdere...era stata una giornata di per sè impegnativa e trafficata a livello emozionale
pensò che un buon sonno sarebbe stata proprio la manna dal cielo...non fece a tempo a terminare il pensiero, che già Morfeo la accompagnava lungo i corridoi dei sogni...
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GrayWolf
Dio maturo
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MessaggioInviato: 02 Feb 2006 17:55    Oggetto: Rispondi citando

e i sogni che fece, un caleidoscopio d'immagini, che si sovrapponevano e s'affollavano per essere in primo piano, la fecero dormire di un sonno agitato.

Uno su tutti, in una sequenza che le parve un spezzone di film, con la figura del nonno in primo piano, che parlava quella lingua con cui si erano espressi i suoi inseguitori.

Il vecchio rugoso che raccontava alla nipote estasiata e sognante, storie di altri tempi e di un futuro prossimo, in cui una principessa avrebbe sgominato le oscure forze che ordivano nell'ombra per prendere il potere.
Quella principessa avrebbe vinto con l'aiuto dei cavalieri di una setta il cui unico scopo era di difenderla, quegli uomini avrebbero dedicato e donato la loro vita per tener fede al giuramento.
Con gli occhi spalancati la bambina s'immaginava tutto ciò che la fantasia dei bimbi permette e chiedeva:
"Nonno, ma tu mi chiami principessa, vuoi dire che un giorno potrò vedere un'altra uguale a me?".
Le mille rughe sul viso del vecchio si approfondivano in un sorriso, la mano secca e forte toccava la pelle di pesca del piccolo viso e rispondeva: "Ci sarà un tempo in cui capirai, non preoccuparti".
Nel frattempo la bimba sognava cavalieri in armatura che montando focosi destrieri, sconfiggevano draghi e cattivi.

Mentre l'immagine svaniva in una specie di nebbia, Marta si svegliò raggelata, nel sogno aveva vissuto quel frammento della sua vita di bimba, le parole dell'anziano nonno, ora le sembrarono più oscure che mai.
"Mi ci vorrebbero ora, quei cavalieri di fantasia" esclamò, per zittirsi immediatamente con la paura che gli uomini che la stavano cercando potessero sentirla.
Il sole stava sorgendo, l'alba rosa aiutava a delineare i contorni del paesaggio circostante, cautamente fece capolino fra le fronde per assicurasi di poter uscire e riprendere il suo cammino.
Non c'era nessuno, ripiegò il sacco a pelo, lo ripose nello zaino, bevve una sorsata d'acqua in un ruscelletto che passava lì accanto e s'incamminò.
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anabasi
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MessaggioInviato: 02 Feb 2006 20:19    Oggetto: Rispondi citando

Lo svegliarono i rumori provenienti dalla stanza adiacente, e si accorse di essere seduto alla scrivania, con la guancia sinistra appoggiata al piano del mobile, in una posizione poco naturale. Cercò di sollevare la testa, ma il primo tentativo andò a vuoto: il suo corpo non rispose al comando. Al secondo tentativo, comprese di avere il collo completamente intorpidito; si aiuto' con le braccia e spostando il tronco all'indietro, verso lo schienale della sedia.
"Non ho più l'età per dormire alla scrivania" pensò infastidito, guardando il divano a pochi metri di distanza. Avrebbe dovuto essere in piena forma: la giornata sarebbe stata importante, lui lo sentiva.
Invece, scoraggiato dagli scarsi risultati ottenuti dopo mesi di indagini, aveva trascorso quasi l'intera nottata in compagnia della giunonica cameriera e dei boccali da un litro, finchè la birreria aveva chiuso. A quel punto, mancava poco all'alba: l'ispettore Perutz valutò che sarebbe stato inutile andare a casa. Avrebbe avuto poco più del tempo necessario ad arrivare, farsi una doccia e ripartire. Meglio percorrere le poche centinaia di metri che lo separavano dalla sede della Sezione CZ, ed avrebbe potuto riposarsi un pò più a lungo. Avrebbe trovato una doccia calda ed un cambio d'abito anche lì: erano organizzati per eventuali impegni notturni.
Aveva percorso le poche centinaia di metri camminando con calma, lungo la passeggiata che costeggia il fiume Moldava. Il movimento e l'aria frizzante del mattino lo avevano aiutato a recuperare una buona parte della sua solita lucidità. Pur conoscendo da anni ogni palmo di quella città, aveva ammirato, come faceva sempre, le bellezze architettoniche che, illuminate anche in piena notte ad uso dei turisti, sfilavano davanti ai suoi occhi, ed il suo sguardo si fermò sul Karlův Most. Era il ponte più famoso della città, e soltanto a quell'ora era possibile vederlo deserto: in qualunque altro momento della giornata era affollato di turisti intenti a fotografare le due file di statue disposte ai lati o la veduta della collina, sull'altra sponda del fiume, con il Castello ed il Duomo Sväty Vit.
Perutz si sentiva meglio, più rilassato. Fu quello il motivo per cui non prestò la solita attenzione a ciò che accadeva attorno a lui: non si accorse dell'uomo che lo seguiva, poco più di un'ombra confusa tra le piante. Lo accompagnò, a debita distanza, fino a vederlo entrare nell'androne dell'elegante palazzo ottocentesco. Attese qualche minuto, poi tornò sui suoi passi. Un isolato più indietro, c'era un secondo uomo, alla guida di una vecchia Zundapp. Avviò il motore, fece salire l'altro e si allontanarono nel silenzio della città.
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Gipi'
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MessaggioInviato: 02 Feb 2006 21:25    Oggetto: Rispondi citando

Dopo l'affermazione di Giorgio, Giacomo, allibito, rimase in silenzio a testa bassa a guardarsi le mani. Aveva ancora tra le dita il foglietto con quel misterioso numero di telefono. Accese la luce all'interno dell'abitacolo e si rigirava tra le mani l'appunto.
Un leggerissimo sorriso si accenno' sulla sua bocca. Gli succedeva quando sul lavoro, alle prese con un problema di non facile soluzione, cominciava ad affacciarsi una soluzione. No qui non si trattava di soluzione, ma, non poteva fare a meno di notare che: "G" come Giacomo, "G" come Giorgio, "G" come Gustav, "G" era la settima lettera dell'alfabeto. Ed il numero 7 ("sette" che strana coincidenza), si rincorreva piu' volte su quel numero di telefono <<00420 241 747477>>. Ma questo poteva avere un significato? e Marta, la sua Marta che ruolo aveva?
Come ipnotizzato, alla scarsa luce dell'abitacolo fissava il numero. Notava che la somma di tutti i numeri del telefono davano come risultato 49 e che la somma delle due cifre restituiva un 13. Resto' deluso dal risultato. Nei suoi pensieri, alla ricerca di chissa' quale collegamento, cercava l'11 che corrispondeva alla "M" nell'alfabeto, la "M" della su Marta.
<< Ma che stupido che sono! >> esclamo ad alta voce quasi spaventando Giorgio, << e' la "M" la tredicesima lettera dell'alfabeto >> da bravo italiano, si era dimenticato di considerare la "J" e la "K".
Giorgio lo guardava tra l'allibito e lo stupito, ed a questo punto, Giacomo, espose a Giorgio le proprie considerazioni.
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solaria
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MessaggioInviato: 03 Feb 2006 00:03    Oggetto: Rispondi citando

Marta guardò verso l'alto quasi alla ricerca di un segno che le dicesse che strada seguire per arrivare alla meta e fu proprio in quell'istante che la vide.
Una maestosa e meravigliosa aquila stava descrivendo dei cerchi in volo proprio sopra la sua testa.
"Che strano" - pensò Marta tra sè e sè, per nulla impaurita ma solo stupita dallo strano fenomeno...
"Ormai sembra quasi che si sia avviata una lunga sequenza di coincidenze e stranezze e che tutto questo debba portarmi verso qualcosa che ancora non conosco, ma che so essere il mio destino".
E proprio mentre stava riflettendo su tutto questo il regale volatile elevò un grido e lasciò cadere a terra qualcosa di luminoso.
Troppo curiosa per non andare a vedere di cosa si trattasse Marta percorse i pochi passi che la separavano dal misterioso oggetto un poco intimorita dall'aquila che continuava a descrivere cerchi concentrici sulla sua testa.
"Sta a vedere che ora mi piomba addosso" - rifletteva mentre si stava chianando per raccogliere il luminoso oggetto.
"NO, NON E' POSSIBILE!!"......esclamò a voce alta osservando interdetta la collana d'ora con il ciondolo antico...
Come poteva essere successo?
Quella era la collana che la sua nonna portava al collo ogni giorno, conosceva a memoria ogni maglia di quella collana, avrebbe potuto descrivere a memoria i contorni di quel ciondolo antico, con cui giocava protetta tra le braccia della nonna quando era ancora bambina!
"Fai attenzione Marta, è prezioso questo ciondolo, contiene tutta la nostra storia e la chiave anche del tuo futuro" - questo le diceva sempre la nonna ogni volta che giocando tirava un pò troppo la collana.
Ma quel gioiello era sparito il giorno stesso che la polizia era andata a casa dei suoi nonni, portando via barbaramente il nonno, accusato di propaganda contro il governo nell'università in cui insegnava; il giorno in cui lei e la mamma erano scappate in gran segreto sul primo treno destinazione Italia..
La nonna aveva scritto mesi dopo raccontando che il nonno non era più stato lo stesso dopo quel giorno e che molte cose erano cambiate e che, durante la perquisizione dell'appartamento, erano spariti molti oggetti, ma soprattutto la sua preziosa collana.
E ora ecco che una aquila apparsa da chissà dove le aveva fatto cadere in mano proprio quella collana, perchè era lei, non aveva dubbi, era di sicuro la collana dellla nonna.
Un nuovo grido del volatile la fece trasalire e tornare alla realtà.
Alzò gli occhi e vide che il maestoso uccello stava muovendo verso est, tornando indietro per poi riprendere la rotta originaria, quasi la stesse aspettando.
"Ma sì... A questo punto non ho più nulla da perdere, seguirò anche questo segno"...e raccolte le sue poche cose si incamminò nella direzione indicata dall'aquila.
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liver
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MessaggioInviato: 03 Feb 2006 09:18    Oggetto: Rispondi citando

"Sei un dannatissimo pazzo, stai lontano da me, e soprattutto da Marta," disse Giacomo in tono perentorio e severo, aprendo lo sportello della macchina, "ti avverto che se ti vedo ancora, io chiamo la polizia".

"Non ti chiedo di credermi ora, devi solo aspettare: posso darti le prove che non sto vaneggiando," gridò Giorgio, mentre l'altro usciva dall'auto. "Chiamerò la polizia," fu la risposta di Giacomo, "lo farò".

"Non nobis Domine!" disse Giorgio a mo' di imprecazione, sbattendo furioso i pugni sul volante.

Giacomo rientrò nell'auto, lo prese per il bavero, chiedendo: "Quelle parole, cosa hai detto?"

Non gli era accaduto una sola volta, e sempre la cosa lo aveva turbato. Marta che urlava nel sonno: "Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam!", in maniera terribile, la voce irriconoscibile. E al mattino, niente. Non solo non ricordava il sogno, ma nemmeno aveva mai conosciuto il significato della frase.
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MessaggioInviato: 03 Feb 2006 23:46    Oggetto: Rispondi citando

Giacomo, mentre si rivolgeva a Giorgio, sentiva un rivolo di sudore freddo, corrergli lungo la schiena.

Benchè l'altro fosse un gigante e se avesse voluto, gli sarebbe bastata un sola mano per mettere Giacomo in condizioni di non nuocere, stava guardando il ragazzo con occhi così limpidi da non poter dubitare che stesse dicendo la verità.

Il ricordo degli incubi di Marta e il viso quasi implorante d'esser creduto dell'uomo, fecero subentrare in Giacomo una calma glaciale.

Spolverando con i palmi i baveri della giacca di Giorgio, baveri che fino a quel momento aveva stropicciato con rabbia, disse: "Scusami, sono un po' troppo emotivo e quando non capisco, mi assale la collera... scusami ancora".
L'altro alzò una mano che sembrava un badile e con un gesto di noncuranza rispose: "Nulla, non ti preoccupare, posso capire la tua agitazione, io sono stato allenato per tutta la vita a queste cose, non è facile da accettare ma... devi credermi, ho detto la verità".

Con i denti così stretti che la mascella aveva degli scatti ritmici, Giorgio disse: "Dobbiamo agire e alla svelta... non c'è tempo da perdere".
Guardando Giorgio come si guarda un amico ritrovato dopo un lungo periodo di lontananza, chiese: "Cosa facciamo?"
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MessaggioInviato: 04 Feb 2006 16:01    Oggetto: Rispondi citando

"Cosa Facciamo?"
Con quella domanda sospesa nell'aria, Giacomo interrogava con aria impaurita Giorgio, che nonostante fosse sicuramente piu' vecchio di Giacomo di almeno una quindicina d'anni, manteneva un fisico discretamente allenato e dava l'impressione di un gigante buono. Fu a quel punto che Giorgio si infilo' una mano sotto il giaccone e ne estrasse due buste ingiallite. "Seguiamo le istruzioni" disse con voce un po' stanca Giorgio. Le istruzioni? Quali istruzioni ci possono mai essere, pensa tra se e se Giacomo.
"Vedi" disse Giorgio, "quando i miei vecchi mi hanno messo a conoscenza dell'importanza della missione, assieme a quel quaderno mi hanno fatto vedere queste due buste sigillate e mi hanno raccomandato di spedirle immediatamente nel caso avessi incontrato la donna raffigurata nel quaderno"
Le due vecchie buste avevano l'indirizzo gia' scritto con una bella ed elegante scrittura, una era destinata alla canonica di un paese nel sud della Francia e l'altra ad un monastero in Cecoslovacchia (ora Repubblica Ceca).
Giacomo le guardava incantato e fu subito catturato dal sigillo in ceralacca, o meglio da quanto vi era impresso

.............................

Nonostante la sua mente razionale, Giacomo non poteva non notare le quattro 'G' e la 'M'.
Cominciava a pensare di essere protagonista di un disegno superiore..

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MessaggioInviato: 04 Feb 2006 20:29    Oggetto: Rispondi citando

Con il naso rivolto verso l'alto, per non perdere di vista l'aquila, Marta teneva in una mano il ciondolo dalla collana, con le dita lo accarezzava nel movimento delicato che si fa quando si vuole lucidare un oggetto prezioso.

I polpastrelli percepivano la fattura dell'oggetto, le incisioni e gli sbalzi, con la mente percorreva a ritroso i ricordi infantili e le venne da sorridere pensando all'anziana signora a cui aveva voluto così bene.
Sembrava che l'oggetto le stesse trasmettendo un'energia incredibile, le stesse confermando che stava facendo la cosa giusta.

Presa dai suoi pensieri e dall'impegno di seguire il rapace, Marta non si accorse del grosso sasso che sporgeva dal terreno e incespicò.
Il ciondolo e la collana le sfuggirono di mano finendo nella polvere.
Con un'imprecazione che poco si addice alle labbra di una ragazza, Marta svelta raccolse il monile e presasi la manica tra le dita, iniziò a spolverare l'oggetto, vergognandosi un po' per aver permesso che s'inzaccherasse.
Nel fare ciò si accorse di una cosa che non aveva notato prima, sul ciondolo lungo il bordo esterno,erano incise delle parole, nascoste ad arte dalle decorazioni che abbellivano l'oggetto.
Sforzando la vista mentre ruotava l'ellisse barocco, muovendo le labbra nello sforzo di leggere, la frase che riusci a comporre, con non poca fatica era:
"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam!".
A quel punto le venne in mente la domanda che da piccola, una volta fece alla nonna.
Una delle volte che la vecchia signora le aveva sottratto di mano il gioco preferito, Marta recalcitrante aveva reclamato: "Ma nonna lasciamelo ancora un po', ci sono dei disegni così belli!!".
"Non sono disegni, piccola mia" le venne detto quella volta "sono parole".
Al che la piccola chiese "Parole, e cosa vogliono dire?".
La risposta dell'anziana era stata: "Sono una chiave, piccola, sono una chiave".
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MessaggioInviato: 05 Feb 2006 09:42    Oggetto: Rispondi citando

«Cosa c'è, Konrad?» chiese l'ispettore Perutz, appena sentì il suo assistente bussare alla porta dell'ufficio.
Non aveva dubbi che fosse lui, sia perchè la sua alta sagoma si stagliava attraverso i vetri semitrasparenti della porta, sia perchè raramente gli altri componenti della sezione entravano di loro iniziativa nel suo ufficio.
L'ispettore non era certamente un capo autoritario, ma sapeva incutere rispetto in chiunque. Il suo carattere lo portava a trattare con i subordinati senza lasciare spazio ad eccessiva confidenza, e nell'ambiente era conosciuto come un personaggio poco comune, sia per la carriera ricca di brillanti risultati sia per i modi non convenzionali con i quali sovente erano stati ottenuti. Tutto ciò portava i membri più giovani della sezione a considerarlo un buon capo ed a rispettarlo, ma non avrebbero mai pensato di invitarlo alla riunione settimanale degli scapoli in birreria o ad una festa di addio al celibato.
Konrad Cŏster si era sempre comportato nei suoi confronti in modo differente: qualche anno in più rispetto ai giovani colleghi ed un carattere deciso ma non impulsivo lo avevano aiutato ad instaurare con il famoso ispettore un rapporto un po' più confidenziale.
Sui trent'anni, leggermente più alto e robusto di Perutz, un passato di buon livello nel rugby, era un ottimo collaboratore. Non aveva però quel guizzo di fantasia e quella mancanza di pregiudizi che erano la prerogativa dell'ispettore.
«Ieri sera ha lasciato la macchina nel cortile» disse Cŏster
«Si, non sono tornato a casa»
«Il piantone, stamattina, ha trovato questo sul parabrezza» continuò l'assistente «e non riesco a capire come abbiano potuto mettercelo, con il cancello chiuso e la sorveglianza»
Cŏster porse a Perutz un foglio, piegato in due. Perutz lo prese e lo aprì. Era un normale foglio di quaderno, come quelli che erano usati un tempo, con il bordo colorato di rosso. Comprese immediatamente, prima ancora di guardare: sul foglio era tracciato il disegno di una giovane donna, dai lineamenti delicati e gli occhi penetranti.
"Sanno tutto, sanno chi è" pensò, preoccupato "e forse sanno anche dov'è".
Fino ad allora era sempre stato un passo davanti a loro, ed aveva potuto anticipare le loro mosse. Ma a quel punto, non ne era più sicuro. Inoltre, aveva commesso un errore quando l'aveva identificata, e si era limitato a sorvegliarla per qualche giorno, e poi a contattarla con una scusa plausibile per lasciarle il suo recapito telefonico. Credeva che non l'avrebbero individuata ancora per qualche tempo, e ciò gli avrebbe permesso di portare a compimento tutto il resto. Ma, a quanto pareva, non era stato così: l'aver lasciato il foglio con il ritratto sul parabrezza della sua auto, in uno dei cortili interni più controllati di tutta Praga, era un chiaro avvertimento. La difficoltà e la pericolosità di quell'atto dimostrativo, se compiuto da un estraneo, lo fece riflettere: c'era la possibilità che avessero un loro uomo all'interno, forse addirittura uno dei membri della sezione.
Tutto questo rendeva ancora più pericolosa la situazione: il fatto che avessero voluto avvertirlo, quasi come per sfidarlo, faceva pensare che si trovassero in un tale vantaggio da potersi permettere anche questo.
Ma c'era anche un'altra possibilità: che stessero bluffando, per indurlo a compiere una mossa affrettata e portarli là dove non sapevano.
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MessaggioInviato: 05 Feb 2006 13:03    Oggetto: Rispondi citando

Mentre continuava a camminare seguendo l'aquila Marta osservando il paesaggio agreste tutto intorno si domandò dove fosse..."Saremo ancora in Germania o già altrove? Dove mi sta conducendo questo pazzo camminare dietro un volatile?".
Giunta su un lieve rilievo da cui poter dominare il paesaggio sottostante Marta si accorse che l'aquila puntava verso un ammasso di pietre che aveva tutto l'aspetto di una chiesa in rovina.
Si diresse con decisione verso i ruderi e trovò l'aquila ad aspettarla su un basamento di pietra, fissandola intensamente con quei suoi terribili occhi...
Alzato un forte urlo, l'uccelllo si levò in volo e sparì veloce nel cielo.
"Che strano", pensò tra se e sè Marta, "sembra quasi che dovessi proprio arrivare fin qui, ma a fare cosa? Ci sono solo ruderi, cosa dovrei mai trovare in questo posto?"
Iniziò ad osservare con attenzione il basamento su cui si era posata l'aquila; aveva tutto l'aspetto di essere il punto in cui originariamente doveva trovarsi l'altare...girò intorno al basamento marmoreo più e più volte ed infine riuscì a scorgere l'incisione!
"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam!"
Una frase che ormai più che un motto ecclesiastico veniva sempre più assumendo le sembianze di una chiave per risolvere un grande mistero...
Fece scivolare con delicatezza più e più volte la mano sull'incisione e alla fine si accorse che alcune lettere erano state scolpite con una diversa profondità..
Ne risultava un:" Non nobis Domine, non nobis, sed noMini tuo da Gloriam!"
Provò ad aumentare al pressione e alla fine iniziò a premere le dita sui caratteri come se stesse suonando uno strumento i cui tasti erano le lettere..."Cavolo, cavolo, cavolo....la soluzione è qui davanti a me e non riesco a scoprirla!"
Ma mentre stava pronunciando a denti stretti queste parole ecco che, a seguito della pressione esercitata sulle lettere DMG dell'iscirizione, si azionò un vecchio sistema di argani che senza alcun apparente sforzo, fece scivolare la lastra mezzo metro più avanti, scoprendo al di sotto una porticina bronzea con incisa la medesima iscrizione.
Un unico foro, simile a una serratura poteva sbloccare la lastra ma quale chiave poteva mai aprire una simile serratura di una forma mai vista?
Girando e rigirando nervosamente il ciondolo tra le dita Marta fu quasi fulminata da una illuminazione....La forma del ciondolo e quella della serratura...la medesima incisione su entrambi....vuoi vedere che...?
Infilò istantaneamente il ciondolo nella serratura.
Combacciavano alla perfezione e una lieve pressione verso destra sbloccò anche l'ultima barriera che la separava dal misterioso contenuto del vano sotto l'altare, qualunque cosa esso fosse!
Aprì con trepidazione la portina ed estrasse due buste, una di aspetto antico e sigillata con ceralacca, l'altra ingiallita dal tempo, ma più recente e....soprattutto....con il suo nome sopra e la calligrafia ordinata e distinta del nonno!
Con le mani tremanti aprì la lettera e lesse:" Tesoro caro, se sarai riuscita a giungere fino a questo sperduto posto allora vorrà dire che il momento è giunto..Noi siamo tutti attori di un piano superiore e tu sola, amore mio, sei la chiave della soluzione del mistero millenario.
L'aquila che ti ha condotto fin qui è stata ammaestrata da un frate benedettino italiano al solo scopo di guidarti in questo luogo, su mie precise indicazioni, fin da quando, ancora bambina, dovesti scappare con la tua mamma in Italia.
Sapevo che un giorno ti avrebbero trovata e non potendo fidarmi di nessuno, con il rischio di mettere in ulteriore pericolo la tu cara esistenza, mi sono rivolto con fiducia al vecchio amico benedettino, chiedendogli di vegliare su ti te e, quando fosse giunto il momento, liberare l'animale addestrato per portarti fino a qui...
Amore caro del nonno, so quanto tu ami le aquile, so che mai avresti potuto non notare un simile animale, anche nel momento di maggiore pericolo!
E ora eccoti qui!
Come avrai visto le buste sono due: la seconda contiene documenti preziosissimi da me custoditi nell'arco di tutta una vita, documenti in grado di modificare la storia e le certezze di tutti noi uomini..
Non aprire la busta tesoro, troppo grande sarebbe il pericolo per te se entrassi in possesso di tali informazioni prima del tempo e senza le debite spiegazioni!
Quello che devi fare ora è recarti al monastero di Santa Barbara vicino a Praga e consegnare la busta ai fratelli che si prenderanno cura di te e ti potranno spiegare quanto ora io non posso fare, correndo il rischio che questa mia lettera possa finire in mani diverse dalle tue!
Vai tesoro mio, non perdere tempo, la tua vita è in pericolo, ma non scoraggiarti, sii forte e pensa sempre che la chiave del mistero glorioso di cui tutti siamo parte è dentro di te, sei tu il nostro tesoro più prezioso.
Memento audere semper.
Con tutto l'amore del mio cuore, il tuo caro nonno Karl".[/b]
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MessaggioInviato: 05 Feb 2006 18:13    Oggetto: Rispondi citando

Marta era allibita dalla lettera. Aveva iniziato a sospettare che ci fosse qualcosa di grosso dietro questa storia, ma fino a quel momento era stato una specie di gioco per lei e vedere nero su bianco quelle parole scritte da un uomo con i piedi per terra come era sempre stato suo nonno l'aveva shockata. E c'era un ulteriore dubbio che la disturbava: come ci arrivava a quel monastero? Non poteva certo seguire la ferrovia, ora che temeva che quegli uomini fossero le "mani sbagliate" di cui parlava la lettera. Il suono di una campana la distolse dai suoi pensieri. Chi poteva suonare una campana in un posto dove non c'erano campanili o chiese? Altre campane, accompagnate da lamenti cupi e rauchi... Muggiti! Erano le campane di una mandria! Martà, che si era nascosta dietro l'altare, fece spuntare la testa per dare un'occhiata. A poche decine di metri due ragazzi stavano conducendo il loro bestiame a pascolare. Uno di loro era altissimo e magrissimo, si appoggiava a un bastone anche se non aveva più di quindici anni. L'altro era poco più che un bambino, più basso ma più robusto. Non sembravano avere un aspetto minaccioso e Marta decise di uscire e chiedere loro aiuto. In fondo erano quasi 24 ore che non toccava cibo.

************************
Padre Globok Dunaj percorreva nervosamente il corridoio che conduceva dalla biblioteca alla sua celletta. Come aveva potuto non accorgersene? Aveva rivisto quei documenti per decine di volte e il suo calcolo non era mai cambiato. E invece aveva sbagliato. Il tempo sarebbe venuto esattamente un anno prima rispetto a quanto egli pensava. Questo significava che rimanevano meno di 24 ore. Avrebbe dovuto intensificare la sorveglianza, avrebbe dovuto dire qualcosa di più ai guardiani che aveva istruito in Italia. Per non rivelare troppe cose gli aveva dato solo una visione parziale e piena di lacune. Sarebbe stato necessario, adesso che il tempo stava per venire, avvertirli, istruirli e prepararli. Ma aveva pianificato di fare questo tra circa undici mesi. Quando però l'acquila si era levata, aveva capito che un errore era stato commesso e un riesame delle sue fonti lo aveva confermato. Ma era necessario guardare avanti adesso. Non doveva permettere al rimorso e alla frustrazione per aver sbagliato di intaccare la sua lucidità che, fortunatamente, era ancora ottima nonostante egli avesse più di 100 anni. Ne dipendeva la salvezza del mondo.
"Padre, è arrivato un fax per Voi!" Un giovane monaco corse verso di lui con dei fogli in mano. "Un che?" rispose Globok. "Una specie di lettera, ma più moderna, elettronica, è stata spedita dall'Italia 5 minuti fa." "Hai detto dall'Italia?"

***************************************
"Non è stata colpa nostra, l'abbiamo cercata dappertutto!" gridò Ivan, troppo terrorizzato per farsi venire in mente qualsiasi altra cosa. I suoi uomini erano ai suoi piedi, morti. "Abbiamo fermato il treno e abbiamo cercato dappertutto, non poteva sfuggirci, non è che per caso era su un altro tre..."
Una frustata interruppe la frase: "Il Maestro non può sbagliare. Era su quel treno." disse Stur, prima di lasciare la stanza ordinando: "Finitelo".

Il tempo stringeva e ancora non avevano trovato la chiave. Avrebbe voluto sfogare tutta la sua ira contro quegli incompetenti, ma non c'era il tempo, fortuna per loro. Mancavano poche ore. All'alba di domani la possibilità per loro di dominare il mondo sarebbe sfumata completamente se la chiave fosse stata dove doveva essere. Bisognava assolutamente impedirlo.
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MessaggioInviato: 05 Feb 2006 22:25    Oggetto: Rispondi citando

Giunto alla sua cella, padre Globok, si sedette sul letto rigirando il fax fra le mani.
Lo scoramento lo prese e lacrime silenziose iniziarono a rigargli le guance.
Con il dorso della mano si asciugò gli occhi e tirò su con il naso.
Contemporaneamente fece vagare lo sguardo per la sua celletta, una fotografia sbiadita,
appesa alla parete con una puntina da disegno oramai arrugginita,
lo ritraeva da giovane, a monito e a ricordo di quando aveva preso i voti.

Il suo nome, quello vero, non era Globok bensì Zbiec, l'aveva dovuto cambiare per evitare che
a causa dei suoi turbolenti trascorsi, la sua famiglia subisse ritorsioni.
Dunaj era un cognome comune quindi era bastato cambiare solo il nome.
Rifugiatosi e accolto nel convento, aveva ricevuto il dono della grazia che
gli aveva fatto decidere di prendere i voti, per aiutare gli altri ed espiare le sue colpe.

A fianco della fotografia un crocefisso ligneo lo guardava con compassione e severità,
ad esso il vecchio frate si rivolse: ?Signore, aiutatemi, mi manca il tempo e non so come fare
a correggere il mio errore, ho calcolato male e ora non c'è più tempo, all'alba di domani il male trionferà?.
Mentre sussurrava queste parole le lacrime tornarono a rigargli le guance sottolineando la sua disperazione.
Un leggero bussare lo distolse dai suoi pensieri, ancora una volta il dorso della mano
terse le lacrime, con voce più ferma possibile chiese: ?Chi è??
?Sono Mikael, padre, il novizio?
?Entra e dimmi che c'è? fu l'invito
?Volevo avvisarla che ho finito la miniatura?,
così immerso nei suoi pensieri il vecchio non capiva ?Ma di cosa stai parlando??
?Ma si padre, la miniatura del papa, Gregorio XIII, quello del calend....?
non fece in tempo a finire la frase che in vecchio frate era balzato in piedi e
per quanto permettesse la sua veneranda età, fece un balletto davanti allo stupefatto giovane,
poi in un impeto di felicità, il padre alzò gli occhi al cielo ed eclamò ? Grazie, grazie Signore della tua benevolenza !!?
diede un bacio sulla guancia al sempre più esterrefatto novizio e
si avviò per il corridoio, dicendo con la voce stentorea di chi ha trent'anni di meno:
?Dieci giorni, abbiamo ancora DIECI giorni, non tutto è perduto, devo avvisare gli altri... ?
?Mikael !! ? urlando a pieni polmoni per chiamare l'impietrito fraticello,
che non aveva capito niente e guardava il vecchio balzellante per il corridoio,
?Mikael, vieni dobbiamo usare quella diavoleria, come hai detto che si chiama far, fac, foc??


(nda)
Con l'attuazione della riforma gregoriana si provvide anche a correggere gli errori che erano venuti accumulandosi nel passato: il giorno successivo a quello di giovedì 4 ottobre 1582 divenne venerdì 15 ottobre, attuandosi così un salto di 10 giorni. Fu scelto tale periodo perché in esso non ricorrevano feste solenni.
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MessaggioInviato: 05 Feb 2006 23:34    Oggetto: Rispondi citando

Perutz non poteva essere completamente sincero con Cŏster; lo era sempre stato, in passato, ma questa indagine era differente. Avrebbe dovuto utilizzare le risorse alle quali poteva attingere, uomini, mezzi ed informazioni, nella sua qualità di funzionario di polizia, ma sempre badando a non far conoscere, a coloro che lo attorniavano, nulla più che semplici particolari.
Nessuno, oltre a lui, avrebbe dovuto avere la visione d'insieme del problema: questa estrema cautela, a cui non aveva mai fatto ricorso, era ben giustificata.
Perutz aveva elementi che nessun altro aveva, e che nessuno avrebbe potuto ottenere seguendo la normale procedura d'indagine; soprattutto, non ne aveva mai fatto parola con nessuno, non v'era alcuna traccia, nè un verbale, nè reperti catalogati e conservati nell'archivio di piazza Středočen.
Sapeva che stava affrontando un caso di enorme importanza, con origini talmente remote da essere difficilmente rintracciabili, con diramazioni internazionali, e dalle conseguenze imprevedibili, tali da modificare addirittura gli equilibrii politici dei Paesi coinvolti. Tutto questo non sarebbe stato nè comprensibile nè accettabile dalla gran parte delle persone con cui aveva a che fare, compresi colleghi e superiori.
Era, però, stato molto fortunato: l'appartenere alla polizia ceca e, ancor di più, essere a capo della sezione CZ lo aveva aiutato nelle ricerca di informazioni. Con le sue credenziali, poteva fare o richiedere ricerche anche al di là dei confini; anni di attività lavorativa, in occasione di indagini ordinarie, gli avevano permesso di avere molti contatti con colleghi di tutte le nazioni d'Europa. Persone efficenti e fidate, almeno fino a prova contraria, perchè conosciute in situazioni differenti da questa.
Un altro grosso vantaggio era l'essere stato destinato a guidare la sezione CZ piuttosto che altri reparti. Ciò gli permetteva una maggiore autonomia, i superiori lo lasciavano agire con libertà e non lo tediavano con richieste di risultati immediati: d'altra parte, il suo compito era risolvere casi insolubili.

Era rimasto con il foglio in mano: il ritratto lo fissava con uno sguardo intenso, come consapevole dell'importanza della posta in gioco.
Anche Cŏster lo fissava: non capiva cosa stesse accadendo. Non aveva mai visto l'ispettore perdersi così profondamente nei pensieri, estraniandosi dall'ambiente circostante e dimenticandosi dei presenti.
Perutz se ne accorse, piegò il foglio a metà e lo mise nella tasca della giacca, senza dargli troppa importanza.
«Konrad» disse al suo assistente «mi assenterò per un paio di giorni, forse tre.»
«Non vengo con lei?»
«Non questa volta: ho bisogno di te qui. Sei il secondo in comando, e dovrai coordinare le indagini. E' necessario che io faccia questo viaggio personalmente: devo contattare persone che mi conoscono e che si fiderebbero soltanto di me.»
«Le faccio preparare l'auto di servizio.»
«No, non userò la macchina. Sarà un viaggio lungo»
«Provvedo alle prenotazioni» Cŏster era abituato ai viaggi del superiore, anche all'estero, e glieli aveva sempre organizzati. Si stupì quando sentì la risposta:
«No grazie, non ce n'è bisogno. Farò da solo» disse Perutz. Subito si accorse dello stupore di Cŏster e decise che non era proprio quello il momento di far insospettire il suo miglior elemento. Tutto sommato, i tempi in cui tutti sorvegliavano tutti non erano molto lontani «Devo contattare un paio di vecchi colleghi, che tu non hai mai conosciuto, e non so ancora con precisione dove raggiungerli. Dovrò prima fare alcune telefonate, e a quel punto tanto vale che prenoti io»
Cŏster, apparentemente tranquillizzato dalla risposta, uscì dall'ufficio. Perutz attese qualche minuto, quindi infilò alcuni documenti nella vecchia borsa di pelle ed uscì.
Salì le scale che dal seminterrato portavano all'androne dell'imponente ma elegante complesso che ospitava molti altri dipartimenti di polizia, raggiunse la sua Skoda nel cortile interno, la avviò e si avvicinò al passo carraio.
Notò i controlli all'ingresso: erano, come sempre, precisi ed accurati. Inoltre, i visitatori esterni erano relativamente pochi: in lui si fece strada la convinzione che il foglio con il ritratto era stato lasciato sul parabrezza da qualcuno che lavorava lì, o che aveva un valido motivo per frequentare quel luogo. Questo sospetto, che già si era affacciato alla sua mente, gli confermò la bontà della sua decisione di non comunicare a nessuno la meta del suo viaggio.
Arrivato a casa, si cambiò d'abito e si preparò rapidamente: lo stretto necessario in una capace borsa, dotata di una tasca interna ben dissimulata. Qualunque osservatore frettoloso non l'avrebbe individuata, e sarebbe sfuggita anche ad un controllo un po' più approfondito. Tolse alcune carte dalle pagine dell'enciclopedia in dodici volumi che troneggiava nella biblioteca del salotto, e le mise nella tasca della borsa. Sapeva che una cassaforte in casa sua non sarebbe mai stata un luogo sicuro, e la sua esperienza di poliziotto gli aveva insegnato che nessun nascondiglio era migliore di ciò che era ben in vista.
Mezz'ora dopo era alla biglietteria della stazione ferroviaria.
«Un biglietto in vagone letto per Budapest» chiese al bigliettaio.
Non era quella la destinazione finale, ma soltanto una tappa intermedia. Era però inutile, e pericoloso, che un bigliettaio di Praga sapesse che l'ispettore era diretto nella Moldavia settentrionale, una regione della Romania confinante con l'Ucraina.
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MessaggioInviato: 07 Feb 2006 00:45    Oggetto: Rispondi citando

Giacomo alzò gli occhi dalle buste e fissò l'altro, si sentiva spinto, strattonato da eventi che non gli appartenevano e che non capiva, eppure questa situazione lo affascinava come tutte le cose pericolose che aveva vissuto.
Dopo il regolare servizio militare, svolto nel corpo speciale dei lagunari, si era raffermato e nei tre anni successivi in tutte le missioni che aveva svolto, la stessa sensazione di fascino l'aveva assalito.
Era solito dire: ?Sono adrenalina dipendente?, ai compagni che scuotevano la testa dicendo ?Mai visto uno che si butta così a capofitto nel pericolo?. Alla fine si era congedato con la convinzione che quella non era la sua vita, aveva iniziato a fare l'elettricista ed era diventato una persona tranquilla, quasi schiva, fino a quel momento...

Fissando negli occhi il gigante e disse: ?Sono Giacomo Molai? stendendo la mano in segno di amicizia,
l'altro alzò la mano destra e facendo scomparire in quell'enormità la mano dell'altro: ?Io sono Giorgio Beaugio?,
si guardarono negli occhi e contemporaneamente sorrisero.
All'unisono si chesero a voce alta: ?E adesso??
Giorgio ridacchiando per la contemporaneità:
?Ora ci manca solo l'osso di pollo da spezzare... scherzi a parte, l'unica cosa da fare è partire, ora!?
L'altro anche lui ridacchiando per la battuta sull'osso chiese: ?Per dove??.
La risposta fu secca e precisa: ?Moldavia, è là che dobbiamo andare?.
Giacomo non stupendosi della certezza dell'altro, oramai l'accettava come un fatto naturale, replicò: ?Andiamo!?
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MessaggioInviato: 07 Feb 2006 12:43    Oggetto: Rispondi citando

Con una mossa veloce, Giorgio girò la chiave dell'accensione, i fari rimasti accesi illuminavano l'uscita del parcheggio deserto, con la partenza degna di una gara automobilistica, l'auto sgommando uscì dal parcheggio.

Giacomo, lo sguardo fisso davanti a se, vedeva scorrere velocemente la strada illuminata dai lampioni, non poté fare a meno di associare quello scorrere così veloce alla successione degli ultimi eventi che, lo sentiva, gli avrebbero cambiato la vita.

L'auto s'infilò in una stradina stretta e buia, Giorgio guidava come un pilota provetto scansando bidoni e macchine parcheggiate, sfiorandoli di pochi centimetri.
Con un gran stridio di gomme, si fermò davanti alla saracinesca ovviamente abbassata di un piccolo negozio, al piano di sopra si vedeva una finestra illuminata, la luce giallastra che filtrava dai vetri, illuminava una porzione di strada creando un suggestivo e surreale cono di luce della speranza.
Giacomo guardò l'orologio: le quattro del mattino, con lo sguardo interrogò Giorgio che visto il movimento, con un grosso sorriso rassicurante, alla muta domanda rispose: ?Qualsiasi ora va bene per queste cose, non possiamo permetterci le formalità?.
Strizzando l'occhio, scese dalla macchina, chiuse la mano a pugno e dette un colpo, uno solo, nell'angolo in alto a sinistra della saracinesca, non aveva problemi ad arrivarci; una testa si affacciò alla finestra, con lo sguardo sollevato il gigante pronunciò una frase:
?Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam?.


L'addestramento militare di Giacomo fece scattare un campanello d'allarme nella sua testa, quella era una parola d'ordine, non solo il mistero degli incubi di Marta ed il motivo del suo rientro in macchina al parcheggio, gli avevano insegnato la tecnica di memorizzare questo tipo di frasi pur sentendole una volta sola o quando delle parole avevano tale connotazione, in quel momento la frase passò da ricordo a parte integrante delle sue conoscenze.

La testa rientrò per lasciare il posto ad una mano che fece un cenno d'invito, lo stesso cenno fu ripetuto da Giorgio a Giacomo che scese dalla macchina e raggiunse quello che considerava un nuovo amico.
Un piccolo uomo, un po' curvo e con una calvizie incipiente, aprì la porticina posta a fianco della saracinesca e senza una parola, ancora con un gesto della mano invitò i due a salire per una scala che sembrava ancora più stretta, date le dimensioni di Giorgio che occupava quasi interamente lo spazio disponibile.

Mentre saliva, con l'orizzonte oscurato, Giacomo non poté fare a meno di notare che nessuna domanda, nemmeno muta, era stata rivolta per la sua presenza.

Si ritrovarono in una stanzetta arredata in modo spartano, una scrivania ricoperta da fogli che sembravano formule, un apparecchio fax, una libreria che conteneva libri all'apparenza molto antichi, un piccolo lavandino di ceramica bianca in un angolo, nessun'altra suppellettile era visibile, tranne qualche bicchiere.

L'uomo guardò Giorgio con occhi arrossati e le pupille affogate nella disperazione, dalla sua bocca uscirono parole che sembrarono prodotte da un cardine arrugginito: ?Non abbiamo più tempo, mancano soltanto 24 ore, all'alba di domani...? lasciò la frase in sospeso e l'effetto fu quello di una sinistra condanna a morte.

Giorgio strinse con rabbia i pugni, le vene del suo collo si gonfiarono fino a sembrare corde, con voce accorata esclamò ?No, manca un anno!!?, l'altro di rimando e mestamente rispose: ?Calcoli sbagliati?.
Con la rabbia negli occhi, Giorgio per calmarsi si avvicinò al lavandino, prese un bicchiere, lo riempì d'acqua e bevve, stringeva talmente forte il recipiente che questo si frantumò in mille pezzi tagliando il palmo dell'uomo, Giorgio guardò incurante il sangue sgocciolare dalla mano poi chiese:
?Ora che facciamo??.

Giacomo, in una stato di tensione tale da irrigidirgli i muscoli della schiena fece per parlare.

In quel momento il fax iniziò a ticchettare, i tre uomini si guardarono, poi guardarono la macchina che stava espellendo un unico foglio di carta, Giacomo chiuse la bocca e si avvicino con gli altri due per leggere cosa c'era scritto sul foglio.
Vergata con una calligrafia dal sapore antico, un'unica frase al centro del foglio quasi ad evidenziarne l'importanza diceva:

................................ ?Abbiamo ancora 10 giorni?.

Se fossero stati punti da una tarantola i tre uomini si sarebbero mossi meno velocemente.

?Bene, molto bene, non tutto è perduto!? esclamò Giorgio alzando gli occhi al cielo e aggiungendo un'unica parola. ?Grazie!?, estrasse dalla tasca le due buste e le consegnò all'omino che sembrava ancor più piccolo vicino a lui, ma la luce della speranza che gli brillava negli occhi lo fece apparire della stessa statura del gigante.
Prendendo le due buste disse: ?Andate, a queste ci penso io, so come farle arrivare a destinazione.?
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MessaggioInviato: 07 Feb 2006 23:10    Oggetto: Rispondi citando

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Appena Giorgio e Giacomo furono usciti, l'omino compose a memoria un numero di telefono attese il segnale di risposta e pronuncio' la frase:

“Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam”

senza aggiungere altro ripose la cornetta del telefono, la risollevo' e compose un secondo numero; il copione era lo stesso, terminata la misteriosa telefonata si avvio' verso L'appendiabiti. Si vesti', usci' e sali' in auto. L'alba era ancora lontana almeno un'ora, ma la cosa non lo disturbuva, anzi, gli piaceva guidare quando la notte cominciava a lasciare il posto al nuovo giorno e Visto l'orario ed il poco traffico, preferi' scegliere la strada statale piuttosto che l'autostrada; doveva dirigersi all'aeroporto che distava circa un'ora da li'.

E' il segnale, disse tra se Luigi, si vesti ricordandosi di applicare al bavero del giaccone quel piccolo fregio d'argento con le cinque lettere a rilievo, che teneva nel portadocumenti come portafortuna. Sali' nella propria auto e si diresse all'eroporto.

Ci siamo penso' Roberto, e senza indugiare recupero' dal cassettino della sua scrivania in camera il passaporto, prese la busta che conteneva 15.000 Leu in contanti (circa 2 milioni di Lire), poi calzo' i suoi stivali di pelle e la giacca con i rinforzi ma prima di abbotonarla, stacco dalla catenina che portava al collo il piccolo fregio d'argento con quelle misteriose cinque lettere depositarie di tanta speranza, e che spesso destavano la curiosita' delle sue "sporadiche" amicizie femminili, lo fisso' al collo della giacca stessa. Usci', infilo' i guanti ed il casco e sali' sulla sua motocicletta parcheggiata sotto al portico. A quell'ora, in mezz'ora, sarebbe arrivato all'aeroporto.

Un'ora dopo la partenza cominciava ad albeggiare e l'omino arrivo' all'aeroporto. Si appresto' ad entrare nell'aerostazione. Distinse subito i suoi contatti, anche se non li aveva mai visti, il fregio, nonostante non fosse appariscente, si faceva notare, specialmente se sapevi cosa cercare. Fu abbastanza un incontro di sguardi,e tutti e tre si avviarono all'interno.
Decisi, ma separati, si avviarono al bar, dove, aprofittando di quei tavolini un po' alti con il secondo ripiano, l'omino deposito' prima a Roberto e poi a Luigi le due buste. Loro sapevano cosa fare. Senza aggiungere parole si avvio' verso l'edicola, acquisto' un quotidiano ed usci'.

Luigi e Roberto non si conoscevano ed ognuno per proprio conto si avviarono verso la biglietteria. Luigi sarebbe partito per Marsiglia in Francia, e Roberto per Kishinev in Moldavia.

Luigi aveva il volo alle 6.30 e sarebbe arrivato a Marsiglia alle 11.20 con scalo intermedio a Malpensa, Roberto partiva con lo stesso volo alle 6.30 e sarebbe arrivato a destinazione al pomeriggio alle 15.20 dopo aver fatto scalo a Malpensa e Budapest.

Era gia' Giorno, quando l'omino rientro a casa, ma prima di aprire il negozio aveva altre due telefonate da fare. Questa volta i numeri erano piu' lunghi, le destinazioni erano fuori della nazione, ma il copione si ripete' inesorabile:

“Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam”

erano le uniche parole pronunciate alla risposta degli interlocutori.

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MessaggioInviato: 08 Feb 2006 01:44    Oggetto: Rispondi citando

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Fino a Milano Malpensa tutto bene, ma per un imprecisato motivo tecnico il volo per Marsiglia era annunciato con 1/2 ora di ritardo. Anche se breve, Luigi sapeva che la sua missione era importantissima e doveva essere svolta nel minor tempo possibile. Decise di aspettare confidando nel fatto che la tratta Milano Marsiglia si sarebbe svolta su un volo dell' Air France. Se il ritardo si fosse protratto avrebbe preso in considerazione un aerotaxi, conscio pero' che un normale volo di linea avrebbe dato meno nell'occhio.
Con questo pensiero in testa, gli venne naturale infilare la mano nel tascone interno del giaccone per assicurarsi della presenza della preziosa busta.

L'altoparlante chiama il volo "AF09891" all'imbarco. Luigi, rincuorato, si dirige verso il terminal "1" per espletare le operazioni.
Raggiunto il suo posto in aereo e, staccata la scaletta, ha un motivo in piu' per sentirsi tranqulizzato, senza pero' abbandonare quello stato di attenzione e leggera tensione, tipico di quando si svolge un lavoro impegnativo dove non e' permesso di sbagliare. Tutti i suoi sensi sono all'erta.


Jean Pierre, un tipico esempio di francese del sud, tarchiato, sui 50, un viso scurito dal sole con un bel sorriso sostenuto da due baffoni e l'immancabile basco in testa. Gestisce un piccolo campeggio a La Ciotat, una bella localita' di villeggiatura sulla Costa Azzurra a circa 20 minuti da Marsiglia.
Quella mattina ha ricevuto la telefonata piu' importante della sua vita ma, nonostante l'importanza e la serieta' della questione, non e' scomparso il sorriso dal suo viso.
Con l'entusiasmo di un ventenne sale sulla sua "Deesse", una vecchia Citroën DS20 rosso amaranto con tettuccio bianco della fine degli anni '60 conservata come nuova, e si dirige verso l'aeroporto di Marsiglia

Il volo si svolge tranquillamente, e' una bella giornata di sole e dall'alto la costa azzurra che scorre sotto e' uno spettacolo. L'aereo atterra senza problemi accusando solo la 1/2 ora di ritardo avuta alla partenza

Jean Pierre arriva in orario all'aeroporto e con fare da taxista consumato parcheggia il proprio gioello alla fine della corsia dei taxi, non senza aver messo sul cruscotto, visibile dal parabrezza, la tabella luminosa con la scritta "TAXI". Recupera un carrello portavalige e si dirige all'interno cercando l'indicazione del "gate" d'uscita sul tabellone degli arrivi. Nota che il primo volo utile in arrivo dall'Italia e' in ritardo di 1/2 ora e scuotendo la testa eslcama "Al les italians". Ritorna fuori, tiene d'occhio la sua auto e si accende un sigaro. Per farsi riconoscere, Jean Pierre, non portando la giacca ma solo un maglione con il collo alto, ha applicato il piccolo fregio d'argento sull'alzata del basco.

Spegne il sigaro e ritorna all'interno dell'aerostazione e si dirige verso il gate del volo che sta aspettando. Luigi, avendo solo del bagaglio a mano, non e' costretto ad aspettare al ritiro bagagli e si dirige subito verso l'uscita. Jean Pierre lo nota subito e al contrario di quanto successo in Italia abborda Luigi "monsier monsier, taxi?" "Oui, merci" risponde Luigi, trattenendo con difficolta un sorriso. Appoggia la piccola sacca ed il giaccone sul carrelo spinto da Jean Pierre e si avviano verso l'Uscita.

Una volta a bordo, scambiandosi praticamente solo occhiate, Jean Pierre si dirige verso una locanda nella prima periferia di Marsiglia. Arrivati, Luigi scende, paga e saluta. Jean Pierre riparte notando la busta gialla sul sedile della sua fedele "Deesse". Adesso sai cosa fare, si dice tra se'.

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MessaggioInviato: 08 Feb 2006 03:17    Oggetto: Rispondi

Lasciata la stanza sopra la bottega, Giorgio e Giacomo, salirono in macchina. La loro eccitazione era alle stelle, quella di Giorgio per la bella notizia ricevuta, quella di Giacomo un po' per contagio e un po' perché iniziava a intravvedere della luce in quel groviglio di avvenimenti.

Con il chiarore dell'alba le strade si stavano popolando delle persone che iniziano presto a lavorare, il traffico era più intenso ora, ciò a Giorgio non creava nessun problema, l'auto viaggiava tranquillamente ad una velocità da multa ma il gigante pareva non curarsene. Il garzone di un panettiere con la sua bici stava eseguendo delle evoluzioni bizzarre e inaspettate in mezzo alla strada, Giorgio fu costretto a rallentare notevolmente per non investirlo, Giacomo sportosi dal finestrino urlò: ?Ehi, ragazzo vuoi farti investire ?? l'altro rispose con un gestaccio. Giorgio strinse il volante, si percepiva la tensione che provava per la sensazione di perdere tempo prezioso. Ciononostante, si accostò al ragazzo e gli chiese gentilmente ma con la voce che sembrava un tuono: ?Ti spiace fermarti un attimo?? l'altro sfottente si fermò vicino al marciapiede.
Giacomo pensò ?Ora lo disintegra, maledizione abbiamo poco tempo, sarà arrabbiatissimo per questo inconveniente, chissà perché si ferma??. Giorgio scese dalla macchina, l'altro vedendone le dimensioni, sbiancò dalla paura pensando la stessa cosa che aveva pensato Giacomo.
Avvicinatosi al ragazzo, l'uomo gli appoggiò una mano sulla spalla e gli si rivolse con tono gentile: ?Ragazzo, la vita è una sola, non buttarla via per delle sciocchezze, pensa a quante grandi cose potresti fare se non la sprechi? detto questo gli voltò le spalle e risalì in macchina.
Giacomo lo guardò ammirato e pensò ?Grande uomo e non solo per le dimensioni?, a voce alta esclamò ?Bravo, nonostante il poco tempo, hai lasciato a quel ragazzo una perla di saggezza?, la risposta sorridente fu: ?Spero che faccia tesoro di quanto ho detto, domani chissà, potrebbe diventare presidente... ogni vita che si conclude felicemente è una vita spesa bene?.
L'episodio ebbe il potere di farli rilassare entrambi.

Dopo una trentina di chilometri, Giorgio lasciò la strada principale per infilarsi in un viottolo di campagna, alla fine di questo c'era una vecchia casa colonica un po' in rovina e completamente disabitata. ?Qui è dove sono nato e cresciuto fino ai venticinque anni? disse Giorgio.

Scesero dalla macchina, l'omone prese dal baule una di quelle zappe militari con la lama ripiegata sul manico, ruotò la parte metallica dell'attrezzo e ruotò la ghiera sino al fissaggio completo; l'attrezzo e i movimenti richiamarono alla mente di Giacomo i suoi trascorsi e con un brivido seguì il gigante che si era avviato dietro la casa.
Alla base di un noce, Giorgio iniziò a scavare fra due radici, sul tronco si vedevano incise due lettera ?G? e ?A?. Dal buco profondo circa trenta centimetri l'uomo estrasse una scatola di metallo, la poca ruggine che l'incrostava, denunciava che il suo sotterramento non era avvenuto da molto tempo.
Era una scatola di metallo, di medie dimensioni, il cui coperchio raffigurava un'aquila reale, fiera, maestosa e ammonitrice. Tolto il coperchio, Giorgio prese il contenuto che consisteva in un considerevole fascio di banconote e in un sacchettino di velluto blu. Meticolosamente ricoprì il buco, si mise le banconote nella tasca interna del giaccone: ?Queste ci serviranno?, si pose la scatola sottobraccio, infine consegnò il sacchettino a Giacomo, entrambi tornarono alla macchina.
Una volta sedutosi nel posto del passeggero, Giacomo si mise a rigirare il sacchettino fra le mani non sapendo cosa fare, ?Aprilo? fu l'autorizzazione che si aspettava, allargò il cordoncino e rovesciò l'involucro per far cadere nel palmo l'oggetto che vi era contenuto. Un fregio d'argento che raffigurava cinque lettere, brillava nella sua mano. ?E' di mio fratello gemello, Amedeo? disse Giorgio, a Giacomo venne in mente la ?A? incisa sul tronco, chissà perché nel vederla aveva pensato all'iniziale di qualche amore, magari il primo, di Giorgio. Aspettò che l'altro continuasse: ?E' morto, un pirata della strada l'ha travolto e poi è fuggito, è accaduto in pieno giorno, i testimoni hanno riportato che la macchina l'ha volutamente investito?. Giacomo chiese: ?Gemello??, ?Due gocce d'acqua fu la risposta?.

La domanda successiva fu: ?Che ci faccio?? ?Tienilo, oramai dei dei nostri, ora siamo davvero pronti...?, con la frase lasciata in sospeso Giorgio inserì la marcia e partì.
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